Leggi tutte le notizie su:
amministrative
- Tags: alleanze, amministrative, congresso, Dario Franceschini, elezioni, Ignazio-Marino, Mari-Adinolfi, mozione, Pd, Pier-Luigi-Bersani, primarie, programma, segretario, sfida, tessere
-

di Laura Maragnani
Ma chi gliel’ha fatto fare? Glielo chiede sempre anche sua moglie. “È un pazzo” dice infatti la signora, con un sorriso, mentre carica la lavastoviglie. E lui: “Anche mia figlia è contrarissima. Per non parlare di mia madre”. “Ma quando Ignazio si mette in testa un’idea…” sospira la moglie.
Ignazio Marino è senza dubbi uno che ha fegato. Dopo averne trapiantati 650 ha deciso che il suo, di fegato, serve per rompere gli schemi del Partito democratico. Così il 3 luglio ha sfidato Dario Franceschini e Pier Luigi Bersani, più il giovane Mario Adinolfi, per la segreteria del Pd. Battuta scontata: serve proprio un chirurgo per salvare il partito? Lui, serissimo: “Sarcasmo inutile. Qui c’è solo da rimboccarsi le maniche e dire: siamo qua, questi sono gli obiettivi, questa è la nostra tabella di marcia. Un partito a cosa serve, se non a organizzare in modo più moderno la vita di un paese?”. Marino, la carta a sorpresa delle primarie (qui Guarda la GALLERY: protagonisti e sponsor della corsa a leader del Pd), è sposato dal 1990 con Rossana, ex infermiera al Policlinico Gemelli, e padre della liceale Stefania, adottata in Colombia. È nella capitale da tre anni, ma fa ancora il marziano a Roma. Niente salotto dunque, l’intervista si fa in cucina. Piatti, forchette, tovaglioli, fogli e appunti dappertutto. C’è pure un gatto che si chiama Napoleone.
Ma una sede non ce l’ha?
In via della Lega Lombarda, a due passi dalla Stazione Tiburtina.
Un po’ fuori mano.
Franceschini infatti ha la sede in via del Tritone. Bersani in piazza Santi Apostoli. Certo non una zona delle più popolari di Roma, in quanto ad affitti. (Risata). Noi potesse arrivare in autobus, in treno, in macchina. In centro come ci arrivi, se non hai l’auto blu?
L’apparato del partito da una parte, l’outsider dall’altra. È questo lo scenario?
Guardi che io sono uno dei fondatori del Pd, non un outsider ignoto.
Tessera numero?
Nessun numero.
Bizzarro…
Le tessere dell’autobus hanno un numero, quelle del Pd no. Ma come si fa a contare delle tessere che non sono numerate?
Sospetta?
In alcuni posti, come a Napoli, ci sono più tessere che elettori.
La sua campagna per il tesseramento?
So che centinaia, migliaia di persone stanno chiedendo la tessera per sostenere la mia mozione. Ma i circoli spesso sono chiusi. Oppure non hanno le tessere. Oppure… Posso farle vedere centinaia di email. A Roma una signora ha girato inutilmente tre circoli. Da Milano mi hanno scritto che per l’iscrizione gli hanno chiesto 100 euro. Ma il partito non aveva stabilito 15? Mi viene il dubbio che si voglia scoraggiare le persone a iscriversi.
E a sostenere lei.
Se riusciamo a raggiungere il 5 per cento dei voti al congresso, le primarie le vinceremo noi. Sicuro. E cambietestaremo questo Paese.
Biografia del possibile segretario?
Genova, 10 marzo 1955. Pesci ascendente Sagittario. Primogenito, due sorelle.
Famiglia?
Siciliana e contadina. Papà voleva fare l’ingegnere navale e il nonno disse: “Ti pago l’università per un anno. Se non ci riesci, torni e fai il fabbro”.
Ce l’ha fatta. È stato assunto all’Ansaldo. Scuole?
A Genova fino alle medie. Poi Roma, liceo classico: shock culturale. Un’altra cosa rispetto a Genova, dove la sera alle 10 non c’era un’anima in giro perché alle 6 del mattino tutti andavano a lavorare.
E Roma?
Il ‘68, la politica. Andavo alle manifestazioni, come tutti, e avevo il poster del Che in camera. Ma ero negli scout. E mi interessava studiare.
Università?
Cattolica, Policlinico Gemelli. Al secondo anno ho chiesto di entrare a chirurgia. Volevo fare i trapianti.
Perché?
La mia è la generazione dello sbarco sulla Luna, 1969, e del primo trapianto di cuore di Christian Barnard, 1967. Mi affascinava, e mi affascina, l’idea della tecnologia applicata alla cura degli umani.
L’ultimo trapianto?
Agosto 2006, subito dopo l’elezione a senatore. Il trapianto richiede disponibilità e presenza continue, io non potevo più garantirle.
L’ultimo intervento?
Il 3 luglio, a Verona: lesione al fegato. Quello stesso giorno ho deciso di candidarmi alla segreteria del Pd. Adesso, per la prima volta in vita mia, sospendo di operare. Dopo il 25 ottobre si vedrà.
Pensa di smettere?
No. Uscire dalla sala operatoria e ricevere l’abbraccio di un figlio o di una moglie è una gratificazione per me insostituibile. E poi serve a tenere un aggancio con la realtà. In chirurgia non ti puoi raccontare storie. Ti poni degli obiettivi e sai presto se li hai raggiunti.
Lei li ha raggiunti?
A 37 anni dirigevo l’unico centro trapianti del governo americano. Ero un extracomunitario, oltretutto. Ma in America i meriti sono valutati con lealtà e trasparenza, mentre qui la cultura del merito non esiste. Ed è gravissimo: se noi ai giovani togliamo il merito, uccidiamo la loro speranza. Uccidiamo il Paese. Ma oggi in Italia conta più chi conosci di quello che sai fare.
Anche lei non sapeva niente di politica, quando nel 2006 Massimo D’Alema le propose di candidarsi.
D’Alema e Giuliano Amato: hanno molto insistito entrambi. Mia moglie e mia figlia erano contrarie. Ma io già collaboravo con Italianieuropei e sentivo che in Italia c’era bisogno di smuovere qualcosa.
E cosa ha smosso?
Nel luglio 2006, da presidente della commissione Sanità, ho presentato il primo disegno di legge sul testamento biologico.
Gli italiani infatti la conoscono per le battaglie sul caso Englaro e sulla bioetica. Bastano?
Nel 2006 sono riuscito anche a far passare in Finanziaria il principio che il 10 per cento dei fondi per la ricerca venga assegnato da una commissione internazionale di scienziati sotto i 40 anni. Nel 2008 la presidente era una biologa molecolare della North West University di Chicago. E quella commissione ha valutato 1.720 progetti di ricerca, assegnando 16 milioni ai migliori 26. Questo per l’Italia è una rivoluzione, o no?
I vincitori voteranno per lei?
Non ci scherzi. Alla nostra mozione sta lavorando gente in tutto il mondo. I piombini come Pippo Civati e Ivan Scalfarotto, i ricercatori della Bocconi e della London school of economics, insieme a magistrati come Felice Casson e a decine di circoli, elettori, consiglieri comunali.
Ancora non ha risposto. Chi gliel’ha fatto fare?
Il senso del dovere un po’ genovese? La nascita del Pd è stata straordinaria. L’entusiasmo, la voglia di cambiare. L’Italia ha un bisogno disperato di cambiamento.
E il Pd l’ha tradita?
Franceschini e Bersani sono preparatissimi, ma ostaggio di correnti e capocorrenti che conosce anche il mio ortolano. E ogni capocorrente lavora per difendere la propria fetta di potere.
Anche la mozione Marino ha le sue correnti: i piombini al Nord, Goffredo Bettini e l’apparato a Roma…
Ma ci si siede tutti a un tavolo e si discute; da lì in poi si procede compatti. Se l’immagina una sala operatoria dove, quando si apre la pancia del paziente, i vari chirurghi (magari uno si chiama Franceschini, uno Francesco Rutelli, uno Bersani, uno Paola Binetti, e chi più ne ha ne metta) ficcano le mani dove gli pare?
Torniamo all’allegoria del Pd moribondo?
Oggi il Pd è paralizzato dai contrasti fra i leader. E nessuno ascolta i milioni di cittadini che lo hanno fondato.
Per questo perde voti?
Se lei è azionista di una società i cui amministratori pensano solo a migliorare la propria posizione, e non a darle dividendi, non venderebbe le sue azioni? In Italia abbiamo 860 mila richieste per una casa popolare. Le risulta che il Pd ne abbia fatto una priorità? Sa che ogni anno 1 milione di italiani emigra al Nord per sottoporsi a cure che paga di tasca propria, alla faccia del diritto alla salute uguale per tutti?
Un altro esempio.
Il ritorno al nucleare. C’è il premio Nobel per la fisica, Carlo Rubbia, che dice: “Non esistono sistemi sicuri di stoccaggio delle scorie”. È un problema che lasceremo ai nostri figli e nipoti e bisnipoti. Sono contrario. Oltretutto il governo ha deciso i siti senza ascoltare i cittadini. Il Pd avrebbe dovuto fare un’opposizione molto più rigorosa e severa.
Basta con l’antiberlusconismo?
In Italia vedo una maggioranza che non si riconosce nei principi di vita di Silvio Berlusconi. Ma a questa maggioranza va spiegato, e bene, che cosa pensa il Pd. Senza contraddizioni, senza balbettamenti. Ci vuole un metodo assolutamente nuovo.
Chirurgico?
Ci vuole la riunione della segreteria alle 7 del mattino, per fare il punto con i responsabili delle aree strategiche. Ci vuole gente competente, non scelta solo perché appartiene alla tale corrente. Anche nel Pd c’è bisogno di merito.
E di alleanze?
Non sono così ingenuo da pensare che il Pd, anche con Marino segretario, domani raggiunga il 51 per cento dei voti. Avrà bisogno di alleati. Ma anche qui vorrei un approccio chirurgico: c’è un programma e in base a quello chiedi chi ci sta e chi no. Vorrei poter presentare la squadra di governo prima del voto.
Ma il Pd si sta consumando in ben altri calcoli: con Pier Ferdinando Casini o con Rifondazione? Coi radicali o con Sinistra e libertà?
Non mi interessa. Noi non abbiamo fatto campagna acquisti.
Non vorrebbe neppure Antonio Di Pietro?
Di Pietro ha ragione da vendere quando dice no ai condannati in Parlamento. Anch’io voglio ridurre i parlamentari e i costi della politica. Ma non condivido i suoi attacchi a Giorgio Napolitano: il presidente della Repubblica non può essere messo in discussione.
Se non arriva al 51 per cento alle primarie, a chi darà il sostegno?
So che ci sono delle voci, messe in giro con molta cattiveria.
Che dietro a Marino in realtà ci sia D’Alema, per indebolire Franceschini e rafforzare Bersani?
Non mi sono candidato per tattica. Né sono qui a lavorare, da giorni, per scrivere una mozione che faccia da merce di scambio.
Smentisce?
La nostra non è un’operazione di così corto respiro. Se non arriviamo al 51 per cento, sintetizzeremo il programma in una decina di punti irrinunciabili: chi li sposa avrà il nostro appoggio. Ma non accadrà.
Vincerà le primarie?
Dipende da quante tessere fanno a Napoli e in Calabria.
- Tags: amministrative, ballottaggi, Bari, Bologna, crescita, elezioni, Firenze, Milano, Padova, Pd, pdl, roccaforti, Torino, Venezia
-

