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Agazio-Loiero

Regionali 2010: ecco i governatori (del Pd) che rischiano la poltrona

Elettore al voto

Tredici regioni andranno alle urne a marzo per cambiare o confermare governatore. Un test importante anche per l’esecutivo, giunto al suo secondo anno di legislatura e affaticato da un autunno rovente per il premier, tra le pressioni sulla giustizia, i continui strappi di Fini e le richieste della Lega. Panorama.it ha sentito Nicola Piepoli, presidente dell’Istituto Piepoli di sondaggi e collaboratore della voce.info, per capire quali saranno i match decisivi del prossimo turno elettorale. Continua

Il Partito del Sud con ali bipartisan: “Spina nel fianco della politica italiana”

Calderoli e Lombardo

“La questione meridionale sarà una spina nel fianco della politica italiana”. Gianfranco Viesti, assessore tecnico alla regione Puglia della giunta di Nichi Vendola con delega al Sud, non ha dubbi. Nato a Bari 51 anni fa e formatosi alla Bocconi di Milano, Viesti è professore associato di Politiche economiche all’Università di Bari, collaboratore della voce.info. Quest’anno ha pubblicato il libro Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è (Laterza). La sua convinzione? Un paese che vuole crescere non può abbandonare le aree più svantaggiate. Una preoccupazione di molti politici di spicco del Mezzogiorno. Come il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo (leader autonomista dell’Mpa), che ha proposto la nascita di un Partito del Sud alle amministrative del 2010. Un’idea, quella di Lombardo, che trova un consenso bipartisan, da Marcello Dell’Utri e Gianfranco Micciché, nel Pdl, fino ad Antonio Bassolino (governatore della Campania) e Agazio Loiero (presidente della Calabria), nel Pd.

