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Città di notte: le donne possono davvero sentirsi al sicuro?

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/poagao/20928192/]Poagao[/url] by Flickr)[/i]

“Milano non è una giungla, ci sono i controlli delle forze dell’ordine e i reati in città sono diminuiti”. “Passeggio da sola esclusivamente in centro, mai in certe zone buie e isolate”. “Evito di uscire la sera senza compagnia e non prendo i mezzi in periferia”. “Rientro la notte da sola e non sempre trovo parcheggio sotto casa. Ma non ho mai avuto paura”. “È fondamentale scegliere con cura i posti e la gente da frequentare”. “Una volta in tram mi hanno importunato in sei. Da allora tengo in borsetta uno spray irritante”. Voci di donne dalle notti milanesi. La città è davvero ostile e insidiosa per le sue abitanti? A leggere cronache e numeri, c’è da chiudersi in casa. Nel 2006 i casi di violenza sessuale sono stati 272, 342 nel 2007. Statistiche per difetto, visto che molte vittime non sporgono denuncia e che a volte polizia e carabinieri non diffondono la notizia di questi reati.

Il 2008 è cominciato nel peggiore dei modi. La notte di Capodanno una madre e le sue due figlie sono state aggredite durante i festeggiamenti in piazza del Cannone (davanti al Castello Sforzesco), a gennaio gli episodi denunciati sono stati più di uno al giorno. Una ventenne di origini egiziane fatta salire in auto a forza fuori dall’ospedale Sacco e stuprata in una scarpata a Garbagnate, due badanti ucraine violentate sui vagoni abbandonati in stazione Centrale, una donna sequestrata e seviziata per ore da un uomo italiano a Quarto Oggiaro… L’80 per cento dei violentatori viene arrestato, dicono le forze dell’ordine. Ma la paura resta.

Letizia Moratti, il primo sindaco donna di Milano, si è impegnata per renderla più sicura. La sua battaglia è partita proprio dall’emergenza stupri. Nell’agosto 2006, a pochi mesi dalla sua elezione e dopo un’estate nera sul fronte delle aggressioni contro le donne, varò il cosiddetto “piano antiviolenze”. Previsti taxi agevolati per le donne in attesa alle fermate della metro di periferia, un “Radiobus rosa” per riaccompagnarle a casa, più telecamere nelle zone a rischio, come la stazione Centrale e i parchi, un pulsante di allarme alle fermate dell’autobus e ai semafori collegato con la centrale dei vigili, corsi di autodifesa, le insegna dei negozi accese ovunque anche la notte. Alcuni progetti sono stati realizzati, altri non ancora.

“Servono più controlli, a partire soprattutto dai luoghi a rischio”, spiega Alessandra Kustermann, responsabile del Servizio violenze sessuali dell’ospedale Policlinico-Mangiagalli. L’aumento degli stupri, secondo il medico, è legato a quello delle clandestine che arrivano in città per lavorare, ad esempio come badanti, e diventano facili bersagli. Il consiglio è di tornare a casa col Radiobus o in taxi invece che a piedi. Le straniere sono la maggior parte delle donne che si rivolgono all’Svs e, ricorda Alessandra Kustermann, le aggressioni per strada da parte di sconosciuti sono minoritarie rispetto a quelle tra le mura domestiche da parte di parenti o conoscenti. Tuttavia chi si occupa di soccorrere le donne descrive Milano come una città insidiosa, con aree degradate, strade buie. Che spegne le luci dopo le 20 e nel fine settimana e nei periodi di festa o in estate diventa un deserto dove gridare per chiedere soccorso è inutile.

Spulciando le storie raccolte dall’Svs, viene fuori che i luoghi più a rischio sono davanti al portone di casa o in cortile, l’orario da coprifuoco va dalle 20 alle 8 del mattino e i pericoli non si corrono solo in periferia o intorno alla stazione ma anche in quartieri centrali. A Milano molti ruoli di potere sono occupati da donne, sono numerose le giovani o meno giovani che arrivano in città da fuori per lavorare o studiare. Ma quello che trovano è un luogo a misura del “sesso debole”, soprattutto dopo il tramonto? Panorama.it ha trascorso le notti insieme alle donne che per lavoro vanno a dormire all’alba. E che smontano da dentro i luoghi comuni.

