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Pdl-Lega, il derby Veneto: compatti con Zaia (ma senza esagerare)

Il ministro dell'agricoltura Luca Zaia candidato del centrodestra alla regione Veneto

Il ministro dell'agricoltura Luca Zaia candidato del centrodestra alla regione Veneto

Altro che calata dei barbari leghisti sul Canal (quasi ex) Galan grande. Dipingere Luca Zaia come il vichingo usurpatore della poltrona del “doge” Giancarlo Galan rischia di diventare un boomerang in mano agli avversari. Alle accuse di inadeguatezza sparategli dal Pd, dall’Udc e dallo stesso Galan (Pdl), il ministro dell’Agricoltura, candidato alla presidenza del Veneto dalla Lega e dal Pdl, risponde con il suo vangelo. Il vangelo secondo Luca. La pista delle sacrestie di questa religiosa terra è importante per la conquista di Palazzo Balbi da parte del primo doge in camicia verde. È la curva più pericolosa per la gara del sorpasso, ingaggiata dal Carroccio con gli alleati del centrodestra sulla via del Veneto. Continua

In Puglia Berlusconi chiede un nome nuovo. Ma Poli Bortone dice no

La senatrice Adriana Poli Bortone, ex An, a capo di Io Sud | (Ansa)

La senatrice Adriana Poli Bortone, ex An, a capo di Io Sud | (Ansa)

E allora interviene direttamente lui, il Cavaliere. Di fronte all’ennesimo cambio di campo di Pier Ferdinando Casini (che, in 48 ore, ha prima detto di voler ballare da solo, presentando Adriana Poli Bortone come candidata del “terzo forno” pugliese e ha poi chiesto che su quel nome convergesse anche il Pdl), Silvio Berlusconi entra in gioco e spariglia le carte. Continua

Fini-Casini: siamo una coppia di fatto

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, con Pierferdinando Casini, in una foto di archivio | (Ansa)

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, con Pierferdinando Casini, in una foto di archivio | (Ansa)

Par di vederli assieme davanti alla tv, tifare ansimanti per l’amato Bologna: Pier Ferdinando Casini a destra, Gianfranco Fini, manco a dirlo, schierato a sinistra. Il Gatto e la Volpe della politica italiana. È così vero che il miglior amico di Fini, il suo pastore tedesco, una volta addentò senza pietà il polpaccio del suddetto felino democristiano nella tana della Volpe. La quale fu senz’altro perfida nell’invito: lo sanno tutti che cani e gatti non vanno d’accordo. Continua

Tutti i contorsionismi di Bersani per fare la corte a Casini

Pierluigi Bersani in cerca dell'intesa con Pierferdinando Casini| (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Pierluigi Bersani in cerca dell'intesa con Pierferdinando Casini| (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Ha voglia il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, a dire che il Cavaliere ha fatto un “giravolta irresponsabile” sulla questione tasse, prima annunciando di ridurle e poi spiegando, invece, che farlo adesso non sarebbe proprio possibile. Il terzo segretario democratico è alle prese con la spinosa questione della conta per le prossime regionali di fine marzo. E in meno di due settimane ha detto tutto e il suo contrario pur di far la corte a Pier Ferdinando Casini e tenersi buone le diverse anime del partito. Continua

L’agenda d’autunno del Cavaliere: fitta di impegni da bollino rosso

Il premier Silvio Berlusconi

L’agenda d’autunno di Silvio Berlusconi si apre di fatto con l’incontro fissato per domani all’Aquila con il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone e con il viaggio del 30 a Tripoli, in occasione dell’anniversario del Trattato di amicizia italo-libico (mentre diserterà la festa per  il quarantesimo anniversario, il 1 settembre, della rivoluzione che ha portato al potere il colonnello Gheddafi).
Le due vicende sono legate da un problema, quello dell’immigrazione: la Chiesa critica la politica del governo sui clandestini, in particolare l’istituzione del reato di clandestinità; la Libia, con la sponda di Malta, non rispetta sempre gli impegni assunti con l’Italia al momento della firma del trattato di amicizia.

