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antiberlusconismo

La metamorfosi dei Popolari del Pd: vieni avanti, cattodipietrsita

Il neo capogruppo del Pd alla Camera Dario Franceschini con la teodem Paola Binetti

Il neo capogruppo del Pd alla Camera Dario Franceschini con la teodem Paola Binetti

I cattolici democratici sono vivi e lottano insieme a noi. Ma qualcuno ha cambiato look e si è trasformato in cattodipietrista. Giustizialismo, antiberlusconismo e una buona dose di populismo mediatico sono i caratteri con i quali si manifesta oggi la frangia più rumorosa del popolarismo erede di Giuseppe Dossetti. La sconfitta nella corsa alla segreteria del Pd sembra aver accelerato la deriva dipietrista di alcuni popolari, con Dario Franceschini e Rosy Bindi in testa. Continua

Che profumo, i soldi di Travaglio

Marco Travaglio

Il titolo, L’odore dei soldi, era quasi profetico. Infatti da quando, 8 anni fa, Marco Travaglio ha scritto il suo primo best-seller interamente dedicato a Silvio Berlusconi, il 740 dello scrittore-giornalista è schizzato verso l’alto, crescendo ogni anno, sino ai fasti di oggi. Continua

Da “nutellone” ad “antiberlusconismo”, l’italiano arricchisce di oltre 4mila parole

Giornal in Parlamento

La “superstar” è Silvio Berlusconi. Il Cavaliere domina la scena anche dal punto di vista linguistico, tanto da battere, su questo terreno, sia i suoi più diretti concorrenti degli ultimi anni, sia i suoi alleati più fidati. A fronte di ben 30 neologismi derivati o ispirati al leader Pdl (berluschese, berluschista, beluscofobo, berlusconardo, berlusconata, berlusconeide, berlusconiano, Berlusconi boy, berlusconifobico, Berlusconi-pensiero, berlusconismo, berlusconista, berlusconite, berlusconizzante, berlusconizzare, berlusconizzarsi, berlusconizzato, berlusconizzazione, Berlusconomics, Berlustroni, ma anche antiberlusconiano, antiberlusconismo, anti-Cavaliere, Cavaliere, controberlusconizzare, deberlusconizzato, Esse Bi, imberlusconirsi, postberlusconiano e Silvio-pensiero), quelli prodotti da Walter Veltroni sono 18 (Veltrolandia, veltrusconismo, veltronata, veltroneggiare, veltroneria, veltrones, veltronese, veltroniano, Veltroni boy, veltronico, Veltroni day, veltronismo, veltronizzare, veltronizzarsi, veltronizzato, veltronomics, veltrusconi e veltrusconiano). Aconro più indietro nella classifica ci sono le parole riconducibili a Romano Prodi (7). Altri leader politici che hanno generato parole nuove sono Antonio Di Pietro (con 6 neologismi), Giulio Tremonti (5), Massimo D’Alema (4), Clemente Mastella (4), Fausto Bertinotti (3), Umberto Bossi (3) e Marco Pannella (3).
A registrare le novità linguistiche create dalla politica è il volume Neologismi. Parole nuove dai giornali, pubblicato dall’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani. Il volume, diretto dai linguisti Giovanni Adamo e da Valeria Della Valle, è nato dalla lettura e dallo spoglio di 57 testate a diffusione nazionale e locale tra il 2000 e il 2008.
E come facilmente prevedibile, la parte del leone la fanno le parole nuove generate dall’analisi e dalla descrizione della situazione politica. E il dominatore assoluto appare appunto l’attuale premier Silvio Berlusconi.

