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Nessun indulto, niente amnistia.
Per dare dignità a chi deve scontare una pena in carcere occorrono nuovi istituti penitenziari e duemila agenti in più. A ribadirlo è stato lo stesso Guardasigilli, Angelino Alfano, illustrando il nuovo piano carceri varato dal Consiglio dei Ministri. Continua
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Il progetto non è ancora nero su bianco ma sotto traccia gli schieramenti cominciano a prendere posizione. Da qualche mese il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, insiste sulla riforma della pubblica sicurezza, una revisione completa della legge 121 del 1981 che smilitarizzò la Polizia e che tuttora regola il coordinamento delle forze dell’ordine. “Attualizzarla, non stravolgerla” dice Maroni. Il suo sogno, mai espresso apertamente ma neanche smentito, è trasferire in futuro i Carabinieri dalla Difesa al Viminale, da cui già oggi dipendono per le funzioni di ordine pubblico.
L’obiettivo raggiungibile concretamente, per ora, è un coordinamento che eviti sprechi e garantisca più sicurezza alla cittadinanza. Comunque vada, sarà una rivoluzione. E Maroni ha anche indicato i tempi della riforma: due anni, cioè entro il trentennale della legge 121 che ricorrerà nel 2011. Un impegno che non sarà facile realizzare.
Il capo della Polizia, Antonio Manganelli, sta già lavorando a un progetto che rimoduli “le articolazioni territoriali delle forze di polizia a carattere generale”, Ps e Carabinieri, come lo stesso Maroni annunciò il 13 gennaio in Senato. Un lavoro lungo e diplomatico che al momento non prevede lo spostamento dell’Arma sotto il Viminale ma cerca di individuare il modo migliore per razionalizzare quanto esiste.
Certo non fu per caso che in gennaio Maroni inviò in Francia due dirigenti del suo ministero per studiare la “rivoluzione francese” attuata da Nicolas Sarkozy: lo spostamento della Gendarmeria, equivalente all’Arma dei carabinieri, alle dipendenze del ministero dell’Interno. Il gendarme resta militare pur prendendo ordini dal prefetto. Oltralpe, però, le sovrapposizioni italiane non ci sono, perché ai gendarmi sono affidati i centri minori e alla polizia le grandi città : proprio uno degli obiettivi del progetto redatto nel 1997 dall’allora sottosegretario all’Interno Giannicola Sinisi.
Idea irrealizzabile secondo Marco Minniti, responsabile del dipartimento sicurezza del Pd ed ex viceministro dell’Interno: “La divisione territoriale non è praticabile, sconvolgerebbe l’Italia” dice a Panorama. “Invece una rivisitazione profonda della legge 121 è indispensabile. Abbiamo cinque forze di polizia più quelle regionali, provinciali e locali. Così come nella legislatura guidata dal centrosinistra varammo con il centrodestra una riforma che pareva impossibile come quella dei servizi segreti, oggi possiamo arrivare a un risultato condiviso”.
Nell’audizione dinanzi alla commissione Antimafia del 2 aprile Maroni espose con chiarezza le sue preoccupazioni. Nei prossimi cinque anni diverse migliaia di poliziotti e carabinieri andranno in pensione e già oggi tutte le forze dell’ordine lamentano una carenza complessiva di circa 23 mila uomini. Anche se nel 2009 saranno arruolati 2.800 poliziotti e carabinieri, secondo il ministro sarà impossibile assumerne altri 20 mila nei prossimi 4 o 5 anni. E dunque va rivisto “il modello organizzativo che vede una sorta di competizione sul territorio” tra Ps e Arma, spesso causa di “diseconomie che devono essere superate”.
Impresa complicata, se solo si pensa che l’Italia è da tempo sottoposta a una procedura d’infrazione da parte dell’Ue per non avere ancora organizzato il 112 come numero unico per le emergenze: resta uno dei cinque centralini esistenti, mentre da anni è il numero unico d’emergenza in tutta Europa. E sembra altrettanto difficile unificare le sale operative, nonostante gli esperimenti positivi di centrali interconnesse come quelle di Trieste (dove una richiesta d’aiuto viene girata a chi è più vicino, compresi i vigili urbani) e di Rovigo.
