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Un anno di tirocinio: ecco le uove norme per fare gli insegnanti

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Un anno di tirocinio per legare teoria a pratica; assunzioni solo in base alla necessità per evitare il precariato; più inglese e competenze tecnologiche: queste alcune delle novità contenute nel nuovo regolamento presentato dal ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini (qui il suo canale su YouTube) per chi vuole accedere all’insegnamento.

Linee Guida
Son quindi quattro le grandi linee in cui si dipana nuovo regolamento voluto dal Miur : il tirocinio da svolgere direttamente a contatto con le scuole e col “mestiere” di insegnante, “perché insegnare non può essere solo teoria ma anche pratica” si legge in una nota. Il numero di nuovi docenti sarà poi deciso in base al fabbisogno. L’obiettivo è quello di porre così fine all’accesso illimitato alla professione che creava il precariato. In questo modo sarà consentito ai giovani l’inserimento immediato in ruolo.

Il nuovo regolamento, informa il Ministero dell’Istruzione, “è il frutto del lavoro della Commissione presieduta dal professor Giorgio Israel, a cui è seguita una azione di primo confronto col mondo della scuola e delle associazioni per l’integrazione scolastica”. L’obiettivo dei nuovi percorsi “è di garantire una più equilibrata preparazione disciplinare, didattica e pedagogica nel corso delle lauree magistrali e lo svolgimento di un anno di percorso, il Tirocinio Formativo Attivo, direttamente a contatto con le scuole”.

Cosa cambia
Con il nuovo sistema, dunque, per insegnare nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria sarà necessaria la laurea quinquennale, a numero programmato con prova di accesso che consentira’ di conseguire l’abilitazione per la scuola primaria e dell’infanzia. Sono rafforzate le competenze disciplinari e pedagogiche ed è previsto un apposito percorso laboratoriale per la lingua inglese e le nuove tecnologie. Per la prima volta, viene sottolineato, si è data “specifica attenzione al problema degli alunni con disabilità, prevedendo che in tutti i percorsi ci siano insegnamenti in grado di consentire al docente di avere una preparazione di base sui bisogni speciali”.  Per gli alunni con disabilità, in tutti i percorsi è previsto che ci siano insegnamenti in grado di consentire al docente di avere una preparazione di base sui bisogni speciali.

Per insegnare nella scuola secondaria di primo e secondo grado sarà necessaria la laurea magistrale più un anno di Tirocinio formativo attivo. È prevista una prova di ingresso alla laurea magistrale a numero programmato basato sulle necessità del sistema nazionale di istruzione, composto da scuole pubbliche e paritarie. L’anno di tirocinio formativo attivo contempla 475 ore di presenza a scuola sotto la guida di un insegnante tutor.

Nodo Siss
Il Tirocinio formativo attivo della durata di un anno prenderà il posto delle Siss per le secondarie di primo e secondo grado. Il numero dei tirocini sarà deciso in base al fabbisogno di insegnanti. Nel regolamento è stato dato riconoscimento al sistema nazionale dell’istruzione (formato dalle istituzioni scolastiche statali e paritarie), tanto nel coinvolgimento nei tirocini quanto nel calcolo dei fabbisogni di personale docente, e si inizia a prevedere la possibilità di svolgere tirocini anche nelle strutture di istruzione e formazione professionale dove c’è la sperimentazione dell’obbligo formativo. Gli Uffici scolastici regionali organizzeranno e aggiorneranno gli albi delle istituzioni scolastiche accreditate e avranno funzione di controllo.

Gelmini: Da oggi si cambia
“Oggi iniziamo a progettare un nuovo tassello per il cambiamento del nostro sistema scolastico” scrive il ministro Gelmini “un tassello fondamentale, perché riguarda la formazione iniziale dei futuri insegnanti. Prevediamo una selezione severa, doverosa per chi avrà in mano il futuro dell’Italia e sostituiamo alle vecchie Ssis un percorso più snello, di un anno, coprogettato da scuole e università, concentrato nel passaggio dal semplice sapere al saper insegnare”.

Scuola, la stangata: “900 euro a bambino”. In aumento zaini, astucci e libri

Acquisto del kit scolastico

Se in questi ultimi giorni di agosto, i ragazzi sono preoccupatissimi per gli esami di riparazione, a tre settimane dall’inizio delle lezioni torna, come accade spesso in questo periodo, si riaccende la polemica sul caro libri. Perché, stando a quanto denunciano i consumatori, puntuale si annuncia la raffica di rincari su zaini, astucci e diari, con punte tra il 10% e il 16%.
A lanciare l’allarme Federconsumatori e Adusbef, che denunciano come a crescere maggiormente siano soprattutto i prodotti di marca quelli cioè più gettonati dai ragazzi, che vogliono sempre stare al passo con le mode e le tendenze del momento.
Rimangono stabili, invece, i prezzi di quadernoni e matite colorate, che hanno già subito un rincaro lo scorso anno. L’importante, per questo tipo di acquisti, avvertono le associazioni di consumatori è non avere fretta. Si possono risparmiare fino a 16 euro per acquistare uno zaino di marca, a patto, però, che si abbia il tempo per confrontare i prezzi applicati in diversi punti vendita, scegliendo quello piu’ conveniente.