Ma ache il mondo dello spettacolo contribuisce in maniera particolare alla formazione di nuovi lemmi. Vicino a quelli, pur nella loro novità, un po’ più istituzionali (come per es. baudismo, benignesco, biscardaggine, Vallettopoli, anti-velina, arboriano), alcuni colpiscono maggiormente e sono indicativi di un tipo di realtà: è il caso di termini come tafazzismo (il masochismo tipico di Tafazzi, personaggio televisivo interpretato da Giacomo Poretti, componente del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, comparso per prima volta nella trasmissione Mai dire gol nel 1995) coniato dal giornalista Curzio Maltese; lelemorismo (capacità deteriore di insinuarsi e condizionare con le proprie scelte l’ambiente dell’intrattenimento e dello spettacolo, attribuita all’agente Lele Mora, noto alle cronache per le vicende collegate allo scandalo di Vallettopoli) creato da Antonio Dipollina; grillonauta di Monica Guerzoni (chi si collega e naviga nel sito telematico di Beppe Grillo).
L’elenco delle nuove parole registrate nel volume della Treccani presenta poi alcune vere chicche. Di seguito, tra le tante, alcune tra le meno prevedibili: legologo (esperto delle strategie politiche del partito della Lega Nord), nutellone (chi appartiene alla generazione cresciuta mangiando Nutella), noismo (abitudine a dire sempre no), cocacolista (chi o che si uniforma alle scelte americane), McMondo (il mondo globalizzato, rappresentato simbolicamente dalla nota catena di ristorazione veloce), giallologo (esperto di trame e strutture dei romanzi gialli), lampadarsi (abbronzarsi con l’aiuto di una lampada a raggi UVA), pornivendola (donna che vende il proprio corpo), giocatore del cielo (giovane appassionato del gioco del calcetto, che partecipa a partite spontanee e improvvisate, talmente notturne e clandrestine, sulle terrazze dei palazzi), cinecocomero (il film popolare dell’estate, chiaramente contrapposto al più noto cinepanettone), ingellato (con i capelli intrisi di gel) e, ultima anche dal punto di vista alfabetico tra quelle presenti nel volume, zupperia (locale di ristorazione nel quale sono servite e consumate zuppe di vario tipo).

Franceschini comincia con un ritorno al passato: “Premier contro la Carta”

Dario Franceschini con il padre Giorgio

Per decenni è stata il principale serbatoio di voti, di iscritti e di quattrini. Del Pci prima, dei Ds poi. Ma l’Emilia rossa dei sindaci popolari, degli asili nido studiati presi a modello nel mondo e delle Feste dell’Unità, non aveva mai espresso un leader nazionale del principale partito della sinistra. “Evidentemente” mormora a mezza voce un dirigente ex Ds “ci voleva un democristiano per rompere il tabù…”.
Nel suo primo giorno da segretario, Dario Franceschini è tornato a casa. In quella terra con “l’acqua d’argento che le scorre nelle vene” (per usare la parafrasi del Po che ha usato nel suo romanzo), comunisti e cattolici se le sono date di santa ragione. Ma a certe “contraddizioni” Dario è abituato.

