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Andrea-Orlando

Il dopo Walter è un vicolo cieco. Quel che resta del Pd è da “resettare”

Walter Veltroni

Le dimissioni di Walter Veltroni dopo la disfatta elettorale in Sardegna possono essere interpretate in due modi: o come tentativo di bruciare sul tempo gli avversari interni, Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani su tutti, anticipando i tempi del congresso; oppure come una vera presa d’atto di un fallimento personale e politico. Cioè come il primo – e per molti indispensabile - passo verso una rifondazione ex novo del Partito democratico, della sinistra e dell’opposizone in generale.
Nel primo caso saremmo di fronte alla classica operazione di palazzo: un regolamento di conti interno ad una classe dirigente sempre più logora; una sorta di “crisi controllata”, ammesso che sia ancora possibile. Nel secondo caso Veltroni, abbandonando definitivamente la scena, provocherebbe l’azzeramento anche dei vertici a lui ostili, aprendo ad una dirigenza e ad una formula di partito tutti da inventare. Crisi al buio, insomma.

Di certo è che la decisione di confermare le dimissioni ha spiazzato la nomenklatura del Pd, che puntava e punta ad una soluzione di transito: commissariamento del segretario fino alle Europee di giugno, e poi sostituzione con il ticket Bersani-Bindi. Intendiamoci: nessuno, neppure nei dintorni di D’Alema, si illude che questa operazione possa rivelarsi vincente. Servirebbe però nelle intenzioni a trasmutare il Partito democratico in una riedizione dell’Ulivo, stringendo alleanze con l’estrema sinistra ed aprendo all’Udc, il tutto in attesa delle Politiche 2013. E magari sperando che da qui a quattro anni qualche volto nuovo, spendibile come leader, salti fuori. Soprattutto, nella mente di Bersani e D’Alema, la soluzione-ponte dovrebbe mettere in sicurezza il nocciolo duro degli ex Ds, dall’apparato al patrimonio.
Veltroni, sempre più convinto che ci sia una fronda cospicua che gli rema contro, sembra preferire giocarsi il tutto per tutto. O affrontare un congresso a viso aperto, oppure affondare assieme ai compagni-nemici.
Né la prima né la seconda ipotesi tengono però conto della realtà, che a sinistra si è messa a correre e rotolare molto più velocemente dei calcoli del quartier generale romano.
La periferia è in piena rivolta. Ventiquattrore prima della sconfitta in Sardegna, un segnale più piccolo ma altrettanto significativo era venuto da Firenze, dove il 34 enne Matteo Renzi, proveniente dalla Margherita, ha vinto le primarie per la candidatura a sindaco, scombinando il meccanismo ideato da Veltroni e assecondato da D’Alema. Renzi ha infatti battuto sonoramente i due avversari diessini, guarda caso un veltroniano (Lapo Pistelli) e un dalemiano (Michele Ventura). Eppure questo trentenne non è un absolute beginner: a 29 anni era stato eletto presidente della provincia.

Quanti Renzi ci sono in giro per l’Italia, desiderosi di mandare al diavolo i vertici del Pd e i loro diktat? Sicuramente molti più di quanto pensino i Veltroni e i D’Alema nel chiuso delle loro trame romane. Accanto a questa generazione ancora da scoprire, ci sono poi gli amministratori in carica che non ne possono più di ciò che si decide al vertice. Sergio Chiamparino e Mercedes Bresso a Torino, Massimo Cacciari a Venezia, lo stesso Sergio Cofferati a Bologna, in attesa di ritirarsi a vita privata.
Anche Renato Soru era partito con l’idea di dare dalla Sardegna l’assalto al vertice, sconfessando un’ala del partito, indicendo elezioni anticipate, sopportando a stento i big nazionali nella campagna elettorale. Ma soprattutto Soru aveva fatto capire le proprie ambizioni acquistando l’Unità, una iniziativa non propriamente imprenditoriale. La sua doveva essere assieme una ribellione e un takeover sul Pd. Ha fallito anche lui in entrambi i casi.
Altra variabile a rischio nell’orizzonte Democratico: finora la guerra ha visto protagonisti Veltroni e D’Alema, ma non bisogna dimenticare la sempre più marcata insofferenza di Francesco Rutelli e della sua pattuglia di moderati, compreso Enrico Letta. Una scissione della ex Margherita non è affatto da escludere, anche se c’è da chiedersi dove andrebbero questi transfughi. Probabilmente cercherebbero un’alleanza con l’Udc. Ma il cuore e i voti del partito di Pier Ferdinando Casini sono a destra; e infatti l’Udc vince solo quando è alleato con il Pdl.

