“È un atto di omaggio ad Aldo Moro, alle vittime di uno dei periodi più difficili nella storia della nostra Repubblica e ai servitori dello Stato che dedicheranno la propria vita alla ricerca della verità”. Così il presidente del Senato Renato Schifani ha annunciato la pubblicazione sul sito internet di Palazzo Madama dell’intera documentazione relativa alla Commissione stragi (filone Moro) consultabile in tutta la sua interezza. 130 volumi
e 104 mila pagine che a trent’anni da quei tragici cinquantacinque giorni che sconvolsero l’Italia iniziati il 16 marzo con la strage di via Fani che videro la morte proprio di cinque servitori dello Stato e conclusasi ancor più tragicamente il 9 maggio con il ritrovamento del
cadavere di Aldo Moro in un bagagliaio di un auto abbandonata nel centro di Roma, rappresentano di certo un atto importante almeno dal punto di vista storico per cercare di capire cosa accadde in quel drammatico 1978.
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Il 9 maggio di trent’anni fa la polizia trovò il cadavere del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, in una Renault 4 rossa in via Caetani a Roma, emblematicamente a metà strada tra le sedi della Dc e del Pci. Moro era stato rapito il 16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo governo guidato da Giulio Andreotti e aperto all’appoggio dei comunisti di Enrico Berlinguer. L’auto sulla quale viaggiava l’ex presidente del Consiglio venne intercettata in via Mario Fani da un commando delle Brigate Rosse. In pochi secondi, i terroristi uccisero la scorta (cinque uomini) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.
Questa data è diventata un simbolo per commemorare le vittime del terrorismo. Oggi infatti, per la prima volta, si celebra al Quirinale il “Giorno della memoria”, istituito con la legge n. 56 del 4 maggio 2007 “al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice”. Per l’occasione la Presidenza della Repubblica ha realizzato il volume Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana, edito dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, con l’intento di “rendere omaggio, nel modo più solenne, a tutti coloro - fossero essi semplici cittadini, umili e fedeli servitori dello Stato, o protagonisti della storia repubblicana, come lo fu l’onorevole Aldo Moro - che in quel contesto pagarono col sacrificio della loro vita i servigi resi alle istituzioni repubblicane”, come si legge nella prefazione scritta dal Capo dello Stato.
Nel corso delle celebrazioni, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha detto che in questo giorno “Non dovrebbero esserci tribune per simili figuri”, stigmatizzando la visibilità e lo spazio che viene dato agli ex terroristi in televisione e su altri media. In particolare ha citato l’intervista dell’ex brigatista che uccise Carlo Casalegno che ha detto di provare solo “rammarico” per i familiari delle vittime. “Il rispetto della memoria purtroppo è spesso mancato proprio da parte di responsabili delle azioni terroristiche”, ha aggiunto celebrando al Quirinale con tono commosso il primo “giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi”. Lo Stato democratico non può dimenticare le vittime del terrorismo e la parola va data a chi ha subito la violenza e non a chi la perpetrata. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlando al Quirinale nella prima Giornata in ricordo delle vittime. Il capo dello Stato ha spiegato dettagliatamente che “chi ha regolato i propri con la giustizia ha il diritto di reinserirsi nella società ma con discrezione e misura”. E “mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali”.
Qui, nel dettaglio tutti i principali eventi organizzati per non dimenticare il presidente della Dc ucciso dalle Br e tutte le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana.
FIRENZE: Una delegazione di studenti toscani -le spese di viaggio sono pagate dalla Regione- accompagnerà l’Associazione delle vittime di via dei Georgofili all’iniziativa programmata dalla Presidenza della Repubblica.
MILANO: Riprodotta in video-installazione nelle misure reali, la cella in cui le Brigate Rosse tennero prigioniero lo statista è visibile da domani nel Museo di Storia Contemporanea di Milano, al centro della mostra “Trittico: 1978-2008. Moro, l’Italia, la coscienza”. A Milano lo statista è stato ricordato oggi in una cerimonia a cui ha partecipato Giulio Andreotti.
TORINO: Celebrazioni con la deposizione di una corona presso il Palazzetto Aldo Moro. Partecipa anche il sindaco Chiamparino. Previsto anche un convegno nel Museo Diffuso della Resistenza.
PALERMO: Il Teatro Festival ospita domani e sabato “9 maggio 1978, niente fu più come prima”, una ballata per la regia di Alfio Scuderi, che mette a confronto Aldo Moro e Peppino Impastato, entrambi uccisi in quella data.
