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aggressione

Berlusconi aggredito: la Procura chiede una perizia sui cerotti del Cavaliere

Il premier Berlusconi ferito in piazza Duomo

Il premier Berlusconi ferito in piazza Duomo

La visita (fiscale) avverrà nei prossimi giorni. Secondo il Giornale è fissata per il 25 gennaio. Dove? All’ospedale San Raffaele di Milano. Su cosa? Sul viso di Silvio Berlusconi. E servirà alla Procura di Milano per accertare la prognosi e l’eventuale esistenza di danni permanenti al volto del Cavaliere in seguito all’aggressore di Massimo Tartaglia in piazza Duomo, il 13 dicembre scorso. Continua

Berlusconi rientra a Roma dopo la convalescenza

Palazzo Grazioli

Palazzo Grazioli

Il premier Silvio Berlusconi oggi 11 gennaio 2010 a Palazzo Grazioli dopo aver trascorso un mese lontano dalla capitale in seguito alla aggressione a Milano a Piazza Duomo del 13 dicembre e la lunga convalescenza ad Arcore durante il periodo delle feste. Continua

Al San Raffaele visite di solidarietà al Cavaliere

Pierluigi Bersani

Pierluigi Bersani (ANSA/ MILO SCIAKY)

Silvio Berlusconi, ricoverato da domenica sera all’ospedale San Raffaele di Milano (non è ancora certo che venga dimesso martedì), in seguito all’aggressione subita doemnica pomeriggio in Piazza del Duomo, ha ricevuto in queste ore numerosissime visite istituzionali e da parte di amici.  Guarda la Gallery

Dal cavalletto in testa al souvenir sul volto. Sei anni di aggressioni al Cavaliere

Il premier Berlusconi ferito in piazza Duomo

Il premier Berlusconi ferito in piazza Duomo

Il presidente del Consiglio stava salutando i suoi sostenitori, dopo l’accalorato intervento in piazza del Duomo durante quello che si era annunciato come un secondo predellino. E che, invece, è passato alla storia come il giorno dell’aggressione a Berlusconi. Il giorno in cui le immagini del premier, col volto sanguinante e subito soccorso dalla scorta che lo ha portato all’ospedale, hanno fatto il giro del mondo (qui l’articolo del britannico Times).  Continua

Il grido della scrittrice Randa Ghazy: “Troppi casi di razzismo in Italia. Ignorati dai media”

immigrati
Randa Ghazy è una scrittrice italiana di ventidue anni. Nata a Saronno da genitori di origini egiziane, ha esordito quindicenne con Sognando Palestina e la sua ultima pubblicazione è Oggi forse non ammazzo nessuno. Storie minime di una giovane musulmana stranamente non terrorista. Panorama.it l’aveva già incontrata parlando di integrazione lo scorso anno. Alcune settimane fa suo padre è stato aggredito a Limbiate (MI), per un parcheggio, da una famiglia brianzola che gli ha urlato “tornatene al tuo paese”. Con l’amarezza ancora in corpo, Randa sottolinea la preoccupante deriva xenofoba verso cui l’Italia sembra andare.

di Randa Ghazy
31 maggio 2009. Mohamed Ba, artista senegalese a Milano da molti anni, viene accoltellato senza motivo da un uomo mentre è alla fermata dell’autobus. Prima al collo, poi all’addome. Prima di andarsene l’aggressore gli sputa addosso.
22 giugno 2009. Mio padre viene aggredito da una famiglia brianzola, padre madre nonna nonno e giovane figlio, che lo prende a calci e a bastonate per un parcheggio, urlandogli “tornatene al tuo paese”, rompendogli due costole e fratturandogli una vertebra.
30 giugno 2009. Alla fermata dell’autobus, a Bari, Mohamed Abdi Nasir, un rifugiato politico somalo e presidente dell’associazione Comunità Somalia, viene selvaggiamente picchiato da un autista dell’Amtab, non identificato. L’aggressore lo apostrofa con epiteti razzisti e gli nega l’accesso all’autobus, colpendolo con una sequela di pugni al volto, provocandogli varie e gravi lesioni facciali, con fratture allo zigomo sinistro, al setto nasale e al seno mascellare.
2 luglio 2009. Un uomo congolese, rifugiato politico, viene aggredito a Roma da tre uomini, colpito alla testa con una bottiglia, mentre fa volantinaggio. “Sporco negro, dovete tornare a casa vostra, noi facciamo la volontà del governo”.

