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amministrative-2007

Genova all’Unione, ma la Lanterna indica una nuova rotta per il dopo-voto

Scrutinio per i ballottaggi del 10 e 11 giugno 2007
L’Unione riesce a tenere la provincia di Genova, ma arretra ancora nei rimanenti ballottaggi per le amministrative 2007: si è votato domenica e oggi fino alle 15, con un calo di affluenza di circa il 10 per cento (meno 12 a Genova). Il centrodestra si conferma a Parma, Lucca, Latina e Oristano. E, stando ai sondaggi, strappa al centrosinistra Matera, fatto che accelera la crisi delle giunta regionale della Basilicata, governata dall’Unione, che oggi si è dimessa. Mentre a Taranto, con due candidati di sinistra, trionfa quello più radicale, Ippazio Stéfano, a danno dell’avversario ulivista Giovanni Florido. Restano invece in mano al centrosinistra Piacenza e Pistoia.
Sono proiezioni e dati certi a scrutinio già a buon punto. A Parma, con la giunta uscente della Cdl, Pietro Vignali prevarrebbe con il 56%. A Lucca Mauro Favilla con il 52. A Latina Vincenzo Zaccheo, di An, con il 60%. Ad Oristano, Angela Nonnis (Cdl) prevale su Sergio Marchi, che da sinistra si era alleato con l’Udc. A Piacenza si conferma per l’Unione Roberto Reggi; ed a Pistoia Renzo Berti. A Matera invece ci sarebbe il sorpasso di Emilio Buccico, della Cdl, su Franco Dell’Acqua. Le previsioni sono state formulate dall’Istituto Piepoli per Sky Tg 24.
In tutti questi casi, tranne al momento a Matera, si è dunque confermato il candidato che si era piazzato in testa al primo turno. In attesa soprattutto del dato definitivo di Genova piovono i primi commenti politici. Ancora autocritica a sinistra: “Le amministrative impongono all’Unione un cambio di rotta, ma il risultato non investe direttamente il governo” afferma il ds Massimo Brutti. “Nessuno vuole sottovalutare o nascondere il risultato, ma queste sono amministrative parziali. Bisogna tenerne conto e cambiare rotta, ma è un risultato che non investe direttamente il Governo, che c’è e ha la maggioranza”.
Quanto al centrodestra, Silvio Berlusconi deve decidere se salire o meno al Quirinale per chiedere a Giorgio Napolitano un governo diverso. E soprattutto, se lo farà, se parlare o meno a nome di tutta la Cdl. “Credo che andrà a nome di tutti” è la previsione di Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia.

Il video servizio:

Ballottaggi: chi conquista Genova, vince la posta in gioco

Gli sfidanti al ballottaggio per la conquista della provincia di Genova
Una provincia, importante, Genova. E sei comuni capoluogo: Parma, Lucca, Latina, Oristano, Piacenza, Pistoia, Matera, Taranto. E la posta in gioco, almeno a livello locale, dei ballottaggi per le amministrative di domenica 9 e lunedì 10. A Genova la giunta uscente è di centrosinistra e si ricandida il presidente Alessandro Repetto (Margherita), che al primo turno ha preso il 49,1%. Contro di lui Renata Olivieri, della Cdl, che parte dal 46,4.
Il leader della Cdl con la candidata del centrodestra per la provincia di Genova
Match clou quello di Genova, ma impresa difficilissima quella della Olivieri che non pensava neppure di giungere al secondo turno. Ragion per cui sotto la Lanterna e in provincia si sono impegnati tutti i leader nazionali, con passerella finale di Silvio Berlusconi che ha deciso di infilarsi nella tana del lupo, cioè nel Ponente tradizionalmente rosso, e in particolare a Sestri, cittadella operaia. È evidente che qui a rischiare è soprattutto la sinistra: se perdesse Genova (dopo la vittoria risicata al comune) si aprirebbe l’ennesimo caso nazionale.
Il segretario dei Ds con il candidato del centrosinistra alla provincia di Genova
Ma neppure il centrodestra può dormire sonni tranquilli. Parma, prima ex roccaforte rossa conquistata negli anni Novanta, era diventata il simbolo del buongoverno moderato sotto il sindaco Elvio Ubaldi. Terminati i suoi due mandati, partiti e assessori della Cdl si sono divisi tra varie liste civiche. Comunque il candidato di centrodestra Piero Vignali parte da un buon 45% contro il 37,6 dello sfidante Alfredo Peri. Lucca, invece, benché di tradizioni cattoliche e moderate, un mese fa veniva data quasi per persa dalla Cdl, sempre a causa delle divisioni interne, ma il suo condidato Mauro Favilla è giunto al 48,2 al primo turno contro il 42,7 di Andrea Tagliasacchi. A Latina Vincenzo Zaccheo (An) ha sfiorato la vittoria con il 49,5%. Non avercela fatta subito è un segnale delle faide interne al partito di Gianfranco Fini. Il suo sfidante Naurizio Mansutti (22,7%) non ha comunque chances. Ad Oristano governava il centrodestra, si è andati al ballottaggio con il candidato della Cdl (Angela Eugenia Nonnis) in vantaggio del 37,4% rispetto a Marino Marchi (30,5). Motivo, l’Udc ha corso da sola.