Maroni sa che dovrà scontrarsi con interessi e abitudini consolidati, tuttavia non nasconde di avere studiato i modelli organizzativi di tutti i paesi europei che “vanno nel senso di una concentrazione delle forze di polizia, di un coordinamento stretto, dell’eliminazione di corpi esistenti per prevedere un sistema omogeneo e che funzioni”. Lo disse in maggio al forum delle polizie locali a Riva del Garda. Proprio la riforma delle polizie locali è considerata dal governo il passo successivo al decreto sicurezza già approvato, e su di essa concordano tutti, dal Pd al Pdl.
Nella maggioranza l’anima di An, storicamente vicina ai carabinieri, alza le antenne quando teme qualcosa di simile a un ridimensionamento dei loro poteri. A cominciare dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che nel difendere i “suoi” carabinieri insiste anche lui sull’abbattimento dei costi e sul migliore coordinamento. “Le funzioni dell’Arma, che compirà 200 anni nel 2014, non si toccano” premette Filippo Ascierto, deputato di lungo corso, membro della commissione Difesa e maresciallo dei carabinieri, però “razionalizzare ed eliminare le sovrapposizioni è indispensabile”.
Recupero di efficienza e risparmi sono possibili perché secondo il ministro dell’Interno “non è più possibile avere presidi sul territorio che alle 8 di sera chiudono per carenza di personale”. Non è casuale il riferimento alle stazioni dei carabinieri, struttura decisiva nel controllo del territorio che va rafforzata anche secondo Filippo Saltamartini (Pdl), vicequestore aggiunto della Polizia e oggi senatore membro dell’Antimafia.
Raggiungere un migliore coordinamento significa anche definire un punto di mediazione. Ci sono zone con Polizia, Carabinieri e Finanza e altre prive di controllo: in molte aree toccherà probabilmente all’Arma riorganizzarsi, quasi come una doverosa disponibilità dopo avere ottenuto l’autonomia dall’Esercito diventando la quarta forza armata.
Nello stesso tempo gli ufficiali dei Carabinieri potrebbero essere destinati agli stessi incarichi dei prefetti senza per questo rinunciare alla carriera militare. “Un loro maggiore coinvolgimento ai vertici dell’ordine pubblico potrebbe essere un giusto riconoscimento” riflette ancora Minniti. “Perché non pensare in futuro a un carabiniere capo della Criminalpol?”.
Ipotesi, naturalmente. Certo che dal centrosinistra arrivano messaggi che incoraggiano Maroni ad andare avanti, tanto da far proporre a Minniti “un piano straordinario di controllo del territorio anche per decreto legge”. Come ha detto Maroni, ci sono tante idee e proposte diverse. Tra non molto arriverà il momento della sintesi.
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Torino calda. Torino nell’occhio del ciclone. Torino di nuovo sede di scontri e contestazioni, pesanti e violente. A 48 ore dai tafferugli alla manifestazione Fiom sulla Fiat, in cui è stato coinvolto anche il leader dei metalmeccanici Gianni Rinaldini, centinaia di studenti assediano il Castello del Valentino, sede della facoltà di Architettura, dove è in corso il vertice sull’istruzione superiore alla presenza di 40 rettori. I giovani hanno tirato uova e lacrimogeni contro gli agenti, rovesciato cassonetti della spazzatura e bloccato il traffico; la polizia ha risposto con cariche di alleggerimento.
Sono dunque tornati a farsi sentire ragazzi dell’Onda. La protesta si accende di prima mattina davanti al Facoltà di Architettura. In centinaia bloccano la circolazione in corso Massimo D’Azeglio stendendo dei fili tra i semafori, improvvisano sit-in agli incroci. In tutto il centro il traffico diventa caotico. Gli studenti hanno esposto uno striscione con la scritta “A Torino c’è Profumo di marcio”, che fa riferimento al rettore del Poliltecnico, Francesco Profumo, tra gli organizzatori del G8 sull’università .