Assessore, di leghe del Sud ne sono sorte a bizzeffe (ultima in ordine di tempo: “Io Sud”, micro partito della senatrice Adriana Poli Bortone che da qualche settimana ha lasciato il gruppo di An per approdare nel misto e collocarsi in semi opposizione al governo e ha debuttato alle recenti elezioni amministrative). Mai nessuna, però, è riuscita ad arrivare a Roma, fatta eccezione del Movimento per l’autonomia di Lombardo, se si può annoverare in tali movimenti. Non è forse destinato al fallimento un progetto del genere?
Invertirei l’ordine del ragionamento: prima occorre individuare i problemi e poi gli strumenti adatti per risolverli. L’Italia è un paese che funziona male, un paese che non cresce, con un basso tasso di occupazione, una rete welfare che tutela solo i maschi capifamiglia. Affrontare questi problemi è indispensabile e farlo vuol dire, soprattutto, affrontare il Sud, che ha gli stessi problemi delle altre regioni italiane, ma con un’intensità maggiore.
Qual è, allora, la differenza maggiore tra il Nord e il Sud del Paese?
La differenza più evidente è che nel Mezzogiorno si hanno peggiori servizi per i cittadini a fronte di un’alta pressione fiscale.
Ma il Sud è veramente dimenticato?
Parliamo di atti concreti: il Governo ha finanziato interventi strutturali in tutto il Paese togliendo 20 miliardi dai fondi che erano destinati allo sviluppo del Mezzogiorno. La vivacità di questa discussione sul Partito del Sud nasce, secondo me, come reazione a questa linea politica del Governo che ha penalizzato un’area in maniera netta. Ma questo non vuol dire che bisogna proporre una politica speculare: oggi si toglie al Sud per dare al Nord, ma è sbagliato anche il contrario.
Le regioni meridionali si sono rette grazie a sostanziosi finanziamenti da Roma. Su cosa potranno contare, se entrerà in vigore il federalismo fiscale chiesto dalla Lega?
Dipende da come sarà scritta la legge sul federalismo nei dettagli. Per come è scritta ora può essere tutto e il suo contrario, ossia può portare a un aspetto positivo del federalismo, più equo e con una maggiore responsabilizzazione dei cittadini delle varie regioni, ma anche a una versione bottegaia del federalismo, attenta più alla distribuzione delle risorse che all’efficienza del sistema. La Lega è il partito della spesa pubblica per i propri territori. Questa linea è sbagliata: una contrapposizione politica basata univocamente sulla contrapposizione tra territori. Ma i grandi paesi, come l’Italia, non crescono se non condividono obiettivi comuni che si raggiungono anche attraverso lo sviluppo di tutte le proprie aree.
Quindi anche lei è contro una maggiore autonomia fiscale delle regioni?
L’autonomia fiscale è già elevata. Accentuarla porterebbe a una maggiore responsabilizzazione sugli utilizzi delle risorse nel Sud, ma c’è anche il rischio di far sorgere forti contrapposizioni all’interno dell’Italia.
Insomma, una Baviera al Nord e una Bulgaria al Sud…
C’è questo rischio. Per questo la proposta del Partito del Sud, da parte di esponenti di spicco del Pdl, mi sembra una reazione di tipo sindacale all’azione del Governo. E anche io come italiano, per esempio, trovo indegno per i cittadini del Centro Nord che la maggior parte della spesa per il terremoto in Abruzzo gravi in gran parte sui cittadini del Sud.
Il partito del Sud piace anche a Bassolino e Loiero. C’è una fronda meridionalista anche nel Pd?
Entrambi gli schieramenti non possono non affrontare i problemi del Sud. Nel Pdl la situazione è più seria perché è il partito di Governo e trovo che la sua azione sia sinceramente antimeridionale. Ma anche nel Pd il problema del Mezzogiorno è stato trascurato per troppo tempo e non potrà essere mai una grande partito nazionale, se non affronterà queste tematiche.
Partito del Sud trasversale, quindi. Un’ulteriore spina nel fianco del Pd?
È il tema stesso e non il partito a essere una spina nel fianco della politica italiana. Il Pd non ha ancora una linea comune su come risolvere i problemi del Sud e fino ad oggi non ho visto sforzi in questa direzione.
Il problema degli investimenti: il Sud è la parte d’Italia che attira meno capitali. Infrastrutture carenti, una burocrazia bizantina e la mafia che strangola gli appalti e chiede il pizzo. Si potrà uscire da questo tunnel?
È il grande tema del Sud e sono ottimista: creare tutte quelle condizioni e le infrastrutture per rendere le imprese competitive e attirare i capitali. Questo non si risolve in due anni, ci vogliono almeno due legislature. E per farlo bisogna anche puntare sulla ricerca, sulla scuola, sul welfare.
Quale potrà essere la ricetta per il rilancio del Mezzogiorno, mantenendo lo schema degli attuali partiti?
Non è essenziale creare dal nulla un nuovo partito per rilanciare il Sud. Serve piuttosto  tornare a fare una politica che abbia al centro le istanze meridionaliste e pensare al futuro dell’Italia intera, a come sarà fra vent’anni. Lo si faceva negli anni cinquanta e sessanta, mentre oggi si fa una politica a breve termine.