Gioco di matrioske
Ma, come in un gioco di matrioske, questi aspetti ne contengono altri ancora, potenzialmente assai più pericolosi per il Cavaliere e per il governo. La questione immigrati è stato uno dei due veri cavalli di battaglia cavalcati da Umberto Bossi in questo agosto; l’altro sono i salari differenziati tra Nord e Sud.
Il resto - la bandiera, l’inno di Mameli, il dialetto nelle scuole e in tv- fa parte del folklore. Sui clandestini, così come sugli stipendi ed in generale sulla “manica larga” dello Stato verso il Mezzogiorno, il capo della Lega sa invece di avere dalla sua parte gran parte degli elettori.
A cominciare da quelli di centrodestra. Una carta potenzialmente decisiva da giocare da qui alle Regionali del 2010, vero appuntamento strategico per il Pdl, per i suoi alleati e per Berlusconi stesso. Chiunque abbia seguito Bossi nei suoi spostamenti estivi ha notato che il leader del Carroccio ha concentrato la presenza in Veneto: Ferragosto a Calalzo, all’hotel Ferrovia, un posto da gitanti qualsiasi, con l’immancabile cena assieme a Calderoli e Tremonti. Passeggiate in manica di camicia in lungo e in largo per Pieve di Cadore e per altri paesi minori del bellunese e del trevigiano, trascurati dai vip ma fondamentali per conquistare una regione da 15 anni nelle mani del berlusconiano Giancarlo Galan.

Lega: il Veneto nel mirino
Assieme a Bossi si è mosso molto e fatto molto sentire anche Luca Zaia, ministro leghista dell’Agricoltura in rapidissima ascesa, che ha celebrato su tutte le tv locali la tragica morte dei quattro soccorritori del 118, caduti con l’elicottero a Cortina. Così, mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano approfittava della consegna ad Auronzo di Cadore della targa che riconosce le Dolomiti come patrimonio dell’Unesco per ripetere i suoi appelli all’unità nazionale, e mentre la nomenklatura andava come ogni estate a dibattere di fronte agli habituè milanesi e romani delle Tofane (specie la terrazza prendisole) e del Cristallo, gli esponenti della Lega parlavano a veneti “veri”, e da lì naturalmente a tutto il Nord-Est. Nonostante le strategie a tavolino del Pdl, che ufficialmente prevedono la candidatura leghista in Piemonte (cioè la regione più difficile da conquistare, dove è necessario l’appoggio dell’Udc), e la conferma di Galan e Formigoni a Venezia e Milano, tutti sanno che la Lega punta al Veneto o alla Lombardia.

Le carte del Cavaliere
E sarà molto difficile non accontentarla. Naturalmente Berlusconi ha molte altre carte da giocare. La più importante è la ripresa economica: se non si farà attendere troppo (il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, al meeting di Cl, l’ha prevista per il 2010), il governo potrà dire di avere “portato l’Italia fuori dalla crisi”, e senza eccessivi danni. Qui i tempi sono tutto: Tremonti spera in un segnale di inversione di tendenza del Pil già nel’ultimo trimestre 2009, che bilanci l’inevitabile calo dei posti di lavoro a settembre. Se l’operazione - che non dipende da noi ma dal risveglio delle economie americane e tedesche - avrà successo, il Cavaliere ed il Pdl ne trarranno vantaggi anche politici. Sicurezza e immigrazione sono per gli elettori una priorità, ma l’economia è tutto.

Partito democratico scomparso
E oltretutto su questo terreno il Partito democratico è letteralmente scomparso dalla scena. C’è chi prevede che una volta “risolta” la crisi, Berlusconi premi Tremonti con un ministero di maggior peso politico, quello degli Esteri, indicando una sorta di erede. Mentre un altro ministro, Claudio Scajola, andrebbe ad occuparsi dell’organizzazione del partito, specialità nella quale eccelle. Ma siamo ancora alle chiacchiere.
L’altra carta che Berlusconi intende giocare è il rispetto dei tempi nella consegna delle case agli sfollati d’Abruzzo. Se ci riuscirà, un punto a favore, e non da poco. La politica di palazzo però tornerà comunque a farsi sentire. Le Regionali richiedono accordi con l’Udc, non il massimo per la Lega. E inevitabilmente Casini alzerà il prezzo.