Diari, matite e accessori
Federconsumatori e Adusbef ricordano, inoltre, che, alla spesa iniziale per il nuovo anno scolastico, vanno aggiunti i costi da sostenere durante l’anno per i ricambi del materiale didattico (quaderni, album da disegno, penne, matite, colori, accessori, ecc.) per i quali si arriva a spendere anche 250-300 euro. A tale proposito le du associazioni consigliano di effettuare una scorta di questi ultimi, approfittando delle numerose offerte che si presentano in questo periodo dell’anno.
“Nel materiale scolastico a crescere maggiormente, con punte tra il 10% e il 16%, sono soprattutto i prodotti di marca (zaini, astucci, diari), ovvero quelli più richiesti dai ragazzi. In particolare, per uno zaino di marca il prezzo è salito a 72 euro in una cartolibreria (+16%) e a 56 euro in un supermercato (+8%). Un diario di marca, invece, costa 15,90 euro in una cartolibreria (+10%) e 12,90 euro in un ipermercato (+8%). Per un astuccio di marca pieno, invece, si spendono 28,90 euro in cartolibreria (+9%) e 21,50 euro in un supermercato (+7%)”.

Libri e ripetizioni
Un’ulteriore spesa è quella relativa ai libri, che, quest’anno, si attesterà intorno a 440 - 450 euro, registrando cioè un aumento del 3-5% rispetto allo scorso anno. In relazione a tale voce di spesa, assai onerosa per le famiglie, le due organizzazioni chiedono che vi siano maggiori controlli rispetto al puntuale sforamento dei tetti di spesa fissati dal Ministero (che dovrebbero attestarsi, ad esempio, a cifre inverosimili come 286 euro per la I° media e 320 euro per il 4° ginnasio in un Liceo Classico).
Ma oltre agli euro sborsati per i libri, le famiglie con ragazzi alle prese con le verifiche di settembre (la versione attuale dei vecchi esami di riparazione) dovranno affrontare i costi delle ripetizioni private del mese di agosto. In media, secondo i calcoli dell’Adoc, un mese di ripetizioni private ad agosto, considerando 3 ore a settimana di lezioni, varia dai 270 ai 345 euro, a seconda che ci si rivolga a uno studente o a un docente, ma ci sono anche punte di 45 euro l’ora. “Questa spesa si è resa necessaria” osserva l’associazione “dato l’alto numero di rimandati con debito. Se a luglio le scuole hanno garantito efficacemente il supporto didattico, lo stesso non si può dire di agosto. Rispetto allo scorso anno è un boom, le richiesta di aiuto sono aumentate del 60%”.

Pantaloni a vita bassa, minigonna e infradito? Scuola “vietata”

minigonna

C’è chi dice che l’età giusta per regalarla alle sorelle minori o alle nipotine siamo i 30, qualcuno più magnanimo entro i 40. Ma Londra capitale delle tendenze, dalle pagine dell’Observer, lancia una nuova regola che farà la felicità delle scosciate agé: minigonna sdoganata a ogni età. Unico requisito per le emulatrici di Sharon Stone è il poterselo permettere, avendo un bel paio di gambe affusolate, onde evitare l’effetto “insaccato”.
Non la pensa così Francesca Carampin, preside di un istituto commerciale di Trento, che nei giorni scorsi ha preso carta e penna e ha scritto una lettera di fuoco ai genitori dei suoi alunni: “Ci sarà un motivo se le parti intime si chiamano così, allora bisogna coprirle”. E ancora: “A scuola si va vestiti con decenza”. E non basta. Dopo la lettera di “richiamo alla decenza” inviata alle famiglie, ora la preside vuole preparare un regolamento in modo che gli studenti vadano a scuola con un abbigliamento appropriato. “Non pretendo che i ragazzi vengano in giacca e cravatta e le ragazze come le monache, ma non ci si può vestire come si andasse al mare, con canottierine che fanno vedere l’ombelico, minigonne esagerate o pantaloni a vita bassa con la pancia di fuori, oltre a qualcos’altro”, ha detto la preside dell’istituto. In Italia non ci sono le divise per le superiori, infatti, come nei paesi anglosassoni e gli alunni si possono vestire un po’ come vogliono.
Ma negli ultimi anni starebbero esagerando, almeno secondo la preside trentina che è corsa ai ripari a poche settimane dalla maturità.
Stessa intransigenza nei vestiti che trova adepti anche nell’estremo Sud della Penisola: anche al liceo scientifico “Enrico Fermi” di Ragusa, in Sicilia, nei giorni scorsi due alunni sedicenni che frequentano il terzo anno non sono stati ammessi in classe, perchè vestiti in modo non conforme al decoro: indossavano pantaloni che coprono le gambe fin sotto le ginocchia (detti “pinocchietti”), ma non arrivano ai piedi. I due ragazzi, richiamati immediatamente dal preside, sono tornati a casa, dove si sono cambiati in fretta e furia per essere ammessi in classe.

