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Il senatore Marcello Dell'Utri
“Non ne voglio parlare”. Soltanto un’opinione. “Non ne voglio parlare!”. Anche questo silenzio si doveva sentire. Il pentito Gaspare Spatuzza stava accusando Silvio Berlusconi come un torrente in piena, lo incolpava di intrecci infami con la mafia, di montagne di denaro sporco destinate a segnare l’origine della sua Fininvest; e non solo, lo stava addirittura tacciando di stragista, tanto che i titoli di molti giornali già parlavano di un premier ridotto all’angolo, e Michele Santoro respingeva ogni commento. Continua
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La ‘ndrangheta non va in vacanza, i magistrati anticosche neppure. Lunedì 17 agosto a Reggio Calabria l’aria sfrigolava e il mare dello Stretto era una sirena irresistibile.
Ma il caldo non ha impedito agli inquirenti, fra cui il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il suo vice Nicola Gratteri, di riunirsi presso la Direzione distrettuale antimafia per discutere una questione assai delicata: la fuga di notizie riguardante le indagini sui lavori per l’Expo 2015.
Da mesi gli uomini del pool anti ’ndrangheta sorto sull’asse Milano-Reggio Calabria tengono sotto controllo decine, se non centinaia, di presunti mafiosi impegnati nel settore edile e in particolare nel movimento terra, cioè il trasporto di ghiaia e il lavoro di scavo che fanno da indispensabile apripista a tutte le grandi opere. Peccato che in Italia anche i muri delle procure abbiano orecchi.
E che alcuni indagati, saputo dell’inchiesta, abbiano provveduto a bonificare case e uffici dove gli investigatori avevano piazzato le loro microspie. I personaggi in questione, tutti calabresi, sono riconducibili a due società di movimento terra attive in Lombardia. Per quanto risulta a Panorama sarebbero impegnate come subappaltatrici nei lavori di sbancamento necessari alla costruzione di un’importante arteria stradale, inserita tra le opere pubbliche collegate all’Expo 2015.
Della vicenda si sta occupando Ilda Boccassini, coadiuvata dai carabinieri del Ros di Milano e da colleghi calabresi. Il monitoraggio dei magistrati milanesi e reggini sui cantieri dell’Expo non è iniziato oggi, così come non rappresenta una sorpresa lo strapotere esibito dalle ’ndrine nel settore del movimento terra. A essere cambiato, e molto, è il modus operandi degli investigatori. Da qualche mese, invece di indagare sulle ditte o di perdersi a dipanare il groviglio di schermi societari messi a punto dai clan, il pool ha deciso di giocare d’anticipo. Gli inquirenti marcano a vista gli imprenditori in odore di ‘ndrangheta, studiano le loro mosse (come l’ingresso in aziende settentrionali pulite ma in crisi di liquidita, attraverso le quali partecipare alle gare), spiano le loro conversazioni per mesi. Per poterli intercettare hanno iscritto nel registro degli indagati decine di persone. Eppure qualcuno, come dimostra la riunione riservata di lunedi scorso, ha scoperto il gioco e ha messo in atto le contromosse. Bisogna vedere se bastera.
Che le mire calabresi sugli appalti dell’Expo siano robuste lo dimostra un’altra istruttoria condotta dai pm della Dda milanese Mario Venditti e Alessandra Dolci, secondo molti addetti ai lavori la madre di tutte le inchieste sulla ‘ndrangheta lombarda, quella che potrebbe “disarticolare” la cupola malavitoso-affaristica che prospera a Milano. Dall’indagine si evince infatti che recentemente le cosche trapiantate al Nord hanno siglato una pace duratura, dandosi un assetto collegiale come mai erano riuscite a fare nella regione di origine e seppellendo le faide in corso, per dedicarsi agli affari d’oro targati Expo 2015. Piu che una federazione di ‘ndrine, quasi un consorzio di aziende. Un piano di espansione cosi ambizioso da non limitarsi alla spartizione di camion e betoniere o alla promozione dell’imprenditoria criminale “made in Calabria”, ma che ha messo nel mirino l’intera economia lombarda.
Come mostra la recente disavventura della società Lucchini Artoni di Segrate il cui patron, Giancarlo Bianchi, si è aggiudicato l’Ambrogino d’oro. La società, impegnata nella costruzione della linea 5 della metropolitana (uno dei tanti gioielli da inaugurare prima del 2015), ha ricevuto a giugno dalla prefettura l’interdittiva antimafia. Il motivo? Secondo la Dia, 17 delle 22 ditte a cui la Lucchini aveva subappaltato il trasporto di materiale inerte erano collegate, direttamente o indirettamente, a uomini delle cosche di Isola Capo Rizzuto (Crotone).