L’ombra di Fini
Fini è tornato a sua volta ad esercitare il ruolo di coscienza critica del centrodestra, ed anche di più. Si sta prefigurando uno scenario per il dopo-Cavaliere? In realtà il presidente della Camera sembra avere più consensi a sinistra che nel centrodestra (a differenza di Casini). Di sicuro costituirà una grana per Berlusconi. Soprattutto se, come molti prevedono o temono, la Corte Costituzionale giudicherà in tutto o in parte illegittimo il lodo Alfano. Altra questione segnata in rosso sull’agenda del premier.

Lombardo vira a Destra: con Storace per superare l’asticella europea del 4%

Raffaele Lombardo

“Noi alleati con La Destra di Storace? Si parla di tutto e anche del contrario. Certo, noi un’alleanza la dobbiamo fare, perché, ahimè, da soli non arriviamo al 4%”.
Era il 14 marzo scorso. Così il governatore siciliano Raffaele Lombardo commentava la posssibilità di stringere un patto elettorale con il partito nato a destra del Pdl.
Sembrava una soluzione solo figurata, una di quelle che si formulano per fare tattica, magari in vista di un’intesa (auspicata) con un partito più grande, in questo caso il Pdl di Silvio Berlusconi. Epperò il recente congresso del Popolo della libertà (con tanto di dichiarazione esplicita del premier di puntare al 51%) ha impresso una evidente svolta bipartica al sistema, svolta che del resto era stata già sancita con l’accordo bipartisan (Pdl-Pd) che prevede lo sbarramento al 4% per le elezioni di Strasburgo.

Così, nelle ultime ore, la possibilità di un’allenza tra Movimento per l’Autonomia e Destra, più che una possibilità, è assurta a rango di decisione strategica. A sdoganare l’intesa, ci ha pensato poche ore fa Francesco Storace, che sul suo sito, senza troppi giri di parole ha battezzato il nuovo legame in vista di Strasburgo: “Alle europee” ha detto il leader della Destra “andremo con un’aggregazione ampia, in primis con l’Mpa di Raffaele Lombardo”.
Ma il piano storaciano non finisce qui. Ed infatti, “punteremo sin dalle prossime ore ad aggregare anche altri soggetti politici”. Nessuna prospettiva pessimista, dunque, anche perché “il consenso ricevuto lo scorso anno dai nostri movimenti può consentirci di superare l’ostacolo del 4 per cento, senza più il ricatto del voto utile e senza la tradizionale arma usata in quindici anni da Berlusconi: il presidente del Consiglio non ha più il nemico da battere, la sinistra, gli italiani potranno votare più liberamente. E gli italiani di destra potranno finalmente scegliere il movimento che non li ha traditi. Dalla prossima settimana” ha concluso “rinasce la speranza”.

Dal fronte dell’Mpa, nessuna dichiarazione, anche se nelle ore scorse, era stato lo stesso Lombardo ad accreditare sempre di più la pista Storace: “Dobbiamo ancora decidere” aveva detto il presidente della Regione Sicilia “ma dico con molta franchezza che siamo in fase avanzata per un’alleanza con La Destra e con altri movimenti che si uniscono per cercare di superare questo iniquo e assurdo sbarramento del 4 per cento”. Ma dalla direzione federale, riunita oggi a Roma alla presenza del segretario e del presidente nazionale del partito (Lombardo e Scotti), ecco uscire una nota che, sia pure indirettamente, spiega il perché della scelta: “L’iniquo e assurdo sbarramento del 4 per cento imposto anche alla competizione elettorale per il rinnovo della delegazione italiana al parlamento europeo rappresenta il sintomo di una involuzione del sistema politico italiano che, attraverso un bipartitismo forzato, estraneo alla cultura e alla tradizione del Paese, riduce gli spazi di rappresentanza democratica. Un elemento che contrasta in modo eclatante con l’auspicata riforma federalista che invece dovrebbe assicurare - nell’Europa delle Regioni - una rappresentanza autentica a quei partiti espressione forte del territorio”. Quindi, ecco perché il Movimento per le Autonomie, ha deciso di “offrirsi come ’strumento’ per l’incontro” delle “forze politiche, movimenti, associazioni radicate nel territorio” che “intendano mantenere la loro specificità culturale, valorizzino le autonomie a partire da quelle territoriali, rifiutando di omologarsi in indistinti aggregati dall’impossibile identificazione programmatica”.

