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Toghe rosse all'inaugurazione dell'anno giudiziario - foto di repertorio (Ansa)
I provvedimenti presi dalla procura di Roma nell’inchiesta che ha coinvolto Fastweb e Telecom Sparkle, come la richiesta di commissariamento delle aziende e l’arresto dell’ex numero uno di Fastweb, Silvio Scaglia, sono finiti al centro delle critiche della stampa internazionale che ora punta il dito contro le anomalie del nostro sistema giudiziario, dove i crimini vengono puniti prima ancora che sia stato emesso un verdetto e dove i processi, non di rado, si svolgono sulle prime pagine dei giornali piuttosto che nelle aule dei tribunali. Continua
1) L’Italia al 156° posto nella classifica “Doing Business 2009” della Banca mondiale che stima l’efficienza del sistema giudiziario (da L’Opinione) Continua

Che, dopo i “fannulloni” e una “certa sinistra parassitaria”, nel mirino dell’attivissimo minsitro della P.A., Renato Brunetta ci fossero i magistrati era chiaro. E noto. Continua
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“Li vede quei fascicoli lì?” domanda il procuratore. Drizza l’indice verso una pila di cartellette gialle che giacciono sulle poltroncine per gli ospiti. “Sono tutte le nuove notizie di reato. In mezzo ci potrebbero essere cose importanti, indagini da avviare. Ma noi qui possiamo solo occuparci di udienze, arrestati e morti. Quando li dovrei studiare i nuovi casi? So quello che faccio, ma non quello che potrei fare”.
Il capo della procura di Ragusa, Carmelo Petralia, 57 anni, dà un’altra tirata al suo toscano. Si è insediato tre mesi fa, dopo una vita passata alla Direzione nazionale antimafia, dove si è occupato anche delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. A Ragusa ha trovato due sostituti invece che sei.
Il Csm, su indicazione del ministero della Giustizia, il 13 maggio ha cercato di ovviare: ha pubblicato un bando con l’elenco di 41 sedi disagiate che prevede incentivi economici ai magistrati pronti a trasferirsi. Sono arrivate 77 domande.
Però a Ragusa, probabilmente, non andrà nessuno. Come a Enna, Nicosia e Barcellona Pozzo di Gotto. Procure di frontiera in cui nessuno vuole amministrare la giustizia. E c’è chi ci tenta di scappare il prima possibile. Esito: fascicoli che si accumulano, indagini che non partono, processi compromessi.
La procura di Ragusa è, dopo quella di Modica, la più a sud d’Italia. Petralia dice di sentirsi solo e insoddisfatto: “Qui gli unici a non lamentarsi sono gli imputati. Alla fine il danno non ce l’ho io, ma la comunità , la sua aspettativa di giustizia”. Si passa una mano nella barba. “Ci hanno segnalato un caso grave: l’inquinamento di alcune falde acquifere. Dovrei aprire un’inchiesta. Ma a chi la delego?”. Un’altra boccata al toscano, un altro sguardo amaro.
Come gran parte dei suoi colleghi, ha un’idea chiara di che cosa ha causato questi buchi nell’organico: la legge che vieta ai magistrati di prima nomina di lavorare nelle procure. “Il principio poteva pure essere giusto, ma l’esito era prevedibile: la desertificazione di posti come questo”.
Per gli uffici in cui latitano ancora i volontari il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, pensa di riproporre incentivi. Extrema ratio sarebbe il trasferimento d’ufficio di giudici ai primi anni di carriera. A Ragusa una terza possibilità ci sarebbe: a 15 chilometri c’è la procura di Modica. Da anni i pm delle due sedi chiedono l’accorpamento, nessuno dà loro retta.
Una situazione simile c’è pure nel Messinese. C’è Mistretta, sui Nebrodi: 5.200 persone e tre magistrati. Poi Patti: 13.320 abitanti e cinque togati. Infine, a 20 minuti di macchina, la sede più grande, Barcellona Pozzo di Gotto: un altro di quei posti che godono della fama da “lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”.
