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Il “Taglialeggi” Calderoli ora sforbicia 50mila poltrone

Roberto Calderoli è raggiante

Semplificare l’assetto istituzionale e, tagliando enti e poltrone, risparmiare. Passato presoché sotto silenzio, il primo colpo di scure alla pubblica amministrazione in stile Bisanzio lo ha assestato il Consiglio dei ministri di giovedì 19. Con il via libera al codice delle Autonomie, preparato dal ministro per la Semplificazione (alias “Minsitro Taglialeggi”) Roberto Calderoli, si falciano 50mila poltrone e si risparmiano un bel po’ di quattrini: “diversi miliardi”, gongolava il ministro leghista. Il provvedimento taglia-burocrazia, che ora dovrà affrontare l’iter parlamentare, stabilisce chi fa cosa nei diversi livelli di governo ma soprattutto razionalizza le autonomie locali. Continua

Non soldi ma opere di bene: in Toscana in arrivo le multe socialmente utili

Un vigile in azione
Aiutare gli anziani, rifare i letti negli ospedali, assistere i disabili, spazzare i giardini pubblici.
Se non volgiono mettere mano al portafoglio ecco (alcuni) dei lavori che i cittadini toscani potranno scegliere di fare invece di pagare una multa per divieto di sosta o per un passaggio in una zona a traffico limitato.
Questo prevede una proposta di legge regionale che il vicepresidente della Regione Toscana (con deleghe in materia di direzione organizzativa degli uffici regionali, sistemi informativi, infrastrutture e reti tecnologiche), l’ex margheritino Federico Gelli, porterà in giunta tra due settimane. La proposta di legge prevede appunto di dare la possibilità, a chi ha commesso illeciti amministrativi, di non pagare neppure e saldare la sanzione facendo un lavoro socialmente utile: un’ora di lavoro ogni 20 euro di sanzione.
“Sarà il trasgressore a decidere se pagare o lavorare” spiega Gelli. “E se opterà per il lavoro saranno calcolate le ore in base alla multa e l’eventuale occupazione socialmente utile”.
La norma contro il degrado e per la sicurezza urbana è composta da sedici articoli ai quali hanno lavorato esperti e polizie municipali. Una legge che ha già avuto l’assenso del presidente dell’Anci Toscana, Alessandro Cosimi.
Si chiama ”lavoro volontario d’interesse pubblico”, ha scritto il quotidiano La Nazione, ricordando che secondo la nuova legge regionale sul ”degrado urbano” si potrà sostituire la pena pecuniaria nei ”comportamenti d’illecito amministrativo”. Che sono tanti: come lasciar vagare animali (soprattutto cani di grossa taglia) in modo incontrollato, far cadere oggetti dalla finestra di casa, accendere fuochi, camminare su tetti e cornicioni o sulle spallette dei fiumi.
Inoltre la legge, se approvata dalla giunta dovrà poi passare dal Consiglio regionale, conterebbe anche una risposta alternativa alle ronde: “L’idea” dice Gelli “è quella di organizzare conferenze di quartiere sulla sicurezza alle quali partecipino anche i cittadini e la nascita di comitati decentrati capaci di discutere i problemi e fornire alle polizie giuste informazioni”.

Dai Comuni italiani un’apetura di credito al federalismo fiscale

Assemblea dell' Anci

Sorpresa: ai comuni italiani il federalismo fiscale recentemente varato dal governo non pare poi così male. Almeno è quanto emerso dalla prima giornata dell’Assemblea annuale dell’Anci che si è aperta ieri a Trieste.

