Leggi tutte le notizie su:
Anm
Dopo averli messi a Palazzo Chigi, dopo averli adottati al ministero della Funzione pubblica, adesso Renato Brunetta ha un altro obiettivo per rendere più efficiente e trasparente il mondo della P.A.: i tornelli anche per i magistrati. La proposta-provocazione arriva dai microfoni di Radio Rtl 102.5 che ha stamani ospitato un intervento del ministro, che ha parlato anche di contratti, di rottamazione e della manifestazione di ieri al Circo Massimo. Rispondendo alla critiche di quanti pensano che il governo, dopo aver ’aiutatò l’Alitalia, possa mettere mano agli aiuti per la Fiat e le banche Brunetta taglia corto: «I soldi alla Fiat sono stati dati l’ultima volta 3 anni fa e io in quell’occasione mi opposi. Questo - assicura - sarà il mio atteggiamento anche adesso. Di aiuti alla Fiat non se ne parla».
Quanto alle banche “vorrei ricordare che, allo stato, non abbiamo dato un euro. Abbiamo solo messo in piedi un sistema di garanzie in caso di emergenza che spero non si attivi mai perchè abbiamo un sistema bancario solido”.
“I veri investimenti sono semmai necessari per il welfare, la scuola, l’università, ma prima bisogna fare un po’ di pulizia nei conti. Pesate che noi paghiamo piu’ di 100 miliardi l’anno solo per la sanità e di questi tutti concordano nel ritenere che almeno il 20% è frutto di inefficienze e sprechi”.
Ma non c’è solo la sanità” incalza Brunetta, “ci sono i baroni universitari, i corsi universitari per appena 10 studenti e così via. Riguarda anche i magistrati, molte magistrati che lavorano solo 2-3 giorni a settimane, 2-3 pomeriggi a settimana e poi stanno a casa. Ecco - propone provocatoriamente Brunetta - vorrei mettere i tornelli anche per i magistrati. Io l’ho già fatto a Palazzo Chigi, nel mio ministero e vorrei farlo per tutta la pubblica amministrazione, quindi magistratura compresa. Mi diranno di tutto ma io vado avanti”.
Non gliene dice di tutti i colori, ma reagisce subito l’Associazione magistrati. “Invece dei tornelli” replica il presidente dell’Anm, Luca Palamara di Unicost, “servono aule e uffici. Il ministro, evidentemente, non ha cognizione di quella che è la realtà degli uffici giudiziari. Più che pensare ai tornelli sarebbe importante rimediare ai tagli ai fondi per le spese di giustizia e alle riduzioni del personale amministrativo”. Quindi, precisa Palamara a La Stampa: “Lavoriamo da casa perché in tribunale mancano gli uffici”.
Antonangelo Racanelli, membro del Comitato direttivo dell’Anm per Magistratura Indipendente e pm a Roma, prende quella di Brunetta per una battuta e risponde con un’altra: “Se ci mettessero i tornelli e un orario di lavoro ci guadagneremmo: lavoreremmo e produrremmo meno, perché il senso medio di responsabilità dei magistrati li porta a fare in genere molto più di quanto richiesto”. Poi aggiunge: “Ci mettano piuttosto in condizioni di lavorare meglio, perché con gli ultimi tagli al personale amministrativo siamo rimasti soli”.
Eppure, l’articolo 11 della riforma Mastella dell’ordinamento giudiziario dice che quattro sono i parametri per la valutazione di professionalità che ogni quattro anni deve stabilire se un magistrato può progredire in carriera: capacità, laboriosità, impegno e diligenza. Quest’ultima riguarda proprio “l’assiduità e puntualità di presenza in ufficio nelle udienze e nei giorni stabiliti” e anche il rispetto dei termini nella redazione dei provvedimenti e nel deposito delle sentenze. Insomma, non c’è orario di lavoro, ma la puntualità nelle occasioni stabilite è prescritta.