“Avere tre uffici così vicini non ha senso. Non siamo un ospedale” dice caustico il procuratore Salvatore De Luca, 55 anni. “I potentati locali però vogliono mantenere le cose come sono. I politici per far contenti i paesani. Gli avvocati e i magistrati per far felici loro stessi: più sono le sedi, più sono le poltrone”. De Luca vede fosco: “Qui non ci viene anima. Il carico di lavoro è enorme: la città è l’epicentro della criminalità organizzata del Messinese”. Non si potrebbe allora fare appello al senso del dovere? “I magistrati, nella maggior parte dei casi, non sono eroi né santi. Ma persone come le altre, che vogliono mettere su famiglia e campare tranquille”.
Per Barcellona Pozzo di Gotto al Csm non è arrivata alcuna domanda di trasferimento. Tra due mesi rimarranno solo due sostituti su cinque. “E fra un anno, se la situazione non cambia, resterei solo io”.
A Gela si rischierebbe lo stesso: su cinque pm, quattro andranno via nei prossimi mesi. Non a caso, nella lista delle sedi disagiate ci sono quattro posti da coprire. Il procuratore Lucia Lotti, 52 anni, è però fiducioso: “Questo è un ottimo ufficio. Sono sicura che riusciremo a farcela”. Ammette che la città dei miasmi e del petrolchimico gode di una nomea che tiene lontano ogni teorico aspirante. Per questo ha scritto un’email a tutti i colleghi, mettendo a disposizione “dati statistici, assetto, regole interne, profili operativi, prospettive”.
Molto più istituzionale del suo omologo di Palmi, in Calabria, Giuseppe Creazzo, ingegnoso autore di un messaggio in cui pubblicizzava le bellezze locali: “Magnifica spiaggia con vista sullo Stretto di Messina e le Isole Eolie sullo sfondo”. Ha funzionato: sei domande per quattro posti. Del resto anche Sergio Lari, a Caltanissetta, ammette di aver fatto una “vera e propria campagna acquisti”, provando a convincere gli interessati. Anche lui è stato efficace: 15 richieste.
A Nicosia, invece, non c’è stato verso: nessun pretendente. Nella città spersa nella provincia di Enna, poco meno di 15 mila abitanti, da un anno e mezzo mancano due sostituti su tre. Nelle stanze dei magistrati rimasti le luci non si spengono mai prima delle 10 di sera. Nel giro di qualche mese andranno via anche loro. La percentuale di avvicendamento, ha calcolato il Csm, è altissima: tutto l’ufficio è cambiato due volte in sette anni.
Anche Carmelo Zuccaro, il capo, 52 anni, si trasferirà a ottobre: “Da quarant’anni l’organico si copre solo con i magistrati di prima nomina” precisa.
La scarsità di pubblici ministeri finisce per incidere su tutto. “La stragrande maggioranza delle udienze viene coperta dai viceprocuratori onorari, che non hanno seguito le indagini” racconta Zuccaro. “Questo ci fa ridurre le pendenze, ma fa scadere la qualità del dibattimento. Che senso ha svolgere inchieste lunghe e laboriose se poi al processo non siamo efficaci?”. Zuccaro si sistema la cravatta a righe. “Le assoluzioni sono aumentate. E i reati fiscali sempre più spesso finiscono in appello: lì ci vuole una competenza che non si improvvisa”.
A Enna le cose vanno ancora peggio. Il procuratore Calogero Ferroti, 65 anni, da tempo è costretto a rinunciare a seguire anche i processi più importanti, quelli finiti sulle prime pagine dei giornali. Come l’omicidio del tredicenne Francesco Ferreri, ucciso a dicembre del 2005 a Barrafranca. Ad aprile del 2009 è stato chiesto un ergastolo e pene a 20 e 18 anni per quattro persone. Ma la richiesta non è stata fatta dai magistrati di Enna, che avevano seguito le indagini ricostruendo movente e dinamiche. Ferroti ha delegato tutto ai colleghi di Caltanissetta: “Noi non potevamo garantire la presenza al processo” spiega mentre si sistema sul naso rotondi occhiali marrone chiaro. “Noi”: cioè lui e un sostituto. Mancano tre pm su quattro: va così dall’agosto scorso.