In Calabria lo scandalo degli ospedali ad personam

Lo scandalo degli ospedali ad personam

Anche la scorsa settimana non è stata troppo disagevole per i chirurghi dell’ospedale di Oppido Mamertina, 5.484 abitanti alle pendici dell’Aspromonte. Una banale operazione per rimuovere un’ernia, il martedì. Poi normale amministrazione: un buffetto sulla guancia ai malati, due chiacchiere con i colleghi nei lunghi e deserti corridoi, qualche controllo di routine. Dopo mesi di duro lavoro, una settimana per tirare il fiato? Non esattamente: qui l’inattività è ormai endemica. Nel 2008, per dirne una, gli interventi con un ricovero di mezza giornata sono stati 53. A fare due calcoli, la media è sconcertante: un’operazione a settimana, weekend esclusi. Perfettamente in linea con le medie di questa stagione.
L’ospedale di Oppido Mamertina compendia perfettamente lo sfascio della sanità calabra. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, qualche giorno fa ha ragguagliato: “Due miliardi di debiti”, “servizi inadeguati”, “pessima gestione”. Lo spauracchio imminente, ha aggiunto, è il commissariamento.
Decisione già presa nell’azienda sanitaria della provincia di Reggio Calabria, l’Asp 5, sciolta per infiltrazioni mafiosa meno di un anno fa. Adesso è guidata da Massimo Cetola, 61 anni, un passato da vicecomandante generale dell’Arma dei carabinieri. “Bisogna mettere mano a tutto: abbiamo trovato una situazione disastrosa” spiega con risolutezza militare. “Un debito mastodontico che ancora non riusciamo a quantificare con precisione, ma che si aggira attorno al mezzo miliardo di euro”.
Come si è arrivati a questa situazione? Semplice, trasformando la sanità in un ricettacolo di sprechi di ogni genere, fomentati da interessi personali e politici. Un sistema in cui la cosa pubblica è diventata cosa privata. L’elenco è lungo: gestione contabile truffaldina e scriteriata, bustarelle per avere una pensione di invalidità, fannullonismo dilagante, guardie mediche inutili. E ospedali fantasma.
Come alcuni tra quelli che affollano la piana di Gioia Tauro. Poco distanti l’uno dall’altro, hanno in apparenza forte penuria di posti letto: 18 a Taurianova, 20 a Palmi, altrettanti a Oppido Mamertina. Ma hanno una media strabiliante di dipendenti per degente: sei. A cui si contrappongono servizi eufemisticamente approssimativi. Come testimonia la storia, successa lo scorso anno, di Flavio Scutellà, 12 anni: cade dall’altalena, batte la testa sul selciato e comincia a girare in ambulanza per tutte e sette le strutture della piana. Nessuno riesce a intervenire sul suo ematoma, che intanto si allarga. Nove ore dopo l’incidente Scutellà muore a Reggio Calabria, ottava tappa del vergognoso pellegrinaggio.