Come rivelato prima dal Giornale e poi ammesso da lui stesso (sullo steso quotidiano), il nuovo leader dei Democratici vanta un papà partigiano: Giorgio, avvocato e deputato dc negli anni Cinquanta (nell cui mani, che tenevano una copia della Costituzione ha giurato, usando le parole che di solito pronuncia il presidente del Consiglio, fatto da lui stesso definito “anomalo” per un dirigente politico, in particolare quando ha pronunciato la formula “eserciterò le funzioni di segretario del Pd nell’esclusivo interesse della Nazione”) ma anche un nonno (quello materno) fascista. Che: “Ci credeva, e negli incarichi amministrativi che ebbe riuscì a farsi benvolere da tutti” e che “Aderì prima al fascismo, poi alla Repubblica di Salò”.
Papà antifascista, nonno mussoliniano: si può fare, dunque. E infatti, attorniato dai partigiani, Franceschini ha giurato sulla Costituzione per farsene paladino, di fronte al cippo che ricorda l’eccidio Estense della Lunga notte del ‘43. Perché, dice: “Il presidente del Consiglio ha in mente un Paese in cui il potere viene sempre più tacitamente concentrato nelle mani di una sola persona. Questo è contro la Costituzione a cui lui ha giurato fedelta”‘.
La difesa della Carta non è quindi, nei piani del nuovo leader democratico, solo un alto richiamo ideale, ma anche - e soprattutto - uno strumento per caratterizzare la sua segreteria. Con un refrain già mandato dalla grancassa dell’opposizione: l’antiberlusconismo, molto più agguerrito, rispetto all’atteggiamento di Veltroni, del quale è stato il numero due.
Da numero uno, Franceschini sceglie di esordire così. Un pranzo, a base di tortellini - il suo piatto preferito - dai genitori; poi due passi in centro, salutando i vecchi amici, i giovani sostenitori e gli anziani. In molti gli stringono la mano, gli chiedono autografi, gli fanno gli auguri e i complimenti. Una signora lo supplica: “Per favore, non litigate più”. Franceschini risponde con un sorriso. Come promessa, forse, è un pò troppo impegnativa, per il Pd di questi tempi. Soprattutto a fronte delle prime scelte del neoeletto segretario.
Che fin nel suo discorso d’insediamento alla Fiera di Roma aveva detto: “Deciderò da solo”. E infatti: via il vecchio coordinamento (al suo posto, una sorta di comitato di segreteria), stop al governo ombra. Basta anche con il “caminetto”, e solo su singoli temi chiamata a raccolta dei “big” del partito per condividere le decisioni chiave. Più spazio agli amministratori locali, segretari regionali, personalità del territorio e volti nuovi, meglio se giovani. Sono questi i primi passi di Dario: tenersi alla larga da quelli che hanno “fatto fuori” il predecessore, l’amico Walter. Certo, nero su bianco, per ora, non c’è niente: si tratta di “pure illazioni”, mediatiche. Ma il segno di questo “nuovo giorno”, più decisionista del precedente si annusa: netta, ad esempio - dice chi ha parlato con il neo segretario - sarà la posizione del Pd sui temi etici, a cominciare dal testamento biologico, in difesa della libertà di scelta del cittadino, della laicità dello Stato e dell’autonomia dei cattolici in politica dalla dottrina della Chiesa. Chi meglio di un cattolico democratico può interpretare questo ruolo? Poi ci sono le riforme (giustizia, federalismo, intercettazioni, regolamenti parlamentari, forma di governo) sulle quali, dopo l’esordio aggressivo di Ferrara, il Pdl ha già chiuso le porte del dialogo. E l’offensiva per chiedere al governo verità sulla situazione dell’economia e risorse per combattere la crisi, a vantaggio delle fasce sociali più deboli.
Ma decisioni difficili Franceschini dovrà prenderle anche per ridisegnare l’organigramma interno al partito. Presto si vedrà se ha ragione chi dice che, con le dimissioni di Veltroni, è stato “dimissionata” anche l’oligarchia democratica. Sempre sabato Franceschini ha detto: “Non ho fatto patti, non ho padrini nè padroni”. Ma qualche avversario sì, soprattutto tra i più giovani (quelli a cui il Pd guarda per darsi una nuova veste): a cominciare “dall’astro nascente” Matteo Renzi (altro margheritino che ha trionfato in un territrio rosso, come Firenze): “Un’occasione persa”, quella dell’Assemblea. “Se Veltroni è stato un disastro” spiega in una intervista alla Stampa “non si elegge il vicedisastro per gestire la transizione”. In questi anni Franceschini “è stato una delusione, percepito come il guardiano di Quarta Fase, l’associazione degli ex popolari. Ma basta con questa storia degli ex!”.
Sarà anche per questo che l’Unità domenica, mentre il neo leader giurava sulla Carta, accompagnava il tutto con un interrogativo pieno di dubbi: “Ce la farà?”