Mamme e ministre contrarie: la scuola Pisacane multietnica di fatto non di nome

La scuola Carlo Pisacane

Makiguchi sì, Makiguchi no. Il pedagogo giapponese, Tsunesaburo Makiguchi appunto, che nei primi anni del novecento rinnovò il sistema educativo, all’epoca molto restrittivo, del suo Paese. Ormai in Italia, perlomeno tra gli insegnanti, lo conoscono tutti. Diventerà di sicuro un simbolo. Perché?

Perché a lui avrebbe dovuto portare il suo nome una scuola elementare di Roma, al centro del quartiere di Tor Pignattara, sostituendo l’attuale intitolazione a Carlo Pisacane, eroe del Risorgimento italiano. Lo aveva annunciato nei giorni scorsi la dirigente scolastica, Nunzia Marciano, pedagoga e autrice di libri sull’educazione infantile, che però oggi ci ha ripensato, senza attendere il parere di rito dell’Ufficio scolastico regionale del Lazio: “Si è creata una distorsione mediatica sulle scelte decise democraticamente dagli organi collegiali del nostro istituto per questo abbiamo deciso che sospenderemo il processo attivato per il cambio di nome”.
La scuola che dirige, infatti, conta oltre l’85% di iscritti di origine straniera e due anni fa era finita al centro dell’attenzione dei media perché nel presepio le statuine delle donne indossavano il velo, in nome della globalizzazione e del rispetto delle religioni. Sempre in nome della multiculturalità, alla Pisacane ne hanno pensata un’altra: nelle scorse settimane è stata avanzata dal Consiglio di istituto la richiesta di sostituire il nome di Carlo Pisacane con quello del pedagogo giapponese. E le polemiche non sono mancate. “Inaccettabile che una scuola italiana cancelli un simbolo così importante del nostro Risorgimento. Il Ministero si opporrà con tutti gli strumenti che la legge gli riconosce per evitare che la scuola modifichi il nome”, ha dichiarato il ministro dell’istruzione, Maria Stella Gelmini (Pdl). Si è aggiunto al coro il sindaco di Roma, Gianni Alemanno (Pdl): “Mi attiverò anch’io presso le istituzioni competenti per chiedere che il cambiamento non venga autorizzato”. E c’è pure chi, nella bagarre, ha parlato di “razzismo anti-italiano”, come il Ministro della Gioventù, Giorgia Meloni (Pdl).

In aiuto della preside era sceso in campo l’ex ministro dell’Istruzione dell’ultimo governo Prodi, Giuseppe Fioroni (Pd). “L’integrazione non si fa dimenticando il Risorgimento, ma nemmeno riducendo le scuole al collasso. Resta poi qualche altro interrogativo: che fare delle scuole che si chiamano Montessori in America e nel mondo? E delle steineriane in Italia, tra l’altro molto apprezzate anche dal premier visto che le ha scelte per i propri figli?”.
Ma accanto alla questione del nome, assai cara ai politici, rimangono le proteste dei genitori italiani che dalla Pisacane vogliono ritirare i loro figli. L’integrazione, al di là delle etichette, ha davvero funzionato in quella scuola? Secondo il Comitato delle mamme si va verso il fallimento. “Vogliamo capire il motivo per cui la scuola abbia fatto finta di non capire il problema oggettivo portato alla luce dalle mamme sull’equa distribuzione degli alunni e continui ad affermare che una classe con 20 bambini stranieri e un solo italiano rientri nella normalità e sia garanzia di scambio di culture e fonte di arricchimento”, scrivevano in una lettera due settimane fa. Il rischio è che il prossimo anno restino solo i bambini immigrati o le classi monoetniche.

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Il pamphlet di Giordano: È una scuola da cinque in condotta

