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Quesito numero uno: “Il braccio di una gru sta per uccidere te e quattro muratori. Luca può pigiare un bottone che cambierà la direzione del braccio della gru. Il braccio ucciderà un altro muratore ma tu e gli altri quattro muratori sarete salvi. È giusto che Luca pigi il bottone?”
Quesito numero due: “Un automobilista perde il controllo della macchina. Sta per andare verso cinque persone che sono sul marciapiede e le ucciderà. Se tu spingi una persona sotto la macchina essa si fermerà. La persona morirà ma le cinque persone saranno salve. È giusto che tu spinga la persona?”
Agghiacciante. Sono due delle tre domande di un test che il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino ha inviato al dirigente scolastico della Scuola elementare “Vittorio Alfieri”, istituto nel centro storico del capoluogo piemontese. Queste domande dovevano finire sul banco degli studenti delle classi quarte di età compresa tra i 9 e 9 anni e 11 mesi. La richiesta è arrivata, l’11 gennaio scorso, direttamente da una professoressa di Psicologia Generale presso la Facoltà di Scienze della Formazione: “Si tratta di un esperimento, argomento di tesi di laurea di una studentessa per cercare di analizzare la loro comprensione di situazioni morali” si legge nella lettera “l’esperimento dovrà svolgersi singolarmente e in una stanza quieta”.
“Sono sconcertata e stupita che un test così violento possa essere somministrato ad un bambino durante l’orario scolastico” spiega Maria Elena Testa, madre di uno degli studenti di nove anni che frequenta la quarta classe all’Istituto Alfieri. “È vero che i bambini oggi sono abituati a immagini violente che vengono mandate in onda in televisione o pubblicate sui giornali ma questo test è veramente qualcosa di sconvolgente” Poi prosegue: “Queste domande mettono il bambino nella condizione di dover comunque scegliere chi e quante persone far morire di morte violenta. Quando ho provato a leggere queste domande a mio figlio mi ha guardato inorridito e mi ha detto che non avrebbe saputo che cosa rispondere”. Il 13 febbraio, questa vicenda è finita negli uffici della Procura della Repubblica di Torino. Sarà proprio Maria Elena Testa a presentare un esposto al procuratore capo.
“Ci troviamo purtroppo di fronte all’ennesima prova del tentativo di trasformare le nostre scuole da luoghi di istruzione e crescita a una sorta di laboratori per studi psicologici o psichiatrici, come è avvenuto negli Usa con catastrofiche conseguenze sia per il loro sistema di istruzione che per le famiglie” afferma Roberto Elia Cestari, Presidente nazionale del Comitato Cittadini per i Diritti dell’Uomo “questa iniziativa avviene in violazione della legge regionale 21/2007 che vieta all’interno delle scuole dell’obbligo di ogni ordine e grado della Regione Piemonte di somministrare test o questionari relativi allo stato psichico ed emozionale degli alunni se non finalizzati ad uso interno ed esclusivamente didattico.
Inoltre tutti i test volti alla valutazione dello stato psichico del minore, possono essere svolti esclusivamente all’interno di strutture sanitarie pubbliche sotto lo stretto controllo di operatori sanitari qualificati e previo obbligatorio consenso informato dell’avente potestà sul minore ai sensi della normativa vigente”.
A scendere in campo in difesa della Legge (di cui è stato il relatore) e dei bambini anche il consigliere regionale di Alleanza Nazionale, Gian Luca Vignale: “Il 30 ottobre 2008 gli assessori alla Sanità e all’Istruzione della Regione Piemonte, di concerto con il Direttore Generale dell’Ufficio scolastico Regionale per il Piemonte, hanno trasmesso una lettera a tutti i Dirigenti scolastici delle istituzioni scolastiche del territorio in cui, pur riportando integralmente quanto previsto dall’art.4, si dà un’interpretazione della norma che viola palesemente quanto la legge regionale prevede”. “Con questa interpretazione” conclude Vignale “si dà la possibilità di somministrare test o questionari da parte delle scuole per valutare gli stili di vita dei minori fra i quali gli aspetti relazionali, psicologici e comportamentali vanifica la volontà del legislatore”.

Parla di “pulsioni animalesche” nella sua ordinanza il gip del tribunale dei minori di Brescia, a proposito dei quattro minori bresciani arrestati con l’accusa di violenza sessuale di gruppo. Una terribile vicenda che ha portato la Procura, sulla base delle indagini dei carabinieri della compagnia di Salò (Brescia), a chiedere ed ottenere quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altrettanti ragazzi. Del branco farebbe parte almeno un altro minore che, però, avendo meno di 14 anni, non è imputabile. I militari hanno notificato loro un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.
