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Africa

La controprofezia di Monsignor Lunedì: “È arrivata l’ora del papa nero”

Il cardinale ghanese Peter Kodwo (Lunedì) Appiah Turkson

Il cardinale ghanese Peter Kodwo (Lunedì) Appiah Turkson

Sfida le profezie apocalittiche di Nostradamus con un sorriso contagioso e disarmante. Secondo l’astrologo francese, la fine dei tempi arriverà con l’elezione del papa nero. Ma il nuovo presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, è convinto del contrario: “Abbiamo avuto un segretario generale dell’Onu che veniva dal Ghana, ora abbiamo il presidente Usa di colore: se la Divina Provvidenza ci darà la possibilità di avere un papa africano, dovremo ringraziare il Signore e non certo esserne sconvolti”. Continua

Sbarchi da record: +107% gli irregolari sulle coste italiane

Un barcone di immigrati irregolari

Con i suoi 25 mila arrivi o tentativi di attraversamento illegali, da gennaio a settembre, l’Italia si piazza al primo posto della classifica europea per immigrazione irregolare via mare. Sulle coste, e soprattutto a Lampedusa, rispetto allo stesso periodo del 2007 gli arrivi sono incrementati del 107%. L’allarme viene dal vice direttore di Frontex, l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere, Gil Arias, intervenuto a un incontro sull’immigrazione irregolare a Roma: “Mentre nelle isole Canarie” ha fatto notare Arias “l’arrivo di clandestini via mare nel 2007 è diminuita del 65% e nel 2008 di un ulteriore 10%, in Italia, da gennaio a settembre, è invece aumentata del 107%”.
I paesi d’origine? Soprattutto Nigeria ed Eritrea. Questi ultimi da luglio a settembre sono aumentati di dieci volte rispetto ai tre mesi precedenti. E secondo l’agenzia Frontex, in futuro la situazione dell’immigrazione irregolare vicino a Lampedusa, Linosa e Malta sarà sempre più “drammatica”.
I paesi da cui salpano? Principalmente la Libia. Anche se ultimamente, ha fatto notare Arias, gli immigrati irregolari cercano di arrivare in Italia anche attraverso le frontiere aeree: durante un’operazione condotta da Frontex è emerso che i nigeriani e i cinesi cercano di entrare soprattutto attraverso Fiumicino, gli eritrei attraverso Ciampino, i marocchini attraverso Milano e Bologna e i russi attraverso Rimini e Bologna.
La Libia, dunque. Benché con Tripoli siano stati sottoscritti patti e accordi per il pattugliamento congiunto in mare, Roma non riesce ancora a ottenere la cooperazione necessaria a fermare le partenze dei barconi dei disperati. Se l’immigrazione irregolare in Italia continua ad aumentare è perchè, a differenza di quanto fanno le autorità senegalesi e mauritane per prevenire le partenze verso le Canarie, “qui manca la cooperazione con paesi terzi”, denuncia il vice direttore dell’agenzia europea.

Secondo i dati forniti da Arias, sono Spagna, Grecia e Italia a detenere il primato dell’immigrazione illegale in Europa (75%), che nel 2008 è aumentata: nel 2007 gli immigrati irregolari intercettati nel Vecchio continente erano 163 mila, fino a settembre 2008 erano invece già 130 mila. “Rispetto al 2007″ ha commentato Arias “è rimasta stabile l’immigrazione irregolare attraverso le frontiere di terra, diminuita quella attraverso le frontiere aeree e aumentata in modo significativo quella via mare”. Infine, nel 2008 sono diminuiti del 7% i “respingimenti” alle frontiere aeree o di terra: dai 130 mila contati del 2007, nei primi nove mesi del 2008 ci si è fermati a 106 mila.

