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“Tutto è possibile. Se si dichiara il falso, si va in giro con il macchinone e nessuno fa controlli certo che è possibile”, risponde così Claudio Siciliotti, presidente nazionale dell’Ordine dei Commercialisti alla domanda che chiede conto di come sia possibile evadere le tasse per migliaia di euro e farla franca. Il blitz di Cortina riporta in evidenza la questione evasione; secondo il presidente dei Commercialisti se si tratti della punta dell’iceberg o di un atto di spettacolarizzazione a misura di mass media proprio in un periodo in cui Equitalia è un obiettivo sensibile, lo dimostrerenno i fatti, ma questo genere di controlli servono e sono molto più efficaci degli accertamenti basati su dati presunti, statistiche o studi di settore. Continua

(Credits: La Presse)
San Silvestro a Cortina ha fatto il miracolo della lievitazione di incassi e scontrini. I dati resi noti dall’Agenzia delle Entrate a proposito del discusso “blitz” del 30 dicembre effettuato nelle lussosa Cortina D’Ampezzo lasciano poco spazio alla fantasia e molte perplessità su chi tra albergatori e negozianti piange miseria. Volendo concedere il beneficio del dubbio si potrebbe sempre concludere che il Fisco porti fortuna: nel giorno dei controlli, infatti, gli incassi di gioiellerie, negozi di bellezza, alberghi, ristoranti e bar sono lievitati rispetto al giorno precedente. Continua

Turisti in vacanza a Cortina D'Ampezzo (Credits: La Presse)
“E’ patetico e scandaloso che i controlli siano stati fatti il 30 di dicembre”. Arrabbiati, perplessi, amareggiati: albergatori e commercanti di Cortina D’Ampezzo sono rimasti di stucco quando il 30 dicembre si sono visti entrare in paese un piccolo plotone di ispettori delle Agenzie delle Entrate pronti a mettere a ferr’e fuoco i registri contabili in cerca di presunti “furbetti”. Ottanta uomini del fisco che dalla mattina fino a notte fonda hanno battuto a tappeto la “Perla” delle Dolomiti, il tutto senza che nemmeno la Guardia di Finanza del posto ne fosse informata.
“Colpiscono sempre i soliti - sbotta un commerciante del centro - perchè d’inverno finiscono ogni volta a Cortina o Madonna di Campiglio e in estate a Ischia e Capri? Io non sono contro ai controlli, anzi, va bene pagare le tasse, vanno bene le ispezioni, sono d’accordo con la necessità di avere dei parametri di valutazione per sapere se si dichiara il vero o il falso, ma arrivare in negozio alla vigilia di Capodanno sa di mossa decisa a tavolino, e di mossa sporca.” Continua

La caserma della Guardia di Finanza di Torino (ANSA/ TONINO DI MARCO)
Commercialista delle mie brame qual è la truffa che hai deciso di attuare? La frase mutuata ad una tra le favole più conosciute, in questi giorni ben si addice alla categoria dei commercialisti sempre più spesso coinvolti nelle maxi-truffe milionarie ai danni dello Stato. Da Nord a Sud in meno di una settimana ne sono stati arrestati 10. Gli ultimi tre professionisti pizzicati sono finiti in carcere solamente poche ore fa nell’ambito dell’operazione della Guardia di Finanza di Torino assieme ad altre 11 persone con l’accusa di fatture false per un valore di 100 milioni di euro e per un’evasione stellare. Continua
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Tra colf e badanti in Italia sono al lavoro poco meno di 1 milione 200 mila collaboratori domestici. Nel fare la stima per conto di Panorama, il Censis è stato volutamente prudente. Ma anche con questo accorgimento i conti non tornano. Di tutte queste persone all’Inps ne risultano appena 560 mila, comprendendo pure chi versa i contributi per una sola ora di servizio a settimana. Per il fisco, poi, la maggior parte è sconosciuta. Secondo l’esperienza dei caf interpellati da Panorama, cioè le organizzazioni che aiutano i contribuenti a fare la dichiarazione dei redditi, appena un terzo delle colf e delle badanti con i contratti a orario più lungo presenta redditi che superano la soglia minima dell’esenzione e quindi deve versare le imposte.