Ospedali fantasma: potrebbe sembrare un titolo a effetto. Invece in questo caso vale il contrario: la realtà supera l’immaginazione. Basta fare un giro nello scrostato casermone color crema di Oppido Mamertina in un giorno infrasettimanale, poco prima dell’ora di pranzo, quando dovrebbe pullulare di persone. Nel semideserto corridoio al primo piano c’è la chirurgia. Vicino a una finestra, due uomini in camice bianco parlottano annoiati: “In effetti non c’è molto da fare” si lascia andare il medico. “L’anestesista c’è solo per sei ore a settimana. Si fa qualche interventino: una fistola, una cisti, poco altro”.
Anche negli altri reparti non si lavora come dannati. I laboratori totalizzano 90 mila esami all’anno. Sono pochi? Peggio: sono pochissimi. Il Lazio, per esempio, ha stabilito che quelli che ne eseguono meno di 750 mila dovranno chiudere.
Le conclusioni le tira il direttore sanitario dell’Asp 5, Enzo Rupeni, un garbato trevigiano mandato in Calabria con l’arduo compito di frantumare clientele e sperperi: “Tenere aperto un ospedale del genere è ridicolo. Abbiamo proposto di riconvertirlo, ma le popolazioni locali si sono opposte fermamente, spalleggiate da politici di ogni parte”.
Del resto si tratta di battaglie elettorali molto remunerative: tutti vogliono il reparto sotto casa e per questo sono pronti a dare voti al capopopolo di turno. “Bisogna uscire dalla logica per cui chiudere equivale a ledere il diritto alla salute” dice Rupeni. “Strutture così piccole sono pericolose, ancor prima che inefficienti”.
A 15 chilometri da Oppido c’è un altro ospedale piccolissimo: quello di Taurianova. Anche qui una visita è chiarificatrice. Primo pomeriggio: stanze chiuse, silenzio irreale, nessuno in giro. Il giovane infermiere della guardia medica distoglie per un attimo gli occhi dal televisore: “Gli uffici chiudono alle 2″ informa. “E di pomeriggio restano non più di tre medici”. Eppure, ci sono 107 dipendenti: 6 per potenziale ricoverato.
Il record del rapporto tra dipendenti e posti letto va però a Palmi: 20 per 143 lavoratori, tra cui 32 dirigenti. Anche qui serpeggia desolazione: tutte le poltroncine marroni per le attese sono vuote. Ma a sentire parlare di inefficienza Vincenzo Rondanini, primario di nefrologia, si accalora: “In vent’anni hanno chiuso 13 reparti. Ci hanno affossato i politici, avvantaggiando i paesi vicini. A Palmi gente influente non ce n’è mai stata”. I soldi però si sono continuati a spendere: gli ultimi 20 mila euro in due sale operatorie mai utilizzate.
Di chiudere i piccoli ospedali della piana si discute da tempo. A dicembre del 2007 fu l’allora ministro della Salute, Livia Turco, ad annunciare austerità. Non è cambiato niente. Anche i tentativi della commissione incontrano pervicaci resistenze: “E purtroppo i nostri poteri sono straordinari solo a parole” sostiene il generale Cetola. “La sensazione è che molti aspettino la scadenza del mandato per riprendere la solita piega”.
A perpetrare cioè quegli sprechi ben sintetizzati dalla proliferazione delle guardie mediche. Nella piana ci sono un dottore ogni 1.700 abitanti, il triplo della media nazionale, e 23 ambulatori, il doppio di quanti ne servano. Per la commissione non ne occorrono più di 11. Cinque presidi sono stati soppressi lo scorso giugno: ad Anoia, Melicuccà, Feroleto della Chiesa e Terranova. Chiuso anche quello di Serrata, 928 abitanti, che distava solo 2 chilometri da Maropati, 1.737 residenti.
Moltissimo però resta da fare. Nella guardia medica di Cosoleto, 951 abitanti, lavorano a rotazione quattro medici. E Varapodio, poco più di 2 mila anime, è una struttura fondamentale per la sanità della zona? Non proprio: l’ospedale di Oppido Mamertina dista solo 3 chilometri.
A Roccaforte del Greco, 666 abitanti, gli ispettori hanno voluto controllare di persona la produttività. Aperto il registro, hanno trasecolato: i medici avevano fatto due misurazioni della pressione in mezza giornata.
Gente infaticabile come gli infermieri della chirurgia di Gioia Tauro. Negli ultimi due mesi 11 su 22 hanno presentato certificati medici che li impossibilitavano al lavoro, per un totale di 251 giorni di infermità.
A Melito Porto Salvo, invece, le malattie colpiscono durevolmente e senza guardare in faccia nessuno: il 35 per cento dei dipendenti ha cicliche inidoneità fisiche: mal di schiena, allergie al sangue, depressione. Stati clinici che li costringono a lavori d’uffico invece che a turni di notte o in sala operatoria.
In una parola: situazione sconfortante. Così come lo sguardo del bracciante Salvatore Maurici, 58 anni, seduto nella sala d’attesa al secondo piano dell’ospedale di Palmi. Fuori è buio, il corridoio è tetro e, come sempre, non c’è nessuno con cui parlare. Capita sempre così. Lui lo sa bene, dato che per tre giorni alla settimana accompagna il padre a fare la dialisi: “Se qui non c’è mai nessuno, un motivo ci sarà. Del resto, lo sanno tutti qual è il miglior reparto della zona: l’aereo che parte da Reggio Calabria e atterra a Roma”.

Veltroni-Bearzot si appella a Berlusconi: “Garantire lealtà alla Costituzione”