I problemi non ci sono solo in procura. Il tribunale di Enna ha metà dell’organico previsto. E statistiche poco invidiabili. Davanti al gip si discute dopo 359 giorni; a Gela ci mettono quasi un quinto del tempo. A Enna la durata media dei processi penali è 949 giorni; sempre a Gela ce ne vogliono 271.
Ferroti rendiconta: pubblici ministeri costretti a chiedere rinvii su rinvii, la metà dei procedimenti prescritta, misure cautelari depositate a sei mesi dalla richiesta, banali sentenze scritte dopo tempi interminabili. E riti abbreviati che durano quattro anni.
Come quello che vede indagato per abuso d’ufficio l’ex sindaco di Enna, Rino Ardica, nell’inchiesta (partita nel 2004) su un buco nel bilancio del Comune. “Ormai siamo ai limiti della prescrizione” si rammarica Ferroti. “Ma del resto anche per le indagini in corso se ne riparlerà tra cinque anni per il processo. Se tutto va bene”.
L’amaro sorriso si trasforma in smorfia di rabbia. In autunno andrà via anche l’ultimo sostituto. Ferroti allora rimarrebbe solo. Procuratore, se tornasse indietro, verrebbe ancora a Enna? La risposta è un’occhiata impotente e desolata. Il magistrato scuote la testa, abbassa lo sguardo e si raddrizza nuovamente gli occhiali rotondi sul naso: “La ringrazio per avere ascoltato il mio sfogo”.
( antonio.rossitto at mondadori.it)
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Insorgono le toghe italiane. Contro il ministro delle Riforme per il Federalismo, nonché leader della Lega, Umberto Bossi. Tema: i pm eletti dal popolo.
L’idea, non nuova per il Carroccio, viene risbandierata, 48 ore fa , nel corso di un comizio elettorale a Mestre dal Senatùr: per lui la proposta del Carroccio di magistrati eletti a livello regionale è una scelta di democrazia: “Il prossimo passo dopo il federalismo” ha detto Bossi “è quello dell’elezione da parte dei popoli dei magistrati perché ogni popolo deve avere la propria possibilità di esprimersi”. L’esempio, per il leader leghista è quello elvetico: “Bisogna fare come con i cantoni in Svizzera” ha aggiunto “in Italia solo Roberto Castelli quando era ministro della Giustizia è riuscito a fare qualche cosa”.
Ma passano, appunto, due giorni, ed ecco la risposta dei magistrati. Per bocca del presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Luca Palamara e del segretario dell’associazione Giuseppe Cascini. “Magistrati eletti? Così si calpesta la Costituzione e non si garantisce l’indipendenza della magistratura dal potere politico a garanzia dei cittadini”, dice il primo. “La Costituzione italiana è una cosa molto seria e non dovrebbe mai essere affrontata con battute estemporanee”, dichiara il secondo all’Adnkronos.
Cascini sottolinea inoltre come il sistema di accesso in magistratura italiano “è previsto dalla Costituzione ed è un sistema tra i migliori nel mondo per le garanzie che offre in termini di professionalità e indipendenza; mentre non credo” aggiunge “he lo stesso possa dirsi con riferimento ad altre funzioni di nomina elettiva”. Gli fa eco Palamara: la proposta di Bossi “non tiene conto di quanto previsto dalla Costituzione per realizzare la più ampia professionalità e indipendenza della magistratura a garanzia dei cittadini. Cioè” spiega “tramite la previsione di un concorso selettivo e non tramite una elezione popolare che, inevitabilmente, comporterebbe una politicizzazione della nomina e quindi del potere giudiziario». Palamara poi aggiunge: “È vero che ci sono sistemi che prevedono l’elezione dei magistrati direttamente dal popolo, come in America per quanto riguarda i Pm distrettuali, ma deve considerarsi che siamo di fronte a sistemi completamente diversi da quello nostro e che di conseguenza rendono impossibile prendere singoli pezzi di un sistema e trasportarli in un altro”. In questo modo, secondo il presidente dell’Anm “inevitabilmente avremmo un pubblico ministero espressione di una singola parte e quindi quella garanzia di indipendenza andrebbe persa. La funzione giudiziaria non può dipendere dalla provenienza regionale di un magistrato”.