In vero, la scelta di Lombardo pare nascere anche dal fatto che con l’altro alleato della maggioranza, la Lega Nord, le possibilità di una nuova unione, seppure finalizzata al traguardo europeo, diventava sempre più improbabile: “Non credo che la Lega oggi possa allearsi con nessuno, mentre il federalismo attende ancora l’ultimo passaggio al Senato” aveva precisato il governatore isolano. “In questo momento, una scelta del genere rischierebbe di nuocere alla causa del federalismo stesso. Al posto loro non mi alleerei con nessuno e per questo abbiamo deciso di non percorrere questa strada “.
Resta da capire quali saranno gli altri compagni di strada della “strana” coppia Lombardo - Storace. E se, con l’innesto di altri giocatori, la formazione per le europee riuscirà a portare a casa un risultato utile: qualche seggio a Strasburgo.

Berlusconi punge gli amici della Lega: “Non possono volere sempre tutto”

 Silvio Berlusconi e Umberto Bossi

L’occasione è la riunione del Ppe a Bruxelles. Ma i temi sono molto italiani: “Agli amici della Lega dico che non possono volere sempre tutto”.
Parole del premier Silvio Berlusconi, a margine del vertice, raccolte dai cronisti che gli chiedevano se ci fosse una qualche forma di insofferenza del Pdl nei confronti della Lega Nord. Il premier chiarisce che non c’è nessuno “strapotere” di Bossi ma aggiunge: “Noi sappiamo che i nostri interlocutori della Lega sono esigenti e cercano di battersi per le loro idee e insistono per affermarle”. Un esempio? La questione delle ronde dei cittadini, fortemente volute proprio dal Carroccio e dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni. “Noi non la sentivamo”, dice il premier “perché pensavamo che sarebbe stata presa come poi è stata presa dall’opposizione, e quindi anche dai media, cioè come la volontà di sostituirci alle forze dell’ordine”. Quelle di Berlusconi, in effetti, sono apparse vere e proprie punzecchiature rivolte al Carroccio: “Abbiamo dato all’opposizione” aggiunge “un pretesto per montare un’accusa che non è fondata nei fatti”.
Parlando del rapporto con gli alleati leghisti, il Cavaliere ha poi puntualizzato: “È chiaro che qualche volta possiamo dire di sì, qualche altra volta lo diciamo con difficoltà, mentre alcune volte diciamo di no. Direi che da queste vicende, se dovesse uscire un suggerimento, sarebbe quello di dire appunto agli amici della Lega di non volere sempre tutto”.

E il Senatùr? La replica di Bossi arriva a stretto giro di posta: “Silvio è un amico, ma ha subìto le pressioni del Pdl. Ma alla fine un equilibrio lo troviamo”.
Sulla lettera dei 101 deputati del Pdl che punta il dito contro la possibilità per un medico di denunciare i clandestini (contenuta in un emendamento al “Ddl Sicurezza”), il Cavaliere ha detto di non avere “nessuna obiezione a modificare la legge”. A chi chiedeva se questa lettera non avesse provocato un sentimento di irritazione all’interno della maggioranza, il premier ha replicato: “No, ho parlato con chi ha firmato, persone vicine a me che mi hanno detto di aver firmato la lettera in totale buona fede. E la lettera rappresenta un sentimento che condivido”. E comunque poi ha precisato che sulla possibilità per il medico di denunciare i clandestini “c’è un equivoco”, poiché “non è vero che i medici hanno l’obbligo di denunciare, abbiamo solo tolto il divieto”. Intanto proprio il contenuto della lettera diventa un emendamento al ddl sicurezza attualmente all’esame delle commissioni Giustizia e Affari Costituzionali della Camera. L’annuncio è stato dato da Alessandra Mussolini, animatrice dell’iniziativa, che insieme ad altri nove deputati del Pdl ha messo nero su bianco una proposta che reintroduce il divieto di denuncia da parte dei medici. Tra i firmatari, Domenico Di Virgilio, Barbara Saltamartini, Alfonso Papa, Manlio Contento, Carla Castellani, Carmine Patarino.
Berlusconi ha commentato anche le parole papa Benedetto XVI sull’uso del preservativo che hanno ricevuto le critiche di Francia e Germania, sottolinenando che “ciascuno svolge la sua missione” e il Pontefice è solo “coerente con il suo ruolo”.