TRIESTE: In Largo Caduti Nassirija Ferdinandeo si svolgerà la Cerimonia Giornata della memoria contro il terrorismo.
SASSARI: Per iniziativa dell’amministrazione comunale sarà posta una lapide in memoria dello statista,nella piazza omonima
SPELLO (PERUGIA): Mostra-documentario su “Gli ultimi giorni di Aldo Moro”.
BOLZANO: in occasione della tradizionale Festa dell’Europa in municipio, sarà ricordata la prima Giornata della Memoria del vittime del terrorismo.
POTENZA: Nella chiesa di S. Maria del Sepolcro celebrazione di una messa in suffragio del Presidente della Dc.
Il VIDEO servizio:
LEGGI ANCHE: Parla Cossiga: Quello che non ho mai detto su quei 55 maledeti giorni (in .pdf)

Francesco Cossiga vede in anteprima, con Panorama (la cronaca sul numero in edicola da giovedì 1° maggio), Aldo Moro. Il presidente (della TaoDue Film), che andrà in onda su Canale 5 il 9 e l’11 maggio. E nell’occasione racconta particolari inediti sui 55 giorni del rapimento dello statista ucciso dalle Brigate rosse. “Centrale è il ruolo del Vaticano” ricorda Cossiga.
“Ma anche intorno a questo passaggio cruciale bisogna aggiungere un nuovo pezzo di verità: ho sempre creduto che don Antonello Mennini, allora suo confessore, attualmente nunzio apostolico in Russia, abbia incontrato Moro prigioniero delle Br per raccogliere la sua confessione prima dell’esecuzione dopo la condanna a morte. Come ministro dell’Interno allora mi sentii giocato. Mennini ci scappò. Seguendolo avremmo potuto trovare Moro. Ma ancora oggi il Vaticano è riuscito a fare in modo che Mennini non potesse essere interrogato mai da polizia e carabinieri”.
Nell’intervista a Panorama, Cossiga svela anche un’altra verità, questa volta politica: “Durante i 55 giorni siamo stati a un passo dalla rottura con il Pci. La politica della fermezza voluta dal governo di unità nazionale concedeva alla famiglia di Moro la piena libertà di trattare per la liberazione, ma mai direttamente con le Br. Attraverso la Caritas, la Croce rossa, Amnesty international oppure il Vaticano, l’Onu… Ma un certo punto venne da me Enrico Berlinguer, insieme a Ugo Pecchioli, il suo ministro degli interni, per dirmi: “Adesso basta, abbiamo detto che non si tratta e non si tratta”.
In confidenza, poi, Pecchioli si preoccupò di informarmi che se si fosse trattato di pagare molti soldi sarebbe stato meglio non lo dirlo prima, così il Pci avrebbe potuto protestare senza però arrivare alla rottura politica. Tutto questo nel film non c’è”.
Guardando lo sceneggiato televisivo, il presidente emerito della Repubblica è rimasto colpito soprattutto dall’interpretazione che Michele Placido fa dello statista ucciso dalle Br. “Placido fissa per sempre nell’immaginario televisivo un Moro idelebile” commenta. “Ma devo dire che il più verosimile di tutti mi è sembrato Benigno Zaccagnini. Uguale!”.
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“Unità speciali” di Stay-behind, la rete atlantica in Italia meglio nota come Gladio, con ogni probabilità vennero impiegate durante il caso Moro.
Lo rivela Panorama nel numero in edicola da venerdì 21 marzo, che cita un documento riservato del Bnd, il servizio segreto della Germania Federale. Si tratta di una relazione inviata il 19 novembre del 1990 a Francesco Cossiga, allora presidente della Repubblica, il quale la fece avere alla procura romana, ma depurandola delle parti sulle quali il Bnd aveva imposto il vincolo del segreto. Dalla magistratura, il documento “mutilato” arrivò poi sul tavolo della Commissione Stragi.
Oggi, Panorama è riuscito a ricostruirlo nella sua interezza. Fra i brani secretati della relazione del Bnd, proprio il riferimento a un ruolo di Gladio durante i 55 giorni del sequestro Moro e diversi passaggi in cui si ricostruisce la storia di Stay-behind, la rete clandestina atlantica destinata ad attivarsi in caso di invasione dell’Europa occidentale da parte delle truppe del Patto di Varsavia.