La GALLERY: i volti dei vincitori dei principali ballottaggi
Il centrodestra conquista le province di Milano e Venezia, oltre ad una nutrita serie di comuni, tra i quali ex roccaforti rosse come Prato e Orvieto. E Silvio Berlusconi si dichiara vincitore: “Abbiamo inflitto all’opposizione una sonora sconfitta. Siamo passati dall’amministrare sul territorio 5 milioni di persone a 21 milioni”. E ribattendo all’opposizione ironizza: “Se questa per l’opposizione è una vittoria, noi vogliamo sempre perdere così”. Se questa per l’opposizione è una vittoria, noi vogliamo sempre perdere così”.
Ma il centrosinistra tiene la provincia di Torino e prevale con largo margine a Bologna, Firenze e Bari, riesce a difendere Padova più altri capoluoghi al centro e al sud fortemente pericolanti. E dunque anche Dario Franceschini canta vittoria: “I democratici reggono in mezzo a un’ondata di destra che investe tutta Europa. Mentre per Berlusconi è iniziato il declino”.
Perfino il capo dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, diffonde il proprio personale bollettino: “Tenendoci le mani libere in fatto di alleanze siamo stati determinanti. Ed il fallimento del referendum ci dà ragione due volte”.
Insomma, chi ha vinto? Chi ha perso? In sintesi: la maggioranza di governo arrotonda in questi ballottaggi il bottino di province e comuni già strappati alla sinistra al primo turno. Ma non trionfa e, soprattutto il Popolo della Libertà, non sfonda. Le sue vittorie non sono più per ko come fino a poco tempo fa, ma ai punti. Qualche sconfitta lascia il segno. Al contrario, il Pd incassa vari pugni, eppure riesce a tenersi in piedi. Questo è il dato politico. Al quale va aggiunto, per entrambi gli schieramenti, un diffuso astensionismo che segnala il malessere degli elettori per come la campagna è stata condotta da svariate settimane a questa parte.
Se si fa un calcolo numerico, il bollettino è pesante per il centrosinistra. In queste due settimane si è votato per 62 amministrazioni provinciali: il centrodestra ne aveva 9 ed è riuscito a mantenerle tutte, strappandone all’avversario, tra primo e secondo turno, altre 23, oltre a due di nuova costituzione. Le conquiste: Milano, Venezia, Napoli, Bari, Savona, Biella, Novara, Verbania, Lecco, Lodi, Piacenza, Cremona, Belluno, Frosinone, Ascoli Piceno, Macerata, Teramo, Pescara, Chieti, Avellino, Salerno, Lecce e Crotone; più Monza e Barletta. Il centrosinistra governava in 50 province, ne ha mantenute 27, non ne ha strappata nessuna e ha vinto a Fermo, di nuova costituzione. Bilancio iniziale, 50 province a 9 per il centrosinistra; bilancio finale, 34 province a 28 per il centrodestra, comprese le nuove.
Quanto ai comuni principali, passano da sinistra a destra i capoluoghi Biella, Verbania, Bergamo, Cremona, Pavia, Prato, Ascoli Piceno, Pescara, Campobasso, Caltanissetta, oltre a storiche cittadelle rosse come Orvieto, Bastia Umbra, Gualdo Tadino. Nessuna migrazione, invece, da destra a sinistra. Il bilancio iniziale era di 4 comuni capoluogo governati dal centrodestra e 26 dal centrosinistra; oggi è di 14 a 16.
Si tratta di cifre rilevanti. Anche perché comuni e province controllano potere vero, dalle aziende municipalizzate all’influenza sulle casse di risparmio e sulle camere di commercio. Ma su questi calcoli prevarrà appunto il fattore politico. Che segnala indubbiamente un Berlusconi che sembra rallentare nella propria spinta propulsiva, vittima anche delle vicende personali che tanto hanno deliziato la campagna elettorale. Il Cavaliere dovrà comunque vedersela con un Bossi in forma come non mai. E non potrà farlo che rilanciando l’azione di governo.
Nel campo avverso, Franceschini può dire di aver arginato il premier se non sul Piave, almeno sul Po. E dunque il segretario, sponsorizzato da Walter Veltroni, pare destinato a giocare la battaglia in congresso. Ma si troverà di fronte un Massimo D’Alema, sponsor di Pier Luigi Bersani (qui la GALLERY: il chi sta con chi nel Pd), anche lui rafforzato nei propri feudi del Sud, nonché tre sindaci che non rispondono ai vertici romani, ma a se stessi: Zanonato a Padova ha vinto su una linea di fermezza contro l’immigrazione (come sostenne con un certo orgoglio, intervistato da Panorama.it), il contrario di ciò che predica Franceschini; Matteo Renzi a Firenze e Flavio Delbono a Bologna sono usciti dalle primarie come outsider. Soprattutto, il Partito democratico perde, ad eccezione di Zanonato, un’intera classe dirigente di amministratori cresciuti sotto la falce e il martello, con il Pci ed i Ds. Pur nel rischio scampato di estinzione, un regolamento dei conti ci sta tutto.
La GALLERY: i volti dei vincitori dei principali ballottaggi
Qui (dal sito del Viminale) tutti i risultati delle comunali
Qui (dal sito del Viminale) tutti i risultati delle provinciali
MULTIMEDIA: Candidati, pedine e alleanze. Con chi stanno i big del Pd
La direzione convocata per il 26 giugno dovrà decidere ufficialmente sul congresso del Pd, ma la strada sembra ormai tracciata: a ottobre, dal 9 all’11 (probabilmente a Roma) ci sarà il congresso. Due settimane dopo, domenica 25, gli iscritti verranno chiamati nelle sezioni e nei gazebo per eleggere direttamente il nuovo segretario dei Democratici.
Franceschini Vs Bersani Vs Marino Vs Binetti Vs Realacci
I candidati i campo per ora sono Pierluigi Bersani, Dario Franceschini (che però non ha ancora sciolto la riserva e lo farà dopo i ballottaggi del 21 e 22 giugno) e Mario Adinolfi (che ci riprova dopo la sconfitta dell’ottobre 2007 quando fu eletto, plebiscitariamente, Walter Veltroni). Ma si è anche parlato di candidature possibili: dal chirurgo laico Ignazio Marino alla teodem Paola Binetti, fino all’anima verde Ermete Realacci.
