

di Giovanni Fasanella
Si sente corteggiato da Silvio Berlusconi ogni volta che lo incontra: «Viene al governo?» è il ritornello. Considera Gianfranco Fini ormai qualcosa di più di un semplice interlocutore. E così pure Pier Ferdinando Casini. Per Luca di Montezemolo è un prezioso coprotagonista di futuri progetti politici. Persino Carlo De Benedetti, che aveva preso la tessera «numero 1» del Partito democratico, ora guarda a lui con crescente interesse. È di Francesco Rutelli che si sta parlando. Continua

Bruno Tabacci insieme a Francesco Rutelli
Ha cambiato di nuovo casacca, stavolta per costruire il grande centro assieme ai transfughi del Pd. Bruno Tabacci, ex Dc, uscito dall’Udc (di cui era esponente dell’ala “sinistra”) nel 2008 per fondare la Rosa Bianca (poi confluita dopo pochi mesi nell‘Unione di Centro), ci crede sul serio alla rinascita della Balena Bianca. In salsa “rutelliana” questa volta. C’è anche il suo nome, infatti, accanto a quello di Francesco Rutelli, Linda Lanzillotta, il governatore trentino Lorenzo Dellai e Massimo Calearo, tra i fondatori del movimento Alleanza per l’Italia. Leggi l’intervista
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Francesco Rutelli presenta il simbolo del suo nuovo partito: Alleanza per l'Italia
Allora, (ufficialmente) ci stanno: lui ovviamente, Francesco Rutelli (ex radicale, ex margheritino, ex vicepremier ulivista, ex Pd) come fondatore; Linda Lanzillotta (già ministra prodiana, che ha salutato il Pd, a mezzo Corriere della Sera: “Lascio perchè è fallito un progetto al quale ho molto creduto”); Gianni Vernetti (deputato da sempre vicino all’ex vicepremier); Lorenzo Dellai (governatore del Trentino dalle mani libere e dalle alleanze trasversali); l’imprenditore Massimo Calearo (voluto da Veltroni in Parlamento: “Ero nel Pd perché c’era un’idea di Veltroni. Ora c’è Bersani che ha idee diverse…”); Bruno Tabacci (ex democristiano, già fondatore della Rosa Bianca, che ha detto addio all’Udc) nel ruolo di portavoce; Pino Pisicchio (fuoriuscito dall’Idv di Di Pietro con l’obiettivo di fermare “la deriva telepopulistica”). A contorno, un nugolo di deputati e senatori (una ventina di parlamentari), per la maggior parte freschi di divorzio dai Democratici. Continua

di Mario Sechi
“L’unità della coalizione è un valore che va costruito con pazienza e profondità , coinvolgendo tutti coloro, e sono la maggioranza, che hanno valori e programmi alternativi al fallimento delle sinistre. Noi siamo pronti a fare la nostra parte”.
Con questa frase si chiude la bozza di un documento politico che Alleanza nazionale sta mettendo a punto in vista della conferenza programmatica fissata dall’8 al 10 febbraio a Milano. Una mano tesa agli ex alleati della Casa delle libertà e in particolare a Silvio Berlusconi che studia il varo del Partito del Popolo della libertà mentre contemporaneamente Gianfranco Fini lancerà l’Alleanza per l’Italia “che agisce nell’immediato ma guarda al futuro”. E proprio con gli occhi puntati ai prossimi appuntamenti istituzionali (e alle sorti del centrodestra) in via della Scrofa si lavora al programma di un partito non nuovo ma rinnovato. Perché se la coabitazione dentro la Casa delle libertà ora sembra impossibile, è chiaro che un condominio bisognerà metterlo su e allora tanto vale cominciare a (ri)progettarlo. Cinque tavoli sono apparecchiati da settimane per consegnare entro il 19-20 gennaio il documento definitivo che sarà prima discusso in venti conferenze regionali e poi presentato in grande stile a Milano. Panorama è in grado di anticipare i punti principali della nuova piattaforma politica di An, capitoli di un programma al quale stanno lavorando Maurizio Gasparri (Sicurezza), Ignazio La Russa (Riforme), Altero Matteoli (Ambiente), Gianni Alemanno (Economia e lavoro), Andrea Ronchi (Identità italiana e cultura) che saranno presto integrati da altri contributi. A Gianfranco Fini toccherà fare sintesi e dare uno scenario e un’agenda di questo passaggio da Alleanza nazionale all’Alleanza per l’Italia “che parte dai valori della destra politica”.
La bozza del documento in possesso di Panorama riprende alcune tesi politiche del “sarkozismo”, tanto da aprirsi con un forte richiamo al “radicamento identitario, il primo passo della costruzione del partito degli Italiani” e alla critica a tratti quasi “tremontiana” del sistema economico mondiale quando parla di “globalizzazione non governata, senza una cultura dell’interesse nazionale” arrivando a mettere sul banco degli imputati “nazioni che posseggono grandi risorse finanziarie grazie all’esplosione incontrollata dei prezzi energetici (…) che fanno shopping di aziende e industrie, anche in Italia. Questo pone un problema di difesa degli interessi strategici economici nazionali”.