I ragazzini, tutti di Sabbio Chiese (Brescia), con la complicità di un tredicenne ritenuto coinvolto nella vicenda ma non imputabile per l’età, nel dicembre scorso, durante una festa in una casa privata, avrebbero violentato una quattordicenne con il manico di un badile, dopo averla costretta a bere. Lei di certo non poteva immaginare che, dietro i suoi compagni di scuola, gli amici della comagnia, si nascondessero dei violentatori in erba. Li ha seguiti entusiasta ad una festa privata, avrebbe detto alle altre ragazze prima di seguire i suoi futuri baby carnefici. Ma la festa si è trasformata in incubo e gli amici in un branco, senza scrupoli: tanto che hanno immortalato gli abusi sui cellulari, come fossero un trofeo. All’alba, sconvolta, la ragazzina è stata trovata su un divano completamente spogliata, in uno stato di semi-incoscienza, da due amiche che l’hanno riportata a casa. In seguito alla violenza, di cui l’interessata inizialmente aveva un ricordo molto confuso (”tutto a posto, roba da niente”, avrebbe confidato a un cugino), è finita al pronto soccorso per delle perdite di sangue. Solo in un secondo momento la 14enne ha parlato con lo psicologo della scuola, che ha spinto i suoi familiari a rivolgersi ai carabinieri. “Una vicenda sconcertante, in cui mai mi sono imbattuto” ha detto il comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Riccardo Galletta. “Gli arresti si sono resi necessari perché è stata ravvisata la possibilità di reiterazione dello stesso reato”.
Il sabato successivo, infatti, i ragazzini, vittima compresa, si sono rincontrati nello tesso posto - una casa in via di ristrutturazione messa a disposizione da un genitore di un minore non implicato - come se nulla fosse. Il gruppo, figli di famiglie all’apparenza normali, si era conosciuto chattando su internet, e frequentava le scuole della Valsabbia. “Siamo sprofondati in una sorta di anestesia etica” è il commento del procuratore dei minori, Emilio Quaranta. “Qui la violenza viene percepita come normale”, da parte di ragazzi “lasciati a se stessi, abituati a rapporti promiscui, al consumo smodato di alcol e soggetti a pulsioni animalesche”.
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Mariastella Gelmini in conferenza stampa
Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, durante una conferenza stampa a palazzo Chigi a Roma
“Cambia la scuola”. Ne è convinta il ministro Mariastella Gelmini che a margine del Consiglio dei ministri di questa mattina ha presentato i quattro decreti che lanciano la riforma scolastica. Tantissime le novità previste per l’anno prossimo rispetto all’assetto attuale.
Le scuole elementari e medie, come già annunciato nei giorni scorsi dal ministro Gelmini, cambieranno dal 1° settembre 2009, le superiori dal 1° settembre 2010. “Per la prima volta in Italia dopo la riforma Gentile del 1923, si mette mano alla scuola con una riforma organica di tutti i cicli (elementari, medie, superiori)”, sottolinea un comunicato del ministero dell’Istruzione.
Alle elementari si conferma in sostanza la linea scelta dal governo fin dall’inizio: l’abolizione del modulo, ovvero del modello che privilegiava la compresenza dei docenti in una sola classe e la frammentazione dei saperi, a favore invece del cosiddetto maestro unico o prevalente ovvero un solo punto di riferimento didattico ed educativo. Dunque come ha ribadito più volte la Gelmini, nessuna marcia indietro su questo fronte.
La scuola primaria offrirà alle famiglie una diversa articolazione oraria. Quella di 24 ore con il maestro unico e poi 27, 30 e 40 ore. Gli istituti dovranno andare incontro alle richieste delle famiglie e nel tempo pieno verrà comunque garantita la presenza di due docenti per classe ma non ci sarà in nessun caso la compresenza.
I provvedimenti sono quattro e prevedono la riorganizzazione della rete scolastica e dell’utilizzo delle risorse umane, la riorganizzazione della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione, quella dei licei e degli istituti tecnici. Quindi razionalizzazione degli indirizzi alle superiori, maestro prevalente alle elementari, inglese potenziato per tutti e cinque gli anni del secondo ciclo, anticipi alla materna.
Nel dettaglio:
Due nuovi licei: in scienze umane (ex-magistrali) e il musicale e coreutica (danza e musica). In più 3 nuovi indirizzi per il liceo artistico (indirizzi: figurativo, design, new media).