Panorama pubblica anche un’intervista a Francesco Cossiga, in cui l’ex presidente della Repubblica conferma la notizia del ruolo di Gladio durante il sequestro e dei particolari rapporti tra Moro e Gladio. Cossiga afferma anche che furono agenti del Mossad israeliano a far saltare, mentre era in volo, Argo 16, l’aereo utilizzato per i “trasporti clandestini” di Gladio. Fu una ritorsione per la liberazione, voluta proprio da Moro, dei due terroristi palestinesi che avevano tentato di colpire un aereo della compagnia israeliana El Al sulla pista dell’aeroporto di Fiumicino.
Infine, l’ex presidente della Repubblica rivela che l’elenco dei 600 gladiatori consegnato a suo tempo al Parlamento da Giulio Andreotti non è completo: “Mancano un bel po’ di nomi. Per esempio quelli di due membri del governo attualmente in carica… Niente nomi. Posso solo dire che sono della Margherita”.
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Guarda la GALLERY: Via Fani, 16 marzo 1978
di Giancarlo De Cataldo
“Vestiti e corri alla radio. Hanno rapito Aldo Moro”. Avevo vent’anni, collaboravo a una radio libera. Mandai al diavolo l’amico, noto per i suoi scherzi, e me ne tornai a dormire. Pochi minuti dopo telefonarono da casa, giù in Puglia. “Hai sentito che è successo? Per favore, prendi il treno e torna a casa. A Roma c’è pericolo…”. Accesi il televisore: comparvero le immagini di via Fani. Poliziotti in borghese si aggiravano attoniti fra i corpi dei loro colleghi della scorta; auto di ordinanza scaricavano alte cariche dello Stato dal volto corrucciato; la voce rotta dall’emozione dello speaker ripeteva le prime informazioni sul fatto. Allora è vero, è accaduto davvero. Hanno preso Moro. Sono state le Brigate rosse. Siamo in guerra…
Ho fra le mani, trent’anni dopo, Eseguendo la sentenza, il libro che Giovanni Bianconi ha dedicato ai 55 giorni del sequestro Moro. È una cronaca appassionata dei fatti, rivissuti attraverso i ricordi e le sensazioni di coloro che ne furono protagonisti, le dichiarazioni ufficiali “in presa diretta”, i documenti d’epoca. Una ricostruzione preziosa che ci restituisce al clima di sbigottito ottundimento che caratterizzava le nostre percezioni dell’allora, e ci forza a misurare il fossato incolmabile che divide il come eravamo dal come siamo diventati.
Quella mattina ci ritrovammo in radio, dominati dalla sensazione di una catastrofe incombente. Un pugno di giovani impotenti che, come tutti i giovani, coltivavano ancora l’illusione di poter cambiare il mondo. Il mondo dei padri. Eravamo aggressivi verso quel mondo. Di un’aggressività che coinvolgeva tutta una generazione: nessuno poteva dirsene immune. Pensavamo che i padri dovessero essere provocati, persino umiliati, costretti comunque a ritirarsi. Forse, speravamo solo di stimolare una qualche reazione in loro. Volevamo spingerli a un confronto aperto. Confidavamo in una loro risposta, in un segnale. Ma nessuno di noi avrebbe mai imbracciato un mitra e spento una vita umana.
Però c’era chi lo faceva, e nel senso «politico» della lotta armata non potevi non cogliere, immediato, il riflesso di quell’aggressività generazionale. Vedevamo ogni giorno ragazze e ragazzi, quello sino a ieri spavaldo e indifferente, l’amico timido, il taciturno, il mite, abbracciare di colpo le posizioni estreme, urlare gli slogan più truci, inneggiare all’annientamento del nemico.
Un interrogativo ci tormentava: questi brigatisti sono, come si leggeva sulla stampa, “folli”, “strateghi del terrore”, “criminali comuni”, “agenti di potenze straniere”, o soltanto gente come noi che ha deciso di trasformare in azione ciò che pure alberga nel nostro sentire? Assassini, in una parola, o parricidi? E alla fine, dopo averlo così duramente punito, avrebbero usato clemenza verso quel padre che, dalla “prigione del popolo”, si sforzava di trovare un canale di comunicazione con il suo mondo che l’aveva abbandonato, o la “giustizia proletaria” avrebbe compiuto il suo corso sino alle estreme conseguenze? Avevamo tante domande, ma ci mancavano le risposte. Ma nemmeno “chi di dovere”, se si ripercorre la cronaca di quei giorni, aveva risposta. Erano forse sbagliate le domande? O c’era qualcosa di non detto, qualcosa che avremmo scoperto soltanto dopo, quand’era troppo tardi?