scuola

di Mario Giordano

Il fatto è che la scuola è diventata un gran bazar dove si può fare più o meno di tutto. Tranne studiare, naturalmente. Sia chiaro: ognuna di queste attività in sé è legittima, in alcuni casi persino condivisibile. Se poi si trovasse pure il tempo per l’italiano e la matematica, però. Altrimenti queste iniziative diventano un gigantesco paradosso, uno spreco di cervelli, una lezione di dissipazione del tempo: abbiamo le classi piene di ragazzi che s’industriano nella coltivazione biologica della cipolla o sanno tutto del progetto Mister Cheese, educazione alimentare col provolone (non è uno scherzo: è stato attivato davvero), ma poi confondono il congiuntivo con una malattia degli occhi.
[...] Alcuni licei romani (dal Lucrezio Caro all’Ilaria Alpi) fanno di meglio: [...] si dedicano al cinema. Ma, per restare in tema, ci mettono su abbondanti dosi di peperoncino. Il progetto prevede la produzione di un film girato in digitale dal titolo Chi nasce tondo. Protagonista Sandra Milo nell’ambizioso ruolo di entraîneuse. Perfetto, no? Molto educativo. Resta da chiarire solo un ultimo dubbio: ma tutto ciò a che ora di lezione appartiene? Archeologia femminile? Calcolo delle probabilità grottesche? Pornostoria? La soluzione sta nel nome che l’entraîneuse Sandra Milo assume nel film (ricordiamolo, da girare a scuola): Anna Tre Culi. Ma sì: Anna Tre Culi. Dev’essere una lezione di dolce stilnovo, linguaggio poetico, soffusa lirica petrarchiana. O forse, più semplicemente, è una lezione di bon ton.
[...] Trentaseimila consulenti. Costo: 58 milioni di euro. Fra l’altro buona parte di queste attività costano. Nel giugno 2008, quando il ministro Renato Brunetta mette online i dati relativi alle consulenze della pubblica amministrazione, si scopre che per insegnare massaggi giapponesi, hockey su prato e capoeira brasiliana agli alunni italiani, in un solo anno (il 2006) sono stati spesi 58 milioni di euro. Per l’esattezza: 58.314.498 euro. Mica bruscolini. Tanto per intenderci: un’azienda come la Meliconi (sì, quella del telecomando col guscio) con 280 dipendenti, due stabilimenti ed esportazioni in tutta Europa, fattura di meno.
I consulenti della scuola sono un vero e proprio esercito: 36.066, sempre per rifarci ai dati del 2006 resi pubblici nel giugno 2008 da Brunetta: 36 mila persone che in un anno sono entrate a scuola per insegnare (a pagamento) la pesca alla trota o il ritmo del tamburello.
[...] “A Finale Ligure” racconta Marco Zucchetti sul Giornale “l’elenco delle attività scolastiche sembra una raccolta di hobby da dopolavoro: seminario sul massaggio giapponese (500 euro), corso di macramè (975 euro), lezioni di mesh work e celtico e tecniche di ricerca dell’equilibrio bioenergetico”: 300 euro di consulenza o di bolletta? Il fascino dell’Oriente ha stregato gli insegnanti. È tutto un proliferare di discipline come lo shiatzu (2.800 euro a Gambolò, Pavia), la thai boxe (387 euro ad Ancona con buona pace dei genitori che vietano la visione dei film di Van Damme perché troppo violenti), wushu (875 euro per una scuola materna nei pressi di Lodi), thai chi (284 euro a Milano), kendo e aikido (284 e 511 euro a Carmagnola, Torino). L’esotico va forte e gli scolari di oggi saranno i cosmopoliti di domani: balleranno la capoeira brasiliana (310 euro a Clusone, Bergamo), suoneranno i bonghi djembe a Milano (625 euro al suonatore africano) e impareranno i ritmi del Senegal a Chivasso, Torino (1.875 euro). Per poi dipingere mandala buddisti a Lodi e ascoltare una scrittrice internazionale sul progetto “Curry di pollo” a Mantova per 300 e 135 euro.
[...] A Milano hanno addirittura introdotto nelle aule il corso di “valorizzazione della propria immagine”. Intanto si cominciano a valorizzare 1.000 euro in tasca al consulente. Poi ci sono i 2.730 euro spesi a Oulx (Torino) per la manipolazione della carta, i 2 mila euro di Cremona per l’arte circense e l’ecogiornalismo, che a Varese viene via con appena 350 euro. A Bagnolo Mella (Brescia) impazza il corso “Cucino io”, a Cologne (sempre in provincia di Brescia) si insegna a giocare a dama (così non ci si deve annoiare a seguire le lezioni di italiano) e ancora a Varese hanno speso 2 mila euro per un esperto che è andato in aula a spiegare ai ragazzi il bridge. Si capisce: gli studenti hanno diritto a variare un po’, non si può mica sempre fare la briscola quando il prof spiega…
[...] Non ci sono computer, i laboratori perdono i pezzi, le aule abbisognano di interventi di ristrutturazione come le palpebre di Valeria Marini. Epperò i soldi per il rafting, per il bridge e per ballare la “pizzica” si trovano sempre. Com’è possibile? E soprattutto: perché?
[...] Antonio Bombini, dirigente scolastico a Molfetta (Bari), cita Ennio Flaiano: “Non abbiamo il necessario, ma non ci facciamo mancare il superfluo”. E spiega: “I fondi per l’istruzione sono costantemente ridotti, ma poi piovono decine di migliaia di euro nel nome dei Pon, piani operativi nazionali”. Si tratta di iniziative, finanziate con i fondi sociali europei, che non solo non servono a nulla, ma addirittura “diventano antitetiche rispetto alla realizzazione delle finalità primarie della scuola”. In altre parole: “Nelle scuole superiori gli studenti frequentano le lezioni dei Pon e contestualmente smettono di studiare”.

Pronto soccorso ed educazione alimentare. Il Parlamento studia la scuola del futuro

Scuola elementare

Scuola, tra presente e futuro: non solo riforme, ma anche nuove materie all’esame (o d’esame). O meglio, nuove discipline che potrebbero entrare in vigore se le numerose proposte di legge presentate alla Camera e al Senato saranno convertite in legge dai due rami del Parlamento.