LEGGI ANCHE: Decreto flussi 2008: porta aperte a 150mila immigrati - La Chiesa dice sì alle nuove moschee

Intrigo a Catanzaro: le relazioni pericolose del Professor Prodi

Romano Prodi
L’inchiesta del sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris sulla cosiddetta loggia di San Marino sta prendendo la strada di Palazzo Chigi, sede della presidenza del Consiglio. L’ultimo atto è l’iscrizione sul registro degli indagati, con l’accusa di associazione per delinquere, truffa e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete, del deputato dell’Ulivo Sandro Gozi, 39 anni, ex “assistente politico” (così si autodefinisce nel curriculum) di Romano Prodi all’Unione Europea e oggi membro (”in sostituzione del presidente del Consiglio Prodi” precisa il sito della Camera dei deputati) nella commissione Affari costituzionali.
Nei giorni scorsi il pm aveva ordinato una ventina di perquisizioni e aveva iscritto sul registro degli indagati altri due imprenditori considerati vicini al premier: il romagnolo Piero Scarpellini, 57 anni, e il calabrese Pietro Macrì, 43 anni. Nelle ultime ore De Magistris ha inviato un altro avviso di garanzia destinato a fare rumore: l’indagato è infatti Luigi Bisignani, 53 anni, ex giornalista, una condanna per Tangentopoli, consulente di molte aziende e, dal 2000, procuratore dell’Ilte (industria libraria tipografica). Ma soprattutto tessitore di relazioni in campo politico e finanziario.

La loggia di San Marino
Il magistrato calabrese ritiene che anche Gozi e Bisignani facciano parte di quel “comitato d’affari”, trasversale ai partiti e con base nel paradiso fiscale di San Marino, che grazie ad amicizie altolocate (anche all’interno della Guardia di finanza e della magistratura) e un reticolo di società costituite ad hoc sarebbe riuscito a drenare centinaia di milioni di euro di finanziamenti pubblici (in particolare dell’Unione Europea), indirizzandoli nelle casse dei partiti e nelle tasche dei politici e dei loro amici.
Il comitato sarebbe, con coloriture massoniche (la maggior parte degli indagati è anche accusata di aver violato la legge sulle associazioni segrete), una lobby nazionale che controllerebbe con la sua rete di contatti parte del sistema politico ed economico del Paese.
“Non andiamo a caccia di grembiulini, quello è solo folclore, anche se qualcuno lo abbiamo trovato” si lascia scappare uno degli investigatori. Che sanno di non agire in solitudine: infatti quella che è già stata soprannominata, in modo suggestivo, “nuova P3″ affiora in controluce in altre inchieste delle procure italiane, in particolare quelle milanesi sulle deviazioni dei servizi segreti e su fabbriche e botteghe di dossier illegali.
Per provare le sue ipotesi investigative, De Magistris, 40 anni, erede di una famiglia di magistrati (il bisnonno era regio procuratore a Napoli), sta utilizzando con zelo intercettazioni (poche), perquisizioni (abbastanza), tabulati (molti), ma soprattutto l’analisi dei flussi finanziari.
Gli ultimi accertamenti (sono ancora in corso) riguardano per esempio i movimenti di Bisignani e gli affari che ruotano intorno al suo ufficio di piazza Mignanelli 3 a Roma.