Nel discorso di apertura, davanti all’assemblea il leader dei Comuni, il sindaco di Firenze Leonardo Domenici, ha dato atto al governo di aver migliorato il testo sul federalismo fiscale: “Il testo ora risulta sufficientemente accettabile, considerato che si tratta di una delega che contiene principi e criteri”. Per il presidente Anci “la parte sulla
governance è innovativa ed apprezzabile con la previsione prima della Commissione paritetica, poi con l’istituzione della Conferenza per il coordinamento della finanza pubblica. I principi indicati sono tutti condivisibili nella loro intrinseca genericità e soprattutto meritevole di apprezzamento la centralità posta all’obiettivo del graduale superamento della spesa storica”.
Dopo il taglio del nastro del presidente dell’Anci, Leonardo Domenici, del ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto e del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, sono stati affrontati i temi d’attualità del federalismo fiscale e del rapporto tra enti locali e Stato. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel videomessaggio proiettato in apertura di assemblea, ha sottolineato l’importanza di un federalismo attuato nel confronto diretto con le autonomie: “In un momento in cui si apre a questo proposito il dibattito parlamentare sulla traduzione in termini legislativi dell’articolo 119 della Costituzione auspico vivamente che si persegua il più corretto e aperto confronto nell’attento ascolto della voce e delle esigenze e delle proposte del sistema delle autonomie. Un sistema che esige di essere rafforzato attraverso una decisa semplificazione dell’assetto istituzionale”. Quindi Napolitano ha speso parole per valorizzare il ruolo dei comuni: “Guardo ai comuni come preziose istituzioni di base del nostro sistema democratico”.
Fitto si è detto non convinto dell’idea di una commissione Bicamerale sul federalismo fiscale proposta dal Pd: “Ho il sospetto che vogliano rallentare il percorso più che entrare nel merito”. Mentre il sindaco di Roma ha fatto eco al Capo dello Stato a proposito del ruolo di valorizzazione dei comuni italiani. Rivendichiamo un maggiore protagonismo dei comuni sul federalismo fiscale”. I comuni, per il sindaco capitolino, “sono il luogo dove avvengono le scelte finanziarie più gravi e a cui va data una risposta”. Un concetto, quello coinvolgimento dei comuni, ribadito anche dal padrone di casa, Domenici. “La richiesta che spero uscirà da questa assemblea è quella di coinvolgere tutte le autonomie locali nell’iter parlamentare del provvedimento perché il federalismo contenga contemporaneamente più responsabilità e più autonomia”.
Quindi il presidente dell’Anci, Domenici, è tornato a chiedere un incontro al governo: “Dopo la posizione Ue di rendere più flessibile il patto di stabilità per gli stati non vedo perché questo patto dovrebbe risultare così pesante per i comuni e le autonomie locali”.
“Le forme di entrata individuate per finanziare la spesa comunale sono ampiamente diversificate: compartecipazioni a tributi erariali e regionali, addizionali, tributi propri e poi i finanziamenti perequativi. A questi si aggiungono i tributi di scopo oltre a forme di autonomia più ampia per le città metropolitane. Sulla natura dei tributi propri il problema è stato rinviato ai decreti legislativi, fermo restando il principio della possibilità di prevedere nuovi tributi in sostituzione di quelli esistenti”.

Detto ciò, Domenici ha ribadito che l’Anci “vigilerà nei prossimi mesi sugli interventi sulla finanza comunale, perché non accetteremo di arrivare stremati al traguardo, né ci faremo distrarre dai miraggi del federalismo, mentre l’unico tributo tendenzialmente federale viene menomato e sostituito non da nuova autonomia, ma da trasferimenti erariali che allo stesso tempo vengono costantemente tagliati”. Dal punto di vista economico “i comuni” ha aggiunto Domenici “vivono una situazione drammatica e paradossale. Abbiamo comuni con fondi in cassa e non possono spenderli e abbiamo enti sui quali continuano ad abbattersi tagli e penalizzazioni”.
E la crisi non aiuta certo né i comuni né i cittadini. Per questo il presidente Anci ha sottolineato l’importanza di non “ridurre il fondo per le politiche sociali”.

Federalismo fiscale al via. Tremonti: “Riforma storica”