Il VIDEO servizio:

Grandi manovre al centro: Pd e Pdl in pressing su Casini

Pier Ferdinando Casini

Grandi manovre al centro, intorno al “partito della Nazione” lanciato da Pier Ferdinando Casini al convegno di Liberal, a Todi. Con i moderati del Pd il dialogo procede sottotraccia, in attesa dell’election day di giugno, quando il dato delle europee potrebbe assestare un nuovo scossone ai Democratici.
In movimento, malgrado le smentite, ci sono i rutelliani, che temono di restare schiacciati dalla nuova leadership ex Popolare. E anche Enrico Letta, che potrebbe candidarsi segretario al congresso previsto per ottobre, segue con attenzione le mosse dei centristi. Ma la novità di queste ore è la preoccupazione che Silvio Berlusconi sembra nutrire molto più per la possibile riaggregazione al centro piuttosto che per la segreteria di Dario Franceschini nel Pd. Con il quale il Cavaliere, a Berlino per un summit sulla crisi finanziaria, polemizza sulla questione della Carta: “Non ci sentiremmo” osserva il premier “fino in fondo cittadini italiani se non riconoscessimo la legge fondamentale che trasforma la nostra società in uno Stato”. Ai cronisti che gli ricordano le osservazioni del nuovo segretario del Pd sulla volontà di Berlusconi di stravolgere la Costituzione, il premier risponde: “Se avesse detto una cosa del genere sarebbe una cosa non reale. Io ho giurato sulla Costituzione. Ne sono un assoluto sostenitore”.
Ma oltre la querelle con il nuovo segretario Pd, il presidente del Consiglio ha soprattutto lanciato un’offensiva diplomatica verso l’Udc, in nome della comune militanza nel Ppe, perché non offra sponde neocentriste ai delusi dei due partiti maggiori e si allei invece con il futuro Pdl.
Un corteggiamento affidato a Fabrizio Cicchitto, che ha ingaggiato perfino una sorta di gara con la Lega nel tendere la mano ai centristi. Ieri, infatti, era stato per primo Roberto Calderoli a lanciare l’invito al confronto con i centristi sul ddl per il federalismo fiscale, che Casini & C. hanno osteggiato al Senato; oggi, il capogruppo del Pdl alla Camera sorpassa a sinistra il ministro leghista. “Mi spingerei anche oltre” dice “con una proposta di alleanza per le amministrative e di confronto su temi quali la giustizia. L’Udc, infatti, ha avuto finora un modo di fare opposizione molto diverso dal Pd che va a rimorchio di Di Pietro”.
E i centristi come rispondono alla diplomazia del Cavaliere? Per ora, nicchiano. Mai come in questo momento, infatti, con Franceschini impegnato a rassicurare gli ex Ds e a recuperare a sinistra consensi per il Pd, Casini vede allargarsi lo spazio al centro per l’Udc. E trae dal voto in Sardegna la certezza di poter essere determinante per il governo in tante realtà locali, come è stato per la vittoria di Cappellacci su Soru.

Per giugno, dunque, è prevedibile che l’Udc stringa intese a macchia di leopardo con Pd e Pdl (cercando anche di imporre suoi candidati, come nel caso di Giorgio Guazzaloca a Bologna) o vada da sola in caso di mancato accordo. Il tempo del terzo polo neocentrista, semmai, arriverà dopo le europee.

Lo strappo dal Pd divide l’Idv: Di Pietro messo in minoranza

Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori

Non era mai successo e di certo nessuno se l’aspettava: Antonio Di Pietro, padre-padrone e vero dominus dell’Italia dei Valori, è stato messo k.o. dai suoi stessi uomini, proprio nel momento in cui prima Walter Veltroni (”Alleanza finita il giorno dopo le elezioni”) poi Massimo D’Alema (”Alle volte Di Pietro sembra che faccia opposizione più al Pd che al Pdl”) lo avevano avvertito.

Lo psicodramma è andato in scena martedì. Sede: il centro congressi Capranichetta, proprio di fronte a Montecitorio. È lì che l’ex pm ha convocato l’esecutivo del suo partito.
Obiettivo? Un documento che sancisce la definitiva rottura del Pd, in modo da intercettare ulteriormente i voti in libera uscita dal loft democratico. Europee ed amministrative incombono, inutile e deleterio aspettare ancora, avrebbe detto il leader dell’Idv. Un ragionamento che si sarebbe spinto fino all’equiparazione Pd = Pdl e che avrebbe portato molti suoi uomini ad un secco “niet” nei confronti del capo.