Il cellulare presidenziale
Tutto inizia con la scoperta nella memory card di uno degli indagati di un numero di telefono registrato come “Romano Prodi cellulare”. Gli inquirenti fanno una verifica e scoprono che quell’utenza era originariamente intestata all’azienda Delta impianti srl di Cornate d’Adda (Milano); nel 2005 diventa un numero dell’”Ulivo-i Democratici”; infine, nel 2007, passa sotto la presidenza del Consiglio. Oggi a quel telefono (32074…), come ha verificato Panorama, risponde una signora che assicura che quel numero è attualmente utilizzato da Prodi.
Ma che cosa c’entra la Delta impianti con il premier? È un rebus un po’ opaco. Per il magistrato la Delta srl è collegabile, attraverso alcuni passaggi societari, alla Delta spa di Bologna, holding finanziaria che ha tra i suoi azionisti una banca di San Marino. La stessa che ha una partecipazione nella Nomisma, il laboratorio di idee fondato dal Professore.
In ogni caso l’analisi dei tabulati del numero “Romano Prodi cellulare” ha permesso di ricostruire la rete di contatti (30 mila in due anni, dal 2005 al 2007). Un traffico diretto soprattutto verso Bruxelles e i telefoni portatili di molti degli indagati nell’inchiesta di Catanzaro: in particolare Gozi, Piero Scarpellini e il figlio Alessandro, gli imprenditori Francesco De Grano, Antonio Saladino e Franco Bonferroni. Praticamente la compagnia su cui sta lavorando De Magistris.
In attesa di essere interrogati gli indagati spiegano ai giornali i loro rapporti con Prodi. Saladino, 53 anni, imprenditore nel settore del lavoro interinale, legato all’imprenditoria cattolica della Compagnia delle opere, dichiara a Panorama: “Con Prodi c’era solo un’amicizia personale”. L’ex veterinario nega i rapporti di affari, non i consigli: “Per esempio, in un incontro milanese gli ho spiegato gli aspetti positivi della legge Biagi”. E la loggia di San Marino di cui ha scritto in un’email? “Uno scherzo, una battuta”.
Piero Scarpellini, dipendente della sammarinese Pragmata (costituita da molti ex uomini della Nomisma), si definisce consulente per le questioni africane del premier e ammette gli incontri con alcuni degli indagati. “Soprattutto attraverso l’attività del Laboratorio democratico europeo” dice. Un gruppo di giovani ulivisti presieduto da Gozi, molto attivo tra Roma e San Marino, dove il deputato è protagonista di incontri e iniziative.

Cavolini e peperoncino
Ma chi è Sandro Gozi? Originario di Sogliano sul Rubicone (Forlì-Cesena) è un ex funzionario dell’Unione Europea, un tecnocrate riservato, poco noto al pubblico. Campione di squash ed esperto di “sfoglia emiliano-romagnola” (ha cofirmato una proposta di legge per valorizzarla), è un predestinato della politica: dopo la laurea in giurisprudenza a Bologna, studi diplomatici e corsi di perfezionamento in giro per l’Europa, dalla London school of economics alla Scuola nazionale d’amministrazione di Parigi (Ena), al master di politica internazionale a Bruxelles. Dove, qualche anno dopo, diventa membro del gabinetto di Prodi all’Unione Europea e consigliere dell’attuale commissario José Maria Barroso, sino all’elezione alla Camera nel 2006.
In Parlamento, oltre a sostituire Prodi nella I commissione, fa parte di quella per le politiche dell’Unione Europea. Secondo De Magistris, sarebbe Gozi uno degli uomini chiave di questo “comitato di San Marino” pronto a fare affari tra Bruxelles e la Calabria.
Un altro protagonista dell’inchiesta (è indagato per associazione per delinquere, truffa e violazione della legge Anselmi) è Pietro Macrì, vibonese, 43 anni, dirigente di una società di informatica. Durante gli studi a Bologna entra in contatto con l’entourage di Prodi e nel suo ufficio campeggia una foto che lo ritrae insieme con il Professore. Secondo due testimoni dell’accusa, Macrì ai collaboratori “consigliava di mandare i soldi a San Marino”.
Ma i problemi per lui non sono finiti. A Lamezia Terme una decina di ex dipendenti della Met sviluppo, di cui Macrì è stato amministratore delegato, hanno presentato un esposto parlando di “operazioni finanziarie ed economiche poco chiare” del gruppo.
Alberto Burrone, ex dirigente della Met Sviluppo, è uno dei promotori dell’azione e a Panorama dice: “Prendevamo ricchi finanziamenti per lavori di poco conto che, spesso, venivano sovraffatturati”. I settori d’intervento erano diversissimi. “Faccio un esempio: noi che siamo specializzati in contabilità in ambito sanitario ci siamo occupati anche di immigrazione clandestina e sicurezza”.
Per un certo periodo la Met sviluppo ha ricevuto una mole di commesse che i dirigenti non riuscivano a spiegarsi: “Quando mi hanno chiesto di preparare un sistema per monitorare il rischio tsunami a Stromboli, mi sono messo a ridere”.
La Met sviluppo ha gestito pure il sito internet della Camera di commercio di Parigi: “Era un lavoro impegnativo, apparentemente senza ritorni per l’azienda, ma giustificava una serie di viaggi a San Marino, dove era stato progettato un sito fotocopia di quello parigino da attivare in caso di attacco hacker”.
A quali società e a quali personaggi legati alla repubblica del Monte Titano facevano riferimento gli uomini della Met sviluppo? “Ricordo la Pragmata (quella di Scarpellini, ndr) e a Bruxelles Macrì diceva che era “raggiungibile” Gozi” conclude Burrone. Di nuovo San Marino, di nuovo Bruxelles.