Ma volete sapere la cosa peggiore? Gli abitanti della zona hanno visto l’aggressione al ragazzo congolese, eppure nessuno parla. Gli aggressori rimangono ignoti. Mohammad Ba non è stato soccorso. È rimasto a terra, sanguinante e quasi in fin di vita, e le persone ferme ad aspettare il bus con lui non solo non l’hanno soccorso, ma sono anche scappate, facilitando la fuga dell’aggressore, anche lui ignoto. Mohammad ha aspettato un’ora prima di riuscire a fermare il traffico strisciando in mezzo alla strada e a farsi soccorrere.
C’erano testimoni mentre mio padre veniva picchiato. Nessuno parla.
Testimoni sul caso di Bari, zero. Abdi Nasir è stato soccorso solo dopo un po’, da due passanti.

Ci sarebbero molti altri casi. Quasi tutti ignorati dalle televisioni e dai giornali perché il sangue di uno straniero, si sa, vale meno di quello di un italiano. È un po’ come la vecchia legge di McLurg.
Questo non toglie agli stranieri, agli immigrati, agli italiani come mio padre la voglia, la dignità e l’orgoglio di vivere qui e lavorare sodo per garantire a se stessi e alla propria famiglia una vita decorosa.
Questo toglie civiltà all’Italia. Le toglie umanità. Le toglie amor proprio, la deforma, la rende mostruosa, pericolosa, indegna.
È giunto il momento che quegli italiani che non sono sensibili a pulsioni razziste, xenofobe, reazionarie, alzino la mano, si contino, si oppongano alla barbarie, si rifiutino di essere presi per omertosi, indifferenti, insensibili, lobotomizzati dalla televisione.
Se questi sono la maggioranza, come credo, come spero, la loro protesta condizionerà, per forza di cose, l’agenda politica.
Sarà un segnale a chi detiene il potere, un po’ come dire “non tirate troppo la corda. Ci rifiutiamo di diventare dei mostri. Risolvete la crisi. Offriteci servizi dignitosi. Non scaricate le colpe sui deboli, sugli stranieri, sugli indifesi”.
Se non accadrà, continuerà a succedere quello che succede ora.
Passa un decreto legge che massifica e umilia migliaia di lavoratori tenaci catalogandoli tutti come criminali, lavoratori che, pur entrati irregolarmente sul suolo italiano, lavorano alacremente nella speranza di essere regolarizzati, contribuendo alla produttività del paese.
Passa un linguaggio politico involgarito, barbaro, con ministri che si permettono di dire “Con i clandestini bisogna essere cattivi“. Non severi. Non rigidi. Cattivi.
Passa un europarlamentare che spruzza disinfettante nei treni quando vede salire delle ragazze nigeriane, e passa un altro ex ministro che riferendosi al diritto di voto affermò “Ma per favore. Dare diritto di voto a dei bingo-bongo che fino a ieri stavano sugli alberi”.
Non perdonerò mai gli aggressori di mio padre. Ma non perdonerò mai nemmeno i miei concittadini, se continueranno ad accettare la deriva razzista in cui sta languendo il nostro paese.

Quindicenne pestato dal “branco” per aver guardato la compagna di classe

bulli

In prognosi riservata dopo il pestaggio di un branco di coetanei. La sua colpa? Uno sguardo di troppo, considerato un’avance, a una compagna di classe. E così uno studente di 15 anni, picchiato selvaggiamente da un branco formato da sei minorenni, è ricoverato, con un trauma cranico, nell’ospedale San Giacomo d’Altopasso di Licata. Il ragazzo, secondo i medici, non sarebbe comunque in pericolo di vita.
La spedizione punitiva, come ricostruisce oggi il quotidiano La Sicilia, è avvenuta sabato sera nella piazza principale del paese, davanti agli occhi di decine di giovani. Lo studente, che frequenta il secondo anno della scuola media superiore, avrebbe guardato con insistenza la compagna, scatenando la gelosia del fidanzato di quest’ultima, un manovale di 17 anni. Il giovane avrebbe invitato il rivale a seguirlo per un “chiarimento” subito trasformatosi in un pestaggio. Secondo alcuni testimoni all’aggressore, esperto in arti marziali, avrebbero dato man forte altri cinque ragazzi.
Al termine del raid i sei minorenni si sono allontanati indisturbati; la vittima dell’aggressione è stata invece trasportata in ospedale con una sospetta frattura alla scatola cranica. I carabinieri di Licata, che conducono le indagini, avrebbero già identificato gli autori del pestaggio.