Per la prima volta da quando ha fondato il suo partito, Di Pietro si è trovato così in netta minoranza e alla fine si è deciso ad adeguarsi. Una decisione, questa, che comunque non attenua la distanza tra Pd e Idv, insieme in piazza il 25 ottobre, ma divisi per il resto, a cominciare dalle elezioni regionali in Abruzzo. Se si escludono clamorosi e inaspettati colpi di scena, infatti, in corsa per il dopo Del Turco ci saranno almeno due candidati nello schieramento di centrosinistra.

Così, della divisione interna all’(ex) alleanza tra Pd e Idv, i primi ad approfittare potrebbero essere proprio i leghisti. Il tanto agognato federalismo fiscale produrrebbe infatti più di interesse tra gli aficionados dell’ex magistrato rispetto a molti dei capetti democratici.
Per il momento, la Lega e il Pdl stanno a guardare. Anche se già il ministro Calderoli ha fatto numerose aperture proprio all’Idv, che da oggi sembra un partito un po’ più dei dirigenti e un pò meno di Tonino.

Crisi di minoranza. Centrosinistra: chi l’ha visto?

I leader del Pd

di Carlo Puca

“Spesso, vedendo un ammalato soffrire un lungo martirio, mi ero indignata per l’inerzia dei parenti: io lo ucciderei… Ma il malato è diventato di loro proprietà”. L’aforisma di Simone de Beauvoir ben si attaglia alla sinistra italiana. Finita in mano a pochi parenti serpenti, se non è in coma poco ci manca. E comunque l’accanimento terapeutico produce più danni che sollievi.
Eppure, nemmeno tanto tempo fa, ad aprile, la sinistra esisteva. Sei mesi dopo c’è poco più del nulla. Non che nel resto d’Europa se la passi meglio. L’ultima copertina del settimanale Newsweek è impietosa: “The lame left” titola, la sinistra azzoppata. In Italia non se n’è accorto nessuno, per una ragione molto semplice. Tra le foto dello spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero e dell’inglese Gordon Brown, che pure governano il loro paese, c’è quella di Ségolène Royal.