E veniamo ai capoluoghi già governati dalla sinistra. Piacenza è il caso più clamoroso, visto che il sindaco uscente Roberto Reggi, sicuro della conferma al primo turno, si è invece fermato al 48,7% contro il 44,3 dello sfidante Dario Squeri. Il vento del Nord che ha portato la Cdl a trionfare due settimane fa ha lambito perfino Pistoia, tradizionale città rossa, dove c’è ballottaggio tra l’unionista Renzo Berti (48,1) e Alessandro Capecchi. E veniamo a Matera, dove la sinistra governava con Michele Porcari, che non si è ricandidato: risultato, vanno al ballottaggio Franco Dell’Acqua, centrosinistra (38%) e Emilio Nicola Buccico (28,6).

Infine Taranto, città governata già dalla Cdl, poi commissariata, primo grande comune ad aver dichiarato bancarotta. Un caso abbastanza unico di disfatta moderata, e infatti i candidati sono entrambi di centrosinistra: Ippazio Stefàno (37,3), sostenuto dall’ala radicale, e l’ulivista Giovanni Florido (20,1). Ma determinate sarà il peso di Giancarlo Cito, il potente di sempre.
Previsioni? Che ognuno mantenga le proprie posizioni, il che farebbe tirare un sospiro di sollievo soprattutto all’Unione. Un minimo spostamento (soprattutto a Genova) diverrebbe un caso.

E Bossi si scopre capo del terzo partito italiano

Il leader della Lega Umberto Bossi nel tradizionale raduno di Pontida
Macché governo-ponte di larghe intese; meglio tornare alle urne. E soprattutto evitiamo il referendum o una nuova legge elettorale che potrebbe penalizzare la Lega. È un Umberto Bossi ancora ammaccato nel fisico ma niente affatto nell’analisi politica quello che ha lanciato il messaggio al tradizionale raduno leghista di Pontida. Un Bossi stavolta in piena sintonia con Silvio Berlusconi, assieme al quale del resto ha appena fatto il pieno al Nord, alle amministrative. L’asse Carroccio-Forza Italia non ha solo permesso la conquista di città importanti come Verona e Monza, ma ha fruttato alla Lega un balzo del 3,5% rispetto alle politiche 2006, la performance migliore tra tutti i grandi partiti. Al punto che ora la Lega ha superato An come terza formazione italiana e seconda della Cdl.
Forte di tutto ciò Bossi ha immediatamente chiesto a Berlusconi garanzie precise. La maggiore delle quali è fare il possibile per evitare il referendum, che penalizzerebbe la Lega, e tentare di arrivare al più presto alle elezioni anticipate. Senza passare per esecutivi istituzionali che accontenterebbero i centristi delle due coalizioni ma, appunto, ridimensionarebbero i leghisti.
A Pontida, Bossi si è rivolto direttamente a Giorgio Napolitano. Parole cortesi per gli standard di queste adunate ma dure nella sostanza: “Caro Presidente, prenda atto che il Paese non può restare così, non è questione della Padania è tutta l’Italia ad aver messo in minoranza il governo. E, come vuole la Costituzione, è il popolo che determina la continuità o l’elezione di un esecutivo. Smuova questo pantano, presidente, o verrà una crisi non solo politica, ma di sistema”.
Un’analisi che va ben al di là della pura propaganda, che anzi a Pontida si è vista e sentita in quantità ridotte. Evidentemente Bossi non si fida più delle promesse di Prodi in fatto di federalismo fiscale, e d’ora in poi le caute aperture di Roberto Maroni passeranno in secondo piano.
Per la Lega il Nord non è più una ridotta in cui trincerarsi, ma una specie di catapulta per riconquistare l’Italia; e soprattutto per far fuori ciò che all’ex Senatur proprio non piace del centrosinistra prodiano: quello che lui definisce l’attacco ai professionisti, ai piccoli imprenditori e alle partite Iva; l’attenzione ai poteri forti, nazionali e locali; e soprattutto la tentazione, dopo Prodi “di un governo di larghi inciuci”.