Per avere un’idea delle grandezze in gioco basti dire che la contribuzione per i contratti da oltre 30 ore a settimana ha riguardato nel 2007, secondo le più recenti tabelle dell’Inps, 65.219 persone, di cui oltre 55 mila stranieri.
Riassunto in pochi dati, ecco quello che il direttore del Censis, Giuseppe Roma, chiama il “welfare fai da te delle famiglie italiane”. Un’enorme, capillare organizzazione di assistenza, con due opposte facce: da un lato svolge una funzione essenziale, senza la quale migliaia di famiglie non saprebbero come assistere i propri anziani, come tenere i bambini, come curare la casa quando sono tutti al lavoro; dall’altro sfugge per larghissima parte alle norme sulla cittadinanza, alle regole previdenziali, agli obblighi fiscali. Ed è un fenomeno così vasto da rendere difficile qualsiasi rimedio.
Dice a Panorama il nuovo presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua: “Noi assolviamo al meglio il nostro compito. Forniamo informazione e servizio, facciamo vigilanza. Ma credo che dobbiamo anche lanciare un invito ai datori di lavoro, il numero dei quali è elevato; un invito alla correttezza nei confronti di queste persone, a far emergere ciò che oggi è nascosto”.
I numeri, in effetti, sono impressionanti. Secondo il Censis, elaborando le indagini campionarie dell’Istat e le risposte delle famiglie sul rapporto con eventuali collaboratori domestici, si arriva alla conclusione che gli irregolari, cioè i lavoratori totalmente in nero, siano in numero più o meno equivalente, anzi leggermente più alto di quello dei dipendenti regolarmente denunciati all’Inps, sia per quanto riguarda gli italiani sia per quanto riguarda gli stranieri. Da qui si arriva a sfiorare nel complesso il milione 200 mila unità, una cifra che lo stesso Censis considera stimata in modo assai prudente e che è composta per oltre il 70 per cento da personale proveniente da altri paesi.
Per larga parte i lavoratori totalmente in nero sono, appunto, stranieri, spesso anche senza permesso di soggiorno.
Un’indagine condotta dalle Acli, una delle organizzazioni più attive in questo settore, indica che solo il 4,5 per cento dei collaboratori familiari stranieri è entrato in Italia con un visto di lavoro. La maggior parte, cioè il 63,1 per cento, ha oltrepassato i confini nazionali con un visto turistico e poi, trascorsi i tre mesi previsti, è rimasta a svolgere la propria attività ma senza permesso. Ben il 18,4 per cento non aveva alcun visto quando ha passato il confine. E il resto delle motivazioni si può dividere tra lavoro stagionale, ragioni familiari e studio. Oggi, dopo tante ondate di immigrazione, si può notare che tra coloro che sono entrati in Italia prima della regolarizzazione del 2002 il 66,6 per cento può vantare un permesso di soggiorno. Tra coloro che sono entrati dopo il 2002, solo il 41,5.
Anche gli italiani, però, quanto a lavoro nero non scherzano. Dice Pina Brustolini, responsabile nazionale delle Acli colf che conosce questo settore come le proprie tasche: “Molte collaboratrici familiari sono donne immigrate senza permesso di soggiorno, ma una parte non meno rilevante è composta dalle tante donne italiane che lavorano a ore e che sono abituate da sempre a svolgere servizi presso le famiglie senza versare alcun contributo”.