Gli studenti hanno poi rimosso il blocco davanti alla stazione ferroviaria di Porta Nuova. Urlano slogan contro il G8: “Chiudono l’università , noi ce la riprendiamo”, oppure, il solito: “Noi la crisi non la paghiamo”. Alcuni giovani si coprono il volto con i capucci, tra loro diversi studenti stranieri: soprattutto francesi, inglesi e greci.
La situazione è tesa, le forze dell’ordine hanno fatto alcune “cariche di alleggerimento” per allontanare i manifestanti da corso Marconi. Sono volate manganellate, mentre i giovani hanno tirato uova contro polizia e carabinieri. Gli studenti, ricacciati indietro all’interno del quartiere San Salvario, hanno rovesciato i cassonetti dell’immondizia, bloccando così la circolazione anche nella vicina via Madama Cristina. Per paura molti negozianti hanno chiuso le saracinesche dei negozi. Quattro ragazzi sono stati fermati dalle forze dell’ordine per essere identificati. Gli studenti dell’Onda hanno dato vita ad un corteo spontaneo di protesta in via Madama Cristina. I manifestanti chiedono anche che vengano rilasciati i quattro giovani che sono stati fermati dalle forze dell’ordine per essere identificati dopo le cariche. Secondo indiscrezioni non confermate, tra loro ci sarebbero tre persone di origine straniera.
Intanto, nelle sale del Castello del Valentino, prosegue il summit dei rettori. Sono 40 e provengono da 19 paesi del mondo. Si sono riuniti a Torino per confrontarsi sui temi dell’economia, dell’etica, dell’ecologia e dell’energia. A presiedere i lavori di ciascuna sessione saranno Mario Monti per l’economia, Pei Gang per l’etica, James Barber per l’energia e Kwabena Akyeampong per l’ecologia. I lavori si concluderanno con la dichiarazione finale che sarà sottoscritta domani e consegnata alla presidenza del Consiglio dei ministri in vista del G8 dei capi di Stato che si riunirà a luglio all’Aquila.
Già alla vigilia del meeting la ribalta se la sono presa gli studenti - qualche centinaio, accompagnati da giovani dei centri sociali - prima con un tam tam in rete per richiamare studenti nel capoluogo piemontese. E poi con un pittoresco corteo che ha attraversato il centro, la “Marcia della degna rabbia”, come l’hanno chiamata i ragazzi del “Cantiere Altro Sviluppo”, organizzatori del programma contro il G8. Le forze di polizia hanno comunque da tempo pianificato un servizio d’ordine accurato e con personale in abbondanza. A poche centinaia di metri dalla Mole Antonelliana, c’è Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, chiuso dal rettore Ezio Pelizzetti, al quale è stata assegnata temporaneamente una scorta. Una decisione, quella di chiudere Palazzo Nuovo, contestata dagli studenti che venerdì scorso avevano bloccato, per ritorsione, alcune uscite del rettorato. Il quartiere generale del “controG8″ si è spostato qualche decina di metri più in là , al palazzetto Aldo Moro, dove studenti e giovani dei centri sociali hanno dato vita a concerti, incontri e dibattiti.
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Ventiquattro vigili urbani ogni diecimila residenti a Milano, contro i nove di Reggio Calabria e Perugia. Roma (la più buia insieme a Napoli) è invece la città che alla voce sicurezza ha speso di più, con oltre 125 euro per abitante. Quelle che spendono meno (30 euro pro capite) sono Catanzaro, Sassari e Potenza. Brescia è la più illuminata mentre Bologna la più multata d’Italia, il triplo delle sanzioni a livello nazionale.
Questi i numeri, in sintesi, contenuti nell’analisi sulla sicurezza in 26 Comuni d’Italia (per un totale di 11 milioni di italiani) fatta dal Politecnico di Milano (tra ottobre e dicembre 2008) per conto della Fondazione Civicum. A confronto la posizione della sicurezza tra le priorità politiche delle amministrazioni, il livello di presidio del territorio, l’efficienza e la produttività nell’uso delle risorse. Solo per le grandi città , è stato possibile anche un confronto sul livello di criminalità .