berlusconi, Letta e Bossi

Per il ministro Tremonti (Economia) è una “Riforma storica”. Il ministro Bossi (Riforme) si dice “Soddisfatto, perché per il Sud il federalismo viene considerato una sfida e non più un qualcosa che possa danneggiarlo”. Il ministro “taglialeggi” Calderoli loda: “Lo straordinario consenso raccolto ieri in conferenza unificata” con gli enti locali. Parole di esultanza da parte dei membri del governo per annunciare il via libera dal Consiglio dei ministri al ddl sul federalismo fiscale (qui il dossier: presentazione - principi - Art. 119 Costituzione).
Un percorso lungo, difficile, anche nelle ultime 24 ore: il governo ha incassato solo a tarda sera di giovedì 2 il disco verde dell’arcipelago delle autonomie locali. Un sì arrivato grazie alla mediazione del presidente dell’Anci, Leonardo Domenici, sindaco di Firenze. Che, nella riunione con il premier e i ministri Fitto (Affari regionali) e Calderoli ha ottenuto dal governo le garanzie sulle risorse richieste. Garanzie che arrivano sotto forma di assicurazioni per lo stanziamento di 585 milioni per il 2007 e 700 per il 2008 come integrazione dell’Ici rurale, 260 milioni come integrazione del rimborso sul mancato gettito dell’Ici sulla prima casa. Alle Regioni dovrebbero andare altri 434 milioni come parte del finanziamento per i ticket sanitari.

Un percorso lungo (”Che viene da molto lontano” ha detto Tremonti: “il primo atto sul federalismo fiscale c’è stato durante il primo governo Berlusconi, nel famoso libro bianco”) e non ancora concluso: il provvedimento, approvato in via preliminare già lo scorso 11 settembre, può avviarsi ora a varcare ufficialmente le aule parlamentari. E, come annunciato da Bossi, iniziare il suo cammino dall’Aula del Senato. Anche perché, come tiene a precisare il ministro Tremonti, il ddl delega al Governo sul federalismo fiscale è “una legge ordinaria, non costituzionale. Il governo ha varato anche un decreto legge per il riequilibrio economico di Regioni e enti locali, con uno stanziamento di risorse pari a 1,31 miliardi di euro.
Insomma, il cdm ha dato via libera al “pilastro” della riforma fortemente voluta dalla Lega che assicura autonomia di entrata e di spesa a Comuni, province, città metropolitane e regioni, rispettando, al contempo, i principi di solidarietà e coesione sociale previsti dalla Costituzione. Si tratta infatti di una legge delega di sistema che richiede successivi decreti attuativi che il governo si impegna ad approvare entro 24 mesi.

I punti centrali della riforma sono contenuti nei decreti legislativi: autonomia e responsabilizzazione finanziaria di tutti i livelli di governo; attribuzione di risorse autonome a Regioni ed enti locali secondo i principi di territorialità, sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza; superare il criterio della spesa storica.
“Come prima cosa” ha chiarito Tremonti “dobbiamo creare una banca di dati comuni sui grandi aggregati di finanza pubblica coinvolgendo tutte le sedi tecniche che debbono mettere tali dati al servizio di questo progetto dal ministero delle finanze, alla Corte dei Conti, all’Istat“. “Deve essere una banca con dati aggregati e consolidati” ha aggiunto Tremonti “e i dati devono essere condivisi dal punto di vista politico, senza distinzioni tra i numeri del governo o dell’opposizione, del nord, del centro o del sud. Poi verrà il momento delle scelte politiche”.