Maestro unico di riferimento: Alle elementari viene abolito il modulo a più maestri e viene introdotto l’unico maestro di riferimento.
Stop alla frammentazione degli indirizzi: Taglio drastico degli indirizzi per i licei e per gli istituti tecnici italiani che passano da 714 a 20. In particolare, ha spiegato il ministro, per quanto riguarda i licei si passa dai 510 indirizzi attuali a nove. Rimangono il liceo scientifico (dove continuerà ad essere presente lo studio della lingua latina), il classico, il linguistico e l’artistico che avrà tre nuovi indirizzi: arti figurative, architettura con design e ambiente, audiovisivo con multimedia e scenografia. A questi si aggiungeranno due nuovi licei, il musicale e quello delle scienze umane. Per quanto riguarda invece gli istituti tecnici, ci sarà una riduzione dagli attuali 204 indirizzi a 11, suddivisi in due macrosettori. Il settore economico che prevede: amministrazione, finanza e marketing e turismo. Il settore tecnologico che prevede: meccanica, meccatronica ed energia; trasporti e logistica; elettronica ed elettrotecnica; informatica e telecomunicazioni; grafica e comunicazione; chimica, materiali e biotecnologie; tessile, abbigliamento e moda; agraria e agroindustria e infine costruzioni, ambiente e territorio.
Stage in azienda: Al quinto anno opportunità di svolgere stage in azienda.
Più inglese: Più inglese in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Nelle superiori viene reso obbligatorio per tutti e 5 gli anni. Ad esempio, al classico era presente solo al ginnasio. Nei tecnici al quinto anno delle superiori non linguistica verrà insegnata in inglese.
Ora di lezione di 60 minuti: Le ore di lezione passano da 50 minuti effettivi a 60. Il numero totale delle ore lavorate aumenta di fatto il numero di ore insegnate.
Tecnici 2+2+1: Gli istituti tecnici saranno organizzati in 2+2+1 anni. Il primo biennio con un contenuto formativo di base: italiano, matematica, ecc. Il secondo biennio specialistico a seconda degli indirizzi. L’ultimo anno sarà di perfezionamento mirato all’indirizzo scelto.
Centralità dei laboratori: Saranno dei veri e propri centri di innovazione attraverso la costituzione di dipartimenti di ricerca.
Governance: I tecnici si aprono al mondo del lavoro con esperti e professionisti che possono entrare nel comitato scientifico della scuola.
Bambini a scuola a 2 anni e mezzo: Si introduce nella scuola dell’infanzia la possibilità di anticipare l’iscrizione a 2 anni e mezzo.
Più soldi ai docenti: Dal 2011 i docenti migliori potranno ricevere un premio produttività che potrà arrivare fino a 7.000 euro l’anno.
Corsi italiano per stranieri: Alle medie le due ore della seconda lingua potranno essere utilizzate per corsi di italiano per stranieri.
Due lingue obbligatorie per i nuovi licei: In tutti i nuovi licei (musicale coreutico, artistico e scienze umane), due lingue obbligatorie.
Più matematica e scienze: Più matematica e scienze in tutte le scuole. Ad esempio nei licei scientifico e classico potenziate le materie scientifiche.
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Di Elena Porcelli
C’è chi dà i voti ai professori universitari. E i risultati sono su internet, consultabili da chiunque abbia voglia di sapere se sotto il tocco c’è un pozzo di scienza o solo un barone più dedito agli intrallazzi che alla ricerca. I siti più apprezzati a livello internazionale sono due: Isi Thomson, che fornisce i punteggi se si paga un abbonamento, e Harzing, che è gratuito e aperto a tutti.
Entrambi si basano sul cosiddetto impact factor. In pratica ad avere il punteggio più alto sono quei ricercatori le cui scoperte vengono citate molte volte negli articoli di altri studiosi. Questo vuol dire che si tratta di idee che hanno un forte impatto nel mondo scientifico e costituiscono il punto di partenza per i progressi successivi. Per dimostrare l’importanza dell’impact factor, Isi Thomson tira a indovinare i nomi dei possibili vincitori del premio Nobel prima che vengano annunciati ufficialmente e ci azzecca spesso: quest’anno ha fatto centro per la chimica, la medicina e l’economia.
Nei paesi anglosassoni gli indici di impatto, come quelli forniti da Harzing e Isi Thomson, sono tenuti in gran conto quando si assegna una cattedra universitaria, soprattutto nelle facoltà scientifiche. In Italia la situazione varia a seconda delle discipline. “Nei concorsi della mia materia” dice a Panorama Vincenzo Balzani, professore ordinario di chimica generale e inorganica all’Università di Bologna, “l’impact factor è la prima cosa che guardiamo per valutare un candidato”.