La scissione resta tuttavia nell’ordine delle cose possibili; anzi probabili. La Margherita verso il centro; gli ex Ds e qualche cattolico di sinistra di nuovo assieme a ciò che resta di Rifondazione, dei Verdi, e alla Cgil. La certificazione del fallimento del Pd e la nascita di due minoranze, politiche e sociali.
Nel mezzo, tutto ciò che Veltroni ha fatto e disfatto dal discorso del Lingotto del giugno 2007 ad oggi. Una sconfitta elettorale prevedibile, e nessuno l’ha imputata all’ex segretario. Ma dopo l’alleanza con Antonio Di Pietro, il ritorno all’antiberlusconismo d’antan, gli appelli contro il “regime” e le piazze in difesa della Costituzione. I giri di valzer con la Cgil. Soprattutto il non aver proposto ricette credibili sulle due priorità degli italiani: l’economia e la sicurezza.
Il risultato è che l’Italia è in pratica l’unico paese occidentale privo di fatto di una opposizione; l’unico anche in cui – nel mezzo della burrasca economica – il governo continui ad aumentare i consensi. Mentre a sinistra, e perfino nel centrodestra, c’è chi riabilita Romano Prodi.

Come fallimento non è di pococonto, per chi aveva promesso una sinistra riformista e si era impegnato a rompere i ponti con il passato. Eppure Veltroni, con una lunga opposizione davanti, avrebbe avuto tutto il tempo di dedicarsi al suo progetto di due anni fa. Non che D’Alema sarebbe stato meglio di lui. E infatti il Pd riparte praticamente da zero.
Come un computer incapace di funzionare, deve essere completamente resettato. Con la perdita di tutti i dati.

Il VIDEO servizio:

Caos sardo nel Pd, Veltroni saluta: “Dimissioni confermate”

Walter Veltroni

Non ci ha ripensato: dimissioni confermate. Walter Veltroni saluta e se ne va.
Non sarà più lui il segretrario del Partito democratico (e la curiosità è che prima del sito del Pd, a dichiararlo ex è stata Wikipedia).
Sono passati 16 mesi dalla sua discesa in campo al Lingotto di Torino, quando rinunciò al suo buen retiro in Africa per dedicarsi a costruire un nuovo partito, sulle ceneri di Ds e Dl. Sedci mesi difficili, duri, in salita. Culminati nella rinuncia e essere (e fare) la sintesi delle divesre anime diessine e margheritine, cattoliche e laiche, della sua compagine.
Logorato dai contrasti interni, dalle spinte in avanti, dalle personalità forti (non sono pochi a vedere in questo “calvario” lo stesso percorso sofferente che fu di Romano Prodi), Veltroni ha detto basta: non sarà più lui il segretrario del Partito democratico. Ha detto addio davanti al coordinamento che è tornato a riunirsi nella sede di Sant’Andrea delle Fratte.

Il Pd nasce ufficialmente il 14 ottobre 2007: in tre milioni incoronano l’ex sindaco di Roma a segretario con il 75% dei voti. Nell’aprile 2008 il primo, impegnativo, banco di prova. E la prima sconfitta: le elezioni politiche, consegnano la vittoria a Silvio Berlusconi e al Pdl. Ed è lì che il leader comincia ad avvertire i primi scricchiolii interni: sono in molti a contestare quella che lui chiama la “vocazione maggioritaria”, cioè la strategia solitaria di andare soli al voto: non si allea con nessuno (tranne che con l’Idv di Antonio Pietro, altro errore che tanti gli rinfacciano), imbarca una pattuglia di radicali e mette nel cassetto l’alleanza con la sinistra radicale. Ma l’urna non premia il Pd.