Nello specifico, il ddl prevede che ai comuni siano trasferiti parte dell’Irpef, tributi propri e parte del fondo perequativo. Sparisce così la contestata imposta sugli immobili che aveva fatto parlare di una reintroduzione dell’Ici. “Rispetto ai comuni”, ha risposto Calderoli ai cronisti che gli chiedevao come saranno finanziati i comuni, “il ddl prevede l’attribuzione di parte dell’Irpef, tributi propri e parte del fondo perequativo”. Circa l’introduzione di norme che anticipano l’attribuzione di tributi propri per Roma Capitale, Calderoli ha detto che “il testo che è stato approvato è quello; il governo è stato autorizzato alla presentazione di un emendamento su ‘Roma Capitale’ che sarà presentato in Parlamento e che anticipa, dal punto di vista ordinamentale e fiscale, quanto previsto anche per le altre province. Ci sarebbe stato un blocco dal punto di vista fiscale per quel che riguarda la Capitale”. Di fatto, Roma si trasforma da un normale comune in un ente territoriale, denominato, ‘Roma Capitale‘ ”con speciale autonomia statutaria, amministrativa e finanziaria, al fine di svolgere le funzioni di Capitale della repubblica Italiana e di sede di rappresentanza diplomatica di Stati esteri”.
Nel ddl non c’è un riferimento a una regione o a più regioni per quanto riguarda l’individuazione dei costi standard e dell’efficienza amministrativa. Un punto ben spiegato da Calderoli nella conferenza stampa: “Non c’è nessun riferimento nel testo rispetto ai costi standard né alla Lombardia, né ad altre regioni. I decreti attuativi definiranno i costi standard ma non ci sarà un riferimento a una regione o a un’altra ma al livello di efficienza e adeguatezza, e efficienza ed adeguatezza non hanno un riferimento geografico”.
Tra i punti qualificanti del provvedimento la correlazione tra prelievo fiscale e benefici; l’istituzione di tributi regionali e locali; la facoltà per le Regioni di far compartecipare gli enti locali al gettito dei tributi; premi ai comportamenti virtuosi ed efficienti; garanzia del mantenimento di un adeguato livello di flessibilità fiscale tendenzialmente uniforme sul territorio nazionale; riduzione della imposizione fiscale statale in misura adeguata alla più ampia autonomia di entrata delle Regioni; territorialità dell’imposta; tendenziale corrispondenza tra autonomia impositiva e di gestione.
Il meccanismo della legge sarà realizzato e verificato da una Commissione paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale e da una Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica. Per le Regioni è previsto che “dispongano di tributi e di compartecipazioni erariali in grado di finanziare le spese” delle loro competenze; della potestà di modificare le aliquote dei tributi.
A evitare diseguaglianze sarà il Fondo perequativo a favore delle Regioni con minore capacità fiscale per abitante. Per gli enti locali la legge individua i tributi propri di Comuni e Province e stabilisce che gli introiti deriveranno dalla compartecipazione all’Irpef, da tributi propri e da un fondo perequativo. Le Regioni possono istituire nuovi tributi comunali e provinciali di cui i beneficiari possono aumentare le aliquote.
Gli enti locali, infine, hanno piena autonomia per fissare le tariffe per prestazioni o servizi. Sempre le regioni devono istituire due fondi a favore di comuni e province per concorrere al finanziamento delle funzioni trasferite. Il finanziamento delle città metropolitane avviene anche con tributi specifici e quello di ‘Roma Capitale’ con specifici stanziamenti i quote aggiuntive di tributi erariali.

La sicurezza di Maroni: 5 punti, un commissario per i rom e impianto bipartisan

La polizia controlla un campo nomadi in Via Salaria, a Roma | Ansa
Roberto Maroni preme l’acceleratore e a Palazzo Chigi convoca per martedì alle 16.00 il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, quello della Difesa Ignazio La Russa, il titolare degli Esteri, Franco Frattini, e quello delle Politiche comunitarie Andrea Ronchi, spiega Maroni.
Obiettivo: il pacchetto sicurezza, che dovrebbe essere composto da cinque punti. “Il primo” ha spiegato lo stesso ministro “sarà il contrasto all’immigrazione clandestina; poi ci sarà la gestione dei rapporti con i paesi comunitari, Romania in testa, sulla base della direttiva Ue che prevede rimpatri dei cittadini comunitari che non hanno reddito o delinquono; il terzo punto riguarda la definizione del ruolo delle comunità locali nella prevenzione e contrasto della criminalità; ci saranno quindi le sanzioni penali, con l’individuazione di nuovi reati; infine ci saranno norme per la lotta alla criminalità organizzata”.
Insomma, dopo una settimana di intenso lavoro, il responsabile dell’Interno dovrebbe essere pronto a far varare il disegno legge dal Consiglio dei ministri che si terrà mercoledì 21 a Napoli.
L’intenzione di Maroni è di mettere “sul tavolo le idee, ascoltando anche le critiche come quelle di oggi di Beppe Pisanu, e poi nei giorni successivi mi occuperò di fare una sintesi e un testo da sottoporre al presidente del Consiglio, in modo che, avendo il decreto carattere d’urgenza, mercoledì a Napoli andrà direttamente all’approvazione”.

Il titolare del Viminale annuncia che dopo i ministri ascolterà “i sindacati e Confindustria, poi i magistrati e i penalisti, la Caritas e le altre associazioni che si occupano di immigrazione” per poi arrivare a una proposta “entro venerdì”. Tra gli altri, spiega Maroni, sentirà anche il presidente di Confindustria Sicilia Ivanhoe Lo Bello, perchè la sicurezza “non riguarda solo l’immigrazione, ma anche la criminalità organizzata”.