Calabria euromiliardaria
Gli affari tra l’Italia e il Belgio (con snodo sul Monte Titano) sono il leitmotiv dell’inchiesta calabrese. In cui è finito pure l’Osservatorio del Mediterraneo fondato nel 2004 dal vicepresidente della Commissione europea Franco Frattini. L’ex capo della sua segreteria al ministero degli Esteri, Fabio Schettini, è indagato da tempo, mentre a febbraio è stato ascoltato come testimone un membro del cda dell’osservatorio, l’ambasciatore a riposo Achille Vinci Giacchi. In procura ha parlato dei finanziatori della fondazione. Un argomento che interessa molto a De Magistris.
Cinquantamila euro li avrebbe versati personalmente Schettini. Altrettanti arrivarono dalla Finmeccanica, 30 mila dall’Enel. L’osservatorio partecipò con un proprio stand al meeting di Comunione e liberazione di Rimini, “per far conoscere i suoi scopi”. Una kermesse a cui hanno preso parte anche i vertici del Laboratorio democratico europeo di Gozi e gli uomini della Compagnia delle opere sotto inchiesta a Catanzaro. Per il pm quell’affollamento, a pochi chilometri da San Marino, sarebbe più che una coincidenza.
Perché uomini così influenti avrebbero dovuto scendere in Calabria per fare affari? Secondo la procura, la risposta è semplice: la regione è considerata dall’Unione Europea un “obiettivo 1″, ovvero una di quelle aree depresse a cui vengono destinati aiuti particolari. Questo significa che, per esempio, il Programma operativo regionale (Por) dovrà distribuire sul territorio oltre 8 miliardi di euro di fondi strutturali europei per il periodo 2007-2013.
Per gestire questo fiume di soldi l’estate scorsa Francesco De Grano, cognato di Macrì e fratello di Maria Angela (è indagata pure lei), è stato nominato responsabile dei finanziamenti Por. Per gli inquirenti di Catanzaro il suo nome avrebbe messo d’accordo Ds, Margherita e il presidente della regione Agazio Loiero, promotore del Partito democratico meridionale e socio fondatore del Pd di Prodi.