“Uòlter is back”
Sulla scena del dibattito precongressuale irrompe anche Veltroni – Uòlter is back scrivevano alcuni blogger e piddini su Facebook – che sulla sua pagina Fb ha chiamato tutti a raccolta per un evento il 2 luglio (ribattezzato dal popolo della rete Lingotto 2.0) evidenziando la necessità “di una nuova generazione di dirigenti” e che torni lo spirito del Lingotto (qui il VIDEO del discorso con la discesa in campo di Veltroni)
L’ex segretario ha messo subito le mani avanti: “Non sarà la nascita di una corrente”, ma al Nazareno in molti sono convinti che ci sarà per ottobre una lista di Veltroni che appoggerà Franceschini per la segreteria.
Già tempo di alleanze
A tenere banco, negli incontri al Nazareno da tempo (e non siamo ancora in estate) sono distinguo e paletti (leggi candidati e alleanze) in vista dell’appuntamento d’autunno. Per il quale, Piero Fassino ha chiaramente fatto capire che si schiera con Franceschini, pur frenando la chiave con cui Veltroni aveva convocato il Lingotto 2 a sostegno del segretario: “Non c’è nessuno nel Pd che pensa di tornare indietro, questa è l’unica cosa assodata”. La sensazione che gira tra parlamentari e dirigenti è che ormai, come spiega uno di loro, “non si sceglie solo il candidato ma anche i compagni di strada”.
Eterno derby Veltroni-D’Alema
Compagni che, come nel caso di Veltroni e D’Alema, possono influenzare con il loro peso l’appoggio ad un candidato rispetto ad un altro, soprattutto in assenza ancora di una piattaforma congressuale. “No ad un nuovo derby tra Veltroni e D’Alema”, dice Giorgio Merlo, esprimendo la preoccupazione di molti. Ed è proprio per questo che l’ex premier Romano Prodi, che ha un’idea fissa in testa (l’Ulivo) ha preferito non schierarsi ufficialmente per ora: “Il congresso va fatto al più presto ma deve essere un trasparente confronto tra linee politiche e non un conflitto tra personalismi”.
E la questione dell’eterna contesa D’Alema-Veltroni è sintetizzata inoricamente per Panorama.it da Mario Adinolfi, che ripresenterà la sua candidatura il 25 giugno e che ha convocato i suoi fan in un circolo della Capitale: “Sono quarant’anni che dura questa partita a bigliardino tra i dirigenti della Fgci, Walter e Massimo. Ora, dopo quarant’anni, il popolo del centrosinistra non li sopporta più. È come con i nonni: si vuole loro bene, ma le loro prediche non le ascolta più nessuno. E loro, a sessant’anni, soffrono della sindrome del vuoto di fronte al pulpito. E poi, almeno si fossero scontrati in prima persona Veltroni e D’Alema: come gli highlander, per farne restare in piedi uno solo. Invece no, si sfidano con le figurine di Bersani e Franceschini”.
Chi sta con chi
Bersani, dal canto suo, continua il suo lavoro di tessitura, concentrato in questi giorni soprattutto su Rosy Bindi, infastidita per l’endorsement annunciato domenica scorsa da Enrico Letta (che nel 2007 aveva puntato sul piacentino Bersani per un ticket, poi saltato). La Bindi, però, dovrebbe subito dopo i ballottaggi schierarsi per l’ex ministro dello Sviluppo economico. Bersani, poi, starebbe intensificando i suoi contatti con il presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti, che ha ribadito la sua intenzione di non scendere in campo, nonostante le pressioni dei “quarantenni”.
Due visioni politiche contrapposte
Ma al di là delle questioni personali, che pure esistono, nel Pd si fronteggiano due visioni politiche contrapposte. I veltroniani pensano ad uno schema tendenzialmente bipartitico, in cui i poteri del Parlamento sulla formazione dei governi siano ridotti al minimo – e su questo l’ex segretario del Pd ebbe larghe convergenze con Berlusconi – e ad un Pd che esalti la vocazione maggioritaria crescendo a scapito dei piccoli per provare a vincere le elezioni con il massimo della compattezza programmatica. Dall’altra parte i dalemani, oppositori di questa linea già ai tempi della segreteria di Veltroni, che vedono come modello istituzionale preferito il rilancio del governo parlamentare e il sistema elettorale tedesco. E di conseguenza una coalizione che vada dalla sinistra radicale all’Udc. Insomma una sorta di Ulivo bis dove, qualora predominasse questa linea, D’Alema chiederebbe a Pier Ferdinando Casini di fare il “novello Prodi” e guidare la coalizione anti berlusconiana.
Pd nell’Asde
Intanto un risultato il caminetto democrats di martedì 16 giugno l’ha ottenuto sulla questione dello schieramento all’Europarlamento: i 21 eurodeputati del Pd si iscriveranno a Strasburgo all’Asde, il nuovo gruppo che nasce dall’alleanza dei socialisti e dei democratici. Ma Rutelli ha giurato di “non voler morire socialista”, dicendo no all’accordo con il Pse: “Non sono d’accordo e, democraticamente, voterò contro in direzione”, ha scritto sulla sua pagina Fb. Ma se per l’ex leader della Margherita, oggi presidente del Copasir, “far entrare il Pd nella casa socialista in Europa è un errore capitale, significa buttare a mare tutta la novità e la singolarità del Pd”, nessun altro ex popolare è venuto in suo aiuto. Perché? Facile, non si può mettere in difficoltà l’ex margheritino Franceschini proprio ora che sta andando a duello con l’ex diessino Bersani.
MULTIMEDIA: Candidati, pedine e alleanze. Con chi stanno i big del Pd
- Tags: amministrative, ballottaggio, blog, comuni, elezioni, gionali, informazione, Lega, media, opinione, Pd, pdl, preferenza, programmi, provincia, sito, talk-show, tv, Udc, voto, web
-