“Sono convinto che il mondo delle autonomie, i Comuni e i sindaci, siano fondamentali per contrastare ogni forma di illegalità legata al territorio”, ha affermato Maroni spiegando che “quella dei patti per la sicurezza” è “la strada giusta”. “Questi patti” ha spiegato il titolare del Viminale “sono però rimasti solo sulla carta. Noi vogliamo invece realizzare questa stretta collaborazione con Roma e le altre città, per garantire un più alto livello di sicurezza ai cittadini”.
Per esempio, “con Milano” ha detto il ministro al termine dell’incontro con il sindaco Letizia Moratti “è stato stipulato un patto per la ‘Città sicura’ che prevede molte norme. Al punto numero due c’è quella che riguarda i campi nomadi e che prevede il conferimento di poteri straordinari ad un commissario”. Maroni ha sottolineato che l’incarico verrà dato al prefetto di Milano. “Entro un paio di giorni” ha detto “firmerò il decreto per l’emergenza rom dando i poteri al prefetto”.
Quindi, dopo Milano e Roma, toccherà alle altre città metropolitane: giovedì mattina il ministro vedrà il presidente dell’Anci e sindaco di Firenze, Leonardo Domenici. Per venerdì la bozza sarà pronta e mercoledì della settimana prossima sarà portata in Consiglio dei ministri a Napoli per l’approvazione.
Maroni ha spiegato anche che sul tema sicurezza intende anche sentire Marco Minniti: “Il ministro ombra l’ho già sentito nei giorni scorsi, con Minniti abbiamo avuto uno scambio di opinioni. Ma lo risentirò senz’altro anche perché voglio sentire il suo parere sul provvedimento che stiamo studiando”. Il ministro dell’Interno ha precisato di non considerare il suo omologo come un antagonista, ma come “una persona che ha interesse come me a fare le cose giuste per il paese, magari da una prospettiva diversa dalla mia. Da lui mi aspetto critiche ma anche contributi”.

Multe 2007 choc: la politica economica dei Comuni passa grazie al rosso

La polizia municipale registra i dati della patente di un automobilista multato
Un miliardo e mezzo di euro. Tremila miliardi delle vecchie lire. Diciamo una buona fetta di manovra finanziaria. È quanto se ne andrà dalle tasche degli italiani a causa delle multe. Certo, se fossimo più attenti ai semafori rossi, ai limiti di velocità e ai divieti di sosta, pagheremmo di meno. Ma non tanto. Infatti, le multe sono diventate parte della politica economica dei comuni. Che si trovano quasi costretti a fare cassa alle spalle degli sventurati automobilisti che passano per il loro paese.

Ammette “la colpa” Secondo Amalfitano, coordinatore nazionale dei piccoli comuni dell’Anci, che a Panorama.it spiega: “È vero. I comuni adottano la tecnica delle multe. Ma lo fanno per sopravvivere”. Amalfitano ne spiega le motivazioni: “Da alcuni anni ormai si sta manomettendo l’assetto secolare dei comuni con provvedimenti isolati e senza visione complessiva costringendo al taglio i bilanci. Questo stravolge gli enti locali. E per i piccoli comuni la cosa è ancora più grave”.

Sta di fatto che la somma totale derivante dalle multe è cresciuta di oltre il 50% negli ultimi cinque anni. E poi c’è una delle questioni fondamentali. La legge sulla sicurezza stradale prevede che i soldi incassati dalle multe siano investiti in sicurezza stradale. Cosa che puntualmente non avviene, perché ci sono da ripianare i bilanci locali. Ancora il coordinatore dei piccoli comuni dell’Anci cerca di capire le motivazioni: “Chiudere una buca per un comune diventa problematico e difficoltoso con i bilanci attuali”.

In numeri assoluti, ovviamente, Roma e Milano la fanno da padroni per numero di multe. Ma in termini relativi sono proprio i piccoli comuni ad essere le sanguisughe degli automobilisti. Il primato del rapporto tra gli introiti da contravvenzioni e il numero di abitanti spetta a Santa Luce: 1.600 anime in provincia di Pisa per un incasso di 1,7 milioni di euro grazie alle contravvenzioni nel 2005. Ovvero 1.100 euro ad abitante. Quando la media nazionale è di 35 euro l’anno.