Da San Marino alla Calabria: Mi manda Prodi, ma non sono un massone

[i](©Photo by Massimo Di Vita)[/i]
La procura di Catanzaro indaga da mesi su una presunta loggia massonica coperta di San Marino e su un giro di truffe collegate a sostanziosi finanziamenti pubblici. L’inchiesta del pm Luigi De Magistris posa sulle dichiarazioni di una “gola profonda” che ha accusato molti personaggi influenti dell’imprenditoria meridionale. La signora, con le sue accuse, però, ha colpito anche lungo il Rubicone: Piero Scarpellini da Rimini (anche se è nato a Cesena), classe 1950 e laurea in lettere. Un indagato come gli altri se il suo nome non fosse collegato da anni a quello di Romano Prodi.
Signor Scarpellini, il magistrato l’ha iscritta nel registro degli indagati per l’appartenenza a una specie di P2 sanmarinese e l’ha bollata come “consulente di Prodi”. Un collegamento scomodo per il premier…
Io lavoro a San Marino e, da molti anni, ho un rapporto a livello personale con il presidente Prodi. Capisco il vostro interesse e i vostri sillogismi: la Repubblica del Monte Titano è una zona chiacchierata; Scarpellini lavora là ed è legato al presidente; conclusione: Scarpellini e Prodi fanno un giochetto poco chiaro. Voi fate il vostro mestiere…
Ma è vero che lei è un consulente di Prodi?
Negli ultimi anni sono diventato il consulente per le questioni africane.
Ha organizzato le trasferte in Libia del premier e di un altro suo vecchio conoscente, il ministro Giulio Santagata…
Lo ripeto: seguo le questioni africane, questo è il mio lavoro.
Gratuitamente…
E se uno fosse anche pagato? Comunque lo faccio gratuitamente, visto che ho già un mio stipendio…
Chi glielo paga?
La Pragmata (l’Istituto per lo sviluppo delle relazioni internazionali con sede a San Marino ideato da ex uomini di Nomisma, il centro studi fondato da Prodi ndr). Vuol sapere quanto prendo? Ottantasette mila euro lordi: è tutto dichiarato visto che devo pagare le tasse anche in Italia.
Uno stipendio più che dignitoso.
Per la miseria! Uno stipendio medio direi…
Sotto il Monte Titano ordirebbe le sue trame una loggia massonica occulta. E lei ne farebbe parte.
Che cosa si aspetta che le risponda? Ha mai sentito una persona accusata di qualcosa ammettere tranquillamente la propria colpevolezza? Io le dico che c’è una grossa inchiesta in una procura del Sud in cui, secondo quanto mi risulta, un paio di persone hanno fatto il mio nome e il giudice ha ritenuto di mandarmi un avviso di garanzia…
Ma lei di massoneria, logge e cose di questo tipo non ha mai sentito parlare?
Ho scoperto dai giornali che a San Marino c’è una loggia massonica regolare… Non sapevo neanche questo, pensi quanto sono esperto! E di logge segrete non me ne risultano…
Ma lei faceva affari con alcune delle persone indagate a Catanzaro?
No, no, no, assolutamente. Quelle che conosco appartengono alla Compagnia delle opere, a Comunione e liberazione, sino a prova contraria gente per bene. A Rimini c’è il loro Meeting annuale e in quelle occasioni ho incontrato due dei principali indagati: Antonio Saladino e Francesco De Grano. C’era questo appuntamento e ci siamo incontrati, anche perché io e altri seguiamo un gruppo di giovani impegnati politicamente. Li definirei rapporti di tipo “sociale”.
Di quale gruppo di giovani sta parlando?
Quelli del Laboratorio democratico europeo (il presidente dell’Associazione è l’onorevole Sandro Gozi, citato ma non come indagato, nelle carte dell’inchiesta catanzarese, ndr) che organizza incontri culturali in varie parti d’Italia.
Dove ha sede?
A Roma e ha molti iscritti.
È una sua iniziativa?
No, è un’idea di molte persone… Ma lasciamo perdere…
Il pm scrive che “lei sembra avere una passione per gli affari tra l’Italia e il nord Africa. Pare essere esperto di investimenti pubblici in Africa”. Quindi aggiunge che lei è membro del consiglio direttivo della Teresy’s foundation di San marino, che annovera nomi di influenti personaggi stranieri.
È una fondazione senza fini di lucro e ha un comitato scientifico di altissimo livello formato da ex funzionati in pensione delle istituzioni europee. Assistiamo a titolo gratuito i governi africani nelle loro negoziazioni con la banca mondiale, l’Unione europea e istituzioni di questo tipo…
Ovviamente anche questo gratis. Ritorniamo all’inchiesta: qual è la sua prossima mossa?
Che devo fare? Dire che il magistrato si è sbagliato? Se ha ritenuto opportuno mandarmi l’avviso di garanzia ne prendo atto e adesso aspetto che mi chiami…

Onu: tra Africa e Italia un traffico ad alta intensità, di droga. Che fa gola alla mafia