I Quadretti di Brulliotoi

Detti e contraddetti: Veltroni, un uomo per sei stagioni

Walter Veltroni, sindaco di Roma, e neo segretario del Pd. I consensi alle primarie del 14 ottobre, attraverso le tre liste, sono stati 2.666.750 (75,81%).
“La critica che gli viene mossa più comunemente è un’apparente mancanza di sincerità”. Così, venerdì 12 ottobre, parla di Walter Veltroni il Financial Times, quotidiano britannico che non si può considerare uno strumento di propaganda di Silvio Berlusconi. Il giornale della City è moderatamente ben disposto verso il leader del Partito democratico, ma spicca quell’inciso. Veltroni bugiardo? Magari portato a promettere tutto e il suo contrario. Per dirla con una penna acuminata della sinistra, Barbara Spinelli: “Le più svariate identità sono a disposizione, come in un menù. Scegli questa o quella, secondo la platea, le convenienze ma anche i sognanti stati d’animo”. Veltroni reagisce alla sua maniera, da buonista ma legandosela al dito: “Accetto i giudizi, non i pregiudizi”. Non resta che esaminare nel merito il manifesto esposto al Lingotto il 27 giugno, e le successive e precedenti esternazioni.

Tasse. Veltroni sa che sono il punto debole della sinistra (”per troppi anni si è accomodata nella logica del tassa e spendi”) e stila tanto di decalogo con “preciso impegno a ridurre le tasse di almeno due punti di Pil rispetto al 2006″.
Chiama a conforto il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, e il presidente della Confindustria, Luca di Montezemolo. Però parte con una non piccola bugia: “Chi ha governato per cinque anni ha lasciato la pressione fiscale di quasi un punto più alta rispetto al 2001″. Se il leader del Pd leggesse l’ultima relazione della Banca d’Italia, alle pagine 131 e 132, vedrebbe che nel 2001 la pressione era al 41,2 per cento, e a fine 2005 al 40,5. Nel 2006 è schizzata al 42,3, ma a opera di chi? Per lo 0,3 per cento del decreto estivo Bersani-Visco; per un altro 0,5 di un aggiustamento a settembre e per un ulteriore 0,7 per la correzione a dicembre. Totale, più 1,5 a opera del governo Prodi. Questo afferma Draghi.
Ma prendiamo per buone le intenzioni di Veltroni: come ridurrebbe le tasse? “Serve una terapia choc per abbattere il debito pubblico, risparmiando sugli interessi”. Idea ispirata da Francesco Giavazzi e Tito Boeri, economisti di riferimento. In concreto? “Ricorrendo per il patrimonio pubblico a finanziamenti attrattivi per capitali privati: o lo si gestisce meglio ricavandone risorse per pagare quote di interessi, o lo si aliena parzialmente”.
Nessuno scandalo: ma che risultati ha prodotto questa cura a Roma, dove pure il sindaco ha dato smalto alla capitale e fatto crescere l’economia? In cinque anni il debito del Campidoglio è passato da 6 a 6,5 miliardi di euro, costringendo la giunta ad aumentare dello 0,3 per cento l’addizionale Irpef, mentre quella regionale cresceva dello 0,5. Un salasso non certo compensato dalla riduzione dello 0,2 dell’ici.

Veltronomics. Il neoleader ha una ricetta per il lavoro. Ma anche qui cade in qualche confusione. Veltroni al Lingotto: “È la lotta alla precarietà la grande frontiera. La vita non può essere saltuaria. La vita non può essere part-time. Un imprenditore può assumere così all’inizio, ma poi spetta alla comunità rendere certo l’incerto”. A Milano il 18 settembre: “L’idea di contratto unico a tutele decrescenti, anche superando lo statuto dei lavoratori, è suggestiva”. Di che si tratta? Della proposta, lanciata da Tiziano Treu e Boeri, di licenziare senza giusta causa nei primi tre anni. “Parliamone” dice tranquillo Walter.