Amalfitano prova a spiegare: “Un taglio ad un piccolo comune è gravissimo. Di qui la necessità della fantasia italica di aggrapparsi a quello che c’è in giro: le multe in primis“. Non è la solita faccenda dei costi della politica, è questione di sopravvivenza”.

La Finanziaria prima dà e poi prende: tagli Ici annullati dagli estimi

Case a Napoli

di Daniele Martini

Con una mano do e con l’altra riprendo, possibilmente con gli interessi. Si ispira a questo elementare criterio di condotta la politica per la casa del governo di Romano Prodi. Mercoledì 7 novembre al Senato era il momento dell’elargizione: la maggioranza ha votato l’articolo della Legge finanziaria con cui viene ridotta l’Ici, l’imposta comunale sugli immobili, provvedimento voluto con tenacia dal vicepremier Francesco Rutelli e visto fino all’ultimo come il fumo negli occhi dall’associazione dei comuni (Anci).
La detrazione sulla prima casa è stata in pratica raddoppiata, tanto che al momento del pagamento Ici 2008 i proprietari potranno usufruire di uno sgravio fino a un massimo di 200 euro (finora erano 103). Non è roba da poco né per i contribuenti né per i comuni, che proprio con l’incasso dell’imposta sugli immobili (10 miliardi di euro l’anno in totale) tengono in piedi i loro bilanci. E non è un’inezia nemmeno per lo Stato centrale, che in un momento di ristrettezze finanziarie si impegna a coprire direttamente i minori gettiti locali attraverso la fiscalità generale.
A ben vedere, in mezzo a tanto miele, la maggioranza ha voluto inserire una punta di veleno escludendo dal beneficio delle detrazioni le abitazioni di lusso, operazione per certi versi ragionevole, ma finendo per considerare lussuose anche le case classificate A1 che spesso sono solo di tipo signorile, e ignorando un decreto legge specifico per la corretta individuazione delle dimore super.
Chiusa la votazione Ici, però, il governo ha immediatamente abbandonato la linea della prodigalità per tornare sulla strada consueta della spremitura, che per quanto riguarda gli immobili si basa su tre punti. Primo: la revisione degli estimi catastali affidata ai comuni, operazione che secondo un accurato studio della Confedilizia sulle scelte di 105 capoluoghi di provincia è il presupposto di una futura stangata. Secondo: la possibilità che grazie a questa revisione il catasto italiano sia radicalmente trasformato da reddituale in patrimoniale. E infine la mancata incentivazione fiscale a favore del sistema degli affitti.
L’operazione catasto del governo sta passando alla fase finale, ma procede come uno schiacciasassi da mesi con la maggioranza tutta intenta a camuffarne i contenuti sostenendo che avverrà a parità di gettito, cioè senza un aggravio per i contribuenti. Una buona intenzione che cozza con la natura stessa della manovra imperniata sul trasferimento del potere di imposizione dal centro a una miriade di soggetti periferici. L’idea di fondo è proprio quella di passare le funzioni catastali ai comuni lasciando che siano questi ultimi a scegliere in prima battuta se accettarle o meno e una volta ottenuta risposta affermativa concedendo agli enti locali una seconda possibilità di scelta sulla base di tre opzioni. Le prime due opzioni, A e B, consentono ai comuni di trattare le pratiche e collaborare con lo Stato, in particolare l’Agenzia del territorio, alla determinazione finale degli estimi; l’opzione C introduce, invece, uno sconvolgimento nel sistema in quanto sottrae totalmente allo Stato centrale la fissazione degli estimi per concederla agli enti locali.