“I nostri 40 camion erano tutti occupati e ci siamo rivolti a dei padroncini: non e colpa mia se l’80 per cento sono calabresi e, comunque, avevano tutti la certificazione antimafia” ribatte Vincenzo Bianchi, amministratore delegato e figlio del titolare. Nelle scorse settimane l’azienda ha comunque chiuso i rapporti con tutti i collaboratori sospetti e il 4 agosto ha riottenuto la certificazione antimafia. Gli accertamenti della Dia, tuttavia, proseguono per capire come sia stato possibile che un tale afflusso di calabresi di Isola Capo Rizzuto alla Lucchini non destasse sospetti.
Un compito arduo, visto che ormai in Lombardia i calabresi sono monopolisti nel movimento terra, assunzioni comprese. E un settore a bassa specializzazione e poco visibile, ma che per le ‘ndrine “vale più dell’oro”, come spiegava al telefono gia nel maggio 2008 il boss di Platì Domenico Barbaro, fermato due mesi piu tardi dal gip Piero Gamacchio con l’accusa di avere diretto per un lustro abbondante il racket dei cantieri dell’hinterland milanese. Lo schema dei calabresi è ben spiegato nell’ordinanza di custodia cautelare: “Tutti gli imprenditori edili sapevano che, a prescindere da prezzo praticato e qualità del servizio, il trasporto della terra era affare dei calabresi. Che poi raddoppiavano i ricavi stipando gli stessi mezzi e le stesse buche stradali di rifiuti tossici e infine creavano consenso e contaminazione assumendo a chiamata solo manodopera calabrese“.
Il sistema applicato da Barbaro a sud di Milano era stato replicato anche in Brianza (dal clan reggino degli Stellitano) e a Cologno Monzese, dove a marzo il pm Venditti ha fermato il crotonese Marcello Paparo, ritenuto il terminale locale delle cosche Arena e Bubbo: era riuscito a mettere il naso pure nei lucrosi subappalti della Tav ferroviaria e dell’autostrada A4.
C’e un ultimo elemento che accomuna le indagini di ieri e di oggi: in almeno un paio di casi le inchieste hanno rischiato di essere compromesse da fughe di notizie molto sospette, che hanno costretto gli inquirenti ad accelerare i tempi. O a convocare vertici riservati, come e appena accaduto, rinunciando ai bagni ferragostani.
(ha collaborato Gianluca Ferraris)

Giuseppe Pisanu, senatore del Pdl, è stato capo della segreteria politica della Dc, sottosegretario alla Difesa e al Tesoro, ministro dell’Interno e oggi è presidente della commissione Antimafia. Un curriculum che lo iscrive fra i maggiori esperti nella lotta alla criminalità organizzata, che per Pisanu “È più pericolosa di quel che sembri quando non ammazza, perché significa che è concentrata sui grandi affari”. Per questo in cima all’agenda dei lavori della sua commissione c’è il contrasto all’espansione delle mafie nell’economia.
È un pericolo tanto serio?
Più che di serio pericolo parlerei di concreta realtà. L’esperienza dimostra che le mafie hanno una straordinaria capacità di adattarsi ai grandi mutamenti economici, sociali e politici e di sfruttarli a loro vantaggio. Prima ancora che il Muro di Berlino cadesse completamente i referenti di Cosa nostra e della ‘ndrangheta erano già dall’altra parte a comprare ristoranti, alberghi, magazzini e quant’altro capitava.
Nello scorso numero di Panorama Gian Gaetano Bellavia, commercialista e importante consulente di diverse procure, ha dichiarato che molti aumenti di capitale di imprese del Nord stanno avvenendo con i soldi delle cosche. Ha segnali che confermano questa tendenza?
Non posso dare indicazioni precise, ma posso assicurare che Bellavia dice il vero. In una fase di stretta creditizia come questa, le grandi organizzazioni criminali acquistano di tutto (partecipazioni azionarie, titoli calanti in borsa, esercizi commerciali in difficoltà, beni immobili) a condizioni di favore e finanziano nuove iniziative anche in settori avanzati come l’eolico e le energie alternative. C’è di più: alcune ‘ndrine calabresi hanno messo gli occhi sul coltan africano, un prezioso minerale utilizzato per tecnologie sofisticate (compresi i cellulari, ndr).
A Panorama risulta che in questo periodo molte aziende italiane stiano ricevendo offerte di capitali da parte di misteriosi fondi canadesi. Ha notizie di questo flusso di denaro da oltreoceano?