Intanto la tragedia correva sulle nostre teste, scavava nel nostro inconscio, assestava radici di odio e di sangue. I bambini sognavano scene cilene, Roma era una città plumbea, stretta in un assedio metropolitano che evocava scenari da paese in guerra, eppure, fra le maglie dei controlli, i brigatisti si muovevano agili e indisturbati, nessuno pensava a pedinare gli intermediari, nessuno apriva porte sospette e preziosi indizi, che avrebbero potuto cambiare il corso della storia, restavano occultati dietro il moto indecifrabile del piattino di una singolare seduta spiritica.
Trent’anni dopo dovremmo vergognarci di aver pensato, in tanti, che Moro era impazzito, che non era più lui, che era indotto a vergare missive disperate dal “pieno e incontrastato dominio” dei suoi carcerieri. Chi si opponeva alla trattativa aveva ottime ragioni per mostrarsi intransigente. Ma trent’anni dopo siamo costretti a constatare che nel paese del familismo amorale, delle tangenti e delle raccomandazioni, solo e soltanto alla famiglia di Aldo Moro si era deciso di negare il conforto di uno spiraglio di trattativa. Lo si era fatto per i terroristi palestinesi (come Moro non mancava di ricordare nelle sue lettere), e l’avremmo fatto qualche tempo dopo per Giovanni D’Urso e per Ciro Cirillo.
Lo Stato non andò in crisi. Siamo ancora qui a testimoniarlo. Per tutti si trovò una strada. Per tutti tranne che per Moro. E mentre le domande si rincorrevano, accadevano cose che, con una scelta coraggiosa e condivisibile, Bianconi non racconta perché nessuno, in quel momento, poteva raccontarle.
Soltanto in seguito avremmo appreso, infatti, che le unità di crisi si avvalevano della consulenza di esperti internazionali per i quali la sola eventualità di una trattativa era una bestemmia. Che gli apparati investigativi pullulavano di uomini della loggia massonica deviata P2. Che per molti addetti ai lavori il destino di Moro era segnato sin dall’istante del suo prelevamento. Che un timore angoscioso pervadeva settori rilevanti del mondo politico e istituzionale: il timore che, in qualche modo, dal “processo popolare” potessero scaturire rivelazioni su quelle strutture segrete (Gladio, Stay behind) che, di là e contro ogni controllo democratico, avrebbero dovuto assicurare, by any means, la fedeltà atlantista dell’Italia anche in caso di vittoria elettorale, dunque democratica, delle sinistre.
Non lo sapevamo noi, gente comune, e, per quanto si sia detto, scritto e indagato negli anni a venire, non è mai emersa la prova certa che ne fossero a conoscenza gli stessi brigatisti. O, forse, lo davano così per scontato che non metteva conto informarne le masse: in più di un verbale processuale gli autori del sequestro avrebbero poi affermato di non aver compreso sino in fondo la prosa morotea, oppure di esserne stati abilmente depistati. La stessa decisione di attentare a Moro, e non a qualche altro maggiorente democristiano, sarebbe poi stata spiegata con la più minimalista delle motivazioni: era il bersaglio più facile da colpire, gli altri erano meglio protetti.

Perché venissero alla luce i depositi segreti di armi, i progetti di “enucleazione” degli oppositori politici, la ragnatela di contromisure che avrebbero potuto realmente trasformare l’Italia in un campo di battaglia avremmo dovuto attendere la caduta del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda. Storie passate, si dirà. Mai chiarite sino in fondo, forse impossibili da chiarire.
A meno di non trovare il coraggio di mettersi intorno a un tavolo e ricostruire il nostro passato senza la minaccia di una pena o il miraggio di una ricompensa. Ma non lo faremo. Non sembra proprio che interessi a nessuno.
Oggi la memoria di via Fani si è trasformata in una delle tante celebrazioni rituali a cui i delitti eccellenti della Prima repubblica ci hanno abituato. I ragazzi delle nostre scuole non sanno niente di Moro, del suo insegnamento, delle sue parole, delle strazianti lettere, della sua tragica fine. Tutto questo ci appare come un’icona sbiadita. Il nostro quotidiano parla una lingua totalmente diversa. Il sogno del mutuo ha rimpiazzato l’ansia della rivolta. L’operetta trionfa sul dramma, non c’è tragedia che non si possa presentare nel suo risvolto di sgangherato fescennino.
Gli anni di balsa hanno preso il posto degli anni di piombo. E in fondo li preferiamo. Sono, a loro modo, anni rassicuranti: non c’è molto da rimpiangere, in una stagione in cui si piazzavano esplosivi agli angoli delle strade e si sparava in faccia alla divisa, alla toga o alla grisaglia senza nessuna considerazione per l’uomo che l’indossava. I ragazzi di quella radio hanno messo su famiglia, c’è chi ha avuto successo e chi si è perso per strada, chi ha fatto carriera e chi non si rassegna a invecchiare. Uno alla volta, alla spicciolata, quasi tutti i protagonisti della vicenda sono usciti di scena.