Non è una differenza da poco perché in questo modo alle città viene lasciata carta bianca non solo per le aliquote, così come già oggi avviene sulla base di minimi e massimi imposti dallo Stato, ma anche per la determinazione della base imponibile. Il governo, in pratica, mentre da una parte abbassa l’Ici dall’altra spinge i comuni ad aumentarla. Le entrate di moltissime città dipendono in larga misura dagli immobili, in alcuni casi più del 50 per cento del gettito comunale complessivo proviene proprio da lì. È quindi ovvio che gli enti locali, pressati dalle ristrettezze e tentati dalla possibilità di migliorare i conti, alla fine cedano alla tentazione modellando l’imposta a loro uso e consumo, considerando l’Ici come un bancomat e infilandosi in un conflitto di interessi di proporzioni gigantesche.
Modello Ici (l'imposta comunale sugli immobili)
A rimetterci saranno, inevitabilmente, i proprietari di case. Su 105 comuni capoluogo interpellati dalla Confedilizia, 82 hanno scelto di assumere le funzioni catastali e più della metà, con una popolazione di circa 9,5 milioni di abitanti (il 72 per cento del totale), hanno puntato sull’opzione estrema e dal loro punto di vista favorevole. Tra questi Roma, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Cagliari, Verona.
Il trasferimento a livello locale della determinazione degli estimi, inoltre, conferisce ai comuni il potere costituzionalmente dubbio di poter incidere anche su tasse statali come quella di registro, di successione e sulle donazioni. Mentre tutto ciò avanza, procede inesorabile anche il tentativo di trasformare il catasto da reddituale a patrimoniale in base a un disegno di legge momentaneamente accantonato per dare la precedenza alla Finanziaria, ma che sarà ripreso al più presto.
Il terzo punto dell’approccio governativo alla casa riguarda gli affitti, praticamente dimenticati proprio nel momento in cui la crisi dei subprime americani, cioè dei mutui immobiliari concessi con manica larghissima a milioni di famiglie, allunga ombre inquietanti anche sui prestiti accordati in Italia, soprattutto quelli a tasso variabile. Negli Stati Uniti si calcola siano addirittura 5 milioni le famiglie costrette a rinunciare all’acquisto di un’abitazione per ripiegare sull’affitto; da noi i casi sono più limitati, secondo un rapporto Nomisma 300 mila famiglie sarebbero a rischio insolvenza, ma il fenomeno è del tutto simile.
Per il governo, però, è come se niente fosse successo. Dopo aver strologato per mesi sull’opportunità dell’introduzione di una cedolare secca sui redditi da locazione, cioè sugli incassi degli affitti, arrivata al dunque la maggioranza ha fatto cadere la proposta. La decisione è stata considerata così inopportuna dai rappresentanti dei proprietari di case che 24 organizzazioni del settore, dall’Unioncasa alla Confedilizia, dall’Associazione dei piccoli proprietari alla Federazione degli agenti immobiliari, spesso in polemica tra loro, questa volta hanno protestato con un comunicato comune fatto pubblicare come avviso a pagamento su molti quotidiani: “Perché ritorni l’affitto, con conseguente calmiere dei canoni” hanno scritto “deve ritornare la redditività dell’affitto, oggi azzerata dall’imposizione fiscale, locale ed erariale”.