Canili: ecco chi fa affari con i randagi

 Due cani randagi

di Stella Pende

Un cucciolo che mangia la carcassa di un piccolo animale, forse un cucciolo suo fratello. Cani come fantasmi di ossa vagolano in una palude di rifiuti e di brandelli di carne. Escono ed entrano da una casa fatiscente, una casa di streghe senza porte, solo materassi sfilacciati e sozzi quà e là. È quella di Virgilio Giglio, custode dei “cani killer” che hanno ammazzato il piccolo Giuseppe Brafa. Un film dell’orrore dove nell’abbandono nell’inciviltà e nel degrado, vivevano quegli animali insieme a quell’umano che credeva forse di essere un randagio anche lui.
Eppure nel passato settembre l’Asl e i carabinieri avevano fatto un sopralluogo. Avevano visto tutto, ma non uno tra quella gente ha deciso di cambiare nulla. Nessuno ha urlato allarmi, nessuno ha catturato cani. Oggi un bambino che dava sfogo alla sua felicità in bicicletta è morto, una ragazza di 25 anni è stata aggredita dai cani sulla spiaggia. Solo Virgilio Giglio è in galera per omicidio colposo, unico colpevole. Ma chi sono i veri responsabili, chi i mandanti della tragedia? “È un miracolo che le disgrazie arrivino solo adesso” Ennio Bonfanti, uomo della Lav (Lega anti vivisezione) in Sicilia ha la disperazione in gola “Anni di lavoro vano! E oggi con la dolorosa morte di Giuseppe torniamo ai massacri, alle polpette di stricnina, e agli animalisti trattati come orchi”. Ennio aggiunge che oggi, come mai, la sporcizia della questione randagi sta nell’illegalità nutrita da certi sindaci e, di conseguenza, nei ricchi business che gli amministratori regalano a certi tenutari di galere canine. “Ma si rende conto che in Sicilia la legge 281 del 2000 è diventata operativa solo nell’aprile 2007? Lungaggini assurde” continua Ennio.
I numeri dicono le sue ragioni. La Lav parla di 1 milione di randagi italiani. “Il tuo padrone ti ha fatto diventare randagio, il tuo carceriere un investimento” scriveva Elisa D’Alessio mitica combattete della Lav. Il Sud batte tutti i record. Ma tra i 1.650 comuni che non possiedono canili proprio l’80 per cento sono in Sicilia, dove sindaci e parenti preferiscono “affidarsi” alle strutture dei “privati” Un affare che frutta ogni anno 7 milioni di euro. La commedia e gli attori sono sempre gli stessi. Li indagano, poi tutto cade nel vuoto e rischizzano fuori con prestanomi o senza. I bandi sono incredibilmente vinti dai monopolisti delle città. Le tariffe legittime sarebbero 3,50 euro al giorno per i cani piccoli e 4 per quelli che superano i 10 chili. Calcolando che spesso un canile siciliano ha circa mille cani, ecco che, spesso, i canili in Sicilia guadagnano quasi 1,3 milioni di euro l’anno. Oggi, però, in tempi di crisi, per accaparrarsi la sovvenzione (e il malloppo) alcuni boss canini giocano nelle aste al ribasso, chiedendo per ogni cane 1,01 euro. Così i cani, torturati dalla fame, mangeranno anche frattaglie in decomposizione. Berranno acqua putrida e se non mangeranno affatto finiranno col divorarsi uno con l’altro, l’eutanasia più economica dei canili. E alla fine ci sarà anche l’ultimo anello dell’affare: lo smaltimento delle carcasse che verrà pagato almeno 70 euro.
Oggi i fatti di Modica si tradurranno in una tempesta di denaro proprio per i boss dei canili privati ai quali i sindaci, terrorizzati dallo scandalo e dall’emergenza, riempiranno i canili. Festa grande per i due monopolisti siciliani: lo “Zoo Service” di Catania e la “Mimiani srl” nelle province di Ragusa ed Enna.
La Zoo service ha una storia singolare. Convenzionata con tutti i comuni, o quasi, della provincia (stima di oltre mille cani) il suo proprietario, Mauro Trombetta, ha accumulato con il comune di Catania ben 2,5 milioni di crediti negli ultimi anni. I cani che aveva “mantenuto” nella provincia erano 1.600, così pareva dichiarare lui. Poi nei giorni scorsi è stata firmata una transazione. Pace fatta tra sindaco e Trombetta. Contemporaneamente esce su Internet il bando per una gara europea, nella quale si offrono 1,6 milioni di euro per tre anni. Chi la vincerà? “Nel frattempo c’è già stata una sorpresa! Improvvisamente i cani catanesi dichiarati da Trombetta sono diventati 480″ racconta una volontaria che preferisce rimanere anonima “in certi canili quando un cane muore si estrae il microchip per metterlo su un altro. E così ecco il prototipo del cane infinito con pagamento infinito”. Sorriso amaro. La ragazza non dorme da una settimana.