Da lì, via alla débâcle: il Pd non riesce più a invertire la rotta, 5 sconfitte su 5 tornate elettorali. Nell’aprile 2008 le elezioni regionali e amministrative danno la vittoria al centrodestra. Sempre nell’aprile 2008 le elezioni regionali e amministrative danno la vittoria al centrodestra che strappa al centrosinistra la regione Friuli Venezia Giulia, la provincia di Foggia ed i comuni di Roma e Brescia (il centrosinistra strappa al centrodestra solo i comuni di Vicenza e Sondrio). Nel giugno 2008 il centrodestra fa cappotto alle provinciali siciliane (le province di Enna, Siracusa e Caltanissetta passano dal centrosinistra al centrodestra). Nel dicembre 2008 è la volta della regione Abruzzo. Infine ieri il risultato della Sardegna. Nel mezzo un solo momento per sorridere (davanti ai 2 milioni di elettori del Circo Massimo) e tante (troppe) polemiche sulle questioni etiche, sulle alleanze, sui temi (bio)etici.
Stamattina dalle colonne dell’Unità (”ironia” della sorte: il quotidiano è di Soru) arriva una durissima sentenza: “Il Pd ha toccato il fondo”. E allora, stop. Addio: “Dopo una discussione di diverse ore il segretario del Pd, Walter Veltroni, ha deciso di mantenere l’orientamento di questa mattina e di rassegnare le dimissioni da segretario nazionale del Partito democratico”, ha confermato il portavoce del partito Andrea Orlando leggendo una nota al termine della riunione del coordinamento. Orlando ha aggiunto che mercoledì il segretario spiegherà le motivazioni che lo hanno portato a questa scelta e che tocca ora al vicesegretario del partito Dario Franceschini gestire la delicatissima fase della transizione, di concero con gli organismi dirigenti, sulla base del regolamento statutario.

L’ipotesi di lasciare erar stata messa sul tavolo dal leader nella mattinata di martedì, al coordinamento del partito (presenti tra gli altri Pier Luigi Bersani, Enrico Letta, Rosy Bindi, Piero Fassino e i capigruppo di Camera e Senato Antonello Soro e Anna Finocchiaro) dedicato alla sconfitta elettorale del centrosinistra in Sardegna.
Veltroni avrebbe aperto la riunione spiegando che se il partito è da tempo dilaniato da divisioni e fibrillazioni interne è perché le critiche si concentrano sulla linea politica da lui scelta e sulla sua persona, dunque se “per molti sono un problema” avrebbe detto Veltroni “Mi assumo le responsabilità mie e non. Basta farsi del male, mi dimetto per salvare il progetto al quale ho sempre creduto. Io sono pronto ad andarmene per il bene del partito”. Dichiarazioni ribadite nella sessione pomeridiana del vertice, nonostante il no venuto dai vertici del partito.
Alle argomentazioni dell’ormai ex segretario tutti i membri del coordinamento avrebbero replicato spiegando l’inopportunità di lasciare il partito senza una guida durante una campagna elettorale ed appuntamenti decisivi. Ma, soprattutto, raccontano, tutti al coordinamento avrebbero fatto una assunzione corale di responsabilità. Il primo ad intervenire è stato Pierluigi Bersani (che qualche giorno fa aveva annunciato di voler sfidare Walter al congresso), che ha ribadito la sua lealtà al partito e al progetto, dicendosi pronto a proseguire su questa strada ed anche lui ha rifiutato l’idea che le responsabilità della situazione dipendano dal solo segretario. Poi, ecco le parole del capogruppo del Pd alla Camera Antonello Soro: “Rispetto la decisione di Veltroni che considero un atto di generosità verso il partito. Lui spiegherà le sue ragioni e il mio personale convincimento è che il Pd deve essere molto grato a Veltroni per la sua conduzione”.
Ora il Pd dovrà convocare in tempi rapidi la direzione nazionale, organismo politico del partito. Anche se le bocche restano cucite, le facce un po’ tese e le braccia allargate in segno di “Non dico nulla, non ho nulla da dire”.
Finita l’era del “Si può fare”, è tutto scrivere quello che faranno ora in Largo del Nazareno.