Le vostre informazioni sono quantomeno verosimili. I clan calabresi muovono e ripuliscono il denaro sporco con tale competenza che i cartelli sudamericani della droga li preferiscono ormai ai loro tradizionali servizi finanziari.
Il procuratore Piero Grasso ha affermato che il primo problema da risolvere è quello dei paradisi societari. Che ne pensa?
Sono d’accordo, perché i paradisi fiscali sono i principali centri di raccolta e ridistribuzione dei capitali sporchi che vi arrivano per vie diverse, più o meno occulte, da ogni angolo del pianeta. Il sistema bancario nazionale e internazionale vi è coinvolto. Non a caso nei paradisi fiscali si addensano nugoli di filiali bancarie di ogni parte del mondo. Sicuramente dopo le decisioni prese dai capi di stato e di governo al recente G20 di Londra i paradisi fiscali avranno vita più difficile e molti intrecci sporchi tra banca e finanza salteranno. A questo fine la Germania, la Francia e l’Italia hanno fatto un lavoro egregio e, nonostante le resistenze che vengono da diversi paesi, sono sicuro che non demorderanno.
Le zone più coinvolte dallo shopping mafioso sarebbero quelle settentrionali, Lombardia anzitutto. Le risulta?
In base alle sue informazioni, quali sono le regioni o le città più colpite dal fenomeno? Come il denaro pulito, anche quello sporco atterra nelle aree e nei settori più redditizi. Fare una graduatoria delle regioni e delle città più colpite sarebbe arbitrario, ma possiamo essere certi che essa coincide con quella del reddito pro capite. E infatti il denaro sporco di Cosa nostra, della ‘ndrangheta e della camorra ha risalito lo Stivale prima dei suoi proprietari e si è insediato dappertutto nel Centro-Nord, da Roma a Bologna, Milano, Genova e Torino. Nel recente passato, quando in Sicilia calava il prezzo degli agrumeti a Milano saliva il prezzo degli immobili.
C’è un settore economico più esposto di altri all’assalto: edilizia, smaltimento dei rifiuti?
I settori più esposti sono quelli più redditizi e, in generale, meno soggetti ai controlli di legalità. Peraltro le mafie sanno adeguarsi rapidamente a tutte le situazioni. Per esempio, ora che lo Stato intensifica la caccia ai capitali illeciti, loro affinano le tecniche di occultamento; e investono sempre più all’estero, dove non esistono normative antimafia stringenti come le nostre. In ogni caso conta soprattutto il business, vecchio o nuovo che sia e in qualsiasi angolo d’Italia e del mondo si presenti.
E in quali paesi esteri investono maggiormente le cosche?
In Europa direi Germania, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Romania e area balcanica. Oltreoceano, Canada, Stati Uniti, Messico, Australia, Colombia e Venezuela.
Le ultime indagini dimostrano che la criminalità organizzata usa tecniche (soprattutto le false fatturazioni) che permettono di aggirare i controlli antimafia. Ha in mente nuove regole?
Tra le nuove misure messe a punto in Sicilia per il controllo degli appalti pubblici, ricordo le stazioni uniche appaltanti e i conti correnti unici per singole opere pubbliche. In quest’ultimo caso tutte le operazioni di spesa concernenti un’opera pubblica verrebbero effettuate attraverso un solo conto corrente, in modo da poter individuare tutti i beneficiari, dal più grande al più piccolo.
Il sostituto procuratore Antimafia Alberto Cisterna ha detto che il vero segreto degli affari della criminalità organizzata è il cosiddetto insider trading mafioso, ovvero la capacità delle cosche di conoscere con anticipo le scelte che le pubbliche amministrazioni faranno in campo economico, e di organizzarsi di conseguenza. Che cosa ne pensa e come si può risolvere il problema?
Purtroppo le mafie sono entrate nella pubblica amministrazione e nel mondo politico e riescono a influenzarne le decisioni, specialmente a livello di enti locali e regioni. Per di più dispongono di organizzazioni aziendali con dirigenti, impiegati e consulenti esterni. La rottura del rapporto mafia-politica è condizione indispensabile per la vittoria definitiva dello Stato. In questo senso dobbiamo estendere e affinare la legislazione esistente.
Il federalismo avvicina la gestione delle risorse pubbliche alle amministrazioni locali, meno impermeabili alle infiltrazioni delle cosche. Questo richiede compensazioni sul piano dei controlli: ci state lavorando?