La verità è che il fenomeno dell’irregolarità è ben più esteso del semplice nero e pervade quasi ogni meandro dei rapporti di lavoro domestico. Anche i contratti formalmente emersi, cioè denunciati all’Inps e al fisco, presentano infatti vaste zone grigie. Sempre l’indagine condotta dalle Acli rivela che moltissime colf e badanti hanno sia contratti regolari che rapporti irregolari, non dichiarati. Le italiane, per esempio, hanno solitamente diversi datori di lavoro, “sono multitasking” come dice Paolo Conti, direttore centrale dei Caf Acli, e spesso sono in regola solo per uno o due rapporti. È una delle differenze di fondo tra italiane e straniere: colf e badanti italiane hanno un’età di solito più avanzata e prestano servizio presso diverse famiglie; le straniere sono mediamente più giovani e hanno più spesso un rapporto di lavoro a orario lungo, presso una sola famiglia.
Anche tra coloro che affermano di non avere alcun rapporto di lavoro in nero è davvero elevata la percentuale dei casi in cui le ore di attività denunciate all’Inps sono inferiori alla realtà. Racconta sulla base della propria esperienza Pina Brustolini: “Si sa che molte collaboratrici convivono con la famiglia presso la quale prestano il proprio servizio e quindi, di fatto, lavorano 50 e più ore a settimana. Poi, però, versano contributi per 24-30 ore”.
Perché avviene tutto questo? Ovviamente la famiglia ha interesse a risparmiare e la badante ad avere più soldi netti in tasca. Ma l’accordo perverso tra datore di lavoro e dipendente in questo caso non spiega fino in fondo la vastità del fenomeno. Basti citare a titolo di esempio altre due ragioni che oggi sono alla base della generale tendenza all’irregolarità nel lavoro domestico. La prima riguarda la consistenza della pensione che, data la scarsa entità dello stipendio, maturano colf e badanti: dopo 30 anni di contributi pieni, magari per otto ore al giorno, si è no arrivano al minimo Inps. La seconda ragione deriva dalla provenienza geografica delle collaboratrici familiari: a differenza delle prime ondate di immigrazione, dalle Filippine o dal Sud America, oggi prevale l’arrivo di collocaboratori familiari dai paesi dell’Europa dell’Est. Ciò ha provocato un cambiamento di fondo. Tutte le indagini indicano che le nuove colf e badanti non vogliono restare qui e neppure portarsi a casa i contributi, tanto più che molti dei loro paesi di origine non hanno neppure firmato le convenzioni con l’Italia. Il loro obiettivo è un altro: mettere da parte il gruzzolo più pingue possibile in pochi anni e poi tornare dai propri cari. In altre parole, hanno interesse a incassare soldi, non contributi.

La conseguenza di tutta questa irregolarità alla fine si scarica sul sistema fiscale. Spiega Paolo Conti del Caf Acli: “Il reddito dei collaboratori domestici è a tutti gli effetti reddito da lavoro dipendente. Il minimo per essere obbligati a fare la dichiarazione è pari a 7.500 euro l’anno. Se poi si hanno familiari a carico il limite sale: per esempio, con un figlio si superano i 9 mila euro e così via”. Oltre queste soglie si pagano le imposte. Al di sotto, niente. Ma appunto, con tutte queste irregolarità, chi arriva a versare qualche manciata di euro?
L’Agenzia delle entrate non ha dati generali: non c’è un codice che identifichi colf e badanti e dunque queste si confondono con gli altri lavoratori dipendenti. Ma Panorama ha interpellato in proposito diversi caf. Le risposte sono risultate abbastanza omogenee: da un quarto a un terzo di coloro che versano contributi all’Inps per i contratti di lavoro più consistenti arrivano a versare le imposte.