Ora Prodi teme lo sfratto. Ma a darglielo non è Berlusconi

Walter Veltroni e Francesco Rutelli, insieme nel Pd
E ora a dare la spallata a Romano Prodi rischiano di essere non il centrodestra, ma i suoi (finora) più stretti alleati di governo e di maggioranza. Il tam tam è partito dai personaggi più vicini a Massimo D’Alema, come Nicola Latorre, e da Francesco Rutelli: “Serve uno scatto per salvare il Partito democratico: scegliamo subito il leader”. Il punto di partenza è oggettivo, innegabile: il crollo di consensi subìto alle amministrative dalla somma delle liste dell’Ulivo, e da Ds e Margherita. Insomma, dal futuro Pd. Si va dal meno 10,1 di Genova al 13,9 di Matera, al 9,9 di Pistoia, al13,1 di Vercelli.

Insomma, l’idea del Pd non sfonda, rischia anzi di abortire prematuramente. Ma che cosa significa scegliere ora il leader? Fino a ieri il calendario ufficiale prevedeva che il 14 ottobre venisse eletta l’Assemblea costituente, con la questione del capo rinviata ai tempi classici della politica. Latorre propone che tutto venga anticipato al 15 luglio. Rutelli che, contestualmente all’Assemblea, si indichi un nome, magari un candidato premier per il futuro, in grado di rianimare il popolo sconfortato della sinistra.

Ma di nomi appetibili - lo indicano tutti i sondaggi - ce n’è solo uno: Walter Veltroni. Ed il problema è: l’eventuale leader del Pd deve anche essere il candidato premier per il dopo Prodi? Un nome diverso dal Professore? In questo caso il presidente del Consiglio che cosa fa, resta a scaldare la poltrona a palazzo Chigi?

Informato del progetto, Prodi si è infuriato: “Non farò il re travicello. Sul Pd si fa come dico io o me ne vado”. Ovvero, come spiega Giulio Santagata, ministro per l’attuazione del programma e prodiano doc: “O Romano assume la leadership del Partito democratico, oppure torna a Bologna e fa il nonno”. E se si tengono le primarie e si candida Veltroni? “Succede che si candida anche Prodi”.

Scenario da crisi di nervi. Ma forse anche da crisi di governo. Dietro l’esigenza di salvare il Pd, infatti, Ds e Margherita starebbero cercando i modi di proseguire la legislatura cambiando in corsa il premier. Insomma, il classico governo-ponte, magari con la sponda del centrodestra. Da affidare ad un Franco Marini o, come vorrebbe la Cdl, ad un Lamberto Dini. Per chi volesse provocare una crisi le occasioni non mancano di sicuro, soprattutto al Senato.

Il presidente del Consiglio Romano Prodi.