Mediamente, i comuni analizzati spendono 71euro per la sicurezza di ciascun residente. La città che ha speso di più in materia è stata Roma, con oltre 125euro per residente; molto di più di quanto non abbiano fatto altre grandi città (Milano, Torino e Firenze, che seguono Roma nella graduatoria, si attestano intorno ai 100euro per abitante). Le città che spendono meno sono Catanzaro, Sassari (che superano di poco i 30euro/abitante) e Potenza. I comuni del centro-nord spendono leggermente più di quelli meridionali e insulari.
La differenza più significativa è però quella relativa alla dimensione delle città : i centri di grandi dimensioni, infatti, destinano al settore sicurezza quasi il doppio di quelli più piccoli.
Nei Comuni italiani vi sono, in media, 16 addetti di polizia locale ogni 10.000 residenti, con valori mediamente superiori, come ci si poteva attendere, nelle città più grandi rispetto a quelle medio-piccole. In quattro città (Milano, che ‘”guida” questa graduatoria, con 24 addetti ogni 10.000 residenti, Napoli, Roma e Firenze) si superano i 20 addetti di polizia locale; tre città , invece (Catanzaro, Reggio Calabria e Perugia) hanno meno di 10 addetti ogni 10.000 residenti.
Anche la disponibilità di mezzi in dotazione alla polizia locale è estremamente variabile. Si va da 2 mezzi ogni 10.000 residenti a Bolzano e Catania sino a più di 7 a Bari, Pescara e Firenze .
Infine, Brescia, con quasi 20 punti luce ogni 100 abitanti, è la città più “illuminata”. Le più buie sono invece Napoli e Roma, con poco più di 6 punti luce ogni 100 abitanti. Si tratta di un fenomeno comune alle altre grandi città , che hanno un numero di punti luce per abitante molto inferiore a quello dei centri medio piccoli.
Il record dei borseggi a Bologna: oltre 1800 ogni 100mila abitanti, quasi il doppio della media nazionale e 6 volte di più che a Palermo e Catania, le città dove il numero di borseggi è inferiore. Catania sale al secondo posto nelle rapine (oltre 350 ogni 100mila abitanti), dietro a Napoli (oltre 600 rapine ogni 100mila abitanti, più del doppio della media dei Comuni analizzati). Le città più tranquille sono Firenze, Genova e Venezia (l’unica con meno di 100 rapine ogni 100mila abitanti). Si noti peraltro che il valore di Napoli è comunque inferiore rispetto a quello di Parigi e solo di poco superiore rispetto a Londra.
Il VIDEO servizio:
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E così, dalla piazza, parte la denuncia del Pd sui presunti tagli del governo alla sicurezza.
Ecco cosa ne pensa il leader dei Democrats, Dario Franceschini, presente davanti al Viminale, per la protesta dei sindacati di polizia: “Ci sarà una ragione se tutti i sindacati di polizia esprimono una protesta civile e ferma”. Quale ragione? Secondo il segretario del Pd, è questa: il governo, ha spiegato, “ha fatto tagli per 3,5 miliardi al settore e poi con un’operazione demagogica e d’immagine ha raccontato che il problema viene risolto con le ronde di privati cittadini. È ora” ha aggiunto “di dire basta alla demagogia e alle falsità , servono fatti concreti”.
Per esempio? Cominciando, dice Franceschini, dall’intensificare la lotta agli evasori fiscali: “Bisogna evitare di essere un Paese che vede cresce l’evasione fiscale mentre basterebbe recuperarne il 10% per garantire risorse a chi sta perdendo il posto di lavoro ed alla sicurezza. Loro, invece” ha aggiunto “fingono che il problema non esiste e tagliano nella scuola, nella sicurezza, nell’università ”.