È più autorevole Isi Thomson o Harzing? “Lo sono tutti e due, in modo diverso” risponde il docente. “Il primo tiene conto solo delle pubblicazioni più recenti e segnala chi sta lavorando bene al momento, il secondo dà una visione più ampia dell’intera carriera, perché tiene conto di tutte le pubblicazioni presenti su Google Scholar, il motore di ricerca specializzato nelle pubblicazioni scientifiche”.
Balzani è fra gli 83 studiosi italiani presenti nel sito Isihighlycited.com, che è basato sui punteggi Isi Thomson ed elenca i ricercatori che si classificano tra i 250 a più alto impatto nella propria materia al mondo. La lista riserva alcune sorprese. Non ci sono, per esempio, l’oncologo Umberto Veronesi e il Nobel per la fisica Carlo Rubbia, ai quali Harzing attribuisce invece un h-index (punteggio che misura l’impact factor) ragguardevole: 62 al primo e 44 al secondo.
David Pendlebury, uno dei “citation analyst” di Thomson Reuters, cioè un professionista che si occupa di spulciare le riviste scientifiche e contare le citazioni, spiega così le assenze: “Nel caso di Rubbia si tratta di quel fenomeno che i sociologi della scienza chiamano obliterazione per incorporazione. La scoperta delle particelle W e Z da parte del fisico italiano è stata assorbita così rapidamente e profondamente dalla comunità scientifica che gli addetti ai lavori la danno per scontata. Del resto succede lo stesso con la teoria della relatività: gli scienziati la usano sempre ma nessuno cita Albert Einstein, tanto tutti sanno chi è”. Per Umberto Veronesi è diverso, ammette Pendlebury: “I suoi lavori più citati sul tumore al seno risalgono alla fine degli anni Novanta, ma la lista è stata preparata sulla base delle pubblicazioni tra il 1981 e il 1999, per cui il grosso delle sue citazioni non è stato contato. Ci stiamo aggiornando e presto avrà il posto che gli spetta”.
Questo dimostra che gli indici di impact factor basati sulle citazioni non sono affidabili al 100 per cento. Anne-Wil Harzing, docente di management interculturale e internazionale all’Università di Melbourne e ideatrice del programma Publish or perish (Pubblica o muori), liberamente scaricabile dal suo sito www. harzing.com, confessa a Panorama: “Uno studioso che ha un punteggio alto è sicuramente molto bravo. Ma non vale l’inverso. Chi, per esempio, studia un argomento molto ristretto o scrive in lingue diverse dall’inglese può avere poche citazioni malgrado il valore dei suoi lavori”.
Molti studiosi anglosassoni hanno il provincialismo di leggere e citare quasi solo le ricerche scritte nella loro lingua (spesso non ne conoscono altre). “Per questo noi scienziati pubblichiamo solo in inglese” commenta Balzani “ma non si può certo pretendere lo stesso dagli umanisti”.
Questo provoca strane differenze tra studiosi. Umberto Eco, ordinario di semiotica a Bologna, ha un rispettabile h-index di 27, Tullio De Mauro, autore del celebre dizionario e docente ordinario di linguistica italiana alla Sapienza, un misero 3. “Penso che dipenda dal fatto che le ricerche di Eco sono state tradotte in inglese mentre De Mauro ha pubblicato quasi solo in italiano, e che pochi dei suoi lavori sono su internet” spiega Harzing. “Publish or perish, infatti, non cerca le citazioni, si limita a elaborare quelle trovate da Google Scholar, che, a differenza di Isi Thomson, tiene conto di più riviste e anche dei libri, ma non è affatto perfetto”.

Il matematico impertinente Piergiorgio Odifreddi sconta con un 5 la scelta di dedicarsi più alla propaganda antireligiosa che ai numeri. I filosofi Giulio Giorello e Massimo Cacciari rimediano un 2. E lo psicoanalista Umberto Galimberti li eguaglia tristemente.
Nelle facoltà umanistiche italiane, per questo motivo, gli indici non sono tenuti in grande considerazione. E per le materie giuridiche non ne esistono, né di internazionali, anche perché avrebbero poco senso, visto che ogni paese ha il proprio sistema giuridico, né di nazionali. Per valutare un docente bisogna affidarsi ad altri strumenti. “In ogni caso” sostiene Harzing “secondo me il giudizio deve sempre essere olistico. Ci sono studiosi poco citati nelle riviste scientifiche che hanno un impatto importantissimo sulla vita delle persone. Per esempio, in Australia abbiamo sociologi che hanno cambiato il modo in cui le aziende trattano le donne e gli immigrati. Non sempre il contributo di un docente al progresso si può misurare con un numero”.