Gli italiani? Newsweek non li prende neppure in considerazione.
Peggio. Un po’ forzando la mano, Newsweek sostiene che Silvio Berlusconi ha anche preso alcune decisioni di sinistra. E cita il caso della Robin Hood tax tremontiana. Il settimanale non fa riferimenti all’Arcobaleno, ai socialisti, ad Antonio Di Pietro e quant’altro. Ma fin qui siamo nel campo della normalità. Queste forze vengono percepite non come forze di governo. Anche perché si attardano su posizioni di retroguardia, non capendo che proprio la retroguardia li sta distruggendo.
Due esempi: alla festa del Pdci di Oliviero Diliberto a Torvaianica, sulla costa laziale, hanno dovuto annullare alcuni dibattiti per assenza di pubblico; Rifondazione comunista, un partito per due (Paolo Ferrero e Nichi Vendola), litiga sulle manifestazioni. C’è chi va da una parte e chi dall’altra. Il problema è chi segue loro. Sempre meno.
Discorso a parte per il Partito socialista di Riccardo Nencini: sono così delusi da Veltroni da essere tentati di aprire un dialogo con il centrodestra, dopo che la destra più estrema è stata emarginata dal Pdl.
Ma più di tutto colpisce su Newsweek che il Partito democratico di Walter Veltroni, la seconda forza politica italiana, non venga citato. Come se non esistesse. Neppure per classificarlo nella sinistra azzoppata.
“La foto di Newsweek è tragica ma conferma i pareri più pessimistici” dice Peppino Caldarola, una vita nei Ds, tra giornalismo e Parlamento. “Una volta, ai tempi di Ds, Margherita, ma anche di Rifondazione e Sdi, il centrosinistra faceva parte del dibattito mondiale”. Ai congressi di partito, per esempio, arrivavano i leader globali, alle ultime assise s’è visto ben poco.
“Oggi questi partiti sono stati espunti perché non classificabili, in particolare il Partito democratico” continua Caldarola. “In Italia siamo riusciti nel miracolo di far sparire la sinistra senza far comparire altro. Il Pd non si può mettere nella sinistra, perché ci sarebbe la ribellione dei Popolari, dei rutelliani e forse anche dei prodiani. Non si può mettere nel centro, per ragioni uguali e contrarie. Risultato? Tra 6 mesi si vota per le europee e non si capisce cosa diavolo succede. Berlusconi guiderà il gruppo nazionale più consistente nel Partito popolare europeo. Il Pd, il secondo partito italiano, mica bruscolini, non si sa. Ognuno andrà dove vuole, nel Ppe, nel Pse o tra i liberali. Non c’è da stupirsi per la poca incidenza: si paga il prezzo della mancata definizione. Se posso dirlo, è stato partorito un piccolo mostro”. Un mostro a due teste.
La prova? Valga la testimonianza di Edoardo Novelli, docente di comunicazione politica all’Università di Roma III. Questa estate è andato a Pesaro, alla festa del Partito democratico, per presentare un suo fortunato libro, Le elezioni del Quarantotto. Ebbene, racconta Novelli, “si sono alzati alcuni urlando che meno male aveva vinto la Democrazia cristiana, sennò chissà dove saremmo stati ora”.
Viceversa, un po’ di diessini ha sostenuto il contrario. “Ecco, le feste sono una grande occasione per unire, invece erano divisi. D’altronde è normale che accada quando la stagione estiva, appena conclusa, ha creato più problemi invece di risolverli. Prima di tutto il dibattito se chiamarle feste dell’Unità o democratiche. Poi l’ex tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, che dice che il meeting di Comunione e liberazione è la vera festa dell’Unità, infine Arturo Parisi che dal palco di Firenze spara a zero su Veltroni. Insomma, un caos”.
Il fatto è che “nel Pd non gira un’idea che sia una” sostiene da tempo Emanuele Macaluso, padre storico della sinistra italiana. Basterà la nuova moda delle scuole di partito? Macché: “La scuola politica del Partito democratico è una sfilata di moda. Perché cosa si insegna se non c’è cultura politica?” analizza Gianfranco Pasquino, docente di scienze politiche a Bologna.
E pure il ritorno all’antiberlusconismo è sbagliato “Di Pietro è una bolla che si sgonfierebbe facilmente, utilizzando le armi politiche che a suo tempo sconfissero l’ondata massimalista di Sergio Cofferati” ritiene Caldarola. “Il tema dell’opposizione non è la sua durezza, è la sua incisività: la proposta concreta induce l’avversario a inseguirti”. Per Pasquino, poi, l’antiberlusconismo corrisponde anche a un errore di propaganda: “Qualsiasi comunicazione maggioritaria si basa sul riconoscimento pieno, completo, assoluto dell’avversario politico; identificato, criticato e contrastato con nome e cognome. Non si deve lasciare nessun dubbio nell’elettorato su chi sia responsabile del fatto, del non fatto, del malfatto e del misfatto, nonché delle promesse che non si possono mantenere”. Pasquino invita quindi il Partito democratico a un linguaggio più aspro, meno buonista. Meno veltroniano, insomma.
Tra l’altro Francesco Rutelli è sparito, Massimo D’Alema quando si espone produce polemiche, quindi non resta che Veltroni, il principale imputato, visto che se ne sta in America mentre in Italia sono aperti temi fondamentali come l’Alitalia e la legge elettorale per le europee. E infatti anche Il Riformista lo bacchetta: “Walter torna fra noi”.
“Il ciclo di Walter è significativo” sostiene Caldarola. “Ha cominciato chiedendo il decreto antiromeni e decretando la fine dell’antiberlusconismo. A Cetona, dopo pochi mesi, si è tornati alla sinistra catastrofista. A parlare, per esempio, di una dittatura di cui francamente non vi è traccia alcuna. E poi manca la capacità di decidere. Mettiamo l’Alitalia: non si può dire per settimane che era meglio Air France. Noi viviamo il presente. Bisognava dire, da subito, è meglio il fallimento o la salvezza? Invece si è tergiversato. Siamo dentro un grumo irrisolto, composto in particolare da due problemi: la leadership e la linea politica. Da noi servirebbe un congresso, vero, partecipato e contrastato. Dividere fa bene, almeno ci si riconosce in una parte. Negli ultimi sei mesi non c’è stata alcuna discussione, il Pd è un partito a porte chiuse”. Proprio come le sale di rianimazione.

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