Ancora più netto il giudizio del togato di Unicost al Csm, Fabio Roia: “Non si capisce il senso della proposta di Bossi, alla luce dei principi costituzionali e delle opinioni culturali che vogliono i magistrati non politicizzati”. Roia sottolinea come avere dei magistrati su elezione popolare comporterebbe una “manifestazione del consenso e dunque una politicizzazione delle toghe all’eccesso. A mio parere in contraddizione a ciò che questa parte politica ha sostenuto finora, contraria ad una magistratura politicizzata”.
Possibilista, invece Niccolò Ghedini, deputato del Pdl e legale del premier Silvio Berlusconi, che spiega all’Adnkronos: “È un’idea percorribile, ma va valutata con attenzione”. La proposta di Umberto Bossi di eleggere i pm come in Svizzera e negli States, dice Ghedini, è già prevista dal ddl sulla giustizia e bisogna verificarne la fattibilità nel rispetto della Costituzione. Il parlamentare azzurro getta acqua sul fuoco (”Non è una riforma che spaventa ed è un argomento come gli altri, non mi sembra nemmeno il più urgente”) e replica così al segretario dell’Associazione nazionale dei magistrati: “Soltanto l’Anm arroccata sui privilegi della casta si può preoccupare”. Anche se, ribadisce: “Bisogna verificare la possibilità di un intervento a Costituzione vigente. Oppure” aggiunge “occorre trovare l’accordo di tutto il Parlamento e verificare se c’è la necessità effettiva di fare una riforma costituzionale sul punto in questione”.
Pm eletti dal popolo? Per il ministro Umberto Bossi è una scelta di democrazia. Per i magistrati dell’Anm: “Così si calpesta la Costituzione”. Voi con chi state?
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Nel 2008 in Italia circa 200 mila reati sono caduti in prescrizione. Troppi: un esercito di imputati, tanti da quanti gli abitanti di Padova, che invece di essere punito, se ne va tranquillamente a spasso. L’allarme è stato lanciato dall’Associazione nazionale magistrati che, in occasione della Giornata nazionale per la Giustizia, ha realizzato un video, dal titolo “Senza giustizia”, in cui denuncia le condizioni di lavoro dei pm e dei giudici in Italia, spesso in stanze senza misure di sicurezza, prive di fax o di scanner. Nel video si racconta anche dell’aumento progressivo dei costi della legge Pinto, che stabilisce un risarcimento alle vittime dei processi “lumaca”: una spesa arrivata nel 2008 a 81 milioni di euro, mentre si sono celebrati 40 mila procedimenti per denunciare il ritardo di ulteriori processi.
Una macchina ormai arrugginita, quella della giustizia italiana. E molti processi decadono. La prescrizione, infatti, risponde a un principio di economia dello Stato, spiegano i manuali di diritto, “che rinuncia a perseguire l’autore di un reato, quando dalla sua commissione sia trascorso un periodo di tempo giudicato eccessivamente lungo e solitamente proporzionale alla gravità dello stesso”: minimo quattro anni per le contravvenzioni e sei per i delitti. Lo scorso anno, quindi, circa 200 mila reati si sono estinti per la lentezza dei processi.
L’Italia è infatti il paese europeo con i tempi più lunghi nell’amministrazione della giustizia, triplicata negli ultimi vent’anni in ambito civile e raddoppiata nel penale. Le cause? Secondo l’Associazione magistrati sono nello scarso numero di toghe in attività contro un elevato numero di avvocati: solo 11 magistrati per ogni 100 mila persone, a fronte dei 290 avvocati per lo stesso numero di abitanti (in tutto si contano 200 mila avvocati in Italia contro i 48 mila della Francia). E laddove ce ne sarebbe bisogno, come in Sicilia, nessuno poi si presenta ai concorsi per pm: all’ultimo, indetto a marzo per coprire 55 posti di sostituto vacanti in quattordici Procure, c’erano solo quattro candidati, tre per Palermo e uno per Catania. Il ministro Brunetta, invece, lo scorso ottobre aveva dato un’altra spiegazione del fenomeno, puntando il dito contro i pm: “Lavorano poco, solo 2 o 3 giorni alla settimana”, aveva detto minacciando i tornelli anche in tribunale. Di diverso avviso i magistrati intervistati nel video presentato oggi che raccontano di scrivere circa 700 sentenze l’anno, lavorando anche durante i periodi festivi e portandosi i fascicoli da studiare a casa.