Amministrative: facce da primo cittadino, per la prima volta

Ecco chi sono i volti “nuovi” della politica locale, i primi cittadini che hanno conquistato la poltrona di sindaco e che, da oggi, si affacciano al grande pubblico. Per familiarizzare con loro (facce, storie e programmi) leggete qui:
Paolo Perrone, e la home page del suo sito, nuovo sindaco di Lecce
A Lecce il nuovo sindaco è Paolo Perrone (Voti: 34.368 - 56,208%). Raccogliendo frutti ed eredità della signora di An, Adriana Poli Bortone, il quarantenne (foto sopra, “occhi: castani, capelli: castano cenere, naso: importante, altezza: 182 cm, peso: 80 kg, musica preferita: pop inglese, sogno nel cassetto: portare allo stadio della città i Police, segni particolari: tifosissimo del Lecce”, informa dal suo sito), laurea alla Bocconi, già vicesindaco a assessore ai lavori pubblici, passa al primo turno con un netto 56% che non lascia spazio ad equivoci e confermando così Lecce città di destra.
Candidata sindaco a Genova con i DS.<br /> [i](Credits: [url=http://www.martavincenzi.it]www.martavincenzi.it[/url])[/i]
Se Prodi ha evitato la spallata della CdL, deve ringraziare Genova. In particolare Marta Vincenzi (a cui ha portato fortuna festeggiare il 60° compleanno proprio la domenica del voto). Già presidente della Provincia di Genova, “Super Marta” ha preso la poltrona che fu di Giuseppe Pericu con 158.432 voti pari al 51,230 per cento, affermandosi prima donna eletta sindaca del Comune ligure e scongiurando il pericolo ballottaggio. Onesta, lei si aspettava un miglior risultato dalle urne (ha superato di sette punti il candidato della Casa delle Libertà Enrico Musso, fermo al 45,94%) e perciò, alla fine di un lento scrutinio, ha dichiarato: “In queste elezioni hanno giocato sfavorevolmente l’assenteismo e lo scontento degli elettori nei confronti dell’operato del governo nazionale, fattori importanti da non sottovalutare per le scelte future, anche perché è venuto meno il sostegno dell’elettorato tradizionale di sinistra”.
Il nuovo sindaco di Alessandria, Piercarlo Fabbio (qui con il Governatore della Lombradia, Formigoni)
“Alessandria esce dal tunnel. Insieme la ricostruiremo, recuperando la sua identità culturale, il suo spirito imprenditoriale, la voglia di innovare per recuperare il ruolo di capoluogo di provincia che abbiamo perduto”.
Queste le dichiarazioni a caldo del nuovo sindaco di Alessandria, Piercarlo Fabbio (34.258 voti, cioè 63,009%). Fabbio (foto sopra) ha avuto un successo, inaspettato per le sue proporzioni, su Mara Scagni, sindaco uscente (di scena) con rabbia: lascia lanciando strali contro il governo e la città.
La novità di Alesandria non è la sola, in Piemonte. Dove piove, tira vento e il cambiamento improvviso di clima si addice al freddo che i cittadini hanno mostrato verso il centrosinistra (Ds in particolare).

La Cdl vince al primo turno anche ad Asti, con Giorgio Galvagno (24.207 voti per il 56,2 per cento). Nato nel 1943, professore e preside di Scuola superiore, deputato della precedente legislatura, già sindaco 15 anni fa, Galvagno (foto sotto) torna sulla poltrona di primo cittadino per “Riportare Asti ai primi posti su tutto: dall’economia del vino alla sicurezza”.
Già sindaco 15 anni fa, Giorgio Galvagno (qui a fianco di Silvio Berlusconi) torna sulla poltrona di primo cittadino di Alessandria
In Piemonte, il baluardo unionista che ha difeso Prodi dall’assalto della CdL è Cuneo, la capitale della “provincia granda”, un passato di memorie partigiane ed uno più recente di amministrazioni dc e centriste. Fino al 2002, quando Alberto Valmaggia prese il 53%, riconfermandolo poi nel 2007. Ma, a dispetto della sua notevole popolarità, il “sindaco degli alpini”, ha vinto per un soffio al primo turno: con 16.895 voti pari al 50,982 per cento.
Di rilievo anche il ribaltone di Monza, dove il dottor Marco Mariani (foto sotto), specialista in ortopedia e traumatologia, classe 1953, sfratta col 53,52 per cento dei voti Michele Faglia.
Il dottor Marco Mariani, specialista in ortopedia e traumatologia, classe 1953, è il nuovo sindaco di Monza
A Monza, per la CdL è un ritorno, dopo la parentesi del centrosinistra di cinque anni fa: “Abbiamo lavorato bene. Siamo partiti in anticipo, la mia candidatura è stata presentata subito dopo Natale, e adesso raccogliamo il frutto di un impegno” dice il neo sindaco Mariani, appoggiato da una coalizione unita e compatta. Faglia ancora intontito della bastonata si limita ad ammette: “È un colpo perché non mi aspettavo una differenza così consistente”.
Massimo Cialente, deputato mussiano è il nuovo sindaco de L'Aquila
Ride (amaro) il centrosinistra a L’Aquila, una delle sorprese di questa tornata amministrativa, dove passa al primo turno, con il 53,1%, il candidato del Correntone Massimo Cialente (foto sopra). Il nuovo sindaco è nato il 1° giugno 1952, coniugato, tre figli, deputato dell’Ulivo in procinto di passare con la Sinistra Democratica di Fabio Mussi. Insomma uno che di Partito Democratico non vuole proprio sentire parlare.