E voi dove vi siete fatti un’idea in relazione al voto europeo?
Guardando i “soliti” talk show, le “vecchie” tribune politiche”, i “più o meno identici” programmi di approfondimento in televisione, dove si è parlato tanto (troppo?) di veline e poco (o nulla) di Europa?
Oppure leggendo i giornali (organi di partito compresi, ovviamente). O, ancora, sbirciando il materiale di propaganda dei partiti (santini, brochure, volantini e manifesti)? O, infine, navigando nel mare magnum della Rete, alla ricerca di news, programmi, liste, proposte?
Come si sono informati gli italiani
Quale che sia la vostra risposta, la “verità” sta nei numeri di un’indagine del Censis. Che ha certificato come la tv resti il principale medium utilizzato dagli italiani per formarsi un’opinione sull’offerta politica, mentre solo un quarto degli elettori si è affidato ai giornali, uno su dieci per informarsi ha letto il materiale dei partiti, mentre Internet rappresenta la fonte di informazione per una fetta ancora minoritaria del corpo elettorale, eccetto che tra i giovani.
Nella campagna elettorale per le elezioni europee il 69,3% degli elettori si è informato attraverso le notizie e i commenti trasmessi dal piccolo schermo, per scegliere chi votare. Nello specifico, in base ai dati del Censis, i Tg restano il principale mezzo per orientare il voto, soprattutto tra i meno istruiti (il dato è del 76 per cento), i pensionati (78,7) e le casalinghe (74,1).
Dall’approfondimento tv dipendono le scelte del 30% degli elettori
Al secondo posto ancora la tv, con i programmi di approfondimento come Porta a porta, Matrix e gli altri, dai quali dipendono le scelte del 30 per cento degli elettori.
L’identikit di questi ultimi? Soprattutto persone con un grado maggiore di istruzione e residenti nelle città con più di 100mila abitanti, mentre i giovani risultano meno coinvolti da questi format televisivi. I canali satellitari o digitali specializzati in informazione, invece, sono stati seguiti dal 6,6 per cento degli italiani, soprattutto maschi e più istruiti.
La carta stampata meglio della radio
Quindi, i giornali? Per la carta stampata, una poco onorevole terza piazza: i giornali sono stati determinanti per il 25,4% degli elettori (il 34% tra i più istruiti, e il dato sale a oltre un terzo degli elettori al Nordest e nelle grandi città, e raggiunge il 35% tra i lavoratori autonomi e i liberi professionisti). Comunque più di quanti si sono informati attraverso la radio: il 5,5%. Più o meno la stessa quantità di italiani che lavora (in casa o fuori) e viaggia (cioè artigiani e commercianti, liberi professionisti e lavoratori autonomi), stando sempre sintonizzata con i canali radiofonici.
Non fanno molto, ai fini della scelta su chi (e se) votare, i rapporti non mediati, cioè il confronto con familiari e amici: è importante per il 19% degli elettori, in particolare per i più giovani (18-29 anni: 26%), residenti nel Mezzogiorno (22,2%) e nei centri urbani minori (città con 10.000-30.000 abitanti: 22,5%). Il materiale di propaganda dei partiti (volantini, manifesti, ecc.) è stato utilizzato dal 10,9% degli elettori, con una punta di attenzione al Nordest (17,4%).
Internet? Al palo. Ma non tra i giovani
Sempre secono il Censis, sono del tutto inutili le manifestazioni dei partiti, le riunioni, i comizi, i meeting, che toccano solo il 2,2 per cento degli elettori più grandi e lo 0,7 dei giovani dai 18 ai 29 anni.
Assemblee di piazza ininfluenti anche nel mondo “virtuale” del web.
Su Internet, il giudizio del Centro Studi Investimenti Sociali, è categorico: durante la campagna elettorale, per formarsi un’opinione solo il 2,3 per cento degli italiani maggiorenni si è collegato ai siti web delle forzze politiche e solo il 2,1 per cento ha visitato blog, forum, community, gruppi di condivisione, ecc. Il dato aumenta solo tra gli studenti, dove raggiunge il 7,5 per cento nei contatti coi siti dei partiti ed il 5,9 er quanto riguarda il web dalla forte connotazione politica.
E allora, alla luce di questi dati, due domande.
Come si spiega (ammesso che ci sia) la relazione tra l’alta quota di astensione in Italia e l’influenza della tv sul voto, radiografata dal Censis?
Come si spiega il boom della novità targata Pd Debora Serracchiani che, proprio grazie all’innovazione (nel linguaggio e nell’uso dei mezzi di comunicazione: El Paìs l’aveva ribattezzata la Obama italiana, all’indomani del suo intervento critico, scaricato migliaia di volte da YouTube, contro i leader del Pd durante un’assemblea dei circoli friulani del partito), in Friuli ha vinto la sfida delle preferenze contro il premier Silvio Berlusconi?
Secondo il Censis, la tv ha condizionato il voto degli italiani. Voi dove e come vi siete fatti un’idea su chi votare?
Partecipa al Forum: Cosa pensi del risultato di questa tornata elettorale?