Critica alla globalizzazione e politiche protezionistiche in economia, identità e “riaffermazione del modello italiano”. C’è chi dirà che si tratta di un passo indietro rispetto alla visione laica e moderna del partito modellato da Fini. Forse non è così, ma certo un “ritorno” ai temi più in linea con il motto Dio, patria, famiglia è evidente e avrà un peso decisivo nelle prossime scelte di An in Parlamento. Si può leggere una dura critica ai disegni di legge in discussione al Senato sull’accanimento terapeutico che in realtà nascondono “l’introduzione dell’eutanasia, mascherandola sotto il nome di testamento biologico”. Un attacco a testa bassa ai Dico, definiti una “cambiale ideologica”, una “famiglia fai da te”, e infine la denuncia del “pedaggio ideologico” sulle norme antiomofobia. Se queste sono le premesse, la conclusione è che il partito di Fini lancerà una campagna “in difesa del diritto alla vita e della persona”. Questa linea segnerà un riavvicinamento se non di Fini quantomeno del partito alle posizioni del Vaticano sui temi etici. Sul piano fiscale la proposta di introduzione del quoziente familiare avrà un alleato certo nell’Udc di Pier Ferdinando Casini. An infatti pensa a un sistema di deduzioni per il minimo vitale (con la possibile creazione di un paniere di beni) e al Basic Incom per le deduzioni dei familiari a carico. Niente flat tax, sì alla riduzione delle tasse verso i redditi medio-bassi e le famiglie.
Sul caro vita l’Alleanza per l’Italia a Milano scoprirà le sue carte. A leggere la bozza in corso d’opera, sono proposte molto più vicine a quelle di un partito di sinistra che di centrodestra, ma è interessante anche qui vedere come riemerge il fil rouge della critica al capitalismo. E allora ecco spuntare soluzioni che faranno strabuzzare gli occhi ai liberisti: microcredito, mutuo sociale, attacco “ai grandi cartelli monopolistici rappresentati dalle banche”, dalle assicurazioni, dalla grande distribuzione organizzata, dai petrolieri e dalle telecomunicazioni”. Toccato il tema dei mutui – e processata la Banca centrale europea sulla quale bisogna “intervenire per abbassare il tasso di sconto e ridurre il costo del denaro per le famiglie e le imprese” – è naturale arrivare al mattone e… toh, rispunta la vena “socialista” perché “è necessario non solo finanziare l’edilizia economico-popolare, ma lanciare una vera politica di housing sociale che metta a disposizione case con affitti controllati per il ceto medio”.
Proposte in certi punti “eretiche” per un partito moderato, ma interessanti per cogliere i prossimi passaggi del partito di Fini. È un programma che muove la facile accusa di populismo, ma con il governo Prodi in sella è logico che l’opposizione – e soprattutto un partito più che mai in cerca d’autore come An – punti sulle debolezze dell’esecutivo per cercare di rilanciarsi dopo la “rivoluzione del predellino” di Silvio Berlusconi.
In questa strategia di attenzione ai temi caldi, rientrano la sicurezza e l’immigrazione perché “diventare italiani è possibile, ma bisogna accettarne regole e doveri” e l’inasprimento della legge Bossi-Fini è una necessità , così come l’esame di italiano e il giuramento sulla Costituzione in stile Casa Bianca. La ricetta di An qui è nota, anche se la linea law and order in realtà ne esce ancora più netta e in una versione “movimentista”, anche per parare i colpi della Destra di Storace: si pensa infatti a un referendum per la modifica della legislazione premiale, in particolare della legge Gozzini, si propone l’instaurazione nelle aree metropolitane delle corti di giustizia permanenti (modello americano, attive 24 ore su 24) per giudicare i reati processabili per via direttissima, si studiano pene alternative per i reati minori perché “la tolleranza zero comincia da qui” e, dulcis in fundo, si chiederanno, anche attraverso una petizione popolare, più risorse per le forze dell’ordine.
Mentre An lima il programma da presentare a Milano, il dibattito sulla legge elettorale entra nella sua fase più incandescente e il partito di Fini chiede sistemi di democrazia diretta, premierato, semipresidenzialismo alla francese o il presidenzialismo all’americana. Tre carte e un soldo: ma su quale tavolo giocare? Quello dell’Assemblea costituente, per ora chimerico. A Milano ci sarà molto da discutere e da ascoltare cosa diranno gli ospiti (ancora non c’è una lista) su questo mix di rinascita italiana, identità , legge e ordine, Dio, patria e famiglia, destra sociale che si ridesta per passare da An all’Api, dall’Alleanza nazionale all’Alleanza per l’Italia. Oppure è Rifondazione nazionale?