Anche perché, rincara la dose il leader Pd: “Mi è stato raccontato che ai poliziotti che dovranno operare al G8 è stato chiesto di anticipare di tasca propria le spese”. Di più: “Mi è stato anche detto” ha proseguito Franceschini “che in molte città sono in trasferta permanente agenti di polizia per occuparsi della tutela dei soldati impiegati nei presidi fissi e per evitare che dalle ronde nascano problemi per la sicurezza”.
E ancora: “La destra ha fatto in campagna elettorale delle politiche sulla sicurezza la propria priorità , ma la scelta è stata tradita dai successivi comportamenti parlamentari e di governo con cui sono stati tagliati 3 miliardi e mezzo di euro al comparto. Basta quindi con la demagogia e la falsità ” ha sottolineato il leader del Pd “servono fatti concreti”. E una risposta concreta per il Pd sarebbe rivedere l’election day: il 7 giugno, accorpando europee e referendum, si potrebbero risparmiare 500 milioni di euro, 1.00 miliardi di vecchie lire “che potrebbero essere utilizzati per assumere nuovi operatori nelle forze di Polizia, riparare i mezzi e acquistare il carburante per le auto”.
Tutto falso secondo Maroni. Che ha insistito al termine della presentazione di uno studio sull’immigrazione della Università Cattolica, un aumento del 10% per le spese correnti. “Di tutto si può accusare il governo salvo di cose non vere e cioè di aver tagliato per il 2009 i fondi per la sicurezza”. Così il ministro dell’Interno replica alla protesta dei sindacati di polizia che oggi hanno manifestato davanti al Viminale, che ha annunciato la volonta’ di organizzare un incontro nei prossimi giorni. E asostegno delle sue parole, il responsabile del Viminale ha mostrato un documento ufficiale del ministero fatto dal dipartimento della pubblica sicurezza con le cifre degli stanziamenti fatti dai governi dal 2006 al 2009: “Nel 2006″ ha spiegato “sono stati stanziati 2,9 miliardi di euro, nel 2007 6,7, nel 2008 6,7 miliardi e nel 2009 7,4 miliardi. Come potete vedere la curva sale: abbiamo aumentato gli stanziamenti del 10% per le spese correnti, cioè per gli straordinari, la benzina e le macchine”. Quindi: “Chi sostiene il contrario” ha aggiunto “dice una falsità ”. “Detto questo” ha concluso “sappiamo che i soldi non bastano mai e io sono disposto a discutere di risorse aggiuntive. Nel decreto antistupri abbiamo messo 100 milioni in più e nella prossima finanziaria c’è il mio impegno ad aggiungere risorse e io che sono sempre disponibile ad ascoltare le ragioni di chi protesta, nei prossimi giorni organizzerà un incontro con i sindacati”.
Sindacati di polizia che, in piazza, tornano a protestare contro le ronde di cittadini: “È importante dare un segnale al governo e al presidente del Consiglio” ha detto il segretario nazionale del Siulp, Michele Alessi, “noi non condividiamo questo progetto. Bisogna rafforzare le forze di polizia ordinarie come i carabinieri, la finanza, la polizia di Stato e le altre polizie. Bisogna dare mezzi e strumenti a queste forze dell’ordine”. Il segretario del Siulp ha voluto sottolineare il fatto che al momento mancano uomini e mezzi. “Le auto sono ormai usurate” ha aggiunto “mancano gli uomini, gli organici sono ridotti all’osso, gli agenti che vanno in pensione non vengono sostituiti. Oggi manifestiamo per dare un segnale forte al governo affinché corregga la rotta. Bisogna potenziare la sicurezza: non la sicurezza privata ma una sicurezza di stato”.