I giudici della quinta sezione della Corte d’Appello di Milano hanno respinto l’istanza di ricusazione del giudice Nicoletta Gandus presentata da Silvio Berlusconi nell’ambito del processo in cui è imputato insieme all’avvocato David Mills. L’istanza di ricusazione era stata presentata dal presidente del consiglio attraverso i suoi legali, gli avvocati Niccolò Ghedini e Pietro Longo, lo scorso 17 giugno. La richiesta di ricusazione è stata però respinta in quanto i giudici hanno ritenuto infondati i motivi per cui era stata presentata. La difesa di Berlusconi sosteneva che la Gandus con una serie di interventi su siti internet ha dimostrato “grave inimicizia” nei confronti del premier imputato al processo che si sta celebrando davanti alla decima sezione penale del tribunale di Milano presieduta dallo stesso giudice Gandus. Le motivazioni con cui la Corte d’appello ha rigettato nel merito l’istanza sono di 16 pagine.
“I documenti che dovrebbero dimostrare l’inimicizia grave tra la dott.sa Gandus e il ricusante (…) sono mere manifestazioni di pensiero relative non a rapporti personali o comportamenti dell’on. Silvio Berlusconi ma semplicemente critiche a testi di legge approvati dal Parlamento durante la legislatura 2001/2006, nella quale quest’ultimo è stato capo del governo”. E’ questo uno dei passaggi delle motivazioni con cui oggi i giudici della Corte d’Appello di Milano hanno respinto l’istanza di ricusazione del giudice Gandus presentata dalla difese di Silvio Berlusconi nell’ambito del processo nel quale il presidente del consiglio é imputato insieme all’avvocato David Mills.
“Nulla di personale contro l’on. Berlusconi ha espresso in passato” il giudice Nicoletta Gandus. E’ uno dei passaggi delle motivazioni con cui oggi la quinta corte d’appello di Milano ha respinto l’istanza di ricusazione del giudice Gandus presentata dal presidente del consiglio nell’ambito del processo in cui è imputato insieme a David Mills. Gli “strali critici” di Nicoletta Gandus “si sono rivolti, a parere di questa Corte, non alla persona, bensì alla politica, segnatamente quella giudiziaria, di cui il ricusante si assume la paternità”. “La dott.sa Gandus - riporta la motivazione - non ha quindi realizzato alcun comportamento che possa indurre a ritenere che in quel processo e non in politica, essa sia prevenuta nei confronti di quell’imputato che oggi la ricusa”.
“Faremo ricorso in Cassazione”, si è limitato a dire l’avvocato Piero Longo uno dei difensori di Silvio Berlusconi a proposito del provvedimento con cui oggi la quinta corte d’appello di Milano ha respinto l’istanza di ricusazione del giudice Nicoletta Gandus presentata nell’ambito del processo in cui il presidente del consiglio è imputato insieme a David Mills.
Al centro del processo, che ha preso il via nel marzo 2007, c’è l’accusa secondo cui Berlusconi nel 1997 fece inviare 600mila dollari a Mills come ricompensa per non aver rivelato in due processi, in qualità di testimone - e quindi con l’obbligo di legge di dire il vero e non tacere nulla - le informazioni su due società off shore usate da Mediaset, secondo la procura, per creare fondi neri. Sia Berlusconi sia Mills hanno sempre respinto le accuse, e il gruppo di Segrate ha ribadito in più occasioni in diverse note la propria correttezza e trasparenza.
E contro la cosiddetta norma “blocca processi”, con cui si prevede la sospensione dei processi per i reati commessi fino al giugno 2002, scende in campo l’Anm. Che rende noto un lunghissimo elenco di reati (sequestro di persona; stupro; rapina; furto in appartamento e con strappo senza dimenticare l’omicidio colposo, i maltrattamenti in famiglia e le molestie) puniti con meno di dieci anni e per i quali dunque scatterà lo stop dei relativi processi per effetto dell’emendamento al dl sicurezza, approvato dal Senato. In totale, calcola l’Associazione, sono a rischio almeno “100mila processi”. E la “stima è prudenziale”, dice l’Anm, che prevede, in conseguenza di questa norma, un “caos senza precedenti” per gli uffici giudiziari.
