
Luigi Muro, deputato di Futuro e libertà (ANSA /ALESSANDRO DI MEO)
“Se davvero ci fossimo comportati come ha scritto il Corriere della Sera, dovrebbero ammazzarci”. Gioacchino Alfano, deputato del Pdl, smentisce a Panorama.it la notizia secondo cui il 4 febbraio la Nazionale parlamentari – in cui gioca – avrebbe partecipato a un torneo di beneficenza a Catania, ma a condizione di essere totalmente spesata. Gli onorevoli sono accusati di aver lasciato il conto da pagare al ristorante dopo la partita, e soprattutto di non aver partecipato a una colletta per comprare tre carrozzine per bambini disabili.
Continua

Uno scherzo del destino. Rosario Gambino, 67 anni, boss italo-americano (ma senza cittadinanza Usa) indagato a suo tempo dal giudice Giovanni Falcone nell’inchiesta “Pizza Connection“, latitante dal 1980 e in carcere per 22 anni negli Stati Uniti, è arrivato in Italia oggi. E’ atterrato a Fiumicino poco prima delle 9, accompagnato da quattro funzionari del Servizio Centrale Operativo (Sco). Espulso. Nel giorno in cui si commemorala strage di Capaci che 17 anni fa si portò via la vita del magistrato simbolo della lotta antimafia, della moglie e della scorta. Il mandato di cattura firmato da Falcone è stato notificato a Gambino, che è già stato trasferito a Rebibbia.
Questa mattina la figura del giudice è stata commemorata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha deposto una corona di fiori davanti la lapide delle vittime di Cosa nostra che si trova dentro la caserma “Lungaro” di Palermo. Erano presenti il presidente del Senato, Renato Schifani, e il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che ha detto: “500 chili di tritolo non sono riusciti a cancellarlo dalla nostra memoria”.
Alla cerimonia hanno partecipato anche, tra gli altri, il capo della polizia, Antonio Manganelli, il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, il presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo e il sindaco di Palermo, Diego Cammarata. Il presidente si è poi recato in un altro luogo simbolo della lotta a Cosa nostra, l’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, dove si svolse il maxi-processo alle cosche siciliane, con Falcone e Paolo Borsellino in prima linea, dove erano presenti anche la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e il ministro della giustizia Angelino Alfano.
“Mai come in momenti come questo, uniti nel ricordo incancellabile di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le altre vittime della mafia sentiamo di essere una nazione”, ha detto il presidente della Repubblica nell’aula bunker di Palermo. ”Li onoriamo e li ammiriamo” riferito a Falcone e Bosellino, “come autentici eroi di quella causa della legalità, della convivenza civile, della difesa dello Stato democratico con la quale si erano identificati e come costruttori di un più valido presidio giuridico e istituzionale di fronte alle sfide della criminalità organizzata”. Napolitano ha voluto poi lanciare un segnale non troppo sibillino sul dibattito innescato giovedì dal presidente del Consiglio con le sue parole all’assemblea di Confindustria: nella lotta contro la mafia, ha detto, “contano la crescita della coscienza critica e della fiducia nello Stato di diritto”, e ha sottolineato che essa ”può rafforzarsi solo in un clima di rispetto in ogni circostanza degli equilibri costituzionali da parte di tutti coloro che sono chiamati ad osservarli”. Alla commemorazione è intervenuta anche la sorella di Falcone, Maria, che nel suo intervento ha parlato di ”caduta del mito dell’impunibilità della mafia” e ha evidenziato come quest’anno sia stato scelto come tema centrale dell’appuntamento quello del lavoro e dello sviluppo. ”Fare sviluppo economico legale in Sicilia significa fare antimafia”, ha detto. Il ministro Angelino Alfano ha ricordato l’importanza del maxiprocesso alla mafia istruito da Falcone proprio in quell’aula. ”All’epoca ero in collegio. Per tutti fu un shok mediatico vedere i bos rinchiusi nelle gabbie. Dopo l’attività istruttoria del pool antimafia nessuno poté più dire che la mafia non esisteva. Tutti i killer che, allora, erano al bunker ora sono al 41bis”.
“Non è né poco urgente né molto urgente, è solo giusto”. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano difende lo “scudo”, il lodo che porta il suo nome e serve a garantire l’immunità dai processi per le prime quattro cariche dello stato.
Lo fa nell’aula di Palazzo Madama, tra gli applausi (addirittura una standing ovation finale) dei senatori Pdl e i fischi dell’opposizione. Il lodo, secondo Alfano, “tiene conto dei rilievi della Corte Costituzionale” ed è “un testo sobrio e ben calibrato rispetto ai principi e ai valori costituzionali” e “non è in conflitto con l’articolo 3 della Costituzione” perché, dice “si tratta di un disegno che stabilisce la sospensione del procedimento penale e questo è possibile farlo con una legge ordinaria. I processi sono sospesi e la legge introduce un limite preciso ed ineliminabile: la fine della legislatura”. Il ddl contenente il procedimento sarà esaminato al Senato oggi (in serata, con diretta televisiva, è previsto il voto) e a meno di sorprese dovrebbe ottenere il via libera.