E adesso sarà difficile dire che il centrodestra non abbia vinto il voto per le amministrative.
C’erano in ballo 62 province, di cui tre (Monza, Fermo, Barletta) di nuova formazione. 50 erano amministrate dal centrosinistra e solo 9 dal centrodestra.
Dopo il voto del week end, ben 15 passano al primo turno al centrodestra, che così sale a quota 26. Al centrosinistra ne restano solo quattordici. Per altre ventidue serve il ballottaggio, tra due settimane.
A Napoli Luigi Cesaro del Pdl batte col 59% il professore del Pd Luigi Nicolais (ex ministro dell’era Prodi alla Funzione Pubblica, già segretario provinciale del Pd a Napoli e dimessosi da questa carica il 5 gennaio del 2009 perché non soddisfatto del rimpasto della giunta comunale operato dal sindaco Rosa Russo Iervolino); a Milano Guido Podestà del Pdl ipoteca il ballottaggio con un 48,8 contro il 38,8 di Filippo Penati del Pd. Ballottaggio anche a Torino e Venezia.
Al comune Firenze, il golden boy Matteo Renzi (giovane e antistema del centrosinistra) al 47,57% va al ballottaggio contro il portiere del Milan e della nazionale Giovanni Galli (centrodestra) fermo al 32%.
A Bologna Flavio Delbono (margheritino e candidato, tra mille polemiche, nel centrosinistra in stile prodiano) non supera per un soffio la soglia del 50% (49,40%) ed è costretto ad andare al secondo turno contro il candidato del centrodestra Alfredo Cazzola, ex mister Motorshow e patron dei rossoblu (29,10%).
Ballottaggi anche per le comunali a Bari (con 307 seggi scrutinati su 345 Michele Emiliano, sindaco uscente di centrosinistra sta al 49,1% dei voti e il deputato della PdL Siemone Di Cagno Abbrescia al 45,8%.) e Padova, dove il sindaco-sceriffo Zanonato non molla la presa, l’ex campione di scherma Marco Marin risponde colpo su colpo: 45,6 contro il 44,9. Come da pronostico la sfida per la poltrona di sindaco si deciderà all’ultima stoccata, tra 15 giorni.
Sfide rimandate anche per le province di Venezia e Torino per le provinciali. Nel capoluogo piemontese Antonino Saitta (centrosinistra) raggiunge il 44,33% contro il 41,5% della candidata del centrodestra Claudia Porchietto.
Al secondo turno la provincia di Venezia vedrà invece il presidente uscente del centrosinistra Davide Zoggia (41,88%) contro la leghista Francesca Zaccariotto (48,37%).
Mentre il centrodestra si aggiudica Pescara con Guerino Testa eletto presidente della Provincia con il 53,24% contro il 41,52% del candidato del centrosinistra Antonella Allegrino.
Al comune di Bergamo vince il sindaco del centrodestra Franco Tentorio con 51,41%, l’uscente primo cittadino Roberto Bruni del centrosinistra ottiene il 42,31%.
A Cremona si deciderà al ballottaggio l’elezione del sindaco ed è la seconda volta che succede. Oreste Perri, candidato sindaco del centrodestra, ex olimpionico di canoa e commissario tecnico, ha ottenuto il 45,01% per cento dei voti. Gian Carlo Corada, sindaco uscente e candidato del centrosinistra, ha ottenuto il 41,68%.
A Pavia vince il candidato del centrodestra Alessandro Cattaneo con 54,37% mentre il candidato del centrosinistra Andrea Albergati raggiunge il 35,21%. Cambio della guardia alla Provincia di Lecco, a Lodi, a Sondrio e a Monza e Brianza. L’en plein del centrodestra in Lombardia lo completa la provincia di Brescia, dove il leghista Daniele Molgora (Sottosegretario al Ministero dell’Economia e Finanze )strappa un 55,5% a Diego Peli del centrosinistra.
- Tags: amministrative, Autonomia, beppe-grillo, destra, elezioni, europee-2009, Idv, Lega, MpA, Noemi, Pd, Pdci, pdl, Prc, radicali, seggio, sinsitra, Udc
-