Il Pd trasloca e prende casa dai preti

Il collegio Nazareno dei padri scolopi, dal 2003 sede della Margherita, è diventato l’indirizzo operativo del partito di Walter Veltroni, e dopo le elezioni ne diverrà la sede principale, a scapito degli scomodi uffici diessini di via Nazionale e del minuscolo loft di Sant’Anastasia.
Lo rivela Panorama nel numero in edicola venerdì 29 febbraio. In questi giorni i rutelliani stanno ultimando il trasloco all’Ostiense, dove si è stabilito il comitato per Rutelli sindaco di Roma, e al Nazareno sono arrivati, con i relativi staff, i due veltroniani Goffredo Bettini e Andrea Orlando, capo dell’organizzazione del Pd.
Tutte le riunioni importanti del partito si svolgono nell’ex dormitorio, una sala con 250 posti a sedere. La sede, che porta ancora i simboli della Margherita, occupa il secondo e il terzo piano dell’edificio, mentre il primo è rimasto adibito a istituto scolastico.

Il Pd di Veltroni: le donne, gli amici, le correnti. Ma anche gli sconfitti


Tutte le donne del presidente. Anzi del segretario. Walter Veltroni ha nominato l’esecutivo del Partito Democratico. Si tratta di una squadra snella, giovane e soprattutto rosa: con 9 donne e 8 uomini. Alla faccia delle quote. A questa segreteria, composta di 17 persone, si aggiungono i due presidenti dei gruppi parlamentari (Anna Finocchiaro al Senato e quello della Camera ancora da nominare) e il vice segretario, Dario Franceschini.
Guardando con i vecchi schemi, quelli a cui Veltroni ha detto di non voler prestare attenzione, ci sono quelli vicini al leader come Goffredo Bettini e Giorgio Tonini, ci sono i diessini (da Andrea Orlando a Roberta Pinotti, da Rosa Villecco Calipari a Laura Pennacchi), ci sono i coraggiosi rutelliani (Ermete Realacci, Maria Paola Merloni e Roberto Della Seta), ci sono i popolari come Lapo Pistelli, il fioroniano Andrea Causin e la sindacalista della Cisl, Annamaria Parente. Ma ci sono pure quelli vicini a Rosy Bindi ed Enrico Letta che sono i due sconfitti del 14 ottobre (Maria Grazia Guida e Alessia Mosca). C’è poi il coupe de théatre alla Walter: lo sceneggiatore Vincenzo Cerami.
Oggi dovrebbero arrivare anche le nomine di Piero Fassino per l’ufficio delle relazioni internazionali del Pd e del giovane Vinicio Peluffo e Antonello Giacomelli come capi della segretaria politica, rispettivamente di Veltroni e Franceschini.
“Con la nomina dell’Esecutivo” ha detto Veltroni “inizia il cammino di una compagine di donne e uomini innovativa, fresca, aperta, autorevole che avrà il compito di interpretare al meglio la grande forza riformista che il Partito democratico vuole e deve rappresentare. Per la prima volta nella storia della politica italiana, le donne sono presenti in un organismo dirigente in numero superiore a quello degli uomini. Con questa decisione non solo rispettiamo quanto previsto da una innovativa norma del regolamento delle Primarie, che prevedeva la piena parità tra i generi nella Costituente e nelle liste, ma con una scelta particolarmente significativa diamo vita ad un esecutivo in cui la presenza femminile è maggiore di quella maschile”.
Uno dei membri più influenti della nuova segreteria, Ermete Realacci, spiega a Panorama.it: “Mi pare che Veltroni abbia rispettato in pieno le aspettative. È confermata la priorità sui temi ambientali, che sono in tutto il mondo il tracciante delle leadership che guardano al futuro. Vedo” ha chiosato Realacci “una squadra con alcuni elementi innovativi forti e molti uomini e donne che non avevano incarichi di rilievo nei rispettivi partiti”. Quindi il presidente della commissione Ambiente della Camera, lancia una rassicurazione ai vecchi apparati: “Lavoreremo concretamente assieme alla direzione che verrà nominata: nella quale ci saranno le personalità più note dei partiti d’origine”.
In senso orario, da in alto a sinistra: Anna Finocchiaro, Maria Paola Merloni, Alessia Mosca, Roberta Pinotti, Laura Pennacchi e Rosa Villecco Calipari.<br />
La segreteria non avrà ruoli ben precisi, almeno al momento. Un’ipotesi confermata da Realacci: “Non abbiamo incarichi di settore dentro l’esecutivo. E per quello che mi riguarda, ovviamente, continuerò ad occuparmi dei temi che ho sempre sviluppato: dall’ambiente, al patriottismo dolce fino alla soft economy”.

LEGGI ANCHE: I nomi dell’esecutivo

Il VIDEO del La7 con Crozza-Veltroni:

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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