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Dal G8 di Genova a quello dell’Aquila sono trascorsi 8 anni (il 20 luglio è l’anniversario di quello in Liguria), ma per no global e forze dell’ordine sembrano trascorsi decenni.
I primi, colpiti da indagini e arresti, numericamente non sono più quella marea nera che incendiò Genova (nonostante gli episodi di guerriglia di questi giorni e in attesa della manifestazione nazionale anti G8 dell’Aquila del 10 luglio); le seconde hanno imparato a rispondere in modo chirurgico dopo gli errori e le violenze del passato (vedere il riquadro a pagina 26). Panorama ha ricostruito la nuova mappa degli antagonisti.
Cattivi maestri
A Genova la guerriglia era guidata dagli anarcoinsurrezionalisti del Nord Europa, i black bloc originali. A Roma, Vicenza e Torino, per citare alcuni degli ultimi scontri, gli stranieri erano meno e male organizzati (sono stati fermati, tra gli altri, spagnoli, svedesi, francesi, argentini e polacchi). Dalle piazze sono sparite eterodiretti da vecchi arnesi dell’Autonomia.
Il confronto fra i Black bloc a Genova nel 2001 e i manifestanti di Torino. pure le tifoserie, anch’esse protagoniste negli scontri del 2001 e da due anni sempre meno impegnate politicamente. Adesso il testimone della protesta violenta è passato agli studenti universitari dell’Onda, eterodiretti da vecchie conoscenze dell’Autonomia e della disobbedienza veneta. Nella capitale Panorama, il 7 luglio, ha ascoltato l’arringa nell’Università La Sapienza di Paolo, capelli brizzolati, 45 anni, leader dei Blocchi precari metropolitani (i Bpm, presenti anche a Vicenza negli scontri): annunciava violazioni di zone rosse, in un clima già surriscaldato (davanti al rettorato ragazzi di due diversi centri sociali sono venuti alle mani). Gli studenti romani sono stati blanditi, dopo il fermo di 36 di loro e 10 arresti, anche dai rappresentanti dei Sindacati di base, decisamente agée per la platea.
A Vicenza e Torino a guidare gli studenti sono stati invece personaggi come Max Gallob, 36 anni, uno dei leader dei Disobbedienti del Nord-Est, arrestato lunedì 6 per gli incidenti del maggio torinese. Gli attivisti più radicali (anarchici e marxisti) sono 150 a Milano, altrettanti a Torino, un centinaio a Roma e nel Nord-Est, da Vicenza a Trieste, 50 a Genova.
Guerra telegenica
Nel capoluogo ligure il numero dei violenti che parteciparono agli scontri era di gran lunga superiore a quello dei giovani che scendono in piazza oggi. Un rapporto di 1 a 10 (circa 3 mila a Genova, non più di 300 a Torino). Allora i black bloc fecero impazzire le forze dell’ordine con attacchi mordi e fuggi e le tute bianche di Luca Casarini provarono a sfondare la zona rossa con caschi, scudi di plexiglas e protezioni. Oggi bianchi e neri (forse per esigenze numeriche) non sono distinguibili nei cortei, anche perché i veri black bloc stanno disertando le piazze. I Disobbedienti (o No logo), invece, non abdicano e insieme con gli studenti dell’Onda hanno sviluppato con tocco scenografico il loro wargame, come hanno dimostrato a Torino e Vicenza: gli scudi hanno immagini di Barack Obama, gli striscioni sono stati rinforzati e dotati di feritoie all’altezza degli occhi. Cercano il confronto con le divise (oltre alle telecamere) e studiano fino a dove possono spingersi. Le armi sono fumogeni ed estintori, ma le forze di polizia hanno sequestrato anche centinaia di biglie di metallo (per le fionde), mazzette, pietre e bottiglie. Le tute bianche sono state sostituite da giacche a vento nere in serie (deve esserci un merchandising anche per quelle).
Negli zaini maschere antigas, limoni, acqua e un farmaco per lenire il fastidio causato dai lacrimogeni. Rispetto al passato sono sempre più numerose le ragazze impegnate in prima linea. Per esempio Cecilia, la ventitreenne arrestata per gli scontri di Torino e fotografata mentre assalta senza timore la polizia.