Partecipa al Forum: Cosa pensi del risultato di questa tornata elettorale?
Con oltre il 99% delle sezioni scrutinate in Italia (63.541 su 64.328) e il 68,75% di quelle estere (1.994 su 2.900) si delinea in maniera ormai definitiva il risultato delle elezioni europee del 6 e 7 giugno.
Il Pdl, con il 35,26 % (10.756.623 voti) si conferma il primo partito italiano.
Il Pd, con il 26,1% (7.975.716 voti) è la seconda forza politica del Paese, seguito dalla Lega Nord con il 10,2% (3.124.917 voti).
Le uniche altre due forze politiche che hanno superato lo sbarramento del 4% sono quindi l’Italia dei valori con il 7,99% (2.436.545 voti) e l’Udc con il 6,51% (1.985.528 voti).
In calo l’affluenza, al 65,04% rispetto al 72,88% delle precedenti consultazioni europee.
Ripartizioni in seggi
Stando a queste percentuali, quindi, il Pdl potrebbe contare su 29-30 eurodeputati, il Pd su 22. Ecco la ripartizione dei 72 seggi assegnati all’Italia nella nuova assemblea di Strasburgo, sulla base delle ultime proiezioni effettuate nella notte. Alla Lega Nord andrebbero 8 seggi. Sette quelli assegnati all’Italia dei valori e cinque all’Udc. Alle altre liste, sotto il 4%, nessun eurodeputato.
In Europa vince la diserzione al voto
Sull’Europa che conosce il suo record di diserzione del voto, con meno di un elettore su due alle urne, soffia vento da destra, ma si rivedono anche i Verdi. Nel complesso, guardando ai risultati nei singoli Paesi europei, il Ppe si conferma come gruppo più consistente, mentre segna un netto arretramento il partito socialista con risultati deludenti in Francia, Spagna e Gran Bretagna. Forte, invece, l’affermazione della destra estrema e, a sorpresa, decisa affermazione dei Verdi e delle liste ambientaliste.
Pdl è il primo partito italiano, il Pd perde 6 punti
Il Pdl, che sperava di raggiungere e superare la quota-simbolo del 40%, resta comunque il primo partito italiano. Il risultato non convince appieno il premier Silvio Berlusconi: “Ho dovuto fare tutto da me, come al solito ho tirato la carretta da solo”, si sfoga nel quartier generale del Pdl, come riporta il quotidiano Libero. E rivendica la scelta di candidarsi in prima persona al parlamento di Strasburgo: “Se non fossi sceso in campo io l’affluenza sarebbe stata ancora più bassa. È anche per mio merito che l’Italia si conferma il primo Paese per percentuale di votanti: con il record di elettori e di consensi il mio governo si conferma il più forte d’Europa”. Mentre è più semplice la ricostruzione del portavoce Paolo Bonaiuti: “Il Pdl non supera i livelli che erano stati pronosticati da tutti i sondaggisti, solo perché c’è un forte livello di astensione”.
Di fronte ai circa sei i punti persi dal Pd rispetto alle politiche, Piero Fassino commenta, ai microfoni del Tg5: “Non c’è stato lo ’sfondamento’ del Pdl, e anzi non c’è nemmeno la conferma del voto dell’anno scorso”. Pare che “i dati definiscano” ha poi continuato l’esponente del Pd “un giudizio severo degli elettori nei confronti del governo e di Berlusconi”.
E ora i democratici devono guardarsi dalla cerscita (quasi) raddoppiata (in un solo anno) dell’Idv di Antonio Di Pietro che sfiora l’8%, partendo dal 4,4% dell’aprile 2008. L’euforia è il sentimento che regna in casa dipietrista. Da dove parte anche il monito agli alleati Democrats: “Il Pd ha davanti a sé responsabilità importanti” sottolinea “scegliere con chi fare un’alleanza contro il modello di governo berlusconiano”. L’ex pm non rinuncia a togliersi qualche sassolino dalla scarpa: “Noi non siamo il brutto anatroccolo da usare per le elezioni e poi buttar via. Finora ci hanno mal sopportato ora si devono rendere conto che c’è un partito che punta alla alternativa”.
Fuori da Strasburgo: sinistra, Radicali, Mpa e Storace
La tagliola della quota di sbarramento del 4%, come da molti pronosticato, fa strage dei partiti più piccoli: dopo essere rimasti esclusi dal Parlamento italiano, bissano l’insuccesso a livello europeo sia la lista anticapitalista promossa da Prc e Pdci, sia Sinistra e Libertà, poichè entrambe si fermano a qualche decimale nei dintorni del 3%.
Supera appena il 2% l’Autonomia, ossia l’aleanza tra il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, La Destra di Francesco Storace, i Pensionati di Carlo Fatuzzo (europarlamentare uscente) e l’Alleanza di Centro di Francesco Pionati.
Alla Lista Bonino-Pannella non basta il 2,5%. “In condizioni di regime abbiamo raggiunto un risultato stra-or-di-na-rio, uni-co!”, dicono. Ma di fatto i radicali restano fuori dal Parlamento, per la prima volta dal 1979 a oggi.
Affluenza in picchiata, all’Aquila vota uno su 4
I dati europei fermano la percentuale dei votanti al 43,09: un record per l’astensionismo, fenomeno che in Italia inchioda al 66,5% l’affluenza alle urne (nel 2004 era del 72,9%). All’Aquila, dove ad urne aperte c’è stata una nuova scossa di terremoto, ha votato il 27,9%, contro il 73,1 del 2004. In Italia però la percentuale di votanti è stata più alta rispetto a tutti gli altri paesi europei, ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni, aggiungendo che “le operazioni di voto si sono svolte regolarmente, senza incidenti rilevanti di nessun tipo”.