Ma la lista dei reati per i quali è prevista una pena inferiore ai 10 anni è davvero lunga. “E allora” ha esordito l presidente Luca Palamara “come si fa a dire ai genitori ad esempio di una vittima dello stupro che il processo è sospeso perchè non c’è urgenza. Qual è la fretta di introdurre una disposizione che rischia di fare chiedere la giustizia penale per i prossimi anni?”. Se passasse questa norma, come hanno sottolineato anche il segretario generale dell’Anm Giuseppe Cascini e il vicepresidente Gioacchino Natoli sarebbe come dire che “il legislatore ha deciso che i reati con meno di 10 anni di pena sono bagatelle”. I reati per i quali sarebbe obbligatoria la sospensione, ribadisce l’Anm, “sono il 95% del totale dei reati. Stabilire che la stragrande maggioranza di essi vada esclusa è un danno alla lotta alla criminalità”.
L’Anm segnala inoltre “con preoccupazione che le norme contenute nel disegno di legge in materia di intercettazioni approvate dal Consiglio dei ministri di venerdì se tradotte in legge avrebbero l’effetto di ridurre drasticamente le possibilità di contrasto nei confronti della criminalità da parte delle forze dell’ordine e della magistratura”. Facendo degli esempi espliciti la giunta esecutiva centrale dell’Anm rivela che con queste norme “non potranno essere disposte intercettazioni e nemmeno acquisiti i tabulati del traffico telefonico per reati gravissimi quali il sequestro di persona, l’estorsione, la violenza sessuale, lo sfruttamento della prostituzione, la rapina, il porto abusivo di armi, il furto in appartamento, la bancarotta fraudolenta, l’associazione per delinquere semplice”. Ma se passasse tale norma, avverte l’Anm, invitando la politica a una “riflessione”, sarebbero “irrimediabilmente pregiudicate le attività di indagine anche per reati di particolare gravità”. È il caso, ad esempio, del sequestro di persona a scopo di estorsione “nel quale le intercettazioni dovrebbero essere definitivamente chiuse al terzo mese, pur essendo in ipotesi in corso il sequestro”.
L’aula del Senato ha detto sì: con 160 voti a favore, 11 contrari, via all’emendamento al decreto sicurezza che sospende per un anno i processi per i reati non gravi commessi prima del 30 giugno 2002. Il Pd e l’Idv hanno abbandonato l’aula prima del voto, Emma Bonino e il gruppo Udc-Autonomie sono invece rimasti nell’emiciclo e hanno votato contro.
A spiegare l’uscita dall’Aula del Pd, è stata la capogruppo dei democratici a Palazzo Madama, Anna Finocchiaro. Il Pd ha criticato la norma perché di fatto creerà “un aggravamento di lavoro in tutti i tribunali italiani” e ha accusato Silvio Berlusconi “di aver perso un’occasione davvero unica: quella di creare in Italia un nuovo bipolarismo”. “Forse Berlusconi riuscirà a evitare questa sentenza, che sarebbe stata peraltro di primo grado” ha sottolineato Finocchiaro “proprio grazie a queste norme che ora state votando, ma ha senz’altro perso una grande occasione di rinnovamento dell’Italia. Stiamo assistendo a un film già visto e non è questa la politica che avremmo voluto vedere”. Appena concluso il suo intervento, tutti i senatori dell’opposizione si sono alzati in piedi per applaudirla, mentre quelli della maggioranza sono rimasti immobili e muti ai loro posti.
Diversamente dai suoi colleghi-alleati, Emma Bonino è rimasta in Aula pur contestando la blocca-processi presentata al decreto sicurezza: “Voi state per scrivere una pagina buia” afferma rivolgendosi agli esponenti della maggioranza “ma io non uscirò. Non lascerò i lavori parlamentari. Voglio ricordarmi bene questa foto dell’aula mentre approverete questo emendamento”. I radicali, per anni, ricorda Emma Bonino, si sono battuti “per una giustizia giusta”, senza “aver mai avuto atteggiamenti giustizialisti o forcaioli” ma ora Emma Bonino dice di essere “impressionata” dall’atteggiamento del centrodestra, che “solo ora si accorge” di quanto sia necessario fare riforme per la giustizia.
Anche Antonio Di Pietro è presente a palazzo Madama durante le votazioni degli emendamenti al decreto sicurezza: “Sono qui per dare sostegno morale a quell’impegno di civiltà, a questo dovere civile a cui sono chiamati i senatori dell’Italia dei Valori in un momento così delicato per lo stato di diritto”.
Il VIDEO servizio:
Discutine sul FORUM: “Giustizia e magistratura: perché non funzionano?”