Nel rogo di Livorno s’incendia lo scontro tra sindaci di sinistra e ministro della Solidarietà

Il ministro della Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero
Basta con la politica dello scaricabarile sulla testa di quattro piccoli rom morti, nella loro baracca di legno e lamiera, sotto un cavalcavia alla periferia di Livorno.
Basta: i sindaci (soprattutto quelli di centrosinistra) non ci stanno e alle accuse del ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, che ha fatto cadere sulle amministrazioni locali le responsabilità sull’emergenza dei campi nomadi, rispondono chiedendo “più legalità e più risorse per trovare soluzioni al problema”. Il ministro, in un’intervista a Repubblica, accusava Comuni e Regioni di considerare soldi gettati al vento quelli da destinare all’integrazione delle etnie nomadi, e ai partiti di centrodestra di alimentare la paura e l’intolleranza: “Occuparsi di nomadi e di immigrati non porta voti. Anzi, li fa perdere”. Quella di Livorno, aveva concluso Ferrero è “Una tragedia annunciata. Dall’incuria e dal razzismo”. Parole pesanti che hanno scatenato un vero uragano di proteste e di “non ci sto”. Tanto che il premier Romano Prodi ha dovuto interrompere la consegna del silenzio che si era imposto in queste vacanze e, partecipando a un incontro con l’associazione “Opera per la gioventù Giorgio La Pira“, alla fine è intervenuto: “È un problema politico di una complicazione terribile; dobbiamo studiare tutti gli aspetti politici e tecnici per trovare tutte le soluzioni possibili al problema”. Una dichiarazione di buoni propositi che non ha placato la rabbia di molti sindaci. Per esempio quella di Massimo Cacciari, primo cittadino di Venezia: “Il ministro Ferrero crede che sia semplice sistemare i campi nomadi e aiutare i più indigenti, siano nomadi o meno, con i fondi tagliati? Lo sa che mettere in piedi un campo è di un’estrema difficoltà? Se sa tutto questo parli, altrimenti è meglio che stia zitto”.
Insomma, mentre si chiudevano le indagini del pm di Livorno, Antonio Giaconi, che ha fatto arrestare i genitori dei quattro bimbi, con l’accusa di incendio colposo e abbandono di minore e incapace, il caso politico montava.
Per l’Anci ha parlato Leonardo Domenici, presidente nazionale e sindaco diessino di Firenze: “Nelle parole di Ferrero c’è il tentativo di usare la tattica dello scaricabarile. Il titolo V della Costituzione consegna nelle mani dello Stato ogni responsabilità in materia di immigrazione: la politica dell’accoglienza ha bisogno di linee guida e fondi che devono arrivare dall’esecutivo nazionale”. Il problema individuato dai primi cittadini è dunque il reperimento delle risorse. Già, perché senza risorse è difficile predisporre delle serie politiche per il problema relativo all’immigrazione e ai rom. Soldi che secondo Ferrero arriveranno ma che gli stessi enti devono essere capaci di trovare: “Sono completamente d’accordo con Domenici” ha detto il ministro, cercando di difendersi dagli attacchi dei sindaci “che serve cooperazione tra tutte le istituzioni, e sottolineo la necessità che vi siano le risorse necessarie. Ci sono tre milioni di euro per un progetto di integrazione dei nomadi in cinque città tra cui Napoli e Torino”.
Ma neanche questa marcia indietro è riuscita a fare scudo sul ministro di Prc. Che, secondo il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato: “Ignora che i problemi dell’integrazione non si risolvono con le parole e con gli attestati di buona volontà, ma con le risorse”. A Milano e nei dintorni, ha ricordato De Corato, vivono almeno 10 mila rom romeni e, dopo l’adesione della Romania all’Unione Europea, il capoluogo lombardo è esposto più di altri “al rischio di un’invasione. Ma dopo i pesanti tagli in Finanziaria dovremmo forse sottrarre risorse ai servizi per gli anziani, per i senza tetto o per l’infanzia per costruire nuovi campi nomadi?”. Per questo sollecita il governo a prendere l’iniziativa: da una parte garantendo l’efficacia degli accordi bilaterali con la Romania per trattenere i rom in patria (un impegno che, a Roma, ha dovuto risolvere personalmente Walter Veltroni), dall’altra stanziando nuovi fondi.
Anche il sindaco unionista di Livorno, Alessandro Cosimi, rimanda le accuse al mittente e mette il dito nella piaga dei fondi: “Mai abbiamo girato le spalle sulla questione della società condivisa. Ma questi problemi non si possono risolvere a livello locale”. La stessa posizione del forzista Osvaldo Napoli, vicepresidente Anci: “Venga Ferrero a spiegare ai cittadini perché è bello e utile e giusto trovarsi i campi nomadi sotto casa”.

Nomadi in un campo Rom
Alla dialettica tra governo e Comuni, si intreccia l’inevitabile scontro politico tra i due schieramenti. Le “riflessioni di Prodi non sono né di destra, né di sinistra, non dicono purtroppo nulla” secondo Marco Rizzo, Pdci. Mentre il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, ha indicato nel rispetto della legalità e nel pugno duro contro i campi abusivi la via maestra per affrontare il problema in modo meno episodico.
A chiudere una giornata di bufera e polemiche, le parole amare del ministro degli Interni, Giuliano Amato: “Siamo arrivati al ventunesimo secolo e finiamo per accettare che nel nostro Paese, purché lontani dagli occhi, quindi dal portafoglio e dal cuore, che persone vivano in condizioni inaccettabili”.

Il VIDEO servizio sul rogo:

Il VIDEO servizio sulle critiche delle Ue all’Italia

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Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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