Rivoluzionario di professione
I giovani antagonisti al posto della generica lotta alla globalizzazione oggi preferiscono concentrarsi su battaglie più concrete: la scuola, la repressione e le carceri, l’antifascismo, gli immigrati e il pacchetto sicurezza. Fioriscono le campagne sociali sul territorio (contro l’alta velocità o la base militare di Vicenza). A Milano sta fermentando la protesta contro l’Expo e la “cementificazione “. Le azioni diffuse (magari contemporaneamente in più città ) hanno sostituito le manifestazioni oceaniche. L’ideologia prevalente di chi scende in piazza è quella legata all’autonomia di classe e alla “disobbedienza” e al rispetto delle sole regole condivise. Idee che animano il movimento studentesco dell’Onda e i Cua (Collettivi universitari autonomi).
I luoghi di ritrovo sono facoltà e centri sociali come l’Askatasuna nel capoluogo piemontese, il Crash di Bologna, il Pedro di Padova, il Vittoria di Milano, l’Insurgencia di Napoli, l’Esc, l’Horus e l’Acrobax di Roma, i centri della riviera adriatica. Questo arcipelago ha trasformato la disobbedienza e la lotta in un marchio, come dimostra lo Sherwood festival, kermesse padovana dove suonano gruppi di richiamo come i Subsonica o gli Afterhours (che si sono esibiti a Sanremo) e gli stand da festa dell’Unità sono stati sostituiti dalle insegne “lounge bar” con luci soffuse. Sugli scaffali si trova in vendita persino “il caffè del rebelde”, che trasforma in affare i legami con il Chiapas messicano. Intorno ai centri sociali del Nord-Est sono cresciute realtà cooperative come Città invisibile o Caracol. Presidente di quest’ultimo è uno dei fondatori del Pedro.
Molti dei centri sociali in auge nel 2001 si sono trasformati in “concertifici”, dall’Officina 99 di Napoli al Leoncavallo di Milano. Però non tutte le realtà sono sedotte dal business. Alcune prediligono la militanza dura, come il Gramigna di Padova, la Fucina o la Panetteria Okkupata di Milano. Diversi estremisti del Partito comunista politico militare (la sigla eversiva attiva sull’asse Torino-Milano-Padova) condannati a giugno per terrorismo cercavano di fare proselitismo in questi centri. A Roma la situazione è più compartimentata: l’eversione è meno movimentista e preferisce operare nell’ombra, in stile vecchie br. Come ha confermato l’arresto di giugno del presunto terrorista Luigi Fallico insieme con altri quattro. Insomma, disarticolato il Pcpm, per gli esperti non c’è un rischio serio di saldatura tra piazza e lotta armata.
Anarcoinsurrezionalisti
I grandi assenti nelle ultime proteste di piazza sono stati gli anarcoinsurrezionalisti.
Dal 2001 i loro rapporti con la galassia marxista-leninista sono peggiorati e a Bologna i due gruppi si sono scambiati persino raid squadristici. Inoltre le tute nere doc sono state colpite da arresti e denunce in tutta Italia, anche se la struttura informale e fluida dell’organizzazione ha scongiurato le retate (riuscita solo nel caso delle Cellule di offensiva rivoluzionaria pisane). Per questo si sono quasi inabissati e la loro area resta la più imperscrutabile. Ora gli investigatori per il G8 temono nuove campagne (legate soprattutto ai temi della sicurezza, dalle ronde ai centri di permanenza) e l’invio di pacchi bomba come a Genova. Ultimi veri attentati riconducibili agli anarcoinsurrezionalisti sono i tre ordigni esplosi a Torino nel marzo 2007. Da tempo sono sotto osservazione alcuni centri di documentazione, in particolare nelle loro capitali, Bologna (Fuoriluogo) e Torino (Porfido).
In Lombardia la situazione è in movimento, visto che sta crescendo una nuova rete intorno a Radio Cane e alla rivista Nonostante Milano. Se Roma è una realtà meno organizzata, attrae anarchici di altre città , da Viterbo a Lecce, a Teramo. A Genova l’Inmensa (intorno a cui si raccolse la protesta più dura del G8) ha chiuso ed è stato soppiantata da un paio di centri di documentazione: il Gagarin (ex Borgo rosso: uno degli animatori è stato arrestato recentemente con l’accusa di terrorismo), d’impronta marxista-leninista, e il Doppio fondo, di matrice anarchica. Neppure i genovesi sembravano intenzionati a trasferirsi in massa all’Aquila per il 10 luglio. Preferiscono agire in città , perché dal 2001 sono passati 8 anni ma sembra un secolo.
- Venerdì 10 Luglio 2009

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