Chi passato a miglior vita, con i propri dolori e, chissà, i propri segreti, e chi, come è accaduto a numerosi brigatisti, riammesso a varie forme di vita civile grazie a una legislazione i cui principi fondamentali, dalla rieducazione penitenziaria al reinserimento sociale, affondano tuttora radici proprio negli insegnamenti di Moro.
Paradossale, dolce, amara vendetta del padre sacrificato dall’arroganza dei giovani parricidi.
Guarda la GALLERY: Via Fani, 16 marzo 1978
Il VIDEO servizio:
“Quei faldoni riservati sul caso Moro sono una novità. Una grande novità, che ci ha colti di sorpresa. Ora il governo deve togliere il segreto. E subito. Se a suo tempo avessimo potuto vedere quelle carte, probabilmente l’esito delle nostre inchieste sarebbe stato diverso”. Lo afferma a proposito del caso Moro il giudice Rosario Priore, il magistrato che più di ogni altro ha indagato sul principale delitto politico italiano in un’intervista a Panorama, pubblicata sul numero in edicola da venerdì 14 marzo.
Priore dice a Panorama: Sul caso Moro “non sappiamo tutto. La verità accertata sul piano giudiziario non è assolutamente esaustiva, perché esistono ancora delle zone d’ombra. Manca ancora quel salto di qualità che ci faccia comprendere gli eventi, spostandone l’interpretazione dal piano poliziesco-giudiziario a quello storico-politico. È quel salto che ci consentirebbe di capire chi volle il sequestro Moro, a chi doveva servire e per quali quali finalità”.
Moro, dice Priore “fu ucciso perché era l’obiettivo di un folle disegno rivoluzionario. E poi per gli interessi più disparati, che si sono sovrapposti all’azione, di chi tentava di trarne un vantaggio. Era un’occasione ghiotta, specialmente per chi operava a danno di un paese debole, di una democrazia non solida com’era la nostra negli anni Settanta”. Si trattava di forze “interne ed esterne. Ognuna con proprie finalità: per spostare l’asse della politica a destra o a sinistra, o per rafforzare tendenze verso determinate aree di influenza”.

La storia top secret del caso Moro è dentro più di 100 faldoni coperti dal segreto di stato e custoditi un un armadio blindato degli archivi della commissione Stragi. Lo rivela il settimanale Panorama, in edicola domani.
Quel materiale fu inviato a Giovanni Pellegrino, nell’agosto del 1998, dall’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano, con un lettera in cui il responsabile del Viminale parlava di documenti «non portati a conoscenza dell’autorità giudiziaria», di «atti di elevata classifica», perciò da «considerarsi di vietata divulgazione».
Si tratta di fascicoli provenienti dal Sisde, dal Sismi e da sedi diplomatiche italiane all’estero: appunti, relazioni, brogliacci di telefonate e trasmissioni radio intercettate, confidenze di «gole profonde», informative di altri servizi segreti (austriaco, tedesco federale, israeliano, libanese). Parte di quel materiale risale al periodo tra l’inizio di febbraio e il 16 marzo 1978, cioè il mese e mezzo che precedette il sequestro.
Ci sono, fra quelle carte, anche fascicoli sui piani predisposti dal ministero dell’Interno (noti come Mike e Victor) durante i 55 giorni del sequestro e sul lago della Duchessa, su via Gradoli e sui luoghi in cui poteva trovarsi il prigionero Moro.
«C’è un tesoro lì dentro», ha dichiarato a Panorama Pellegrino, ex presidente della commissione Stragi. «Un tesoro che non abbiamo mai potuto utilizzare perché coperto dal segreto. Ma oggi, a 30 anni di distanza dall’assassinio di Aldo Moro,il segreto su quelle carte deve cadere».
Panorama ha interpellato anche il giudice Rosario Priore, che diresse le prime quattro inchieste sul caso Moro. Ha dichiarato: «Vengo a conoscenza solo ora dell’esistenza di quel materiale. A una prima occhiata, sulla base dei “titoli”, quei documenti mi sembrano molto interessanti. Ne traggo un’ulteriore conferma che il caso Moro sia ancora aperto, dal punto di vista storico. Spero che il segreto venga tolto al più presto, e che quel materiale venga messo a disposizione degli studiosi, dei giornalisti e dell’opinione pubblica».