Infine l’uomo di Bossi che ha stravinto a Verona. Al giovane (è del ‘69) Flavio Tosi (foto sopra), i sondaggi davano il 52%, Silvio Berlusconi gli aveva assegnato la missione di superare il 53. Ma lui ha voluto strafare, toccando il 60,696 % al primo turno: lui stesso ha ammesso di non aspettarsi un esito di questa portata.
Il sindaco uscente Paolo Zanotto si è fermato al 33,5: cinque punti in meno rispetto al primo turno del 2002.

Elezioni, il day after di Prodi tra moderati e sinistra radicale

Il presidente del Consiglio, Romano Prodi
I risultati delle amministrative stanno già terremotando la maggioranza di governo. Il motivo è semplice: l’ala sinistra e l’ala moderata dell’Unione si addossano reciprocamente la responsabilità delle (molte) sconfitte al Nord ed il merito delle (poche) vittorie al Centro-Sud.
Ha cominciato fin da subito il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano: “Non si può più andare avanti così. Bisogna fare un salto di qualità su precari e pensioni. Che senso ha, per esempio, fare il contratto degli statali ad elezioni chiuse?”. A parte il fatto che l’accordo sugli statali non c’è ancora, il bersaglio della sinistra massimalista è chiaro: l’ala moderata del centrosinistra, ed in particolare il Partito democratico. Già, il Pd: a questo punto rischia di soffocare in culla. “Osservo che il Pd viene colpito al primo vaglio elettorale. Questo governo o cambia marcia o si rompe definitivamente il rapporto con il popolo dell’Unione” dice ancora Giordano. Il quale, come Fabio Mussi, i Verdi ed il Pdci, sbandiera anche i risultati ottenuti d ai candidati della “sinistra-sinistra”. Come Massimo Cialente, eletto all’Aquila al primo turno, vicino a Mussi e dunque contrario al Pd. O come a Taranto, dove va al ballottaggio Ezio Stefàno, un medico di area Rifondazione, contro il candidato dell’Ulivo.
Ma anche i moderati - da Clemente Mastella ad Antonio Di Pietro - sono sul piede di guerra. Gli argomenti: “Il governo ha fatto poco in materia di sicurezza, lotta alla droga, infrastrutture” dice Di Pietro “e ne paghiamo le conseguenze soprattutto al Nord”. Mastella rinnova la richiesta di una verifica a tutto campo della maggioranza e del programma, chiede “di destinare il tesoretto ai ceti popolari” e vorrebbe (come Di Pietro) smarcarsi dalla linea dura sulle tasse di Vincenzo Visco.
Poi ci sono gli arrabbiati della nomenklatura diessina e del Pd. Come il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, e come lo stesso Fassino, che lamenta un vuoto di decisioni.
Tutti avranno presto le occasioni per disseppellire l’ascia di guerra. Tra qualche giorno il Senato discuterà sulle presunte pressioni esercitate da Visco sui vertici della Finanza, con tanto di mozioni (anche dell’Italia dei Valori di Di Pietro) che chiedono il ritiro delle deleghe al viceministro, fatto che porterebbe quasi certamente alle dimissioni. Poi c’è da riprendere la discussione con i sindacati sulle pensioni, argomento accantonato da Prodi proprio per le amministrative. Quindi mettere in piedi il il Documento di programazione economica, ovvero dove destinare fondi e risorse, e nel mirino finirà Tommaso Padoa-Schioppa. Tra due mesi si dovrà decidere sulla Tav in Piemonte. Ad autunno dovrebbe nascere l’Assemblea costituente del Pd. E, soprattutto, c’è il problema del referendum e della legge elettorale, dove i vincitori delle amministrative, Lega e sinistra radicale, hanno lo stesso interesse a sabotare sia la consultazione sia ogni progetto punitivo per loro. Per Prodi uno slalom ad altissimo rischio.