Le idee di un filosofo o di un economista, pubblicate su un giornale a larga diffusione, possono cambiare la politica e la società di una nazione, eppure questo non fa salire il suo h-index o l’Isi Thompson.
L’impact factor, infatti, è misurato esclusivamente sulla base delle citazioni nelle riviste “peer reviewed”, cioè quelle pubblicazioni scientifiche specializzate che accettano solo articoli approvati da due o più autorevoli esperti della materia, ufficialmente ignari dell’identità dell’autore.
Tenuto conto di questi limiti, sarebbe utile introdurre per legge la valutazione dell’impact factor nei concorsi per le discipline scientifiche e tecniche? “Certo” risponde il prorettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone “perché introdurrebbe un elemento di trasparenza. Tuttavia non può essere l’unico fattore. Noi preferiamo valutare i dipartimenti del Politecnico chiedendo ai massimi esperti mondiali di ciascuna materia di esaminare le pubblicazioni dei nostri ricercatori. E in base ai loro giudizi assegniamo i finanziamenti per gli anni successivi. Secondo me anche lo Stato dovrebbe fare così: invece di tagliare i fondi per la ricerca indiscriminatamente, potrebbe assegnare i soldi solo alle università con i risultati migliori. Allora le altre sarebbero spinte davvero a darsi da fare”.
Gli indici di impact factor valutano la ricerca ma c’è qualcuno che verifica che i docenti sappiano anche insegnare? A livello individuale il controllo in Italia avviene una volta sola: il concorso da professore associato prevede anche una prova didattica, durante la quale il candidato deve tenere una lezione davanti alla commissione, che gli dà il voto. Poi basta. Alcune facoltà distribuiscono questionari anonimi sui professori agli studenti, però i risultati non hanno effetti concreti sulla carriera di quelli che risultano noiosi, assenteisti o eccessivamente esigenti.
Gli unici punteggi internazionali che tengono conto della didattica vengono dati alle università, non ai singoli docenti. Per esempio dai siti www.arwu.org e www.timeshighereducation.co.uk. Tra i fattori considerati nella valutazione dell’ateneo, oltre ai risultati delle ricerche, c’è il numero di ex studenti che sono diventati alti funzionari o top manager, oppure l’opinione dei direttori del personale delle più importanti aziende del mondo.

di Bianca Stancanelli
Una cascata di riccioli biondi, occhialini alla Harry Potter, il ragazzo italiano smette di leggere ad alta voce e alza la testa dal libro: “Sai che significa schiavo?”. Capelli neri lisci divisi in bande, maglietta bianca e orecchini verdi, la sua compagna di banco filippina scuote la testa senza parlare. “Beh, allora, se tu prendi uno e gli dici di portarti lo zaino, e lo costringi a farlo anche se lui non vuole, ecco quello è uno schiavo”. Ore 11, lezione di storia.
Nella II A della scuola media Mazzini, un grande edificio nei vicoli dell’antica Roma, si studia l’Italia dei Comuni. Divisi in gruppi, i 26 alunni leggono, discutono, commentano il libro di testo. Otto di loro sono stranieri, venuti nella capitale dalle Filippine o dal Perù, dall’Etiopia o dalla Cina, da Cuba o dal Maghreb. E due degli otto sono arrivati quest’anno, si sono iscritti in seconda media senza sapere una parola d’italiano. Come Peterian, filippino, che non sa che cosa vuol dire ribellarsi. Gli spiega Giulia, seduta accanto a lui: “Io ti dico di fare i compiti e tu mi rispondi che no, non se ne parla: questo è ribellarsi”. Sono i giorni in cui la proposta leghista di creare classi differenziate per gli alunni immigrati ha innescato una polemica virulenta. Nel ministero dell’Istruzione i tecnici del servizio statistico hanno descritto una realtà in vorticoso mutamento: in 10 anni la scuola italiana “ha visto aumentare di oltre mezzo milione gli iscritti di origine straniera”.