[i](Credits: Ansa)[/i]
“È la prima volta che un organo di stampa italiano contatta il nostro ufficio. Eppure è già da alcuni anni che la cocaina sta inondando la regione”. Inizia così, tra sorpresa e disappunto, l’intervista a Antonio Luigi Mazzitelli, da quasi quattro anni Responsabile regionale dell’Unodc (United Nations Office on Drugs and Crime) in Africa occidentale e centrale.
Il sequestro a Milano di 250 kg di cocaina proveniente dal Brasile via Dakar lascia intuire che l’Italia sarebbe al centro di un vasto traffico internazionale di droga che coinvolge l’Africa. È così?
Sì, i segni sono tangibili. Oltre il caso da lei citato, tra febbraio e aprile sono stati effettuati a Malpensa due sequestri di cocaina, circa 15 chili, provenienti dall’Africa occidentale. In entrambi le circostanze, si trattava di corrieri umani, tra cui un cittadino britannico in possesso di otto chili di polvere bianca sbarcato da Dakar. Atri sequestri sono stati poi effettuati su voli charter provenienti da Capo Verde, un paese sino a poco tempo fa centrale nello smistamento della droga. I trafficanti hanno poi la possibilità di sfruttare i collegamenti aerei dell’Alitalia in Senegal, Ghana e Nigeria, tutti noti per la solida strutturazione del crimine organizzato. Detto questo, il caso di Milano ribadisce l’importanza del traffico via container e nave rispetto al trasporto aereo.
Ma come si configura?
Dall’America Latina partono container diretti verso i principali porti commerciali dell’Africa occidentale: Dakar, Abidjan (Costa d’Avorio), Lomé (Togo), Cotonou (Benin), Tema e Takoradi in Ghana piuttosto che Port Harcourt in Nigeria. Lì la droga viene stoccata per poi essere reimbarcata su battelli da pesca e navi di piccolo cabotaggio diretti verso la Spagna e il Portogallo, per poi essere dirottata nel resto del continente europeo, ivi compreso in Italia.
Qual è l’intensità del traffico?
Alta. Il boom africano coincide con il giro di vite imposto attorno al 2003 in Europa sulle tratte aerea e marittime (guarda i grafici, ndr) provenienti dal Sud America. Logica vuole che al rafforzarsi delle misure di sicurezza sarebbe coincisa una diminuzione del traffico di droga. E invece no. Il consumo di cocaina in Europa è in aumento, il che conferma la nuova strategia adottata dai narcos latinoamericani: aggirare i controlli nei porti ed gli aeroporti europei attraverso l’uso di scali africani.
Casi concreti?
Negli ultimi sette mesi precedenti la vicenda mauritana, sono stati sequestrati in Guinea-Bissau 1300 kg di coca. Due settimane fa, la polizia venezuelana ha messo le mani su due tonnellate e mezzo di polvere bianca pronta a partire per la Sierra Leone. Tra il 9 e il 10 giugno scorsi, la marina francese ha bloccato al largo del Golfo di Guinea una nave con a bordo 830 kg di coca proveniente dall’America Latina.
Ci sono possibilità di fermare, o almeno di rallentare questo traffico?
La mancanza di controlli alle frontiere nazionali, il progressivo disfacimento delle amministrazioni pubbliche e la corruzione alimentano il traffico di droga in Africa. La povertà è poi un terreno fertilissimo su cui sguazzano le organizzazioni criminali per reclutare “corrieri umani”. Nel gennaio 2007, ne sono stati bloccati una trentina sul volo Casablanca-Amsterdam. Erano tutti partiti dalla Guinea-Conakry, ormai centrale per il trasporto della droga attraverso i corrieri umani.
Torniamo all’Italia. A Milano è stata sgominata una cosca calabrese coinvolta nel traffico di cocaina transitata dall’Africa. Ci sono i segni di una presenza mafiosa radicata nel continente africano?
È ancora presto per dirlo. Ma di sicuro la mafia ha sempre avuto un occhio di riguardo sull’Africa occidentale. Nel passato riguardava il traffico di rifiuti tossici abbandonati in Sierra Leone. Oggi prevale la droga. Nel 2003, fu arrestato a Dakar uno degli uomini più importanti di Cosa Nostra. Giungeva dalla Costa d’Avorio, nota per essere l’eldorado africano della mafia siciliana e della Camorra.