Dopo Modica l’ossessione del cane killer ha acceso la paura e soprattutto l’odio degli italiani. A Porto Empedocle i cani “spariscono” di notte. Come la spazzatura a Napoli. A Piana degli Albanesi sono stati trovati i corpi dilaniati di sette cuccioli investiti uno ad uno. “Si fanno piani di avvelenamenti nei bar, negli autotobus, nelle piazze. Una potatura che farà trovare la Sicilia pronta per i turisti estivi che rischiano di disdire le prossime vacanze nell’isola” dice Sara Tremonti militante di un associazione locale”Nascondiamo i cani di quartiere nelle case, nelle auto, negli uffici. L’altroieri ne abbiamo messi 20 su un aereo per Roma. Anche madri con intere cucciolate. Qui ingabbiano tutti: piccoli e grandi, buoni e cattivi. La paura è diventata leggenda nei paesi e nelle città. Se un cane abbaia è cane “mursicaturo” da uccidere”.
Gli animalisti oggi sono diventati amici e complici dei mostri pelosi. In verità è gente capace di rabbia e di innocenza che solo gli animali riconoscono. Uomini e donne che non si liberano di quest’ossessione: l’amore per sempre. “Randagiamo i sindaci” è il nuovo manifesto di “Chi li ama ci segua” neonata associazione milanese. Anche Francesca Martini, sottosegretario al Welfare, si è dimostrata paladina del dolore e della giustizia per i cani: “No alle mattanze e sì alle sterilizzazioni obbligatorie, unica salvezza” ha detto “Il randagismo è figlio di amministrazioni incapaci. Tra il 2003 e il 2008 la regione Sicilia ha preso 3 milioni di euro dove sono? Perchè molti comuni non hanno neppure chiesto i fondi stanziati per l’emergenza? E se li hanno presi che fine hanno fatto?”.
I comuni siciliani per i cani hanno un sacco di debiti. Quello di Ragusa (Modica è un suo centro) deve 310 mila euro al canile Maya, brava gente, e a quello di Ispica solo 60 mila. Mentre il comune di Agrigento sembra dover dare all’Enpa (Ente nazionale protezione animali) almeno 400 mila euro. Qualcuno però fa notare come più di un comune abbia rifiutato i fondi regionali preferendo pagare i privati. Il comune di San Vito Locapo, Trapani, nel 2004 ha avuto assegnati dalla regione ben 25 mila euro per un ambulatorio di sterilizzazioni. Nel 2005 però uno scritto firmato dal comandante della polizia municipale comunica “il mancato utilizzo della somma, dovuto a una diversa destinazione del sito prescelto”: dunque altri cani randagi per i soliti canili. Il comune di Enna invece ha fatto un passo avanti. Ha costruito uno studio medico con tanto di macchinari nei locali dell’ex macello, ma lo tiene chiuso in attesa di affidare la struttura a chi la sappia usare. Per finire anche a Piazzza Armerina sono arrivati i denari per l’ambulatorio. Ma dopo un anno, capito il disinteresse, la Regione se li è ripresi. Oggi il comune ha l’acqua alla gola e il 26 febbraio ha bandito una gara d’appalto. Il vincitore è il noto canile Mimiani srl. Il Mimiami è il rifugio privato più grosso del centro sud siciliano: poco meno di mille cani. Il canile si apre in una landa deserta accanto a una linea ferrata chiusa. “Cerchiamo posti lontani perchè i cani abbaiano” ha spiegato una volta il signor Silvio Ferramosca di Lecce, proprietario di un canile in Puglia. Lui, per evitare denunce, ha addirittura fatto tagliare le corde vocali degli animali che aveva in custodia.
Ma i canili sono sempre agli inferi. Perchè nessuno veda soffrire gli animali, perchè nessuno li veda morire. Oltre la ferrovia nasce oggi il primo embrione del nuovo canile Mimiani-Ricara. Il Ricara è famoso. Nel suo canile molti cuccioli non superavano la settimana di vita dopo l’arrivo. Superindagato, oggi il signor Ennio Lo Piano, proprietario del Ricara, continua ad avere circa 600 cani e a investire in nuovi rifugi.
Ma se i giganti del business sono alla fine infrangibili e intoccabili, i piccoli rifugi delle associazioni animaliste vengono invece bombardati da multe e sequestri soprattutto oggi, dopo i fatti di Modica. I Nas hanno cominciato col chiudere il canile di Maganuco, Ragusa, (illegale, anche se il proprietario manteneva i suoi cani da solo). Il piccolo rifugio dell’associazione Aronne Onlus di Agrigento, gestito con i sacrifici dai volontari, ha incassato piogge di multe dall’Asl. “Certo, c’erano molte mancanze, assenza di microchip e altro” dice Sandro Fanara, professore di biologia e presidente di Aronne “ma mi chiedo come mai Asl e sindaci siano molto “comprensivi” con i “grandi”, mentre noi pesci piccoli autogestiti, dunque estranei al grande affare, siamo sempre sotto la mannaia”.
Nella stessa terra ad Aragona d’Agrigento la signora Ninfa Gueli, 80 anni, è l’esempio più vergognoso dell’inadempienza di certi amministratori. Malata di cancro Ninfa ospita, nutre e protegge 100 cani ai quali il comune non ha mai pensato. Tempo fa pur di far capire la sua fatica si è data fuoco. Qualcuno la ascolterà?