Il leader del Pd Walter Veltroni durante il suo comizio | Ansa
Prima - da affezionato delle figurine Panini - prospetta una rimonta stile Nazionale di calcio ai mondiali del ‘82 (quelli vinti in Spagna). Poi annuncia di aver scritto al “il principale esponente dello schieramento a me avverso” (poi abbreviato in “il principale esponente”), per chiedere di “dare garanzie di lealtà ai cittadini”.
Passa da qui il viaggio calabrese di Walter Veltroni, in una regione che dal loft di Piazza Sant’Anastasia dichiarano, ottimisticamente, in bilico. La regione (in cui nel 2006 - consultazione con affluenza record del 74% - l’Unione prodiana strappò il premio) mette in palio dieci senatori, sei al partito vincente, quattro a quello che perde. Ancora una volta, se Udc e Sinistra riescono a superare la fatidica soglia dell’8 per cento strappano seggi ai due partiti più grandi e “disturbano” quello che Berlusconi e Veltroni definiscono voto utile. In un caso o nell’altro la Calabria può fare una differenza di due-tre senatori, la maggioranza risicata con cui Prodi ha provato a governare per un anno e otto mesi.
E allora, vai col parallelismo fatto da Walter col calcio: “Noi siamo” ha sostenuto il candidato premier Pd “un po’ come quella Nazionale. Nessuno pensava che ce la potessimo fare, poi abbiamo vinto con l’Argentina, il Brasile e la Polonia. E il 13 aprile c’è la finale e dobbiamo vincerla tutti insieme”. Un’immissione di ottimismo nel motore un po’ stanco dei democratici che in molti danno in folle: la rimonta nei confronti del Pdl sembra si stia fermando: il Partito Democratico - stando alle voci raccolte nel quartier generale di Veltroni - non è riuscito a conquistare la maggioranza degli indecisi, che fisiologicamente è in costante calo. L’ex primo cittadino della capitale, salvo colpi di scena, appare rassegnato a una sconfitta onorevole, con la possibilità non da escludere di un pareggio al Senato. E allora ecco la seconda mossa: scrivere a Berlusconi chiedendogli di stringere un patto.
Sulle riforme o sul governo? Né l’uno né l’altro. L’accordo è sulle “garanzie da dare ai cittadini”. Così almeno recita la lettera: “Caro Berlusconi, mi rivolgo a lei perché penso si debba condividere, da italiani prima ancora che da candidati alla guida del Paese, una sincera preoccupazione, resa tale da recenti atti e dichiarazioni politiche. E perché credo sia giusto e doveroso assumere, di fronte al popolo italiano, a tutti i cittadini, un impegno di chiarezza su alcune grandi questioni di principio, questioni che chiamerei di lealtà repubblicana”. Quali siano le questioni, lo rivela detto l’ex sindaco a Cosenza: “Da parte mia gli ho dato la garanzia di lealtà repubblicana che si basa su quattro punti: tutela dell’unità dello Stato italiano; rifiuto di ogni forma di violenza praticata o dichiarata; fedeltà alla Costituzione repubblicana; fedeltà alla bandiera tricolore e all’inno di Mameli. Ciascun candidato” ha detto ancora Veltroni “prenda l’impegno solenne su questi quattro punti a nome della sua coalizione”.
Di fair play, invece, Veltroni aveva già parlato in mattinata. Sia per dire che: “Se vinceremo la presidenza di una delle Camere andrà all’opposizione, così come la presidenza della commissione di controllo. Le riforme le faremo insieme. Lo facciamo perché vogliamo un Paese unito, perché l’Italia deve crescere”. Sia per rispondere, indirettamente, alle accuse: “Ogni giorno vengo coperto di contumelie, ma più loro attaccano e più io non rispondo e questo li fa impazzire”.
Arrivando a Crotone il giorno dopo la maxioperazione condotta dalla Polizia contro le principali cosche della zona, Veltroni rilancia con forza il suo monito alle cosche: “Decidete di votare per chi volete ma non votate per il Pd perché noi la mafia la vogliamo annientare”. “Nei giorni scorsi - ha aggiunto - avevo invitato anche gli altri leader politici a ripetere questa semplice frase, ma ciò non è avvenuto. Forse può sembrare molto ambiziosa o idealista, ma il mondo si è sempre mosso quando è partita una grande idealità”
Parlando nella regione con il più alto tasso di disoccupazione del Paese, Veltroni è tornato poi a parlare di precariato definendolo “la più grave e inaccettabile ingiustizia del Paese. Se vinceremo alla prima riunione del Consiglio dei ministri vareremo il compenso minimo legale per garantire che uno stipendio non sia inferiore ai 1.000-1.100 euro”. Infine il leader del Pd ha espresso la sua solidarietà ai magistrati dopo l’operazione nei confronti di presunti appartenenti a clan mafiosi. “Non vogliamo i voti dei mafiosi, perché vogliamo distruggere la camorra, la mafia, la ‘ndrangheta e la Sacra Corona Unita. Dico questo con orgoglio a Crotone dopo il colpo inferto alla criminalità da quei magistrati a cui va la nostra solidarietà, verso i quali si stavano preparando attentati”.