Il ministro della Giustizia ha poi annunciato la riforma del sistema giudiziario per l’autunno: ”Intendiamo procedere alla riforma della giustizia civile e del processo penale visti i tempi irragionevoli della durata dei processi e visto che il conto lo paga il cittadino”. Secondo Alfano, ”oggi la linea di confine tra riformisti e conservatori è segnata dalla giustizia” e ”i settori ragionevoli dell’opposizione non dovrebbero seguire i giustizialisti”.
Parole che non hanno convinto però i senatori dell’opposizione, che voteranno contro il lodo: ”Voi pensate di votare questo provvedimento come se fosse una garanzia e invece” ha detto il senatore del Pd, ed ex procuratore di Milano, Gerardo D’Ambrosio “è soltanto un privilegio, contrario al dettato costituzionale. E io non potrò mai votare a favore di un privilegio”.
Costituito da un breve testo, un articolo in otto commi, già varato a Montecitorio, prevede che dalla sua entrata in vigore si sospendano tutti i processi penali in corso, in ogni fase o grado, per capo dello Stato, presidenti di Camera e Senato e presidente del Consiglio.
Ecco una sintesi del contenuto del provvedimento:
Sospensione dei processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato (articolo 1, comma 1). Sospensione dei processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato. La sospensione opera per il Presidente della Repubblica, per il Presidente del Senato, per il Presidente della Camera, per il Presidente del Consiglio dei ministri. La sospensione opera dalla data di assunzione della carica o della funzione e si applica anche ai processi penali per fatti antecedenti l’assunzione della carica.
Rinuncia alla sospensione (comma 2). L’imputato o il suo difensore munito di procura può rinunciare alla sospensione infogni momento.
Assunzione delle prove non rinviabili (comma 3). Nonostante la sospensione del processo il giudice potrà procedere, se ne ricorrono i presupposti, all’assunzione delle prove non rinviabili. Secondo la relazione illustrativa del provvedimento si tratta di una valvola di sicurezza che salvaguardia il diritto alla prova e impedisce che la sospensione operi in modo generale e indifferenziato sul processo.
Prescrizione (comma 4). Alla sospensione del processo è collegata la contestuale sospensione dei termini di prescrizione.
Durata della sospensione (comma 5). La sospensione opera per l’intera durata della carica o della funzione e non è reiterabile (su questo punto però si pone una eccezione, nel caso di una nuova nomina nel corso della stessa legislatura. Secondo la relazione illustrativa al provvedimento questo regime speciale sarebbe imposto dalla diversa durata delle 4 cariche interessate dal provvedimento.
Trasferimento dell’azione in sede civile (comma 6). In caso di sospensione possibilità per la parte civile di trasferire l’azione in sede civile.
Disposizione trantiroria (comma 7). Sospensione estesa anche ai processi penali già in corso, in ogni fase e grado, all’entrata in vigore del provvedimento.
Entrata in vigore (comma 8). Il provvedimento entra in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
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Forza Italia ci vuole mettere il cappello. Il dopo Totò Cuffaro è una partita troppo importante per essere dimenticata da Roma. A meno che da destra non scenda in campo il leader del Movimento per l’autonomia, Raffaele Lombardo e da sinistra non stiano semplicemente a guardare.
“Non è una pretesa nei confronti degli alleati. Ma chiediamo legittimamente un nostro candidato alla presidenza della Regione Siciliana”, ha le idee chiare il coordinatore regionale di Forza Italia, Angelino Alfano, al termine del vertice del partito in vista delle elezioni anticipate da tenere entro il 25 aprile. Stesso concetto espresso dal presidente dei senatori di Forza Italia, Renato Schifani.
Alfano e Schifani. Se si aggiungono Gianfranco Miccichè (presidente dell’Assemblea regionale, molto critico con l’ex Governatore) e Stefania Prestigiacomo, si ottiene la rosa di nomi che si giocheranno la partita degli azzurri per la corsa alla presidenza della Regione. Ma Schifani ha fatto sapere subito di voler restare a Roma. Miccichè ha lanciato la candidatura della Prestigiacomo, incassando molti consensi e il rifiuto di donna Stefania. Per ricambiare il favore, l’ex ministro delle Pari Opportunità ha rilanciato quella di Miccichè. Un ping pong insomma, in attesa di scendere in campo seriamente. Anche nel confronto con gli alleati.