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di Karen Rubin
Guai a chiamarli vigili urbani: sono “agenti di polizia locale”. Devono contrastare i fenomeni di degrado urbano e garantire la sicurezza sociale sul territorio. Ma non è così in tutta Italia. La polizia municipale è costituita in corpi dipendenti direttamente dai comuni. “Il sindaco ha il potere di utilizzarli come vuole. Capita che nei piccoli comuni siano autisti di autobus o guardiani nei cimiteri e che in altri svolgano attività di prevenzione e repressione in campo amministrativo e penale” spiega il senatore Maurizio Saia, relatore di una proposta di riforma che sarà presto un disegno di legge per il coordinamento della polizia municipale italiana. “Vogliamo che tutti i comuni e le regioni si adeguino a linee guida che stabiliscano, a livello nazionale, armamenti, divise, gradi e utilizzi di un corpo che conta oltre 60 mila uomini” dice Saia.
Il problema è più sentito nelle grandi città . Secondo la vecchia legge quadro del 1986, l’agente di polizia municipale è normativamente un ibrido che sta a metà tra un vero poliziotto e un ausiliario del traffico, mentre sindaci e cittadini chiedono sempre più spesso la disponibilità a interventi nell’ambito della sicurezza. “In questi anni alcuni agenti sono stati denunciati da prefetti o magistrati perché in possesso di uno sfollagente o di una pistola. Ma come potrebbero difendere se stessi e la popolazione durante attività rischiose se non legittimamente armati?” si interroga Saia.
E così capita che se a Modena gli agenti sono provvisti di strumenti di autotutela, a Bologna non sia così. “La giunta Cofferati ha proibito l’uso del bastone estensibile e dello spray al peperoncino. In piazza Verdi gli episodi di aggressione contro gli agenti causano un grosso numero di infortuni nella polizia locale. In città c’è una folta comunità di punkabbestia che si divertono ad aizzare i loro cani contro la polizia. Intervenire senza difese adeguate è impossibile”.
Ma la riforma non riguarda solo gli equipaggiamenti. Con questo disegno di legge la polizia locale acquisirà una extraterritorialità che con l’attuale normativa è negata, “ma soltanto in teoria perché molto spesso siamo obbligati a lasciare il nostro territorio per scortare vittime del racket della droga o della prostituzione minorile verso centri di accoglienza che sono anche in altre regioni. Lo facciamo perché ci viene richiesto direttamente dal magistrato, ma, se dovesse accaderci qualcosa durante il viaggio, saremmo contrattualmente fuori dalle regole” precisa l’agente Marco Milani, del 17° gruppo di Roma.
Se, come previsto, il Senato approverà la legge in maggio, agli agenti sarà consentito, durante il servizio, di superare i limiti territoriali nel rispetto del contratto di assunzione. Attualmente gli operatori non sono considerati poliziotti locali ma classificati alla stregua degli altri impiegati comunali. “Il rischio di prendere un pugno non viene neanche contemplato. Se rimaniamo feriti durante una colluttazione e nei giorni seguenti manchiamo dal lavoro, non ci viene riconosciuta neanche l’indennità di servizio e il nostro stipendio, che è legato alla presenza effettiva, a fine mese è notevolmente ridotto” lamenta il tenente Alessandro Marchetti, segretario generale aggiunto del Sulpm.
Per quale motivo il poliziotto locale dovrebbe difendere un cittadino se poi si fa male e perde anche dei soldi? “Oltre al danno anche la beffa” dice Milani. Il quale è noto alle cronache per brillanti operazioni di polizia giudiziaria svolte nella capitale. Centinaia di interventi con le sole tecniche di difesa imparate in una palestra di pugilato, che ha frequentato di sua iniziativa. La normativa attuale infatti non prevede alcun addestramento particolare. Stefania Rodà è un funzionario in servizio dal 1990 presso il gruppo di Sicurezza sociale urbana di Roma: “Due anni fa ho speso 120 euro per partecipare a un corso di difesa personale. Considerato che il nostro stipendio medio è di 1.200 euro, non sono pochi. Se fossi stata assunta da poco, me lo avrebbe pagato il Comune di Roma”.
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Criminalità (soprattutto quella micro) da una parte e agenti dall’altra. In mezzo, gli abitanti. Che assistono alla lotta con un senso d’impotenza e di insicurezza sempre più crescente. Nonostante i dati non siano allarmanti. Almeno quelli contenuti nel rapporto messo a punto da Transcrime, istituto di ricerca sulla criminalità transnazionale delle Università Cattolica di Milano e di Trento parlano chiaro: l’Italia non è un Paese violento. Soprattutto se messo a confronto con il resto d’Europa.