Why Not, tutti gli uomini (e i finanziatori) del presidente


L’inchiesta Why Not della Procura Generale di Catanzaro si sta concentrando sempre di più sulle campagne elettorali delle regionali del 2005 e delle politiche del 2006 e sulla ”rete” di personaggi che avrebbe garantito i successi del centrosinistra di Romano Prodi. Lo rivela l’inchiesta di Panorama, da domani in edicola.
Tra le carte sequestrate al presidente della Regione Calabria Agazio Loiero, accusato di corruzione, ci sarebbe anche un elenco di somme di denaro e relativi donatori che il governatore dovrà giustificare ai pm nei prossimi giorni. Intanto, i flussi di soldi riconducibili alla rete portano sempre più decisamente verso la Repubblica di San Marino. Gli investigatori stanno cercando conferma alle testimonianze che raccontano di scambi di fatturazioni sospette tra alcune società sotto indagine (per esempio la Met Sviluppo) e la Pragmata di Piero Scarpellini, vecchio amico di Prodi e consulente non pagato di Palazzo Chigi per le questioni africane.
Presto - annuncia l’articolo - dovrà essere ascoltato l’amministratore unico della Pragmata, Claudia Mularoni. Secondo quanto rivela Panorama, però, a interessare gli investigatori non sarebbe solo la Pragmata srl, fondata nel 2000, ma anche la meno pubblicizzata gemella Pragmata sa (società anonima, di cui non è possibile conoscere i soci), costituita nel 1995 da una costola della Nomisma, centro ricerche fondato da Prodi. La Pragmata sa nel 2005 ha cambiato nome ed è diventata la Perspective.
Gli inquirenti sono interessati anche agli affari della Teresys foundation, ideata da Scarpellini, e dal Laboratorio democratico europeo il cui presidente è il deputato Sandro Gozi e nel cui comitato esecutivo c’è proprio Mularoni.
LEGGI ANCHE: Il dossier sull’inchiesta

Loiero e l’inchiesta Why Not: perquisito, attacca i giudici calabresi

Il presidente per l'Unione della Regione Calabria, Agazio Loiero | Ansa
Anche senza Luigi De Magistris, il pm finito nel mirino del Csm come il giudice per le indagini preliminari Clementina Forleo, l’inchiesta Why not che lui aveva avviato a Catanzaro e che ha coinvolto anche Romano Prodi e Clemente Mastella, va avanti. E continua a riservare sorprese.
Stamattina sono state perquisite case e uffici di Agazio Loiero, il presidente della Regione Calabria, a Catanzaro, Roma, Staletti e Reggio Calabria.
Nella sede del consiglio regionale è stato perquisito l’ufficio di Eugenio Ripepe, capo struttura del capo gabinetto del Presidente e stretto collaboratore di Loiero. Nel decreto di perquisizione, una decina di pagine in tutto, firmato dai magistrati Alfredo Garbati e Pierpaolo Bruni, le ipotesi di reato avanzate sono corruzione elettorale (reato tra l’altro che sarebbe già prescritto) e corruzione semplice e si farebbe riferimento a finanziamenti dati alla campagna elettorale da Antonio Saladino (ed in tal senso si spiega il ruolo di Ripepe, che collaborava all’epoca delle elezioni regionali del 2005 nella struttura del candidato presidente margheritino).

Loiero non ci sta e attacca. Il governatore della Calabria, che si trova da ieri a Roma per impegni istituzionali, ha diffuso una nota in cui scrive che “a parte il trauma di vedere i militari frugare tra le mie cose più intime in maniera generalizzata (hanno preso di tutto senza un mandato o una direttiva precisa), non riesco a perdere la serenità. Convinto come sono che emergerà la mia totale estraneità ai fatti che mi vengono contestati”. “Fatti vaghi: si fa riferimento a presunti finanziamenti che avrei ottenuto durante la campagna elettorale del 2005 in cambio di favori. Ma nel capo d’imputazione di quei favori non c’è alcuna traccia. C’è semmai prova del contrario: nelle intercettazioni telefoniche di Saladino lo stesso lamenta proprio l’atteggiamento estremamente rigido che io avevo assunto nei confronti dei giovani di Why Not. Mi sembra quindi chiaro che le perquisizioni di oggi solo in apparenza sono finalizzate a trovare prove degli assunti favori, mentre nella sostanza è evidente che hanno lo scopo di mettere sotto la lente di ingrandimento la mia intera attività politica”.