Al Corriere della sera il ministro Mariastella Gelmini ha dichiarato: “C’è un problema didattico, che come tale va risolto: non faremo classi separate, le classi ponte saranno corsi magari pomeridiani di italiano per consentire a chi non lo è di imparare la lingua il più rapidamente possibile”. Alla Mazzini, riconosciuta come scuola sperimentale fin dagli anni Ottanta, su 410 iscritti gli stranieri sono tra il 25 e il 30 per cento. Una quota sempre più consistente (il 35 per cento, su scala nazionale) è composta da seconde generazioni, figli d’immigrati ma nati in Italia. Altri continuano ad arrivare dall’estero e si ritrovano di colpo in un’aula, tra compagni e insegnanti che parlano una lingua ignota. Per i suoi alunni stranieri la scuola media Mazzini organizza corsi di alfabetizzazione: sei ore alla settimana per imparare l’italiano e altre sei ore per apprendere “la lingua dello studio”.
Racconta il preside, Antonio Giordano: “Fino a 2 anni fa il ministero ci riconosceva un 20 per cento in più di organico. Riuscivamo ad avere il doppio insegnante nelle due sezioni in cui iscriviamo i ragazzi stranieri”. Poi una Finanziaria firmata da un governo di centrosinistra tagliò i fondi: dal 2006 l’organico è diminuito da 50 a 39 insegnanti. Risultato: sparito il doppio insegnante dalle classi, sono nati i corsi di alfabetizzazione. Durante l’orario di lezione, i ragazzi stranieri che non sanno ancora destreggiarsi con l’italiano escono dalla classe e, per un’ora o due, si ritrovano in un’aula con altri alunni immigrati. Come Da, che è arrivata dalla Cina a luglio e ora sa già dire, in corretto italiano, che in Cina risulta avere 13 anni e in Italia 12.
Dice Daniela Laliscia, l’insegnante che coordina i corsi di alfabetizzazione: “La lingua per comunicare i ragazzi la imparano soprattutto dai loro compagni. C’è un’attività di tutoraggio volontario, che arricchisce anche gli alunni italiani, messi alle prese con la necessità di spiegare con parole semplici concetti a volte molto complicati”. Nell’aula della II A, Manuela, arrivata un anno fa dalla Cina, domanda alle compagne che vuol dire consecutivo. “Significa l’uno dopo l’altro” risponde pronta Gilda. Due banchi più in là Junior, peruviano, da 2 anni in Italia, prende appunti sui Ciompi nella Firenze dei Comuni. Junior parla pochissimo. Ma quando la professoressa Laliscia gli chiede di spiegare chi sono i mercenari, risponde senza esitare: “Pagati”.
Anche Manuela e Junior frequentano un corso integrativo: imparano “la lingua dello studio”. Spiega il preside Giordano: “L’alfabetizzazione di secondo livello è una sfida per tutti”. Confessa Manuela, che pure è un asso in matematica, che la grammatica è per lei ancora un problema. E Junior non si orienta con le scienze: “Quante parole nuove!”. Nei corsi d’alfabetizzazione insegna Simone Celani. Sotto il suo sguardo una quattordicenne filippina, da 6 mesi in Italia, prova a scrivere gli, tentennando. “Gi elle i” le detta una coetanea cubana. Osserva Celani: “Per tutti loro vale più la relazione con gli altri ragazzi dell’insegnamento formale”. Conclude il preside: “L’inserimento a scuola degli stranieri è un problema strategico. Ciò che succede nelle aule oggi lo si vedrà nella società tra 15, vent’anni. Bisogna saperlo, e prepararsi”
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Mille alla Statale di Milano. Picchetti in molti atenei e traffico bloccato. Lo slogan ripetuto è: “La vostra crisi non la pagheremo noi”. Minacciosa la dichiarazione degli studenti del Politecnico che per l’inaugurazione dell’anno accademico, il 3 novembre, alla presenza del ministro all’Istruzione, hanno annunciato “cose incontrollabili”. Quelli dei collettivi universitari di Bologna hanno bloccato la stazione, al grido: “noi la crisi non la paghiamo” e brandendo striscioni, fumogeni e petardi.Oltre 40 mila per la questura, almeno il doppio per gli organizzatori, manifestano in centro a Firenze. “L’università pubblica non si tocca, la difenderemo con la lotta”. Corteo anche a Napoli: in mille sfilano per le strade della città. In testa, uno striscione con la scritta: “Fuori Confindustria da scuole e università”. Lezioni in strada a Genova. Assemblea anche nelle università di Cagliari, all’Aquila, a Parma, Pavia e Perugia. A Palermo, dopo il corteo di ieri di 15.000 studenti, una nuova manifestazione si snoderà attraverso le strade della città a conclusione delle assemblee organizzate in tutte le 12 facoltà.