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L’Olindo furioso: Romano aggredisce un agente in carcere

Olindo Romano
(Credits: Ansa)Un agente della polizia penitenziaria in servizio nel carcere delle Novate di Piacenza sarebbe stato aggredito da Olindo Romano, condannato all’ergastolo per la strage di Erba. Secondo indiscrezioni, il fatto è avvenuto ieri mattina, verso le 9. L’addetto alla vigilanza, un vice sovrintendente, è stato trasportato all’ospedale Guglielmo da Saliceto per essere medicato, soprattutto per escoriazioni al volto subite nell’aggressione.

Secondo le poche informazioni trapelate, l’aggressione all’agente sarebbe partita alla richiesta di liberare le grate delle inferriate per consentire al personale di effettuare la “battitura”. La pratica consiste in un controllo necessario all’agente per accertarsi che non vi siano state apportate modifiche, in vista di un eventuale tentativo di fuga. Olindo Romano è detenuto nella casa circondariale piacentina in isolamento; a tenerlo costantemente in osservazione è uno dei due agenti che hanno in capo la vigilanza dell’intero settore (una trentina gli ospiti).

Alle Novate Olindo Romano ha nel frattempo ricevuto, cinque giorni fa, la terza visita della moglie, Rosa Bazzi, dal carcere di Vercelli, dove è detenuta per lo stesso fatto. I precedenti ingressi della donna nella casa circondariale emiliana risalgono alla vigilia di Natale e ai primi giorni di gennaio.

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