Al seggio anche Noemi, tra le polemiche
Tra gli episodi e le curiosità il voto a Portici di Noemi Letizia, la ragazza al centro del caso scoppiato per l’amicizia con il premier. È stata polemica sulle procedure: e per la scorta dei vigili e per le porte chiuse per il tempo del voto. Occhiali scuri, capelli sciolti, abito nero elegante, Noemi è arrivata al seggio 62 di Portici a bordo di una Mercedes. I flash sono stati tutti per lei. Che non ha rilasciato nessuna dichiarazione alla stampa.
In provincia di Latina, invece, un’elettrice ha sbagliato a votare, ha chiesto di poter ripetere il voto e di fronte al no del presidente lo ha aggredito. A Potenza e a Tarsia (Cosenza) due elettori sono stati sorpresi a fotografare la scheda col cellulare: il rumore del telefonino li ha traditi e sono stati denunciati.
- Tags: amministrative, Autonomia, beppe-grillo, elezioni, europee-2009, Idv, Lega, Pd, pdl, radicali, seggio, sinistra, Viminale
-

Per Silvio Berlusconi il voto del 6 e 7 giugno (sabato e domenica: qui quando, come e per cosa si vota) da una parte “non cambierà nulla perché noi governeremo altri 4 anni”, dall’altra bisogna “votare Pdl perché il nostro gruppo all’Europarlamento sarà l’unico in grado di difendere gli interessi italiani in Europa, visto che il Pd con meno di una ventina di deputati conterà zero”.
Invece per Dario Franceschini “il voto alle europee al Pd sarà fondamentale per avere un’opposizione forte e non consegnare il Paese ad un padrone assoluto” e determinante sarà “la distanza che gli italiani decideranno nelle urne tra Pd e Pdl”.
Campagna elettorale dura
Insomma, lo scontro tra le due formazioni maggiori e i due leader è duro. E d’altra parte è stata dura - come ha rilevato, definendola “incarognita”, anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano - e senza sconti la campagna elettorale. Che si è giocata più sulle vicende personali di Berlusconi e della ragazza di Casoria, che analizzando i programmi. Anzi, di programmi per il Parlamento di Strasburgo gli elettori italiani non ne hanno visti proprio.
Partiti in corsa
Ma ecco le formazioni maggiori che troveremo sulla scheda sabato dalle ore 15 alle 22 di sabato e dalle ore 7 alle 22 di domenica. Nel fine settimana su tutto il territorio italiano si voterà per le elezioni europee e per il primo turno di elezioni amministrative (per 62 province, per 4281 sindaci e consigli comunali, di cui 30 capoluoghi di provincia). Secondo i dati forniti dal Viminale le elezioni dei 72 membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia interesseranno un corpo elettorale al momento quantificabile in 50.664.596 unità, di cui 24.432.720 elettori e 26.231.876 elettrici. Le sezioni elettorali complessive saranno 61.225. Le elezioni in sessantadue province interesseranno 29.940.151 elettori, 14.442.636 maschi e 15.497.515 femmine; 36.451, le sezioni. Le elezioni in 4.281 comuni interesseranno 18.419.204 elettori, 8.918.298 maschi e 9.500.906 femmine; 22.965, le sezioni. Considerando una volta sola gli enti interessati contemporaneamente a più tipi di consultazioni, il numero complessivo di elettori sarà di 34.673.113, di cui 16.741.282 maschi e 17.931.831 femmine, e di sezioni sarà di 42.257.
Popolo della Libertà: la neonata (dalla fusione di Forza Italia e Alleanza Nazionale ) formazione politica è guidata indiscutibilmente da Silvio Berlusconi. Alle precedenti elezioni si è attestata al 37,4. Stando agli ultimi sondaggi – di prima che scattasse la violazione a diffonderli – il Cavaliere ha detto che potrebbe approdare sopra quota 40%. Sarebbe un successo netto per il partito e per il governo del Cavaliere.

Partito Democratico: dopo le dimissioni di Walter Veltroni nel febbraio scorso il nuovo segretario, Dario Franceschini, si propone di limitare i danni (rispetto al 33,2% del 2008) e provare a guidare l’opposizione, guardando soprattutto a non perdere voti sul versante sinistro. Il Pd rischia infatti di venire rosicchiato dall’Idv di Di Pietro e dalle due liste di sinistra.

Lega Nord: arriva al voto sulla scorta dei successi elettorali del 2008 e dell’approvazione del federalismo fiscale. Il Carroccio di Umberto Bossi sembra essere il partito con più vento in poppa. Nelle mire proveranno a superare il Pdl al Nord.

Italia dei Valori: se la Lega gongola anche Tonino se la ride. In questo anno ha vellicato gli elettori anti-berlusconiani e nelle varie consultazioni ha strappato molti voti agli ex alleati del Pd. Conscio che avrà un buon successo e una discreta messe di voti Di Pietro è pronto a mettere in discussione il nome sul suo simbolo e la sua leadership. Per vederla probabilmente confermata più forte di prima.
Udc: lo slogan di campagna elettorale che campeggia sui muri è fin troppo chiaro. “Tra sinistra e destra – dicono i 6×3 appesi per strada di Pier Ferdinando Casini – scegli l’Italia e vota Udc”. Il centrista che Dagospia chiama Pierfurby insiste ancora sulla terza via.

Lista Bonino-Pannella: il partito del “vecchio” Marco Pannella arriva affamato e assetato alle urne. Emma Bonino e lo storico leader radicale accusano il “regime partitocratico” di farli fuori e per questo nelle ultime settimane hanno inscenato numerose proteste (loro le chiamano lotte non violente) e scioperi della fame e della sete per avere maggiore visibilità sui media. Obiettivo 4%.

Lista Comunista: la lista in verità si chiama Lista comunista e anticapitalista. Che solo per scriverla uno rischia di non capire per chi vota. In realtà comprende il Pdci di Oliviero Diliberto, Rifondazione Comunista (manco tutta perché una parte si è scissa) di Paolo Ferrero, Socialismo 2000 di Cesare Salvi e i Consumatori Uniti di Bruno De Vita. Lottano per superare il 4%. E secondo le previsioni dovrebbero andare meglio dei ‘cugini’ di Sinistra e Libertà.

Sinistra e Libertà: nati dalla scissione con Rifondazione Comunista portata avanti da Nichi Vendola e appoggiata da Fausto Bertinotti. Hanno imbarcato anche i Verdi di Grazia Francescato, il Partito Socialista di Riccardo Nencini e Sinistra Democratica di Fabio Mussi e Claudio Fava.