Del poker azzurro, a spuntarla potrebbe essere l’astro nascente: il giovane coordinatore del partito, il 37enne Angelino Alfano, considerato da molti il pupillo di Berlusconi. Per non smentirsi ha già annunciato: “Per le prossime elezioni riproporremo l’atto di ripudio alla mafia, come abbiamo fatto per le amministrative del 2005”. E, con un tocco di praticità: “La novità che Forza Italia potrà e saprà esprimere dovrà consolidarsi non in vaghe riflessioni ma in un programma di autentica riforma per le istituzioni siciliane e per i comparti vitali dell’economia”. Alfano sarebbe un volto nuovo, per l’immagine e lo stile. Quanto alla sua candidatura dice soltanto: “È naturale che si faccia il mio nome, insieme agli altri, in quanto coordinatore del partito”. Ma la sfida è lanciata.
E nel centrodestra l’unico a potere tenere testa agli azzurri è il “gemello diverso” di Cuffaro, Raffaele Lombardo. Stessa formazione (con i salesiani), stessa professione (medico), stessa storia politica (democristiana). Ma con carattere, fisico e temperamento diversi. Più rotondo e passionale, Totò. Più asciutto, freddo e scientifico, Raffaele. A detta di molti, sarebbe proprio Lombardo l’erede naturale alla poltrona di Governatore.
L’uomo capace di salutare Udc e Casini, dimostrando di avere da solo una macchina elettorale perfetta, è a capo della Provincia di Catania ed è leader di un Movimento che ha fatto dell’autonomia la propria bandiera. Geniale al punto di federarsi anche con la Lega Nord e conquistare gli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama. Forse perché sente che il momento è delicato, lui non si sbilancia. Anzi, non parla proprio, dribblando con abilità cronisti e telefonate. Eppure, il suo sì alla poltrona che fu di Totò, farebbe cadere ogni “guerra di successione”. Lino Leanza, segretario del Movimento per l’autonomia, nonché vicepresidente della Regione (dalle dimissioni di Cuffaro, di fatto governatore supplente dell’Isola), non ci pensa su e sponsorizza il suo leader: “È il candidato giusto. Sa cosa è bene per la Sicilia e ha dimostrato di saper far valere gli interessi della Regione a Roma e di difenderne l’autonomia. Peccato” ammette Leanza “che lui non voglia, ha sempre rifiutato la candidatura e ancora non ha cambiato idea”.
L’uomo del ponte (come lo chiamano in Sicilia ricordando le sue battaglie per il ponte sullo Stretto, con tanto di marcia su Roma) insomma non dice ancora sì. Aspetta. Per sorprendere, forse. Anche se l’obiettivo potrebbe essere un altro. Lasciare la presidenza della provincia etnea e volare a Roma. Altro che Palermo. A occupare quella casella, in un futuro governo di centrodestra, che nessuno, in altre condizioni, avrebbe negato a Totò Cuffaro: ministro per lo sviluppo del Mezzogiorno e delle infrastrutture. E chissà che non sia questo il vero sogno di Raffaele. E che non sia questo il disegno di Berlusconi che così riuscirebbe a mettere la bandiera di Forza Italia in Sicilia. Con il suo pupillo Alfano. O la maglia rosa Prestigiacomo. Per finire, come nelle migliori commedie, tutti felici e contenti. Il centrodestra insomma, non ha che l’imbarazzo della scelta.

Solo imbarazzo, invece, nel centrosinistra, in cerca ancora di identità e coesione. Con Rita Borsellino, sconfitta nelle scorse elezioni proprio da Cuffaro, che ha dato la disponibilità a spendersi con il proprio impegno e la propria faccia, ricevendo però non grandi entusiasmi. Leoluca Orlando, Italia dei Valori, ex sindaco della primavera di Palermo, chiede le primarie. E quindi avanza una sua candidatura. E poi non mancano discussioni interne al Pd. Dove è subito serpeggiato il nome del capogruppo al Senato, la lady di ferro, Anna Finocchiaro, che si è premurata però di far sapere a Rita: “Io resto a Roma. Sei tu la nostra capolista”. L’estrema sinistra caldeggia l’ipotesi del sindaco di Gela, Rosario Crocetta, “come esponente di un ampio e unitario fronte antimafia”. Altro nome messo in campo, lanciato dal vicesegretario del Pd Tonino Russo, è il presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello: “Se desse la sua disponibilità sarebbe una candidatura di rottura”. Rottura che lo stesso Lo Bello non vuole: “L’impegno che ho assunto nel ruolo di Presidente di Confindustria Sicilia è prioritario, esclusivo e quindi incompatibile con qualsiasi impegno politico”. E il centrosinistra è punto e a capo.