Internet, le lingue straniere, educazione civica e forse educazione sessuale le più conosciute, ma quanti sanno che ci sono deputati e senatori che spingono per inserire i rudimenti del primo soccorso, oppure corsi di educazione alimentare? O ancora l’insegnamento delle “specificità culturali, geografico, storiche e linguistiche delle comunità territoriali” piuttosto che “attività teatrali e di intelligenza emotiva”?
Il tema della scuola ha da sempre suscitato l’attenzione e l’interesse di molti parlamentari italiani. Così, se negli anni novanta le proposte di legge più singolari in materia potevano arrivare a poche decine per legislatura, oggi, scorrendo rapidamente i siti internet di Camera e Senato, se ne possono ritrovare quantomeno un centinaio. Maggioranza e opposizione spingono, ad esempio, per inserire i rudimenti del pronto soccorso alle medie e al liceo. Le cifre, del resto, parlano chiaro: ogni anno in Italia 60 mila persone muoiono per un arresto cardiaco, 23 mila sono vittime di un trauma improvviso e 6 mila di un incidente stradale. Un intervento di primo soccorso può salvare il 30 per cento delle persone colpite, sottolineano i firmatari delle due iniziative legislative, il deputato del Pd Gerolamo Grassi e il senatore del Pdl Luigi D’Ambrosio Lettieri.
Ma i legislatori non si fermano qui: altri testi scolastici potrebbero finire sui banchi degli studenti, come l’educazione alimentare. L’Italia è ai primi posti in Europa per numero di bambini e adolescenti in sovrappeso. Ecco perché Antonio Razzi, deputato dell’Idv, propone di istituire, fin dalla scuola primaria, corsi di educazione alimentare per “formare una cultura alimentare basata su informazioni complete e corrette, ancora poco diffusa nel nostro Paese”. Il deputato Fabio Granata (Pdl) e la senatrice Anna Maria Carloni (Pd) chiedono, invece, che nei programmi scolastici trovi posto anche l’insegnamento dell’educazione civica ambientale perché, spiegano, “tende a sviluppare nello studente la consapevolezza di soggetto attivo e protagonista della comunità attraverso i valori costituzionali della cittadinanza, dell’ambiente, della salute, della legalità”. Gli zaini degli studenti potrebbero appesantirsi ulteriormente se saranno approvate altre due proposte di legge della deputata della Lega Paola Goisis, che propone l’insegnamento delle “specificità culturali, geografico, storiche e linguistiche delle comunità territoriali e regionali“. Così, si legge nella proposta di legge, “lo studio della realtà Sabauda per gli studenti piemontesi può assumere un’importanza non inferiore a quella che riveste lo studio della realtà Borbone per gli studenti delle regioni meridionali o del califfato arabo e dei ducati normanni per gli studenti della Sicilia”.
Molto simile il ddl presentato da Angela Napoli (Pdl), che chiede l’introduzione della storia locale. La Napoli, tra l’altro è molto attiva sull’argomento scuola: solo in quest’ultima legislatura si contano una decina di provvedimenti presentati alle commissioni di competenza, che vanno dalla “disciplina del sistema nazionale di istruzione”, alle “Disposizioni concernenti i dirigenti scolastici, fino alle “Disposizioni in materia di stato giuridico degli insegnanti e di rappresentanza sindacale nelle istituzioni scolastiche”

Più controverso, invece, il progetto di legge presentato da Valentina Aprea, presidente della commissione Cultura della camera dei Deputati ed ex sottosegretario all’Istruzione del precedente Governo Berlusconi, che chiede “Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti”.
Il progetto di legge, prevede, infatti, oltre ad una serie di novità sostanziali che potrebbero sconvolgere l’attuale assetto organizzativo scolastico, un maggior carico di responsabilità (e di potere) proprio per i dirigenti. A presidi verrebbe infatti demandato prima di tutto il compito di bandire concorsi per nuovi docenti, specifici per ogni istituto, oltre che di scegliere personalmente (senza più graduatoria pubbliche) i docenti supplenti. Anche loro, i capi d’istituto, saranno comunque sottoposti a verifiche sull’operato svolto: lo stesso ministro ha ricordato come i nuovi concetti “di responsabilità e merito” non andranno applicati solo agli studenti, “ma anche ai docenti e ai dirigenti, che vanno valutati e incentivati”. Il testo ha ricevuto forti critiche da parte dei dirigenti scolastici, mentre il Forum degli insegnanti ha cominciato una raccolta di firme per fermarne l’iter parlamentare. E se il deputato dell’Idv Fabio Evangelisti ed il parlamentare del Pdl Enrico Pianetta insistono perchè nei programmi scolastici venga inserito “l’insegnamento dell’educazione ai diritti umani”, la deputata del Pdl Fiorella Ceccacci si spende perchè tra le materie di studio vi sia anche “attività teatrali e intelligenza emotiva“. Il teatro “ha da sempre una straordinaria funzione di educazione alla cultura ed è diventato un elemento nuovo della nostra cultura educativa, grazie anche all’apporto di moderne discipline socio psicologiche”, si legge nel testo della proposta di legge presentato lo scorso 26 maggio, quando la nuova legislatura era cominciata da appena un mese.