Non basta: ”D’altra parte capisco che i magistrati di Catanzaro che mi hanno indagato, Pierpaolo Bruni e Alfredo Garbati, non potevano che agire così: non potevano cioé che essere più realisti del re. Basti ricordare che l’ex pm De Magistris, inizialmente titolare dell’inchiesta, ha denunciato presso la Procura di Salerno i seguenti magistrati: l’avvocato generale dello Stato Dolcino Favi, che ha avocato l’indagine; il precedente procuratore generale della Corte d’appello di Catanzaro, dott. Pudia; l’ex procuratore della Repubblica di Catanzaro e quello attuale, Lombardi e Murone; il presidente del Tribunale della libertà, Rinardo; il sostituto procuratore generale della Corte d’appello, D’Amico; l’ex presidente di sezione della Corte d’appello, Baudi, nonché diversi appartenenti alle forze dell’ordine. Insomma nel palazzo di giustizia di Catanzaro il clima è tutt’altro che sereno e purtroppo per me chi oggi ha in mano il procedimento non può che essere condizionato di riflesso da questo clima. A questo punto però mi auguro fortemente che l’esito della perquisizione, certamente per me positivo, segni l’ultimo passaggio di quest’inchiesta”.
”Infine - conclude Loiero - una riflessione: sono già stato indagato da De Magistris in un’altra inchiesta per la quale lo stesso magistrato mi aveva assicurato in presenza del suo procuratore capo e del mio avvocato che avrebbe chiuso le indagini nel giro di quindici giorni. In verità la chiusura è avvenuta dopo un anno circa e con la richiesta di rinvio a giudizio. Lungo questo interminabile arco di tempo sono stato demonizzato da più parti da figure istituzionali ma anche da imputati di omicidio e furfanti vari. Con riflessi inimmaginabili sulla Regione. Quando un giorno, spero non lontano, risulterò anni luce lontano dagli addebiti che mi si attribuiscono, chi mi potrà mai risarcire e chi soprattutto risarcirà la mia difficile regione?”

L’inchiesta che era stata avviata da De Magistris ruota attorno alla figura dell’imprenditore Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria. Per ricostruire il percorso seguito dai finanziamenti che sarebbero stati utilizzati illecitamente, sono state affidate una serie di perizie contabili. Si sta provvedendo, inoltre, ad un esame approfondito del voluminoso fascicolo processuale, che vede una quarantina di persone iscritte nel registro degli indagati. Per il lavoro di segreteria collegato all’esame del fascicolo è stata applicata alla Procura generale un’impiegata della Procura della Repubblica che in passato, tra l’altro, aveva collaborato col pm Luigi De Magistris.

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Voto di scambio e non solo: il verbale più caldo di De Magistris

Il pm Luigi De Magistris
Un verbale lungo 43 pagine destinato a far discutere. L’11 ottobre Giuseppe Tursi Prato, 53 anni, ex politico condannato per concorso in associazione mafiosa e corruzione, è stato ascoltato a Catanzaro, su sua richiesta, come “persona informata sui fatti” dal pm Luigi De Magistris. A cui ha consegnato anche un memoriale di sette pagine scritte al computer e ha parlato di agenzie di lavoro interinale, voto di scambio, Compagnia delle Opere, rapporti tra politica, imprenditori e magistratura. Il 22 ottobre avrebbe dovuto essere risentito, ma l’incontro è stato annullato dopo che il fascicolo dell’indagine “Why not” è stato tolto al pm dal procuratore generale Dolcino Favi (su cui nel 1989 il vicepremier Francesco Rutelli aveva presentato alla Camera un’interrogazione parlamentare molto dura, qui in .pdf, come ha segnalato un lettore di Panorama.it). Che cosa ha detto il testimone? Nel ricostruire la presunta rete di rapporti dell’imprenditore Antonio Saladino, il principale indagato dell’inchiesta, ha chiamato in causa numerosi politici: il presidente del consiglio Romano Prodi, il ministro della Giustizia Clemente Mastella, il presidente della Regione Calabria Agazio Loiero, i consiglieri regionali Pino Gentile e Franco Morelli. Per De Magistris sono accuse da verificare con attenzione, per altri le parole di un collaboratore poco affidabile (come rivela Panorama da domani in edicola).
Ma ecco che cosa ha detto Tursi Prato a De Magistris: IL VERBALE INTEGRALE DELL’INTERROGATORIO in .pdf

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Pd: spartizione romana per i capi regionali. Ma non doveva nascere dal basso?