Insomma, va avanti così da giorni. E ora l’offensiva studentesca (ma non solo, visto che tanti docenti si sono schierati a fianco degli universitari) si sta allargando a macchia d’olio. E i rettori vedono nero.
La crisi dell’università italiana, dicono, è peggio di quella dell’Alitalia: senza la restituzione dei fondi alle università che hanno bilanci in regola sarà la catastrofe per tutto il sistema.
E allora per salvare il salvabile un drappello di rettori, riuniti nella redazione dell’Ansa, propone al ministro Gelmini un Patto in extremis, una sorta di “do ut des” per scongiurare il collasso imminente del sistema universitario. I Magnifici aderenti all’associazione Aquis (Associazione per la qualità delle università italiane statali) si dicono pronti a spendere meglio le risorse di cui dispongono, ad appoggiare la politica del ministro dell’Istruzione e a sedersi, da subito, intorno a un tavolo per siglare, ateneo per ateneo, patti di stabilità che facciano quadrare i conti senza penalizzare l’offerta didattica. La contropartita però, è chiara: al ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, i rettori chiedono di abbandonare la politica della mannaia perchè i tagli indiscriminati servono forse allo Stato per “fare cassa”, ma non aiutano gli atenei. Meglio, cioè, che il governo usi il “bisturi del chirurgo”.
I rettori dell’Aquis (alla guida di 13 atenei, “virtuosi” dal punto di vista dei conti finanziari: Giulio Ballio, del Politecnico di Milano; Davide Bassi, di Trento; Luigi Busetto in rappresentanza di Bologna; Franco Cuccurullo, di Chieti-Pescara; Alessandro Finazzi Agrò di Roma Due; Vincenzo Milanesi, di Padova) hanno già inviato il documento (qui il .pdf integrale) alla Conferenza dei rettori auspicando che venga condiviso. Certo è che non si può più perdere tempo.
Una mano tesa al governo, dunque, anche se i creditori sono fuori la porta: il primo timore per molti rettori è quello di non riuscire addirittura a pagare gli stipendi a fine mese e, a più lungo periodo, c’è il rischio di non poter più assumere giovani ricercatori e di dover aumentare le tasse universitarie, dal 2010, per pagare l’Ici. “E se proprio tagli si devono fare” hanno osservato provocatoriamente i rettori “meglio spegnere i condizionatori d’estate e i riscaldamenti d’inverno piuttosto che tagliare opportunità per i ragazzi”.
La richiesta al governo e ai ministri di Economia e Istruzione è di “iniziare immediatamente una trattativa per arrivare nei tempi più brevi possibile alla condivisione dei principi e dei criteri necessari alla stipula di accordi di programma”. Il fine è rientrare gia’ dalla finanziaria 2009 dai tagli ”drastici e generalizzati” fatti dalla manovra estiva.
Si chiede anche di liberare quote di finanziamento “che dovrebbero essere reimmesse nel sistema e ridistribuite, con gradualità ma in tempi certi e concordati, secondo parametri di qualità accertata delle performances degli Atenei nella loro gestione, innanzitutto, nella ricerca e nella didattica”.
Ma dicono la loro anche sulle occupazioni, i rettori. E le bocciano: “Crediamo che la miglior risposta in un momento difficile come questo sia che ciascuno nelle istituzioni svolga il suo compito. I blocchi della didattica e le occupazioni non servono” e rischiano un effetto boomerang proprio sugli studenti. Attaccare il ministro Gelmini paga poco: piuttosto va sostenuta all’interno del Governo - dicono i rettori secondo i quali ci sono buone possibilità che il nuovo Patto per l’università (ci avevano già provato nel precedente Governo i ministri Mussi e Padoa Schioppa, senza però ottenere buoni risultati) possa essere accolto e dare una boccata d’ossigeno all’agonizzante università italiana.
Non lasciano spazio a sottintesi e urlano il loro malumore a suon di post. La protesta degli studenti che da giorni sta svuotando le scuole e occupando le piazze contro le misure del ministro Gelmini passa anche per il web, dove si rincorrono i blog infiammati di studenti, come di docenti e genitori.
Nel mirino delle sollevazioni l’adozione del maestro unico e la revoca del tempo pieno, il taglio agli organici e agli orari di lezione, il blocco del turnover, la chiusura dei plessi scolastici nei piccoli centri. E spesso la Rete diventa anzi il luogo d’incontro per organizzare scioperi e chiamare in adunata “in difesa della scuola”, passando anche per gruppi specifici su Facebook, slogan scaricabili da Flickr, raccolte di video di manifestanti su YouTube.