Il VIDEO servizio:
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Vabbé, Obama è scontato. Addirittura, c’è chi dice che (anche) grazie alla Rete e a Facebook abbia vinto le elezioni di novembre. E allora stando entro i (virtuali) confini italiani di Fb, non sono pochi i politici che si sono fatti un profilo sul sito di social network più cool e famoso del mondo. Forse anche perché blog, forum e isole virtuali su second Life non erano più sufficienti per esprimere le idee politiche. Walter Veltroni è iscritto ad un centinaio di gruppi e ha ben 5.000 amici, Antonio Di Pietro oltre 4.000 e Pier Ferdinando Casini circa 3.100. E come non citare il ministro dell’Agricoltura Luca Zaia (3.389 sostenitori), Massimo D’Alema che ne vanta 3.157, Renato Soru (l’ex) governatore della Sardegna (lui parte però avvantaggiato dal suo rapporto prediletto con il web, in quanto fondatore di Tiscali) che conta 5.962 sostenitori, Giancarlo Gentilini con 7.145 sostenitori, Gianfranco Fini (4.831 sostenitori), Giulio Tremonti 4.244 sostenitori, Fausto Bertinotti (2.490 sostenitori) e Romano Prodi (2.280 amici).
E adesso c’è anche lui, il ministro anti furbetti, Renato Brunetta. Forse stuzzicato dal nome di un gruppo italiano Tra Facebook e Msn anche oggi non ho combinato un c…, il responsabile della Funzione Pubblica ha pensato di approdare su Fb e dare una sbirciata. E chissà che sorpresa per i “fannulloni” che dedicare il proprio tempo d’ufficio a rintracciare i vecchi compagni di scuola o a fare giochini e test.
Insomma, dopo la Gelmini su YouTube, ecco ora un altro ministro del governo Berlusconi presentarsi ai naviganti con un video-messaggio. Breve, solo 44 secondi, veloce e diretto, come va di moda in Rete: “Amici di Facebook buongiorno. So che siete in tanti. Questa è la prima volta che mi rivolgo a voi. Grazie, intanto, di esserci. Io finora non ho fatto niente per colloquiare con voi. Da adesso, se vorrete, potremo parlare un po’ insieme. Vi racconterò le cose che faccio. E magari, se voi mi date qualche suggerimento, qualche reazione, lavorerò anche meglio. Tutto qua. Grazie ancora, vediamo se funziona”.
I commenti all’esordio. Ovviamente più che positivi: “Ottimo… Lei è l’idolo di mia moglie. Mia moglie è una che da sempre denunciava le “storture del pubblico… quando l’ha vista far fare una figuraccia alla Gruber era lì che faceva il tifo da stadio in casa :) Una domanda, se posso, che fine ha fatto la sua proposta per regolamentare le coppie omosessuali? Può rispondermi anche in privato nel mio profilo trova tutti i contatti”, recita uno dei 153 post inviati dai supi 13.000 e più supporter che lo piazzano ai primi posti nella classifica dei politici italiani con più fan.
Ora, su Facebook manca solo Silvio Berlusconi, tanto che gli utenti hanno lanciato una vera e propria campagna online per spronare il premier a creare un suo profilo. È nato infatti il gruppo “Silvio, fatti il profilo su Fb!1.000.000 a chiederlo”, con più di centosessanta persone che invocano lo sbarco del Cavaliere sul social network. L’obiettivo del gruppo è raggiungere quota un milione di iscritti. Forse, in questo modo, Berlusconi non potrà più ignorare la proposta. Il gruppo è ancora “giovane”. Ma l’appello è unanime: “Silvio apri anche tu un profilo”. Dopo l’aria di novità portata da Obama, che ha usato il web in un modo tutto nuovo, anche gli utenti italiani reclamano a gran voce un diverso rapporto tra cittadini e politici.