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Fino a che punto si può spingere l’offensiva di Gianfranco Fini contro il Pdl, la nuova creatura di Silvio Berlusconi, contro l’accordo tra Cavaliere e Veltroni e contro Berlusconi stesso? E che prospettive può avere l’Alleanza per l’Italia, il partito che il presidente di An mediterebbe di lanciare contro il Pdl?
Totalmente spiazzato dal famoso “discorso del predellino” con il quale Berlusconi ha lanciato il nuovo partito, ma soprattutto dal quadro politico che uscirebbe da un’intesa su una legge elettorale proporzionale, Fini può accampare delle buone ragioni nella forma, ma non nella sostanza. Per almeno due motivi. Era stato lui stesso, un minuto dopo la fallita spallata del centrodestra sulla Finanziaria, a scrivere, in una lettera al Corriere della Sera, che l’esperienza della Casa delle Libertà era da considerarsi conclusa. E che andava avviato un dialogo con il centrosinistra per riformare il sistema politico. “Per andare a votare bisogna cambiare la legge elettorale”, aveva detto il 16 novembre. Secondo motivo, Fini ha incontrato Veltroni prima di Berlusconi: trovando un accordo sulle riforme istituzionali, ma non sulla legge elettorale.
Difficile dunque, per lui, accusare credibilmente il Cavaliere di tradimento. Caso mai si può dire che nel centrodestra volano ormai gli stracci, e che quello che era un matrimonio d’interesse ben mascherato da vincolo di affinità e solidarietà , ora si rivela in tutta la sua realtà . Del resto la stessa cosa accade a sinistra. Se davvero il duo Veltroni-Berlusconi andrà avanti e avremo un nuovo proporzionale, è inevitabile che ogni partito e ogni leader persegua il proprio interesse anche a danno degli altri.
Tuttavia è innegabile che - se anche questo disegno riuscisse (e non è detto) - i due partiti che dal proporzionale trarranno i maggiori benefici, Pd e Pdl, avranno bisogno di alleati per formare un governo. E Fini, ancora più dell’Udc di Pier Ferdinando Casini, non potrà stare che nel centrodestra. Ma è proprio questa circostanza a fare imbestialire il capo di An. A differenza dei democristiani, della stessa (ex) Forza Italia, ed anche dei leghisti, Fini non ha altro spazio politico. Per giunta, alla sua destra è chiuso da Francesco Storace e Daniela Santanché, con i quali Berlusconi ha già raggiunto un accordo.
Insomma, le sole chance di Fini sono di adattarsi ad un ruolo subordinato di alleato di Berlusconi, o di far fallire la trattativa per la riforma elettorale. Ha anche una terza via di uscita: sfilarsi dalla partita magari candidandosi a sindaco di Roma. Ma dovrebbe avere la certezza della vittoria (cioè dell’appoggio di tutto il centrodestra); diversamente la sua carriera politica potrà dirsi conclusa. E siccome Fini vede nelle trattative tra Veltroni e Berlusconi un mega-inciucio che potrebbe estendersi fino al Campidoglio, ecco un altro motivo del suo furore.
Spiegate le ragioni, resta da capire la lungimiranza della condotta di Fini. Se riuscirà a sabotare la riforma elettorale, il leader di An potrà riconquistare un ruolo sulla scena. Avendo però rotto i rapporti con Berlusconi: il che, anche in un ritorno alla logica maggioritaria che Fini vuol difendere, lo lascia egualmente privo di prospettive. A differenza dell’Udc, che punta decisamente sul proporzionale, e della Lega, che tornerebbe ad accordarsi con il Pdl.
Neppure il referendum verrebbe in aiuto a Fini, perché il premio di maggioranza si trasferirebbe dalla coalizione al partito vincitore, e a beneficiarne non sarebbe An. Dunque? Dunque se sono umanamente comprensibili le proteste e le minacce di Fini, politicamente il rischio che fanno correre ad An è di ripiombare nell’isolamento politico di quindici anni fa. Oggi può trovare degli alleati occasionali in quanti non vogliono il “veltrusconi”: da Romano Prodi ai partitini dell’estrema sinistra. Ma non è certo con loro che può immaginare una prospettiva politica.
L’ira di Fini, che è profondamente diversa dagli attacchi di Casini e dai calcoli di Umberto Bossi, dovrà prima o poi adattarsi alla realpolitik. Dalla sua parte il capo di An ha due cose: l’età e la popolarità personale. Potrebbero tornargli ancora utili sia se Berlusconi avesse successo, sia se fallisse. A condizione che non dimentichi che i suoi elettori sono meno della metà di quelli del Cavaliere e di Veltroni.
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