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“State alla larga dagli omosessuali”. Roma, bufera sulle parole di un insegnante

Un momento del corteo

“Gli omosessuali sono persone che non condivido, e se mi capitasse di incontrarne ne starei bene alla larga, certe persone devono essere evitate meno male che qui in classe non ci sono”. Lezione di omofobia all’Istituto tecnico industriale Armellini di Roma?
Stando alla denuncia fatta da alcuni studenti, che hanno segnalato le frasi alla Gay Help Line dell’Arcigay di Roma, sembrerebbe di sì.
Ma tutto è ancora da verificare: il prof. (o una prof.) deve essere ascoltato dal preside dell’istituto per sapere se abbia dato veramente questo consiglio agli studenti o se, invece, non si sia trattato di un tiro mancino degli alunni verso un insegnante antipatico.
La notizia della frase omofoba è stata resa pubblica ieri dal presidente dell’Arcigay Roma e responsabile del numero verde 800.713.713, Fabrizio Marrazzo: “Circa 15 giorni fa” racconta Marrazzo “la Gay Help Line di Arcigay ha ricevuto la prima di tre distinte telefonate susseguitesi nei giorni seguenti per segnalare la dichiarazione di un insegnante di un Istituto tecnico nei pressi del quartiere San Paolo-Ostiense.
“Dichiarazioni fortemente discriminatorie verso lesbiche, gay e trans” sostiene il presidente di Arcigay Roma “che hanno provocato un duplice effetto, da un lato l’indignazione da parte degli studenti lesbiche e gay, e dall’altro un rafforzamento della condizione dei bulli della classe, che ora si sentono maggiormente liberi di prendere in giro le lesbiche ed i gay”.
Il preside dell’Istituto tecnico ha convocato immediatamente l’insegnante per chiarire quanto è successo: “Non ne ero a conoscenza fino a ieri pomeriggio quando mi ha telefonato l’Arcigay” spiega il dirigente. “È una frase che mi fa inorridire ma ho parlato con l’insegnante e mi ha dato un’altra versione dei fatti”.
Il docente - contattata da Repubblica, chiedendo l’anonimato - smentisce categoricamente l’accaduto: “Con anni di insegnamento ed esperienza alle spalle, non avrei mai avuto l’ingenuità di dire una cosa del genere, né in classe né fuori, neanche se lo pensassi. È importante riflettere su ciò che l’alunno, chiunque egli sia, ha recepito delle mie spiegazioni poiché non ho veramente idea di cosa possa aver generato questo equivoco”.
Spiegazioni che sembrano non convincere Marrazzo. Che ha contattato la scuola per chiedere di fare delle “azioni di formazione. I casi di discriminazioni nelle scuole sono in crescita, per questo chiediamo” ha concluso “l’intervento delle istituzioni”.
“La nostra è una scuola democratica, ma è chiaro che non posso avere il controllo su cosa dicono tutti i nostri insegnanti” spiega il preside “ma dispiace che gli studenti non siano venuti a parlarmene di persona. Li avrei ascoltati. Avvierò un procedimento amministrativo, per valutare se ci sono gli estremi per una sanzione disciplinare, che può andare dall’ammonizione alla censura” spiega ancora. “Chiederò di confermare l’accaduto e poi deciderò”. Chiede di fare piena luce l’assessore provinciale alla Scuola, Paola Rita Stella.

Ai genitori la scuola piace “lunga”: il 90% dei nuovi iscritti al “tempo pieno”

La scuola

Dopo mesi di polemiche, alla fine le famiglie italiane hanno scelto e a settembre i bambini della prima elementare si troveranno in gran parte (56%) nelle classi a 30 ore, con percentuali minori (3%) per le 24 ore, (7%) per le 27 ore, mentre il tempo pieno (le 40 ore con due maestri) è stato scelto dal 34%, in aumento rispetto allo scorso anno.
Dati importanti per valutare il trend, specie in vista delle recenti nuove misure adottate dal governo, che dovranno scattare proprio a partire dal prossimo settembre. I dati non sono ancora definitivi ma, a quanto risulta, sei famiglie su dieci di quelle che hanno iscritto il proprio figlio in prima elementare hanno scelto l’orario di 30 ore. Si tratta dei primi dati rilevati dal ministero dell’Istruzione su un campione di circa 900 scuole. Per i dati definitivi ci vorranno ancora alcune settimane. Il 3% delle famiglie ha scelto le 24 ore, il 7% le 27 ore, il 56% le 30 ore e il 34% le 40. A conti fatti il 90% delle famiglie ha chiesto il tempo pieno per i propri bambini.