Amministrative 2007, il risultato del primo turno

Le elezioni del 27 e del 28 maggio rendono più felice il centrodestra del centrosinistra. La Casa delle Libertà, stando ai risultati definitivi degli scrutinii, riportati dal sito del Ministero dell’Interno, ha strappato cinque capoluoghi all’Unione, rivelandosi sempre più radicato al Nord.
A Verona ha vinto il leghista Flavio Tosi con il 60,8% dei voti, mentre a Monza è stato Mariani (Cdl) a cantare Vittoria con il 53,53%. Anche a Como è Stefano Bruni della Casa delle Libertà ad ottenere più sostegno dagli elettori, con il 56,18 e la stessa coalizione vince nche a Asti, Alessandria e Gorizia. A Piacenza, città di Coop rosse e del ministro Pier Luigi Bersani, si va al secondo turno fra Roberto Reggi (centrosinistra) e Dario Squeri (Cdl).
Genova, invece, si è rivelata roccaforte del centrosinistra: la candidata Marta Vincenzi (51,23%) è riuscita a ottenere la poltrona di sindaco. Tra i successi del centrosinistra, L’Aquila strappata da Massimo Cialente alla CdL, con il 53,4% dei voti.
Al Sud il centrodestra conquista Reggio Calabria, con il 70,2% dei consensi ottenuti da Giuseppe Scopelliti, mentre Agrigento dopo il ballottaggio va alla sinistra, grazie a Marco Zambuto (con quasi il 63% delle preferenze).
Per quanto riguarda le elezioni provinciali, a Varese, Vicenza, Como e Vercelli vince il Polo mentre il centrosinistra riesce ad accaparrarsi Ancona.
I Comuni coinvolti in queste lezioni sono 26. In 15 ha vinto il centrodestra mentre in 5 il centrosinistra. Nei restanti sei si andrà al ballottaggio (tra cui Parma e Taranto). Per le provinciali si andrà al ballottaggio a Genova. La partecipazione degli elettori è stata inferiore rispetto alle precedenti elezioni (73,9% contro il 76,4% della scorsa tornata locale).

Amministrative: il nord alla CdL. Internet anche

Le schede del voto 2007 per Comuni e Province
Le elezioni del 27 e del 28 maggio rendono più felice il centrodestra del centrosinistra.
E come ha reagito la rete “politica”? Girando, alle 10,00 di martedì 29 maggio, tra i siti internet dei partiti politici si trovano anche delle sorprese. Aprendo il sito di Forza Italia, compare una cover con il faccione dubbioso di Romano Prodi e la scritta: “Da un anno tassa e ride. Ora non ride più”. Entrando, si leggono le gongolanti parole di Silvio Berlusconi: “È una vittoria sonante, sono risultati straordinari. Tutta l’Italia ha mandato un segnale chiaro a Prodi: questo governo delle tasse deve andare a casa”. Per contro, il sito dell’Unione è ancora “temporaneamente sospeso”.
Il portale de La Margherita riporta laconicamente l’affluenza alle urne e rimanda ai “risultati dal sito del Ministero dell’Interno”. Ha scelto inve il sito del proprio partito, il segretario dei Ds Piero Fassino, per lanciare l’appello all’intero centrosinistra “per una politica più decisiva e attenta al Nord”. Il sito di Rifondazione Comunista, attualmente, non ha ancora i risultati del voto. Quello di Romano Prodi, ancorato al fascicolo celebrativo del primo anno di governo, riporta come ultimo inervento quello del 26 maggio (due giorni dalle elezioni) su come dividere il tesoretto: un argomento che non ha portato fortuna al premier e al governo.

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