Un’esigua minoranza, insomma, rispetto a coloro che effettivamente lavorano, anche tenendo conto che si tratta comunque di dipendenti a bassissimo reddito. Basti ricordare appunto che i contratti da oltre 30 ore per i quali vengono versati i contributi hanno riguardato, nel 2007, 65.219 persone, di cui oltre 55 mila stranieri. E che anche se si estende lo sguardo alla fascia oraria più popolosa, quella relativa ai contratti da 20 a 30 ore a settimana (leggere le tabelle Inps a pagina 37) si può verificare che si arriva appena a 191.824 persone (162.081 stranieri). “Di fatto è in atto nel nostro Paese uno scambio come quello che vi fu negli anni Cinquanta per la casa” commenta Giuseppe Roma del Censis. “Allora l’accordo tacito fu: fatevi la casa e noi chiuderemo un occhio. Ora l’accordo riguarda questo welfare fai da te, con la famiglia che risolve da sola i suoi problemi”.
Ma può essere sopportabile un tale tasso di irregolarità? Una cosa è certa. Porvi rimedio non è facile. Un esempio delle difficoltà è rappresentato da ciò che sta accadendo con l’applicazione delle norme, garantiste e di controllo, entrate in vigore a gennaio di quest’anno: da allora l’Inps può riconoscere la validità delle denunce dei datori di lavoro solo se le comunicazioni relative ad assunzioni o cessazioni del rapporto con il dipendente gli arrivano dai cosiddetti Servizi per l’impiego. Risultato? È bastata questa piccola complicazione a provocare una valanga di iscrizioni in meno per il lavoro domestico e oltre 200 milioni di euro di contributi in meno da incassare.
Commercialisti più che zelanti. Pagavano regolarmente una mazzetta a un funzionario dell’Agenzia delle entrate, che in cambio azzerava il debito fiscale di alcuni loro clienti. La Guardia di finanza di Milano ha scoperto il meccanismo e ha arrestato questa mattina quattro persone su ordinanza del gip Gloria Gambitta e su richiesta del pm Francesco Prete. In carcere sono finiti Giuseppe Lomuti, funzionario appunto dell’Agenzia delle entrate, e Antonio Alfredo Caggiula, commercialista. Ai domiciliari invece Enzo Astolfi, anche lui commercialista, e l’investigatrice privata Emanuela Marcellino. I reati vanno dalla corruzione, all’accesso abusivo a sistema informatico, alla rivelazione di dati coperti dalla privacy.
Lomuti ha anche un conoscente celebre, che è finito nell’inchiesta. Si tratta di Davide De Zan, giornalista sportivo di Mediaset. Pare che Lomuti passasse a De Zan, senza essere pagato ma solo in virtù del rapporto di conoscenza, delle informazioni riservate riguardanti la situazione patrimoniale di Paolo Ziliani e Sandro Piccinini, diretti superiori del cronista. Il giornalista è indagato in concorso con Lomuti e insieme a una decina di persone tra cui altri due funzionari dell’Agenzia delle entrate: Albertino Rosso, che ha confessato, e Pasquale D’Alessandro. Secondo quanto verificato dall’inchiesta, il funzionario del Fisco riceveva periodicamente somme di denaro per annullare le tasse dovute da una serie di clienti di Caggiula e Astolfi.
I fatti che riguardano De Zan risalgono al periodo tra l’1 e l’8 aprile 2008, quando lui e Lomuti “accedevano abusivamente al sistema informatico telematico protetto dell’anagrafe tributaria per estrapolare dati riservati”. Le ordinanze di arresto invece sono state emesse per un fatto avvenuto il 20 maggio. Il caso riguarda una pratica da annullare di un professionista milanese, l’avvocato Guido Salvadori Del Prato (che non è indagato), cliente del commercialista Caggiula. Quest’ultimo avrebbe promesso a Lomuti 2.500 euro per l’annullamento della cartella esattoriale per un importo di 100.960 euro, intestata all’avvocato. Annullamento che però non avvenne perché il sistema informatico rifiutava l’operazione in quanto lo sgravio fiscale era illegittimo: non erano state compilate determinate caselle e quindi il meccanismo si era bloccato. Tra i vari clienti dei due commercialisti che versavano tangenti al funzionario del Fisco di Milano per ottenere sconti fiscali risultano molti avvocati e professionisti.