Leggendo lo studio (che prende in esame il trend criminale dal 1985 al 1995) sull’andamento della criminalità in Europa, risulta che sia il Nord del continente la zona dove si verificano più omicidi, mentre nella penisola, almeno per quel che concerne questo reato gravissimo, le statistiche sono più rassicuranti.
E questa è una novità : la violenza da noi sembra “esprimersi sempre meno in omicidi e sempre più in una pluralità di comportamenti differenti, proprio come un fiume in piena che, frenato da un ostacolo, si disperde in molti rivoli prima di arrivare alla foce”.
Spiega il direttore dell’istituto Ernesto Savona: “L’uso di alcol e droghe ha invertito il vecchio cliché secondo cui nei paesi caldi ci sono più delitti personali e in quelli freddi più furti, rapine. I risultati della ricerca ci dicono che noi italiani abbiamo paura indipendentemente dai rischi concreti”.
Ecco i numeri: decresce l’andamento degli omicidi nell’Europa dei 15, che passa da 1,7 ogni 100 mila abitanti nel 1995 a 1,2 nel 2005. Il calo riguarda anche il nostro Paese perché, sempre nel periodo preso in esame, c’è un autentico abbattimento del tasso di morti violente nelle Isole (da 3,8 a 1,4), e comunque una diminuzione nelle regioni del Sud (da 3,1 a 1,8), mentre al Nord non si registrano variazioni di rilievo. Un abbassamento del numero degli assassinii nel Mezzogiorno secondo al ricerca è dovuto alla fortunata e tenace lotta contro la mafia siciliana che, dopo l’arresto di Totò Riina e Bernardo Provenzano, ha cambiato pelle e strategia. Per i ricercatori, è la Finlandia, con i suoi 5,2 milioni di abitanti, “a registrare la condizione peggiore”: picco di 3 omicidi ogni 100 mila abitanti nel 2001 e 2,8 nel 2004, seguita dal Belgio (1,9 nel biennio 2004-2005).
Una sottolineatura a parte merita il capitolo su reati violenti come risse, lesioni, violenze sessuali. Nel decennio 1995-2005, in Italia c’è stato un aumento di denunce, “dovuto anche a una diversa rilevazione dei dati”: la percentuale più alta riguarda il Centro (191,9) che registra anche un più 357,3 per quanto riguarda le violenze sessuali. L’Europa del Nord resta comunque la più a rischio: soltanto nel Regno Unito viene presentato l’85 per cento del totale delle denunce. E allora perché tanta paura tra i cittadini italiani? “I nostri dati su Milano, per esempio, non sono allarmanti, ma i cittadini si sentono ugualmente insicuri perché aumentano le rapine, i furti d’auto e negli appartamenti”. Secondo Savona la richiesta di agenti sarebbe solo un provvedimento tampone, altre le necessità : “Bisogna potenziare la sorveglianza elettronica con strumenti avanzati in luoghi appropriati e fare investimenti massicci di prevenzione precoce con genitori e insegnanti per ridurre le cariche di aggressività nei bambini, possibili futuri criminali”.
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Nel capoluogo partenopeo, domenica 25 marzo c’è stata la decima vittima nelle ultime due settimane (una trentina dall’inizio dell’anno). Ora, la media è di un morto ogni tre giorni e se non cambierà qualcosa, a fine anno il totale dei morti ammazzati supererà il livello di 120 vittime del 2006. I napoletani potrebbero vedere Piazza Plebiscito “occupata” dall’esercito? Per ora il sindaco Rosa Russo Iervolino “preoccupatissima”, nicchia pur ammettendo che la situazione è insostenibile e chiedendo di rivedere il piano della sicurezza che il ministro dell’Interno presentò appena cinque mesi fa e preso a modello anche negli altri comuni d’Italia.