L’Autonomia: è la lista più composita di questa tornata elettorale. Comprende il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, La Destra di Francesco Storace, i Pensionati di Carlo Fatuzzo (europarlamentare uscente) e l’Alleanza di Centro di Francesco Pionati. Tutti centristi meno Storace che guardano all’Europa delle regioni e delle autonomie. Sommando quanto preso da queste sigle nelle passate consultazioni politiche dovrebbero superare lo sbarramento del 4%, ma in politica 2 più 2 non fa sempre 4…
Queste dunque le formazioni “maggiori”. Ma i simboli che si contenderanno il voto europeo sono tantissimi: ben 79. Dalle liste Civiche di Beppe Grillo ai Liberaldemocratici dell’ex sottosegretario alla Giustizia del governo Prodi, Daniela Melchiorre, dall’Alleanza alpina del Galletto alla lista Recupero Maltolto, passando per il movimento delle Pari Opportunità Maschili e il Movimento Autonomo degli Autotrasportatori.
Quanto alle liste locali per le amministrative c’è solo da aprire la fantasia e andare a vedere.
- Tags: amministrative, big, Dario Franceschini, elezioni, europee, lista, nomi, partito, Pd, pdl, Silvio Berlusconi, sondaggio, Strasburgo
-

Al penultimo giro di pista, cioè a due settimane dalle Europee, il vantaggio del Popolo della Libertà sul Partito democratico è più o meno lo stesso per tutti gli istituti di sondaggi: si va dai 13,1 punti di Demos per Repubblica ai 14,7 misurati da Digis per Sky, passando per una forchetta che secondo l’Ispo per il Corriere della Sera oscilla tra i 12 e i 13. Fa eccezione Euromedia Research, i sondaggisti preferiti da Silvio Berlusconi (ma che spesso ci azzeccano), che misurano lo stacco addirittura in 17,7.
Questa è però la foto ad oggi. Che cosa può accadere in queste due settimane per modificare la situazione?
Intanto partiamo da due dati, uno politico e l’altro personale.
Un anno di governo ha fatto bene al centrodestra ed al Pdl, che alle politiche 2008 ottenne poco più del 37% dei voti, e ha fatto male, anzi malissimo al Pd, che ebbe il 33,2. È una tendenza, questa, che si è consolidata nell’arco di 13 mesi, che è stata verificata in tutti i test elettorali intermedi, dall’Abruzzo alla Sardegna (isolata eccezione, il Trentino), e che dunque è impensabile si modifichi in 15 giorni.
La crisi economica e la sicurezza erano e restano le priorità degli italiani, e, a detta di un osservatore insospettabile come Ilvo Diamanti per Repubblica, gli elettori, compresi molti di sinistra, ritengono che il governo abbia affrontato questi due impegni in maniera soddisfacente.
Per fare un paragone, sono le stesse cose che in Gran Bretagna costeranno probabilmente il posto a Gordon Brown, e che in Spagna hanno messo seriamente in crisi Luis Zapatero, che si è visto respingere dal Parlamento metà del pacchetto sull’economia.
Da noi, volenti o nolenti, il fattore Berlusconi ha finora funzionato. Ma c’è l’altro aspetto, quello personale, che ovviamente ruota intorno al premier. Negli ultimi giorni Berlusconi è stato seriamente insidiato dal “caso Noemi” e dalla sentenza Mills, che in sostanza lo accusa di corruzione.
L’insidia, però, finora non ha prodotto risultati. La vicenda Letizia con tutti i suoi retroscena veri o presunti continua ad essere archiviata dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica come un fatto privato. In questo, contrariamente a ciò che si sente spesso in giro, noi italiani non siamo un’eccezione o un popolo particolarmente menefreghista: basta pensare alle storie di sesso e corna della politica francese, alla corte inglese, allo stesso caso Clinton-Lewinsky. Tutta roba da tabloid che ha influito poco o nulla sugli umori elettorali.
È presumibile quindi che se il Cavaliere non esagera con le battute sulle veline e soprattutto sulle minorenni (i suoi lo scongiurano da giorni di cucirsi la bocca), e soprattutto se non emergono particolari davvero sconvolgenti, l’affaire resti materia soltanto di gossip.
Il caso Mills appare, ad un primo esame, perfino meno insidioso. Berlusconi ne esce da perseguitato delle toghe rosse: un suo cavallo di battaglia. Può tra l’altro esibire (e lo sta facendo) una casistica sterminata di avvisi di garanzia culminati, anni dopo, in assoluzioni e proscioglimenti, a cominciare dal padre di tutti gli avvisi, quello del ‘94 “a mezzo stampa” mentre presiedava un summit mondiale sulla criminalità a Napoli.
Eppure qui il terreno è più minato. Non per il processo Mills in sé: al di là del merito delle accuse, Berlusconi ne è comunque fuori per il lodo Alfano, e poi verrà la prescrizione. Il rischio è che, nei suoi attacchi alla magistratura, in quello stato d’animo che stamani, all’assemblea della Confindustria, lui stesso ha definito “esacerbato”, il premier esageri. E finisca per scontrarsi non il Quirinale e con gli stessi alleati di governo, a cominciare da Gianfranco Fini e Umberto Bossi.
Perché se è vero che gli italiani non giudicano i politici in base alla loro vita privata (a meno che vengano pescati a rubare), è altrettanto vero che detestano come pochi le polemiche e le risse.
Per chi l’avesse dimenticato, polemiche e risse determinarono il crollo del governo Prodi e sono tuttora la causa principale del brusco calo di consensi del Pd.
Da qui i fortissimi inviti a Berlusconi, dallo staff e dagli alleati, a rinviare a dopo il 7 giugno il discorso che intende fare alle Camere sulla sentenza Mills. In teoria, riferire al Parlamento sarebbe per il capo del governo una sorta di dovere. Quante volte l’opposizione lo ha accusato di non presentarsi alle Camere? Oggi però il Cavaliere è il solo a volerlo: l’opposizione teme l’effetto boomerang, la maggioranza teme, appunto, le polemiche e i pasticci istituzionali.
Non dimentichiamo infine che assieme alle Europee c’è il primo turno delle amministrative, dove il centrodestra potrebbe strappare alla sinistra soprattutto molte province del Nord. Che significano non solo voti, ma anche potere locale nelle aziende pubbliche e nelle banche. Pdl e Lega si presentano sufficientemente compatti, a differenza del Pd.
Conclusione: la vittoria potrà essere considerata un merito quasi esclusivo di Berlusconi. Eppure solo lui può mettere a repentaglio le dimensioni del successo.