È iniziata in Senato, e terminerà martedì con il voto finale, la discussione sul decreto sicurezza. E visto che il clima è ormai diventato di scontro, tra gli schieramenti politici non poteva che esserci una seduta molto accesa.
Tra gli emendamenti approdati a palazzo Madama anche i due ribattezzati dall’opposizione “salva-premier”, di fronte ai quali è subito iniziato l’ostruzionismo da parte dell’Idv e del Pd. Ad accendere la miccia la lettura fatta ad inizio seduta dal presidente di Palazzo Madama, Renato Schifani, della lettera inviatagli ieri dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
E quando Schifani è giunto ai passaggi dove il premier parlava di “aggressione della magistratura di estrema sinistra”, dai banchi dell’opposizione si sono levate forti proteste verbali. Udc, Idv e Pd sono stati uniti nel chiedere il ritiro degli emendamenti. Così come ha chiesto il Pd: “Berlusconi faccia un passo indietro altrimenti il Pd farà un’opposizione durissima”, ha detto Antonello Soro, capogruppo del Partito democratico alla Camera, che poi ha aggiunto: “L’idea di attacchi dei magistrati al premier è campata in aria”.
Dura la reazione del leader dell’Idv, Antonio Di Pietro che, oltre a parlare di “strategia criminale da parte di Berlusconi”, aggiunge: “Non si devono sospendere i processi di un premier in carica se questi processi preesistevano alla sua elezione e quindi la sua elezione è né più e né meno una condizione per non essere più processato. D’ora in poi se dovesse valere questo principio, a Provenzano dovrebbe convenire candidarsi piuttosto che fare il latitante”. Dal palco del seminario di Italianieuropei, organizzato da Massimo D’Alema, l’ex ministro degli Esteri ha parlato di “turbamento creato da Berlusconi”, quindi è intervenuto anche il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, che ha giudicato “dissennata la scelta del governo di inserire l’emendamento cosiddetto ‘salva premier’ nel provvedimento sulla sicurezza: “Mi auguro che il governo rifletta – ha aggiunto il leader centrista - non vada avanti con le forzature e ritiri l’emendamento. Detto questo, però iniziative dissennate non debbono attenuare il dialogo necessario sulle riforme”.
Le repliche della maggioranza sono arrivate per bocca del capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto: “Sembrava che la sinistra avesse archiviato la stagione dell’uso politico della giustizia. Invece c’è una ripresa dell’iniziativa giudiziaria contro Berlusconi che richiede un intervento. Il dialogo con Veltroni? – si chiede Cicchitto - Dipende da lui se saprà fare quel salto di qualità politica che è abbandonare l’uso improprio della giustizia”. Poi il capogruppo azzurro rispondendo sul rischio della rottura del dialogo ha aggiunto: “Veltroni ha di fronte un bivio: se fare un salto di qualità politica e buttare le armi improprie della giustizia o continuare a usarle. Allora noi non possiamo fare altro che lavorare per disinnescarle con uno strumento legislativo”.
Anche il portavoce di Forza Italia, Daniele Capezzone attacca l’atteggiamento dell’opposizione: “Veltroni rischia di divenire un prigioniero politico dei reduci di Mani Pulite e Pierferdinando Casini può puntare a fare il vice di Di Pietro all’Italia dei Valori”.
Molto critica anche l’Associazione Nazionale Magistrati che per domani annuncia una conferenza stampa nella quale risponderà al Cavaliere: “In uno Stato democratico – scrivono in una nota il presidente e il segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara e Giuseppe Cascini - ogni imputato può difendersi con tutti gli strumenti del diritto e con la critica pubblica, ma chi governa il paese non può denigrare e delegittimare i giudici e l’istituzione giudiziaria quando è in discussione la sua posizione personale”. Per l’Anm “Berlusconi ha rivolto accuse gravissime nei confronti del presidente del collegio giudicante e del pubblico ministero del processo che lo vede imputato a Milano di corruzione in atti giudiziari”.
Il VIDEO servizio:
Discutine sul FORUM: “Giustizia e magistratura: perché non funzionano?”