Si avvicina il termine - il 12 settembre - per le candidature dei segretari regionali del Partito democratico e la notizia è che Ciriaco De Mita rinuncia alla Campania. Però, dice l’ex segretario della Balena Bianca “indicherà il nome giusto”. Circola (non è uno scherzo) anche quello di Pippo Baudo, che tuttavia è siciliano.

In realtà più che di candidature dovremmo parlare di nomine, visto che la spartizione regionale viene in queste ore discussa tra Walter Veltroni, Piero Fassino e Francesco Rutelli, cioè il supercandidato alla segreteria nazionale e i suoi due maggiori sponsor. La faccenda risulta un po’ discutibile perfino ad uno come Massimo D’Alema, che ammonisce: “Non facciamoci del male”. Invece Walter, come nel suo stile, invita a una “mappa della concordia” assieme ai suoi concorrenti, Rosy Bindi ed Enrico Letta.

Comunque il mappone sta faticosamente prendendo forma. In Campania, visto che si tratta di un nodo manco a dirlo spinoso, la Bindi ha una propria candidata, Anna Maria Carloni, senatrice Ds e moglie del governatore Antonio Bassolino. La Carloni potrebbe “convergere” su un veltroniano: il nome è quello dell’europarlamentare Alfonso Adria, non si sa se gradito a De Mita, ma comunque, assicurano “storico avversario del sindaco di Salerno Vincenzo De Lucia”, un diessino a sua volta storico avversario di Bassolino.

In Lombradia Bindi e Letta si sono alleati per sostenere il ds Maurizio Martina, mentre Veltroni vorrebbe Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano. In Puglia Walter candida Michele Emiliano, sindaco di Bari ed ex magistrato antisbarchi. Nel Lazio c’è Nicola Zingaretti, segretario regionale Ds e fedelissimo di Goffredo Bettini, la longa manus di Veltroni. Se Zingaretti non passa nasce un caso nazionale. Il Piemonte dovrebbe andare a un rutelliano, si chiama Gianluca Susta. In Emilia, invece, c’è guerra: Antonio La Forgia, vecchia gloria parlamentare, ex Pds oggi Dl ma bindiano, minaccia di scendere in campo contro Salvatore Caronna, descritto come “uomo di Veltroni ma anche di Letta”. Sponsor della discesa sarebbe Arturo Parisi, un fedelissimo di Prodi. Tanto per dire della concordia che regna tra i genitori e padri nobili del Pd in attesa che il bebè venga alla luce. In Calabria vuole assolutamente correre Marco Minniti, fedelissimo di D’Alema. Contro di lui Eva Catizzone, in rotta con i Ds per vicende personali, sindaco di Cosenza e fedelissima invece di Agazio Loiero, presidente della regione, eletto dai rutelliani ma poi in polemica con Rutelli e dunque divenuto bindiano. La Sicilia è troppo complicata per spiegarla. I sardi, infine, si fanno anche loro la guerra. Il governatore Renato Soru aveva giurato fedeltà a Veltroni sicuro della nomina. Ma Ds e Margherita locali sostengono Antonello Cabras: Soru, per ora, ha il sostegno un po’ paradossale degli antiveltroniani, cioè di Bindi e Letta, mentre Veltroni si chiama fuori.

Naturalmente questo organigramma è un work in progress. Oltre ai tre candidati ci stanno lavorando un po’ tutti, a cominciare dall’attivissimo presidente del Senato, Franco Marini..

L’unica regione che ha deciso di ribellarsi al risiko deciso nelle stanze romane è il Trentino: loro il segretario regionale vogliono eleggerselo da soli, e dopo quello nazionale. Sono o non sono una regione autonoma? Il Trentino, se terrà il punto, disvela però una cosa abbastanza evidente: se il Pd doveva essere una forza nuova, un partito nato dal basso, insomma qualcosa mai visto nella politica italiana (promessa di Veltroni al Lingotto), beh, siamo un po’ lontani.

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