Dopo averli messi a Palazzo Chigi, dopo averli adottati al ministero della Funzione pubblica, adesso Renato Brunetta ha un altro obiettivo per rendere più efficiente e trasparente il mondo della P.A.: i tornelli anche per i magistrati. La proposta-provocazione arriva dai microfoni di Radio Rtl 102.5 che ha stamani ospitato un intervento del ministro, che ha parlato anche di contratti, di rottamazione e della manifestazione di ieri al Circo Massimo. Rispondendo alla critiche di quanti pensano che il governo, dopo aver ’aiutatò l’Alitalia, possa mettere mano agli aiuti per la Fiat e le banche Brunetta taglia corto: «I soldi alla Fiat sono stati dati l’ultima volta 3 anni fa e io in quell’occasione mi opposi. Questo - assicura - sarà il mio atteggiamento anche adesso. Di aiuti alla Fiat non se ne parla».
Quanto alle banche “vorrei ricordare che, allo stato, non abbiamo dato un euro. Abbiamo solo messo in piedi un sistema di garanzie in caso di emergenza che spero non si attivi mai perchè abbiamo un sistema bancario solido”.
“I veri investimenti sono semmai necessari per il welfare, la scuola, l’università , ma prima bisogna fare un po’ di pulizia nei conti. Pesate che noi paghiamo piu’ di 100 miliardi l’anno solo per la sanità e di questi tutti concordano nel ritenere che almeno il 20% è frutto di inefficienze e sprechi”.
Ma non c’è solo la sanità ” incalza Brunetta, “ci sono i baroni universitari, i corsi universitari per appena 10 studenti e così via. Riguarda anche i magistrati, molte magistrati che lavorano solo 2-3 giorni a settimane, 2-3 pomeriggi a settimana e poi stanno a casa. Ecco - propone provocatoriamente Brunetta - vorrei mettere i tornelli anche per i magistrati. Io l’ho già fatto a Palazzo Chigi, nel mio ministero e vorrei farlo per tutta la pubblica amministrazione, quindi magistratura compresa. Mi diranno di tutto ma io vado avanti”.
Non gliene dice di tutti i colori, ma reagisce subito l’Associazione magistrati. “Invece dei tornelli” replica il presidente dell’Anm, Luca Palamara di Unicost, “servono aule e uffici. Il ministro, evidentemente, non ha cognizione di quella che è la realtà degli uffici giudiziari. Più che pensare ai tornelli sarebbe importante rimediare ai tagli ai fondi per le spese di giustizia e alle riduzioni del personale amministrativo”. Quindi, precisa Palamara a La Stampa: “Lavoriamo da casa perché in tribunale mancano gli uffici”.
Antonangelo Racanelli, membro del Comitato direttivo dell’Anm per Magistratura Indipendente e pm a Roma, prende quella di Brunetta per una battuta e risponde con un’altra: “Se ci mettessero i tornelli e un orario di lavoro ci guadagneremmo: lavoreremmo e produrremmo meno, perché il senso medio di responsabilità dei magistrati li porta a fare in genere molto più di quanto richiesto”. Poi aggiunge: “Ci mettano piuttosto in condizioni di lavorare meglio, perché con gli ultimi tagli al personale amministrativo siamo rimasti soli”.
Eppure, l’articolo 11 della riforma Mastella dell’ordinamento giudiziario dice che quattro sono i parametri per la valutazione di professionalità che ogni quattro anni deve stabilire se un magistrato può progredire in carriera: capacità , laboriosità , impegno e diligenza. Quest’ultima riguarda proprio “l’assiduità e puntualità di presenza in ufficio nelle udienze e nei giorni stabiliti” e anche il rispetto dei termini nella redazione dei provvedimenti e nel deposito delle sentenze. Insomma, non c’è orario di lavoro, ma la puntualità nelle occasioni stabilite è prescritta.