Come annunciato ieri in una lettera al presidente del Senato, Silvio Berlusconi ha depositato nella cancelleria della quinta sezione della Corte d’appello di Milano l’istanza di ricusazione del presidente della decima sezione del Tribunale, Nicoletta Gandus. Il premier è imputato per corruzione in atti giudiziari nel processo, appunto davanti al collegio presieduto dal giudice Gandus, con il legale inglese David Mills. L’istanza di ricusazione è basata su alcune prese di posizione del giudice su alcuni siti Internet contro leggi varate dal precedente governo guidato da Berlusconi. La prossima udienza del processo Mills è prevista per venerdì.
Secondo l’istanza, da parte del presidente della decima sezione del Tribunale di Milano sarebbero state fatte “reiterate manifestazioni di pensiero che appalesano una inimicizia grave nei confronti dell’imputato Berlusconi”. Già nella lettera a Schifani, Berlusconi aveva scritto: “Ho preso visione della situazione processuale e ho potuto constatare che si tratta dell’ennesimo stupefacente tentativo di un sostituto procuratore milanese di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportato da un Tribunale anch’esso politicizzato e supinamente adagiato sulla tesi accusatoria”. Per il presidente del Consiglio, in particolare, il giudice Gandus avrebbe “assunto posizioni pubbliche di netto e violento contrasto” contro il suo precedente governo.
Il procuratore della Repubblica di Milano, Manlio Minale, ha risposto con una nota, in cui spiega di dover “con forza respingere le illazioni” dopo aver letto “così come riportato sulla stampa” il testo della lettera di Silvio Berlusconi. Il capo della Procura aggiunge che “il procedimento per corruzione in atti giudiziari pendente dinanzi al Tribunale di Milano nei confronti dell’attuale presidente del Consiglio e dell’avvocato Mills, al quale evidentemente si fa riferimento nella lettera sopra ricordata, è stato iscritto a seguito di precise dichiarazioni rese dallo stesso avvocato Mills in data 18 luglio 2004, alla presenza del difensore nel corso di un interrogatorio quale persona indagata in altro procedimento. Le indagini sono state condotte nel più assoluto rispetto delle garanzie della difesa e nell’esclusiva ottica dell’accertamento della verità. All’esito delle indagini preliminari è stata esercitata l’azione penale e gli atti, superato positivamente il vaglio dell’udienza preliminare, sono pervenuti al Tribunale. All’esito di un dibattimento iniziato in data 13 marzo 2007 e prossimo alla conclusione”, conclude la nota, “il tribunale deciderà in ordine alla fondazione o meno delle accuse”.
I legali di Silvio Berlusconi, nel ricusare il giudice Gandus, sottolineano inoltre come la stessa Gandus, unitamente a uno dei due pm del processo Berlusconi-Mills, Sergio Spadaro, “è stata firmataria di un appello contro la decisione del governo Berlusconi di prorogare il procuratore nazionale antimafia. Infine”, si legge nell’istanza, “si deve porre in evidenza come la dottoressa Gandus appaia tra i soggetti potenzialmente danneggiati nel processo collegato (quello sui diritti televisivi, sempre in corso a Milano, ndr) da cui nasce il presente processo, avendo posseduto azioni Mediaset ed essendo quindi fra quei soggetti che potenzialmente avrebbero potuto costituirsi parte civile anche nei confronti dell’onorevole Berlusconi e che a tutt’oggi, anche dopo la declaratoria di prescrizione del reato possiedono legittimazione attiva per proporre azione civile contro il medesimo”.
Continuano gli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo: “La personalizzazione dell’inimicizia non può essere negata sol con l’osservare che il giudice avrebbe contestato le leggi e non il presidente del Consiglio che le avrebbe ispirate o volute, perché in questi anni tutta l’opinione pubblica e tutti gli avversari politici hanno di questa personalizzazione fatto bandiera costantemente garrente. E allora la dottoressa Gandus non poteva non sapere, anche se avesse potuto diversamente divisare, che i suoi strali sarebbero stati, oggettivamente, indirizzati in via diretta alla persona di Silvio Berlusconi e che come tali sarebbero stati da tutti recepiti. La dottoressa Gandus quindi si trova in stato di grave inimicizia nei confronti della persona che dovrebbe giudicare. E se anche non lo fosse, certamente lo appare. E non occorre ricordare che per giurisprudenza costituzionale consolidata il giudice, a tacer di tutto, non deve apparire condizionato”.