Sicurezza: sì, no, forse. Quando ad agosto il sindaco ds di Firenze Leonardo Domenici approva l’ordinanza antilavavetri, Veltroni si dissocia: “A Roma siamo per l’accoglienza”. Prende le distanze anche da Sergio Cofferati: il sindaco di Bologna chiede poteri di polizia contro la microcriminalità, rompendo con Rifondazione che è in giunta pure in Campidoglio. “Non servono sindaci sceriffi” predica Veltroni. Poi però l’argomento sicurezza scala i sondaggi d’opinione. E dunque l’11 ottobre, in visita a Bologna, Veltroni sterza: “Sergio ha posto la questione con forza. Le cose gli daranno ragione”.

“Non mi occupo di Rai”. Il 9 settembre il governo nomina nel consiglio d’amministrazione Rai Fabiano Fabiani, manager pubblico di lunghissimo corso, uomo di fiducia di Veltroni. Ad agosto Walter giurava: “Il Paese vuole aria fresca, dalle asl alla Rai staremo lontani dalle poltrone”. Ora, di fronte al culmine dell’antipolitica, e forse con un po’ di coda di paglia, il 16 settembre s’ingegna: “Alla Rai azzeriamo il cda, chiedo un manager amministratore unico”.
Sembra di tornare al 1996. Nel novembre, da vicepremier di Prodi, dopo 131 nomine uliviste a viale Mazzini, aveva garantito alla Stampa: “La Rai? Non me ne occupo da anni”. Quattro mesi prima lo scomparso Enzo Siciliano, un sodalizio lungo una vita, era stato nominato presidente dell’azienda.

Tra Francia e Spagna. La riforma elettorale scalda i politici tanto quanto non interessa alla gente. Sarà anche per questo che Veltroni ne parla in modo ondivago. È sponsor del referendum, inviso ai piccoli partiti: ma non firma: “Non posso, creerei difficoltà al governo”. Un paradosso: ministri vicini a Prodi come Arturo Parisi e Giulio Santagata hanno firmato. Veltroni si spende per il sistema elettorale francese, poi per quello spagnolo, poi nuovamente si infatua per la Francia: “Visto Sarkozy? Tre giorni per fare il governo, pochi ministri…”. Lancia la sua riforma costituzionale: “Perché abbiamo 1.000 parlamentari? Perché una legge deve passare dalla Camera e poi dal Senato? Perché il capo del governo non ha potere di nomina e revoca dei ministri?”. Di senatori “ne basterebbero 100, quanti negli Usa”. Sono le stesse cose previste dalla riforma del centrodestra bocciata da un referendum nel giugno 2006.
E chi era tra i promotori del referendum? Veltroni. Presidente del comitato? Oscar Luigi Scalfaro: un anno dopo capo del comitato elettorale di Veltroni. Il quale spiega: “Alcune cose del centrodestra erano giuste. Per esempio, la riforma costituzionale bocciata dal referendum”.

Io e Silvio. “Chiunque sia l’avversario non lo considererò un nemico” dice. “Non si formino più schieramenti contro qualcuno, ma per qualcosa. La sinistra non può continuare a identificarsi nell’antiberlusconismo. Mi è stato dato atto di non aver mai partecipato a questa degenerazione”. Ma è lo stesso Veltroni che nel 1989, al teatro Eliseo di Roma, lancia contro gli spot delle tv Fininvest lo slogan “Non si interrompe un’emozione”? Quello che nel 1998, con la commissione Bicamerale a un passo dal successo, chiede di stralciare la questione giustizia, all’insaputa di Massimo D’Alema che la presiede, “per non fare un regalo a Berlusconi”? Ancora il Veltroni che nel 2002 benedice i girotondi di Nanni Moretti, Pancho Pardi, Paolo Flores d’Arcais, Furio Colombo? “Vediamo accendersi nuove speranze e nuove possibilità per un Ulivo che può avere confini più larghi” diceva allora.

Alla sesta reincarnazione (dopo dirigente del Pci, direttore dell’Unità, vicepremier, segretario ds, sindaco di Roma), Walter scopre, appunto, una nuova stagione. Il massimo dell’incoerenza? O del realismo?

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