Recife-Dakar-Milano solo andata: la nuova rotta della coca sudamericana

[i](Credits: Ansa)[/i]
Domanda: che cosa accomuna il recente sequestro di un camper a Milano e il ritrovamento nel maggio scorso di un aeroplano nel deserto della Mauritania? Risposta: la cocaina e l’Africa. Entrambi i mezzi di trasporto infatti erano stracolmi di polvere bianca proveniente dal Sud America e diretta in Europa via Africa occidentale, ormai considerata la nuova rampa del traffico internazionale di droga.
Meglio andare con ordine. 2 maggio 2007, aeroporto di Nouadhibou (Mauritania). Un Cessna 441 Conquest con a bordo due piloti belgi atterra all’improvviso giustificando “problemi tecnici”. In realtà, dovevano solo scaricare un po’ di merce. E che merce! Insospettita, la polizia aeroportuale decide di fare una verifica, ma non appena si avvicina, il bimotore decolla in fretta e furia lasciando sulla pista 629 kg di cocaina pura. Così le forze dell’ordine mauritane scoprono di avere messo le mani su un bel gruzzolo di polvere bianca del valore complessivo di circa 15 milioni di euro. Poche ore d’indagine conducono all’arresto di sette persone (tra cui due francesi e un marocchino) con l’accusa di “traffico di stupefacenti”. L’inchiesta rivela poi che la coca proveniva dal Venezuela, via Recife, nel nordest del Brasile. Da lì sarebbe partito il bimotore, letteralmente disossato dai suoi “passeggeri” per consentire il caricamento di 33 bidoni contenenti tre tonnellate di carburante in modo tale da assicurare un rifornimento costante durante il tragitto.

Secondo Le Monde, la droga era destinata in Francia. Ma visto la quantità di coca prelevata (l’equivalente del 13% di “polvere bianca” sequestrata in Italia nel 2006), è lecito pensare che la merce fosse destinata anche in altri paesi europei, tra cui la nostra penisola. Guarda caso, ventiquattro ore dopo il sequestro record di Nouadhibou, a Milano vengono arrestate venti persone coinvolte in una rete internazionale di “alto livello criminale”, controllata dalla cosca calabrese Morabito-Bruzzanti-Palamara. L’indagine, iniziata nel 2004, conduce al sequestro di 210 kg di coca “sudamericana” nascosta in un camper proveniente da Dakar, in Senegal. Nouadhibou-Milano, un semplice epifenomeno? “No” risponde dalla capitale senegalese Antonio Mazzitelli, responsabile dell’Ufficio regionale Onu per la lotta contro la droga e il crimine in Africa occidentale e centrale (qui l’intervista). “Tra marzo e aprile sono stati effettuati a Malpensa due sequestri di cocaina su corrieri umani provenienti dall’Africa occidentale”. Le dichiarazioni che confermano quanto scritto nell’ultimo rapporto pubblicato il 1 marzo 2007 dall’Oics, l’organismo internazionale per il controllo di stupefacenti, secondo il quale “il traffico di cocaina è particolarmente preoccupante nel continente africano. Le reti di trafficanti di droga sfruttano la regione come zona di transito per far passare la cocaina in via clandestina”, con lo scopo di alimentare l’Europa dove il consumo di coca è in aumento vertiginoso. Guarda caso “l’Italia” sottolinea l’ultima relazione della Direzione centrale per i servizi antidroga del ministero degli Interni, “viene considerata il secondo paese europeo di consumo della cocaina, dopo la Spagna”. I dati diffusi dallo Unodc parlano di 40,6 kg di coca “africana” sequestrata nel 2006 nei principali aeroporti italiani (come dimostra questa tabella, in .pdf). Il doppio rispetto al 2005, addirittura venti volte tanto quella sequestrata nel 2003. Una crescita impressionante, ma ben lungi dal rispecchiare la reale dimensione del fenomeno. “I dati a disposizione riguardano soltanto quei sequestri compiuti negli aeroporti e che ci sono stati comunicati” sottolinea Mazzitelli.
Quindi? “Quindi mancano all’appello le prese aeroportuali non comunicate allo Unodc, quella parte di merce sfuggita ai controlli della polizia e tutto il traffico marittimo e terrestre”. Non rimane altro che chiudere gli occhi e… tapparsi il naso.

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