È abbastanza chiaro già dal nome, lo spirito che anima il blog TagliaLaGelimini, movimento studentesco in difesa della scuola.”Senza la protesta studentesca per noi sarà sempre peggio, non ci saranno altri che combatteranno le nostre battaglie! Organizzati, lotta, taglia la Gelmini!”, scrivono i ragazzi, invitando anche a scaricare il volantino di “pericolo - studente incavolato”. E già sono pronte nuove date per dar voce alla protesta: “Il Comitato ‘Taglia la Gelmini’ ha deciso che nei giorni 21, 22 e 23 ottobre occuperemo tutte le scuole d’Italia. Non si può più aspettare. Abbiamo deciso di farlo in questo periodo proprio perché queste date rappresentano i giorni in cui si terrà in Senato la discussione del Decreto Gelmini”.
L’Assemblea No-Gelmini, invece, unisce gli studenti universitari torinesi, ma anche ricercatori, docenti e lavoratori. Il suo simbolo è un segnale stradale di divieto con il volto del ministro dell’Istruzione. Anche qui si chiama a riunirsi il 21 e il 22 ottobre, con lezioni all’aperto.
ControGelmini è un blog che raccoglie tutte le notizie su scioperi e manifestazioni contro la solita Maristella Gelmini. “Il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini!” è lo slogan di MaestroUnico, sito dietro al quale c’è il coordinamento “Non rubateci il futuro”, movimento spontaneo di genitori e insegnanti nato nella scuola romana “Iqbal Masih” con l’obiettivo di creare luoghi e momenti di confronto e informazione sul decreto legge Gelmini. Scrivono: “Un proverbio africano dice che per far crescere un bambino serve un intero villaggio. Noi diciamo che per far crescere 25 alunni non basta un solo maestro”.
Buon successo ha avuto, grazie anche al tam tam via e-mail, la petizione on line “Firmiamo contro il maestro unico“: sono più di 27mila ad oggi le firme raccolte, e ad aver dato il loro appoggio sono soprattutto insegnanti (30%), seguiti da impiegati (28%) e studenti (8%).
La Rete degli Studenti medi manda on line il suo invito: “Teniamo la Gelmini fuori dalle nostre scuole”. Insieme di associazioni di studenti delle scuole superiori, indipendente dai partiti e attivo in tutta Italia, presenta on line il calendario di tutte le manifestazioni e sollecita a bloccare l’entrata a scuola con musica, murales e giocoleria, fotografare la “creatività studentesca” e quindi spedire le immagini al portale per la pubblicazione. Inoltre offre la possibilità di scaricare il cartello “NoGelmini” da mettere “fuori dalla tua classe”, o il volantino per le manifestazioni del 23 e 30 ottobre, con la scritta “Stop al ballismo”.
E anche su Facebook non mancano gruppi di protesta. Come quello firmato proprio Rete degli Studenti medi, o l’altro che raccoglie le manifestazioni a Milano contro il ddl Gelmini, o “Scommetto che almeno 5.000.000 di persone detestano la Gelmini!“, dove la fondatrice del gruppo si chiede: “Come si può far passare per riforma un qualcosa che nega, che toglie, che limita? Come si può pensare che nel 2008 a un bambino e quindi a un adulto del futuro, possa bastare leggere scrivere e fare di conto?”.
Anche su Flickr, il sito di condivisione di immagini, alcuni amanti di fotografia e Photoshop rendono disponibili e scaricabili da tutti manifesti contro la riforma Gelmini.
E dove vanno a finire i video dei cortei degli studenti in piazza? Ovviamente su YouTube, dove confluiscono i filmati del blog Maestrounico, o dell’Unione degli Studenti o di altre associazioni, come di singoli manifestanti. Qui un esempio:
Scuole vuote e alunni in piazza, accompagnati da maestri e genitori. Università occupate e studenti in rivolta. Proteste che si susseguono da giorni. Nel mirino la riforma del ministro Mariastella Gelmini. Il cui disegno prevede di cambiare molte cose nel mondo dell’istruzione (maestro unico, voto in condotta) ma, solo nella scuola primaria. Cioè alle elementari. La riforma Gelmini non colpisce infatti né le scuole medie superiori, né gli atenei. E allora, perché si protesta? Forse la risposta, come dice un reportage pubblicato su La Repubblica che cita i ragazzi in mnifestazione, sta in questa frase: “Siamo in marcia ma senza sapere dove andare”.
Guarda il VIDEO COMMENTO del direttore Maurizio Belpietro: