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Anna-Finocchiaro

Una pattuglia mai così rappresentativa, quantomeno a livello istituzionale. A Camere riunite e con la squadra di governo già quasi praticamente definita, la Sicilia si appresta a giocare un ruolo decisivo nella prossima legislatura.
Tra maggioranza e opposizione, infatti, i ruoli istituzionali che, a vario titolo, toccherranno agli isolani sono moltissimi. A cominciare da Renato Schifani, civilista e palermitano doc, a cui spetta, per i prossimi cinque anni, la presidenza del Senato, seconda carica dello Stato. Ma dentro il Popolo della Libertà, quota Forza Italia, c’è spazio anche per i più giovani.
In ascesa c’è, ad esempio, l’agrigentino Angelino Alfano, che fino a qualche mese fa doveva essere nominato sottosegretario e che invece ora ha grandi possibilità di entrare nella formazione governativa con un incarico pesante: ministro delle Funzione pubblica o ministro della Giustizia. E ancora: sempre al Senato, altri due siciliani giocheranno un ruolo decisivo. Domenico Nania (quota An), compaesano di Emilio Fede (come lui, è nato in provincia di Messina), sarà il vice di Renato Schifani; Anna Finocchiaro, nonostante la pesante sconfitta siciliana nella corsa alla presidenza della regione, è stata riconfermata presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama.
Tutti i senatori a vita, ad eccezione di Giulio Andreotti, si dovranno coordinare con il catanese Giovanni Pistorio (del Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo), che guiderà il gruppo misto. Quello composto dall’Udc, Svp e Autonomie, tra le cui fila siederà anche l’ex governatore siciliano Totò Cuffaro, sarà capeggiato dal messinese Giampiero D’Alia. Lì siederà anche il sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti, che ha preferito il raggruppamento a maggioranza scudocrociata a quello dei senatori a vita.
Chiudono il cerchio l’argentino Benedetto Adragna (Pd) e il palermitano Giuseppe Pippo Fallica (Pdl): a loro spetterrano rispettivamente le cariche di questore al Senato e segretario alla Camera.
In tutto, otto ruoli istituzionali, poco meno di un sesto di quelli disponibili. Ma restano ancora da definire viceministeri, presidenze di commissioni e sottosegretariati: e con ogni probablità, la colonia siciliana sarà destinata ad aumentare in modo ancora più significativo.

K.O. al primo round e senza nemmeno diritto di replica. Che il Pdl, in Sicilia, fosse in netto vantaggio, si sapeva da molto tempo; nessuno, però, avrebbe potuto immaginare un simile risultato.
Il segretario dell’MpA Raffaele Lombardo, infatti, ha più che doppiato Anna Finocchiaro nella corsa alla Presidenza della Regione: 65,3% contro il 30,4% è un divario che non ammette alibi. Così è stata la stessa Finocchiaro ad iniziare la sua conferenza stampa con parole piuttosto chiare: “Siamo qui per commentare una sconfitta netta”. Aggiungendo: “se il 6 per cento dei siciliani ha votato il Pd alle nazionali e Lombardo alle regionali, evidentemente esiste un grave problema sul quale riflettere. Tra le regionali del 2006 e quelle del 2008, rispetto alla somma dei voti di Ds e Margherita, il Pd perde il 7 per cento, mentre la sinistra più la Borsellino dimezzano il consenso”.
Parole nette, che non sono però servite a frenare dissidi e malumori in casa democratica. A cominciare dagli esclusi e dai deputati uscenti che, anche a causa del pessimo risultato, non sono riusciti a rientrare in parlamento. Tra i più critici, c’è Franco Piro, alla Camera nella scorsa legislatura in quota Margherita: “C’è una parola che definisce il nostro risultato, senza infingimenti e senza inutili contorsioni: disastro. Si impone un cambiamento radicale e non sarebbe male se i responsabili della presente sconfitta cominciassero col prenderne atto e ne traessero tutte le conseguenze”.
Senza troppi giri di parole, Piro ha chiesto così le dimissioni di tutti dirigenti siciliani, per dare un “netto segnale di discontinuità”. Richieste che però non hanno convinto il principale “imputato” della debacle di domenica scorsa, il coordinatore regionale Francantonio Genovese, che anzi ha rilanciato, annunciando pure la sua personale candidatura a sindaco di Messina.
Il Pdl, nel frattempo, si gode la vittoria: con un milione e ottocentomila consensi, Raffaele Lombardo è l’uomo politico più votato nella storia della Sicilia; il suo exploit fa guadagnare alla sua coalizione una manciata di deputati regionali rispetto alle precedenti elezioni. Ora, all’Ars (l’Assemblea regionale: il parlamentino siciliano), il neo governatore potrà contare in 62 uomini, 7 in più di quelli previsti dal premio di maggioranza voluto dalla legge elettorale isolana per garantire la governabilità.
Il “dopo Cuffaro” e la sentenza di condanna in primo grado dell’ex governatore siciliano a 5 anni non hanno evidentemente condizionato l’elettorato. Anche perché, con il 9,6% delle preferenze, la Sicilia di “Totò vasa vasa” è stata l’unica regione a far superare la quota di sbarramento del Senato all’Udc di Pier Ferdinando Casini. E c’è già chi, nelle ultime ore, ha promosso Cuffaro da “numero due a numero uno-bis” del partito scudocrociato…

La forza del territorio, il territorio che dà forza e appartenenza a chi lo abita e a chi lo rappresenta . Il trionfo della Lega di Bossi non è l’unico elemento che fa dire agli analisti di come il Pdl abbia visto giusto nell’apparentarsi con “le due Leghe”, le due forze autonomiste presenti nel Paese. E se al Nord la valanga leghista è stata arrembante, a Sud, soprattutto in Sicilia, “un altro Lombardo” (Raffaele, il leader Mpa) non è stato da meno: vince la gara per la regione battendo - con oltre il 65% (appoggiato da Pdl, Mpa, Udc: 1.756.937 voti) contro poco più del 30% - un pezzo grosso del Pd come Anna Finocchiaro (appoggiata da Pd, Sa, Idv: 817.755 voti).
Lombardo, 57 anni, medico specializzato in psichiatria forense, è così il nuovo presidente della Regione Siciliana, dopo Cuffaro: “È la prima volta che con l’elezione diretta abbiamo un Presidente che è espressione di una forza autonomista in Sicilia”. Dalla Sicilia di “Totò Vasa Vasa” (che approda al Senato: è uno dei tre senatori Udc eletti a Palazzo Madama) si passa dunque a quella del suo delfino Lombardo, il quale ha già promesso che costituirà la nuova giunta “entro 8 giorni”. “Col presidente Berlusconi ci siamo rincorsi telefonicamente. Abbiamo appuntamento telefonico più avanti”, ha detto Raffaele Lombardo, ricevendo gli applausi dei suoi elettori nel mercato della Pescheria a Catania. “Adesso c’è da mettersi a lavorare per cinque anni, un periodo di tempo più che sufficiente per fare le cose che la Sicilia si aspetta”. Lombardo per ora preferisce non fare nomi di assessori: “Nelle prossime ore farò una riunione con i miei alleati, a Roma o possibilmente a Palermo, e decideremo”. Il neo presidente è convinto che “i ceti popolari hanno dimostrato maggiore fiducia nei nostri confronti rispetto a certi ceti medi che ci guardano con curiosità. Ce la metteremo tutta” ha concluso “per risolvere i molti problemi dell’Isola”. A cominciare dal Ponte sullo Stretto che fa parte dei desiderata del Cavaliere ma sul quale l’altro leader autonomista, Bossi, ha detto che dovranno esprimersi i siciliani.
La principale rivale nella corsa per il Governatore dell’isola, Anna Finocchiaro del Pd sostenuta dal centrosinistra e dalla sinistra si attesta attorno al 30 per cento, con gli altri voti divisi tra la Destra, Amici di Grillo e Forza Nuova. Il segretario regionale siciliano dei democratici, Francantonio Genovese parla di un risultato significativo per il Pd anche se resta il fatto che la percentuale ottenuta dalla candidata presidente è più bassa di oltre dieci punti rispetto a quella conquistata due anni fa da Rita Borsellino, che nel 2006 contro Cuffaro raggiunse il 41,64 per cento dei voti, superando le preferenze che aveva raccolto la coalizione che la sosteneva. Di avviso diverso Giuseppe Lumia, capolista del Pd eletto al Senato: “Le liste in Sicilia non sono state all’altezza dell’impegno della candidata Anna Finocchiaro e del progetto di Walter Veltroni. Ora urge una riflessione della società” ha aggiunto “e bisogna dire basta alle liti e alle divisioni nel partito da vecchia politica”
A proposito della Borsellino, è alta la tensione al quartier generale della Sinistra l’Arcobaleno. A spoglio quasi finito, la lista di Rita Borsellino naviga al 4,9% e rischia di non entrare all’Ars per via del quorum fissato al 5%. Per ora sono solo quattro i partiti che entreranno all’Assemblea regionale siciliana: Pdl, attestato al 32,6%, Partito democratico (19,1%), Mpa (13,9%), Udc (12,3%).
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Le hanno provate tutte. Dapprima in modo suadente e persuasivo, poi attraverso minacce e abbandoni. Niente da fare: alla fine, non l’ha spuntata quasi nessuno. Per più di una settimana, “Non passa lo straniero” è stata l’invocazione con cui la maggior parte dei dirigenti locali dei principali partiti ha provato a convincere i propri a leader a “scelte più orientate sul territorio, prediligendo candidati del luogo”. Senza alcun esito positivo però: chiuse le liste, quasi nessuno ha voluto modificare l’ordine dei candidati, rischiando di aprire un vaso di Pandora pericolosissimo e destabilizzante.
Così alle prossime elezioni, molti dei segretari regionali si vedranno costretti a convincere i propri elettori a votare volti che non hanno mai visto e nomi che non hanno mai sentito.
In Sicilia, ad esempio, il Partito democratico ha deciso di candidare nelle sue liste una rosa di nomi che con l’isola ha poco o punto a che fare. È il caso del romano Enzo Carra, candidato teodem in quota Margherita, o di Rita Bernardini (della Capitale pure lei), segretaria dei Radicali che, grazie all’accordo siglato nel loft romano del Pd, sarà con ogni probabilità eletta alla Camera dei Deputati nella circoscrizione 2 dell’Isola.
Sempre in Sicilia ha trovato spazio Ricky Levi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo Prodi (con delega per l’informazione e l’editoria), e il professor Marco Causi, che fino a qualche mese fa è stato assessore al Bilancio al Comune di Roma nella giunta guidata da Veltroni.
Simili “boatos” sono arrivati anche dalla Puglia, dove il segretario regionale Michele Emiliano ha minacciato fuoco e fiamme per la decisione del coordinamento nazionale di imporre candidati esterni. Sempre per il Pd, nelle Marche correrà da capolista al Senato Giorgio Tonini, responsabile economico del Partito, che però è nato e vissuto in Trentino Alto Adige. Qui, ma stavolta nelle fila della Sinistra Arcobaleno, continuerà la sua corsa la piemontese 85enne Lidia Menapace, senatrice uscente, candidata in quota Rifondazione Comunista, al posto del veneziano Marco Boato (che non l’ha presa benissimo).
Al “centralismo democratico” non è scampata neppure una delle regioni più “rosse” d’Italia: in Emilia Romagna, il ticket siciliano candidato dal centrosinistra per la guida dell’Isola sarà presentato anche per il Senato: Anna Finocchiaro correrà come capolista per il Partito democratico, Rita Borsellino per la Sinistra Arcobaleno. Dal canto suo, il Pdl ha deciso di proporre ai suoi elettori la fondatrice dei Circoli della libertà Michela Vittoria Brambilla, nata e vissuta in quel di Lecco. Il Partito delle libertà, ha poi deciso di presentare la trentina Michaela Biancofiore in una delle circoscrizioni campane e la fisioterapista del “Galeazzi” di Milano, Licia Ronzulli, come candidata nelle Marche al nono posto nelle liste della Camera.
Scaduti i termini, i dirigenti locali di buona parte dei principali partiti si possono rassegnare: “lo straniero è passato”. Per loro, adesso resta solo la speranza che simili scelte non portino a nuova Caporetto.
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Magistrati, militari, prefetti: alle prossime elezioni politiche i professionisti della sicurezza scendono in campo. Una pattuglia - collocata trasversalmente in vari partiti, da destra a sinistra - che si prepara a battersi per un seggio ad aprile dopo aver riposto in armadio la toga o la divisa.
MILITARI - Nutrita la pattuglia di militari in lista. Il nome più noto è senz’altro quello del generale Roberto Speciale, ex comandate della Guardia di finanza, candidato in Umbria al Senato per il Pdl. Protagonista di un clamoroso scontro con il Governo Prodi, il generale - se verrà eletto - non rischierà di incrociare a Palazzo Madama il suo ‘nemico’, il viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco, che non si è ricandidato. Altro nome di spicco, questa volta nelle fila del Pd, è quello del generale Mauro Del Vecchio, che ha risposto alla chiamata di Walter Veltroni dimettendosi dall’incarico di capo del Coi, il Comando operativo di vertice interforze. Il generale - che correrà nel Lazio per un seggio al Senato - ha ricoperto diversi incarichi al vertice delle missioni italiane all’estero, dai Balcani all’Afghanistan. E c’è un generale in corsa anche per l’Udc di Pier Ferdinando Casini: è Andrea Fornasiero, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, ora in pensione. A completare la quaterna di generali c’è Silvio Mazzaroli, ex comandante della Kfor nei Balcani. Correrà in Friuli Venezia Giulia per un posto al Senato con l’Italia dei Valori. Scendendo di grado, si trova poi il capitano Gianfranco Paglia, medaglia d’oro al valor militare, candidato alla Camera in Campania per il Pdl. Paglia è costretto dal 1993 sulla sedia a rotelle, dopo essere stato ferito a Mogadiscio nell’agguato al check point ‘Pasta’ in cui morirono tre soldati italiani.
MAGISTRATI - Sono cinque i magistrati che si candidano per la prima volta per un seggio in Parlamento e che, nei giorni scorsi, hanno ottenuto l’aspettativa dal Csm. Per il Pdl corrono Giacomo Caliendo, consigliere di Cassazione ed esponente della Corrente Unicost e Alfonso Papa, direttore generale della Giustizia Civile del ministero. Il Pd punta su Donatella Ferranti, segretario generale del Csm; Gianrico Carofiglio, pm a Bari e scrittore di libri gialli; Silvia Della Monica, ex pm a Perugia, capo Dipartimento dei diritti e delle pari opportunità del ministero guidato da Barbara Pollastrini. La Sinistra Arcobaleno mette in campo Gianfranco Amendola, ex pretore d’assalto, già parlamentare dei Verdi. Non hanno invece dovuto presentare alcuna richiesta al Csm magistrati che sono già parlamentari e che tornano a candidarsi: per il Partito Democratico è il caso di Anna Finocchiaro, Lanfranco Tenaglia, Gerardo D’Ambrosio, Felice Casson, Alberto Maritati; per il Popolo della Libertà, di Francesco Nitto Palma, Alfredo Mantovano e Roberto Centaro.
PREFETTI - Di alto livello anche la componente prefettizia che corre alle politiche. Qui, il più celebre è Achille Serra, che si è’ dimesso dall’incarico di Alto commissario per il contrasto alla corruzione per candidarsi in Toscana al Senato sotto le insegne del Pd. Sempre per il Pd corre poi l’ex vicecapo della polizia, prefetto Luigi De Sena, candidato in Calabria. Il Pdl ha invece in lista il prefetto Raffaele Lauro, che si è dimesso da commissario straordinario Antiracket ed Antiusura. Nel partito di Berlusconi e Fini anche Maria Elena Stasi, che ha ricoperto l’incarico di prefetto a Campobasso e a Caserta, in corsa in Campania. In lista poi anche due esponenti dei sindacati di polizia: Filippo Saltamartini, segretario del Sap, con il Pdl; Oronzo Cosi, segretario generale del Siulp, con l’Udc.

di Carlo Puca
“Gradisce un’arancia?”. Banditi i cannoli, nella sede romana del Movimento per l’autonomia offrono agrumi. Di Catania, naturalmente, “polposi e grandi come Raffaele Lombardo”. Polposo, sì, perché l’amico Raffaele ha sempre badato al sodo, secondo i detrattori anche troppo. Grande no, ancora non lo è. Almeno fin quando il politico Lombardo non batterà, se batterà, Anna Finocchiaro nella corsa a governatore. Che in Sicilia è come essere un capo di stato.
Partiamo da un paradosso. Mentre il Partito democratico la rispetta, la sua parte politica l’ha marchiata. Gianfranco Miccichè dice che lei è in continuità con Totò Cuffaro.
Che dire? Gli eventi gli hanno preso la mano. Prima Miccichè mi implorava di candidarmi; poi ha cambiato idea ed è diventato pure un po’ sguaiato. È una sorta di incontinenza dalla quale spero prima o poi guarisca. Più prima che poi.
Ma la continuità c’è o non c’è?
Io custodisco prezioso il valore dell’amicizia. Il mio atteggiamento verso Cuffaro è ispirato soltanto da questo. Dietro la sua porta, a perorare cose men che nobili, ci sono stati uomini di tutti i partiti che oggi, ipocritamente, lo accusano. Ma Totò è lontano mille miglia dalla mafia. Ovviamente cosa diversa è avere sbagliato nell’aiutare amici finiti nelle trame della criminalità. Confondere la mia lealtà con la continuità, o addirittura la complicità su certe cose, come sostiene qualche carogna dell’informazione, è disonesto. La stampa militante mi dà il voltastomaco.
Lei ce l’ha con i giornalisti che la accusano di gestione clientelare del potere. Però quegli articoli riportano un dato innegabile: nel Mezzogiorno si ottiene consenso anzitutto con le clientele.
Questa sarà la vera rivoluzione siciliana, cambiare lo stato delle cose: è il primo punto del mio programma, lo attuerò se Dio e gli elettori vorranno. L’ho dimostrato proprio a Catania, con efficienza, trasparenza e rigore finanziario. Sulla provincia non grava alcun sospetto giudiziario. E tra i miei elettori ho conquistato primati di fiducia a livello nazionale.
Fiducia e voti, lei sta diventando sempre più potente. Qui fuori c’è la fila per salire sul carro del vincitore.
Noi facciamo salire chi riteniamo. Preferiamo non ottenere seggi piuttosto che imbarcare tutti.
I nomi che circolano sono tutti di ex potenti democristiani.
Chi, Enzo Scotti? È uomo di grande intelligenza, si è lasciato alle spalle il passato, senza nostalgia. Poi, al di là della candidatura, voglio citare l’intelligenza vivacissima di Paolo Cirino Pomicino. Di Pomicino farei il massimo pensatore meridionale, se solo smettesse con l’idea di rifare la Dc.
Che fa, abiura la sua storia?
Io ho militato nella Democrazia cristiana. Ricordo la degenerazione, il correntismo, le lotte spaventose per il potere. La Dc finì male anche per colpa dei democristiani, non capirono che era cambiato tutto. L’Mpa è nuovo perché postideologico. E comunque, dopo di me ci sarà il passaggio del testimone a giovani sostenitori della fiamma autonomistica spentasi
nel dopoguerra.
Era l’Isola degli indipendentisti…
I siciliani si accorsero che l’unità d’Italia era stata una truffa, una violenza, una conquista orchestrata da Cavour, voluta dai Savoia ed eseguita brutalmente da Garibaldi. Dopo ottant’anni di sfruttamento la Sicilia nutrì la grande speranza dell’indipendenza. Poi si è risolto tutto in un pezzo di carta, ma di grandissima importanza: lo statuto speciale. Purtroppo l’autonomia funziona solo se c’è un partito territoriale. Ora c’è l’Mpa.
Lei pensa alla secessione?
Assolutamente no, non ce n’è bisogno, bastano l’autonomia e la devoluzione delle risorse economiche.
Al Sud conviene? Dallo stato centrale ha sempre preso.
Molto meno di quanto gli spettasse. Però ha complessivamente sperperato il denaro. La classe dirigente meridionale ha preferito costruire sulle risorse le basi, spesso illecite, del suo consenso. Anche in Sicilia.
Lei sembra non volersi fermare, vuol diventare il Bossi del Sud?
Accettando il ministero che mi era stato offerto mi sarei sentito uno spiantato. In questa fase storica era giusto che l’Mpa concorresse per l’autonomia della regione. Avremo anche una nostra pattuglia di parlamentari, ma conta di più recuperare lo spirito autonomistico. Poi il futuro è di Dio.
Con Silvio Berlusconi lei ha condotto una trattativa formidabile.
Ma no, l’ho solo portato a riconoscere la nuova questione meridionale, che dall’agenda politica era scomparsa da tempo. Romano Prodi disprezzava il Sud. E però sono proprio quelli alla Pomicino gli accusati del disastro. In passato di errori ne sono stati fatti tanti. La nostra linea è del tutto diversa.
Basta assistenzialismo: se solo impieghiamo bene i 15 miliardi dei fondi strutturali, otteniamo la fiscalità di vantaggio e incassiamo le tasse locali, siamo a cavallo. Poi ci vogliono meno burocrazia, piccola impresa, un piano per l’energia. E le grandi opere: ferrovie, autostrade e il ponte sullo Stretto.
Il ponte non minerà la “sicilitudine”?
La sicilitudine, nel senso di superiorità fondata sul poco, è solo una malattia.
La spesa regionale è altissima.
Il rigore finanziario è fondamentale. Oggi la spesa corrente assorbe gran parte delle uscite. Abbiamo una caterva di dipendenti, li ridurrò. La regione dovrà avere una élite burocratica, ma poi sarà opportuno esternalizzare una serie di servizi. Certo, non si può nemmeno licenziare chicchessia, ma lavorare pian piano sui prepensionamenti.
In caso di vittoria ripescherà assessori uscenti?
No, pure loro non sono interessati. Ma se la dottoressa Agata Consoli volesse…
La sua avversaria principale è Anna Finocchiaro del Pd.
Le riconosco grandi capacità, ma ha mostrato poco interesse per il territorio.
Però la sua vice, Rita Borsellino sul territorio c’è, per di più a combattere la mafia.
In Sicilia ci sono tante persone rispettabilissime. Ma non si può governare andando
avanti per simboli e miti. Parliamoci chiaro: iniziò Leoluca Orlando con il professionismo dell’antimafia. Questa è una precondizione, poi ci vuole anche la capacità di governare.
La mafia le fa schifo?
Non ho condiviso questo slogan. So bene quanto costi ai siciliani la mafia, è una stimmata che ci portiamo addosso, dovunque andiamo. Ma la criminalità va combattuta facendo ciascuno il proprio dovere. Io non faccio il magistrato.
Berlusconi premier garantirebbe la guerra alla mafia?
La sicurezza è un capitolo fondamentale del programma: lotta senza quartiere alla criminalità organizzata, ma anche ai clandestini che sgozzano, agli immigrati che avvelenano, agli italiani che delinquono, del Nord, del Sud e del Centro.
Lei chiederà più polizia?
Io mi responsabilizzerei sempre di più. All’articolo 31 lo statuto speciale conferisce al presidente della regione i poteri di guida della polizia e delle forze armate. Certo, fa paura, ma è così: in Sicilia la polizia dovrebbe governarla il presidente regionale in accordo con le province, piuttosto che con i prefetti.
Da governatore potrà far valere quest’opzione.
Quando si comincia a gustare il piatto dell’autonomia, non ci si ferma più. L’appetito viene mangiando.
Con lei la “Sicilia nazione” finirebbe di essere soltanto una teoria.
Naturale. Dobbiamo riprendere a scrivere un pezzo di storia dell’umanità: la nostra terra fu capitale del Mediterraneo, è stata ridotta a colonia.

“Poche donne, troppi catapultati”. Ieri sera, il Pd di Veltroni ha chiuso le liste elettorali, rivendicando tempestività nelle scelte ad una settimana dal termine imposto per legge. Ma non fa in tempo, l’ex sindaco, a vantarsi di aver “presentato per primi le liste con una settimana di anticipo” ed ecco che salta su Emma Bonino che, dalle onde di Radio Radicale, si scaglia contro il candidato premier: “Ieri sera era stata data scritta a mano la lista dei candidati radicali ed emerge chiaramente che la proposta da loro fatta dei nove eletti non è mantenuta”. Quindi la minaccia: “Non intendo candidarmi capolista in Piemonte perché non sono un soprammobile, da loro sbrecciato, che si può prendere e spostare dove vogliono”.
Pur cercando di tranquillizzare la pattuglia Radicale (”I nove eletti ci sono” replica dagli studi di Porta a Porta), Walter sa che i problemi per le liste potrebbero iniziare proprio ora. Perché dalla Sicilia al Piemonte, è tutto un pianto greco di dirigenti ed esponenti della cosiddetta “società civile” che aspiravano ad uno scranno e che invece sono rimasti fuori, accusando il partito di scelte poco rappresentative. A cominciare dalla compagine femminile: la quota (35%) di donne elette prevista dallo statuto del Pd dovrebbe essere rispettata, ma in alcune regioni la pattuglia di candidate è parsa comunque troppo esigua. In Piemonte, ad esempio, la senatrice Magda Negri ha puntato l’indice sulla “penalizzazione delle militanti e delle dirigenti. Nella nostra regione” ha proseguito “alla fine sono solo quattro o cinque le donne in posizione di eleggibilità su circa venti possibili parlamentari”. A stretto giro di microfono, è arrivata la risposta del segretario regionale del Pd Gianfranco Morgando che ha ricordato a tutti che “abbiamo dovuto scontare l’inserimento in Piemonte di molte candidature nazionali, otto”.
Ed è proprio questa l’accusa che molti colonnelli del partito fanno: troppo spazio a scelte decise da Roma e non condivise dal territorio. In Emilia Romagna ci sarà spazio ad esempio per una dei sei “prodiani” doc, il capo ufficio stampa del premier uscente Sandra Zampa e per Anna Finocchiaro capolista al Senato (e candidata anche in Sicilia, sia per il Senato che per la Presidenza della Regione).
Nell’isola, si presenterà anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Ricky Levi, seguito - chissà perché - da Marco Causi che con i siciliani non ha molto a che fare: è stato infatti assessore al Bilancio al Comune di Roma nella giunta guidata da Veltroni. Capolista per il Senato qui sarà il chirurgo Ignazio Marino, seguito da Enzo Bianco, a cui il coordinamento del Pd ha concesso una deroga. Candidato nell’isola anche Nuccio Cusumano, il senatore dell’Udeur che si dissociò da Mastella e votò la fiducia a Prodi, subendo gli improperi e l’aggressione del compagno di partito Tommaso Barbato.
Confermati in lista poi tutti e cinque “teodem”, anche se con qualche modifica di non poco conto. Scorrendo le liste dei candidati lombardi al Senato si scopre infatti che Paola Binetti non c’è. I dirigenti nazionali hanno deciso di candidarla alla Camera, forse per depotenziare il suo ruolo in un’eventuale situazione di pareggio a Palazzo Madama, forse per evitare di inserirla fianco a fianco con l’oncologo Umberto Veronesi, capolista nella Regione.
Dopo l’accordo con il Pd, nelle liste trovano spazio anche i Radicali, che però hanno già annunciato di non essere affatto soddisfatti: “ieri sera - ha detto Emma Bonino, candidata in Piemonte al Senato - era stata data, scritta a mano, la lista dei candidati radicali ed emerge chiaramente che la proposta da loro fatta dei nove eletti non è mantenuta”. Il segretario nazionale Rita Bernardini dovrebbe comunque essere quarta (in posizione sicura) nel collegio della Sicilia orientale per la Camera dei deputati. Ha creato invece un mezzo terremoto la scelta di candidare in Puglia per il Senato la radicale Donatella Poretti e il leader storico di Gay left Paola Concia: il segretario regionale Michele Emiliano ha dichiarato di non aver firmato le liste anche per “la presenza di una candidata radicale “.
Stesso clima a Caserta, dove il coordinatore provinciale Sandro De Franciscis si è dimesso denunciando che “nelle liste campane sono presenti due rappresentanti della provincia di Benevento, un numeroso gruppo di Salerno e nessuno di Caserta. È una vergogna, evidentemente il Pd non ha bisogno dei voti casertani. Io voterò democratico, ma non posso garantire per i miei conterranei”.
Restano fuori poi diversi big. Tra questi, c’è il costituzionalista Stefano Ceccanti, uno degli studiosi più vicini a Veltroni, nonchè “ghost-writer” dei tentativi di riforma elettorale. Escluso anche l’ex presidente della Commisione nazionale Antimafia, Giuseppe Lumia: ha incassato la solidarietà del presidente di Confidustria Sicilia, Ivan Lo Bello (”se non è candidato, si indebolirà l’azione di contrasto a Cosa Nostra nel territorio”), ma non quella del Pd, che non gli ha concesso la deroga per continuare a restare in Parlamento.