Saranno sufficienti” si chiede qualcuno “i maestri in organico? Bisognerà attendere i dati definitivi prima di poter dare una risposta certa. Sicure invece le polemiche: Francesco Scrima (Cisl Scuola) e Giuseppe Fioroni (Pd) hanno parlato di “bocciatura” del maestro unico e del modulo a 24 ore, con precisazione di Viale Trastevere che ha ribadito che “tutti i quadri orari per il nuovo anno della prima elementare prevedono il maestro unico di riferimento”.
“È a dir poco distorta la lettura che l’ex ministro Fioroni propone sui dati relativi alle iscrizioni scolastiche”, afferma Francesco Pasquali, coordinatore nazionale dei Giovani per la Libertà-Forza Italia. “Sostenere che le famiglie italiane abbiano bocciato il maestro unico è falso. Il Pd dovrebbe arrendersi all’evidenza. Dopo il flop delle manifestazioni studentesche anti Gelmini oggi le famiglie riconoscono la bontà della riforma”. Replica a Fioroni anche da parte del senatore della Lega, Irene Aderenti: “Non può parlare per slogan”.
“Avevamo ragione noi: sapevamo che le famiglie volevano il tempo prolungato”, commenta Gianluca Gabrielli, del Coordinamento nazionale difesa del tempo pieno. “In molte scuole questi orari non sono previsti, altrimenti la richiesta sarebbe stata anche superiore. Il tempo pieno cresce dove c’è la speranza di ottenerlo e se si lasciasse la possibilità di farlo supererebbe il 60% del totale”. “Adesso” conclude Gabrielli “resta da vedere se il ministro ottempererà alle richieste delle famiglie”.
A rassicurare le famiglie ci pensa proprio il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Che fa sapere che i fondi per il tempo pieno non solo ci sono ma addirittura sono aumentati: “Le risorse per il tempo pieno non solo non sono state tagliate” ha spiegato il ministro “ma sono state confermate. E grazie a un migliore impiego, sono aumentate. Quindi, non ci saranno problemi e sarà possibile rispettare il tempo pieno e la scelta delle famiglie”.
A margine della presentazione del Progetto Gaber a Milano, interpellata riguardo a una sua preoccupazione per l’elevato numero di ragazzi che ha ricevuto il 5 in condotta negli scrutini il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini ha commentato: “Il Papa ha parlato di una emergenza educativa: credo che questa emergenza sia sotto gli occhi di tutti. Dobbiamo insieme lavorare per fare in modo che i ragazzi abbiano dei punti di riferimento e dei modelli educativi”. Lo ha detto. “Dobbiamo essere preoccupati” ha detto Gelmini “perché ogni giorno le cronache raccontano di episodi di bullismo e di assenza di disciplina. Non dobbiamo drammatizzare. La funzione educativa deve essere svolta dalla scuola ma non solo. Serve una collaborazione, soprattutto un rapporto di stima con la famiglia, ma anche i media hanno una grande responsabilità nell’educare e diseducare i ragazzi”.

L’università fa esperimenti “elementari”: Caro bimbo chi vuoi uccidere?

Primo giorno di scuola

Quesito numero uno: “Il braccio di una gru sta per uccidere te e quattro muratori. Luca può pigiare un bottone che cambierà la direzione del braccio della gru. Il braccio ucciderà un altro muratore ma tu e gli altri quattro muratori sarete salvi. È giusto che Luca pigi il bottone?”
Quesito numero due: “Un automobilista perde il controllo della macchina. Sta per andare verso cinque persone che sono sul marciapiede e le ucciderà. Se tu spingi una persona sotto la macchina essa si fermerà. La persona morirà ma le cinque persone saranno salve. È giusto che tu spinga la persona?”

Agghiacciante. Sono due delle tre domande di un test che il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino ha inviato al dirigente scolastico della Scuola elementare “Vittorio Alfieri”, istituto nel centro storico del capoluogo piemontese. Queste domande dovevano finire sul banco degli studenti delle classi quarte di età compresa tra i 9 e 9 anni e 11 mesi. La richiesta è arrivata, l’11 gennaio scorso, direttamente da una professoressa di Psicologia Generale presso la Facoltà di Scienze della Formazione: “Si tratta di un esperimento, argomento di tesi di laurea di una studentessa per cercare di analizzare la loro comprensione di situazioni morali” si legge nella lettera “l’esperimento dovrà svolgersi singolarmente e in una stanza quieta”.

“Sono sconcertata e stupita che un test così violento possa essere somministrato ad un bambino durante l’orario scolastico” spiega Maria Elena Testa, madre di uno degli studenti di nove anni che frequenta la quarta classe all’Istituto Alfieri. “È vero che i bambini oggi sono abituati a immagini violente che vengono mandate in onda in televisione o pubblicate sui giornali ma questo test è veramente qualcosa di sconvolgente” Poi prosegue: “Queste domande mettono il bambino nella condizione di dover comunque scegliere chi e quante persone far morire di morte violenta. Quando ho provato a leggere queste domande a mio figlio mi ha guardato inorridito e mi ha detto che non avrebbe saputo che cosa rispondere”. Il 13 febbraio, questa vicenda è finita negli uffici della Procura della Repubblica di Torino. Sarà proprio Maria Elena Testa a presentare un esposto al procuratore capo.