“Chi governa il paese non può denigrare e delegittimare i giudici e l’istituzione giudiziaria quando è in discussione la sua posizione personale”. Così l’Associazione nazionale magistrati è intervenuta nel dibattito. L’Anm, che ha annunciato per domani pomeriggio una conferenza stampa sulle dichiarazioni del presidente del Consiglio, parla di “accuse gravissime rivolte da Silvio Berlusconi ai magistrati del processo Mills. “Questi comportamenti”, continua il sindacato delle toghe, “rischiano infatti di minare alla radice la credibilità delle istituzioni e di compromettere il delicato equilibrio tra funzioni e poteri dello Stato democratico di diritto”.
Quelle di Berlusconi sono “invettive tanto veementi quanto ingiustificate”, affermano il presidente Luca Palamara e il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini, che esprimono al pm e al presidente del collegio giudicante del processo Mills “piena solidarietà e sostegno. In uno Stato democratico ogni imputato può difendersi con tutti gli strumenti del diritto e con la critica pubblica; ma chi governa il paese non può denigrare e delegittimare i giudici e l’istituzione giudiziaria quando è in discussione la sua posizione personale. Purtroppo è già accaduto in passato. Ma non è possibile assuefarsi”. Nel sottolineare che questi comportamenti rischiano di minare la credibilità delle istituzioni e di compromettere l’equilibrio tra poteri dello Stato, il sindacato delle toghe chiede “alla politica ed al governo di non imboccare questa strada, di rispettare l’indipendente esercizio della giurisdizione nello spirito di un confronto sui temi della giustizia franco ed aperto e perciò capace di individuare proposte e soluzioni efficaci per il funzionamento della giustizia italiana”.
È caduta l’ultima testa mozzata dall’inchiesta “Why not” del pm di Catanzaro Luigi De Magistris: dopo quella dell’ex ministro della giustizia Clemente Mastella, che ha trascinato giù il governo di Romano Prodi, oggi a doversi dimettere dall’incarico è stato il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Simone Luerti. A travolgere il quarantacinquenne gip di Milano, eletto alla guida delle toghe lo scorso 24 novembre e vicino a Comunione e Liberazione, sono state le polemiche seguite al suo incontro, avvenuto il 25 ottobre 2006 a Via Arenula con Mastella (che ha definito “innocente” l’episodio) e con l’imprenditore calabrese Antonio Saladino, poi indagato da De Magistris (anche lui vittima della sua stessa inchiesta e punito dal Csm).
Luerti aveva sostenuto di non vedere Saladino da dieci anni ma L’Espresso lo ha smentito. Sono stati i più autorevoli esponenti di Unicost - la corrente moderata dei giudici, della quale Luerti fa parte - a spingere alle dimissioni il “loro” presidente per evitare uno scontro mortale con le altre correnti, soprattutto con “Magistratura democaratica”. Se, infatti, Luerti non avesse deciso di farsi da parte (cosa avvenuta con qualche resistenza) sarebbe più difficile - per Unicost - rivendicare il diritto ad indicare il successore che sarà eletto sabato dal “parlamentino” dell’Anm. E, ironia della sorte, a prendere il posto del presidente dimissionario in pole position potrebbe esserci il pm romano Luca Palamara: Unicost lo aveva sacrificato facendolo dimettere da segretario dell’Anm quando, meno di un mese fa, il 23 aprile, il “governo” delle toghe si è allargato a sinistra dando la segreteria a Giuseppe Cascini di Md. Tecnicamente, Luerti presenterà le sue dimissioni solo nella giornata di sabato.
“Il senso di responsabilità verso l’intera magistratura e il desiderio di assoluta trasparenza”, ha spiegato Luerti al termine della riunione nella quale ha maturato il suo passo, “mi suggeriscono di rassegnare le dimissioni per evitare strumentalizzazioni e condizionamenti esterni all’indipendenza delle scelte dell’Anm”. E il presidente uscente ha puntato l’indice contro “recenti articoli di stampa che hanno riportato informazioni incomplete e non approfondite che si sono tradotte in un sostanziale travisamento dei fatti in danno dell’immagine del presidente dell’Anm e dell’Anm stessa”.