Diversa la scelta dell’ex ministro delle Comunicazioni Salvatore Cardinale: piuttosto che invocare la richiesta, il coordinamento nazionale ha pensato bene di candidare la figlia ventiseienne Daniela, studentessa di Scienze della Comunicazione. Evidentemente, passa anche per queste decisioni il rinnovamento generazionale voluto da Veltroni.
Il VIDEO servizio:
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Amici e sodali di lungo corso in buona parte delle amministrazioni italiane, avversari, più o meno agguerriti, a livello nazionale. In quasi tutta Italia, alle prossime elezioni Pd e Sinistra Arcobaleno in due schede elettorali saranno certamente alleati, in almeno altre due no. E lo strabismo di strategie e programmi rischia sin d’ora di fare perdere punti e consensi ad entrambi i partiti.
L’ultima brutta notizia arriva dalla Sicilia, dove il centrosinistra dovrebbe presentarsi con il ticket rosa composto da Anna Finocchiaro e Rita Borsellino. Dovrebbe, appunto. Il condizionale è diventato d’obbligo perché sono bastate un paio di dichiarazioni dell’ex capogruppo al Senato del Pd a scatenare nell’Isola una ridda di mugugni e malcontenti. Oggetto della controversia, l’idea di proporre una “lista del Presidente” con a capo proprio la Finocchiaro e l’invito di quest’ultima a dare un “voto utile” (e cioè ai due più grandi partiti, Pd e Pdl) alle prossime elezioni nazionali.
Sono seguiti irritazioni e toni ultimativi. “Quelle dichiarazioni sono un imperdonabile errore politico. Non sto dicendo che correremo da soli. Tuttavia, valuteremo se il nostro voto è utile o no. Il nostro sostegno non è affatto scontato” ha intimato il senatore Gianni Battaglia, segretario regionale di Sinistra Democratica. Ma nei veti incrociati tra Pd e Sinistra Arcobaleno, la Sicilia non è destinata a restare un’eccezione.
Salendo per lo Stivale, c’è ad esempio il caso Campania, dove il prossimo 13 aprile voteranno per le amministrative quasi mezzo milione di persone. Complice anche il terremoto causato dall’abbandono di De Mita, su candidati e programmi da presentare il Pd sembra in alto mare. Di certo, non c’è stato alcun segno di dialogo con l’estrema sinistra e, almeno finora, non è neppure previsto il solito “tavolo programmatico”, anticamera del vero e proprio accordo elettorale.

Le cose non vanno meglio nella Capitale. Se Gianni Alemanno, candidato a sindaco di Roma del PdL dovrà guardarsi dalla Destra di Storace, Francesco Rutelli non può di certo stare tranquillo. Da giorni, il Psi di Boselli non perde occasione per attaccarlo e ha già designato Franco Grillini come aspirante primo cittadino. In queste ore, poi, le fibrillazioni all’interno della coalizione che dovrebbe sostenere l’ex vicepremier sono cresciute. La Sinistra Arcobaleno ha chiesto di poter indicare già prima delle elezioni il vicesindaco (che dovrebbe essere Patrizia Sentinelli di Rifondazione Comunista) e preme per un impegno esplicito in favore dei diritti civili da parte dell’ex presidente della Margherita. Dal canto suo, Rutelli ha risposto che le unioni civili “sono le leggi dello Stato e Roma vi si attiene”, anche se ha accettato l’istituzione “di un centro internazionale della cultura omosessuale” in modo da “riconoscere e valorizzare ogni minoranza presente sul territorio”.
Intenzioni che non sono state evidentemente sufficienti a placare la diffidenza nata intorno alla Sinistra Arcobaleno. “Non sarò il leader politico che sono stato pur continuando a seguire il cammino del Pd. Se eletto, sarò il sindaco di Roma e di tutti” ha assicurato Rutelli.
Ma il 13 aprile, la divergenza di alleanze tra amministrative e politiche rischia di sottrarre molti voti ai due principali partiti del centrosinistra. E allora il tanto agognato Election day potrebbe riservare qualche brutta sorpresa a veltroniani e bertinottiani.
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