“Ci troviamo purtroppo di fronte all’ennesima prova del tentativo di trasformare le nostre scuole da luoghi di istruzione e crescita a una sorta di laboratori per studi psicologici o psichiatrici, come è avvenuto negli Usa con catastrofiche conseguenze sia per il loro sistema di istruzione che per le famiglie” afferma Roberto Elia Cestari, Presidente nazionale del Comitato Cittadini per i Diritti dell’Uomo “questa iniziativa avviene in violazione della legge regionale 21/2007 che vieta all’interno delle scuole dell’obbligo di ogni ordine e grado della Regione Piemonte di somministrare test o questionari relativi allo stato psichico ed emozionale degli alunni se non finalizzati ad uso interno ed esclusivamente didattico.
Inoltre tutti i test volti alla valutazione dello stato psichico del minore, possono essere svolti esclusivamente all’interno di strutture sanitarie pubbliche sotto lo stretto controllo di operatori sanitari qualificati e previo obbligatorio consenso informato dell’avente potestà sul minore ai sensi della normativa vigente”.

A scendere in campo in difesa della Legge (di cui è stato il relatore) e dei bambini anche il consigliere regionale di Alleanza Nazionale, Gian Luca Vignale: “Il 30 ottobre 2008 gli assessori alla Sanità e all’Istruzione della Regione Piemonte, di concerto con il Direttore Generale dell’Ufficio scolastico Regionale per il Piemonte, hanno trasmesso una lettera a tutti i Dirigenti scolastici delle istituzioni scolastiche del territorio in cui, pur riportando integralmente quanto previsto dall’art.4, si dà un’interpretazione della norma che viola palesemente quanto la legge regionale prevede”. “Con questa interpretazione” conclude Vignale “si dà la possibilità di somministrare test o questionari da parte delle scuole per valutare gli stili di vita dei minori fra i quali gli aspetti relazionali, psicologici e comportamentali vanifica la volontà del legislatore”.

Stuprata a 14 anni dal branco di coetanei. Il gip: “Atti di violenza animalesca”

La vittima di uno stupro

Parla di “pulsioni animalesche” nella sua ordinanza il gip del tribunale dei minori di Brescia, a proposito dei quattro minori bresciani arrestati con l’accusa di violenza sessuale di gruppo. Una terribile vicenda che ha portato la Procura, sulla base delle indagini dei carabinieri della compagnia di Salò (Brescia), a chiedere ed ottenere quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altrettanti ragazzi. Del branco farebbe parte almeno un altro minore che, però, avendo meno di 14 anni, non è imputabile. I militari hanno notificato loro un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.
I ragazzini, tutti di Sabbio Chiese (Brescia), con la complicità di un tredicenne ritenuto coinvolto nella vicenda ma non imputabile per l’età, nel dicembre scorso, durante una festa in una casa privata, avrebbero violentato una quattordicenne con il manico di un badile, dopo averla costretta a bere. Lei di certo non poteva immaginare che, dietro i suoi compagni di scuola, gli amici della comagnia, si nascondessero dei violentatori in erba. Li ha seguiti entusiasta ad una festa privata, avrebbe detto alle altre ragazze prima di seguire i suoi futuri baby carnefici. Ma la festa si è trasformata in incubo e gli amici in un branco, senza scrupoli: tanto che hanno immortalato gli abusi sui cellulari, come fossero un trofeo. All’alba, sconvolta, la ragazzina è stata trovata su un divano completamente spogliata, in uno stato di semi-incoscienza, da due amiche che l’hanno riportata a casa. In seguito alla violenza, di cui l’interessata inizialmente aveva un ricordo molto confuso (”tutto a posto, roba da niente”, avrebbe confidato a un cugino), è finita al pronto soccorso per delle perdite di sangue. Solo in un secondo momento la 14enne ha parlato con lo psicologo della scuola, che ha spinto i suoi familiari a rivolgersi ai carabinieri. “Una vicenda sconcertante, in cui mai mi sono imbattuto” ha detto il comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Riccardo Galletta. “Gli arresti si sono resi necessari perché è stata ravvisata la possibilità di reiterazione dello stesso reato”.
Il sabato successivo, infatti, i ragazzini, vittima compresa, si sono rincontrati nello tesso posto - una casa in via di ristrutturazione messa a disposizione da un genitore di un minore non implicato - come se nulla fosse. Il gruppo, figli di famiglie all’apparenza normali, si era conosciuto chattando su internet, e frequentava le scuole della Valsabbia. “Siamo sprofondati in una sorta di anestesia etica” è il commento del procuratore dei minori, Emilio Quaranta. “Qui la violenza viene percepita come normale”, da parte di ragazzi “lasciati a se stessi, abituati a rapporti promiscui, al consumo smodato di alcol e soggetti a pulsioni animalesche”.

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