Cristina, la poliziotta

Rosaria, la tassista

Adriana, la cassiera in discoteca

Silvia, il medico di pronto soccorso

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La violenza sulle giovani donne uccide quanto il cancro

 La violenza contro le donne è un flagello mondiale che una su tre subisce almeno una volta nella vita, e in 192 stati tra quelli che fanno parte delle Nazioni Unite non esistono leggi che puniscano gli uomini protagonisti di tali violenze. Lo afferma un rapporto dell'Onu | Foto Ansa
L’attenzione alla violenza su donne e minori è in genere poca, e spesso influenzata negativamente dai casi di cronaca, come quelli recenti di Marsciano o della scuola di Rignano Flaminio. Persino i ginecologi, in prima linea nel fornire assistenza alle vittime, sono spesso dotati più di buona volontà che di competenza scientifica, anche se occorre dire che non è colpa loro: “In Italia fino al 1996 la legge puniva la violenza sulle donne come reato contro la pubblica morale e non contro la persona. Da allora, è via via cresciuto l’impegno anche dei ginecologi, pur in assenza di nozioni e di corsi sull’argomento, persino nelle scuole di specialità” spiega Giovanni Monni, ginecologo dell’Ospedale Microcitemico di Cagliari e presidente dell’Aogoi, l’associazione che riunisce oltre 5.000 ginecologi ospedalieri e che ha appena pubblicato un manuale per gli specialisti frutto del lavoro di una Commissione Nazionale attiva da 6 anni (ne dà conto la sezione anti-violenza del sito dell’associazione).

“La violenza contro le donne tra i 15 e i 44 anni uccide quanto il cancro” ha scritto il Ministro della Salute Livia Turco nella presentazione del volume. “Il prezzo in termini di salute delle donne supera quello degli incidenti stradali e della malaria messi insieme”. In questo l’Italia - come in generale i paesi occidentali - non è indenne da quella che in alcuni paesi meno sviluppati è una vera piaga: secondo quanto è stato riportato a fine del 2006 dall’allora segretario generale dell’ONU Kofi Annan di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a livello mondiale una donna su tre è stata picchiata o abusata sessualmente, e una su quattro ha subito violenza durante la gravidanza.
Per aggiungere tragedia alla tragedia, infatti, si tratta di un prezzo che le donne spesso pagano nel momento di maggiore vulnerabilità: “La violenza durante gravidanza e puerperio è la seconda causa di mortalità dopo l’emorragia”, spiega Valeria Dubini, ginecologa dell’Ospedale Nuovo San Giovanni di Dio di Firenze e curatrice del manuale dell’AOGOI, intitolato “Violenza contro le donne. Compiti e obblighi del ginecologo” (qui il .pdf). “In alcuni casi la gravidanza è l’occasione di contatto con il ginecologo, che può portare alla luce violenze che vanno avanti da tempo, ma in altre occasioni può acuire una situazione già drammatica, come sembra essere accaduto a Marsciano”.

Il fatto che gli autori delle violenze - sulle donne come pure sui minori - siano familiari più o meno stretti non è un’eccezione, piuttosto una tragica regola ignota ai più. Come sconosciute in molti casi persino ai professionisti sono le priorità da seguire nell’assistenza alle vittime: “La prima accoglienza è importantissima, perché è in sé un atto di cura. In parallelo, occorre adottare tutte le misure per prevenire la gravidanza e le infezioni a trasmissione sessuale. Solo in secondo piano c’è la raccolta delle prove per l’eventualità di una denuncia penale” spiega Valeria Dubini.
Assai spesso è la donna stessa a non voler sporgere denuncia e il ginecologo è tenuto a presentarla d’ufficio solo in caso di violenze continuate, o in presenza di reati congiunti. “Non è compito dei ginecologi incrementare il numero delle denunce” spiega Alessandra Kusterman, ginecologa degli Istituti Clinici di Perfezionamento presso la Clinica Mangiagalli di Milano e responsabile del “Soccorso Violenza Sessuale” aperto nel 1996 nell’ospedale milanese. “Il fatto è che in molti casi la violenza si consuma in assenza di testimoni, e anche nei pochi casi in cui la donna è determinata a procedere contro l’aggressore si scontrano due versioni dei fatti. I segni di violenza sono spesso poco visibili, e anche se la giurisprudenza ha riconosciuto che lo stato psichico della vittima è di per sé significativo, il procedimento penale rischia di essere inutile se non dannoso. La denuncia penale spesso finisce senza la condanna dell’aggressore, quando non addirittura con la condanna per calunnia della donna”.
“In ogni caso non è a quello che devono puntare i medici” conclude la Dubini. “Il loro obiettivo deve essere quello di imparare a cogliere per tempo i sottili segnali, sgradevoli, che tutti preferiremmo ignorare. Devono avere orecchie sensibili, che sono il presupposto migliore per intervenire a evitare il peggio”.

Orecchie e occhi più sensibili e più preparati di quanto siano stati finora: “Lo studio inglese che per primo qualche anno fa ha segnalato l’altissima frequenza di episodi cruenti ai danni delle donne in gravidanza ha anche rilevato un dato che deve fare riflettere: in quattro casi su dieci, le donne uccise avevano in qualche modo chiesto aiuto al medico”.

VEDI ANCHE:
Oltre un quarto degli omicidi compiuti in famiglia - Bracciale antiviolenza. Utile, solo se c’è chi risponde all’allarme - Sito del Telefono Arcobaleno contro la pedofilia - L’elenco online dei Centri antiviolenza in Italia - La campagna di Amnesty International

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