Lei ha ragione. Il potere decentrato è più vulnerabile e corruttibile. Pensi a quel che è successo dopo il passaggio delle competenze dalla benemerita Cassa per il Mezzogiorno alle regioni del Sud: più sprechi, più manomorta, minore quantità e qualità degli investimenti pubblici. Sorte analoga è toccata più tardi ai fondi europei per lo sviluppo. Ma l’esempio non tragga in inganno. Le mafie incombono su tutto il territorio nazionale e minacciano gravemente l’economia, la società e le istituzioni. Anche il federalismo deve temerle e prevenirle, al Sud, al Centro e al Nord.
La ricostruzione post terremoto e il piano casa non rischiano di rivitalizzare l’edilizia mafiosa?
Le indagini della magistratura hanno svelato che in Umbria, dopo il sisma del 1996, si trasferirono intere ‘ndrine per partecipare ai lavori di ricostruzione. Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra sono già arrivate in Abruzzo e certamente puntano sulla ricostruzione. Bisogna proteggere gli investimenti pubblici con una ferrea squadra antimafia. Amintore Fanfani diceva che “il denaro dei poveri si amministra in ginocchio”; in questo caso io aggiungerei: e con le armi spianate contro i malfattori.
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“Un gruppo di lavoro composto da magistrati, in seno alla Procura nazionale antimafia, aiuterà la Procura dell’Aquila a evitare i rischi di infiltrazioni mafiose” negli appalti legati alla ricostruzione post-terremoto in Abruzzo. Ecco l’annuncio del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, nel corso dell’intervista a Maurizio Belpietro per Panorama del Giorno, su Canale 5.
Il capo dell’Antimafia preferisce però non parlare di “allarme cosa nostra”, a proposito di possibili infiltrazioni della criminalità organizzata nelle “grandi opere” per la rinascita della regione colpita il 6 aprile scorso: “Non voleva essere un allarme sui rischi di infiltrazioni nelle ricostruzione delle zone terremotate perché non ci sono ancora le condizioni. La fase della ricostruzione comincerà quando sarà finita quella delle emergenze. In realtà è una attenzione vigile che viene fuori dalle esperienze passate”, ha detto il procuratore nazionale antimafia. “Ancora forse non sono nemmeno definiti i processi per le responsabilità della ricostruzione in Irpinia” ha spiegato “e quindi è giusto che tutti i soldi dello Stato vadano interamente ai cittadini della provincia dell’Aquila e non ad arricchire persone e fare in modo che non facciano gli sciacalli con le casse dello Stato così come hanno fatto con le case”.
Le misure per una ricostruzione lontana dal rischio criminalità, secondo Grasso, dovrebbero contenere poi una lista di grandi aziende “pulite”, con il ruolo di organizzatori di quanto c’è da fare per la ricostruzione delle zone terremotate: “Nelle ‘why list’ potranno entrare anche piccole aziende e quindi non c’é il rischio di discriminazioni, bisogna partire dagli accertamenti sul territorio per cominciare a distinguere cosa va abbattuto e ricostruito, cosa va ristrutturato o puntellato. È questa la parte più importante per la creazione di una mappa di massima che poi consenta di stabilire la necessità dei finanziamenti e i tempi delle varie ricostruzioni”.
Per vigilare poi, il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso sta pensando a una “task force” che sarà possibile consultare e darà tutto l’aiuto necessario al procuratore dell’Aquila per evitare i rischi di infiltrazione della criminalità organizzata nella ricostruzione delle zone terremotate: “Ho già in mente di costituire un gruppo di lavoro nel mio ufficio, composta da magistrati ed esperti anche nelle criminalità che più tradizionalmente operano in Italia”.
La task force è la risposta all’intenzione manifestata dal procuratore dell’Aquila Alfredo Rossini di chiedere la collaborazione della Direzione nazionale antimafia.
Nel ricordare che il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha già dato la massima disponibilità per cercare di colmare i vuoti di organico negli uffici abruzzesi, Grasso ha spiegato: “Il nostro ufficio potrebbe occuparsi di tutta la parte che già esiste di reati di competenza della Direzione distrettuale antimafia applicando già qualche magistrato per sgravare la Procura dell’Aquila che si occupa delle indagini ordinarie. Questo certamente lo faremo”.

Pochi politici, ma tantissima gente. La manifestazione organizzata dall’associazione “Libera” di Don Ciotti in memoria delle vittime della mafa a Napoli ha riscosso un successo inatteso: secondo gli organizzatori hanno partecipato 150mila persone. Oltre due chilometri e mezzo di percorso, sul lungomare di Napoli, fra Piazza della Repubblica e Piazza del Plebiscito. Aperti dalle foto delle vittime e dall’inno di Mameli. E alla fine, sul palco è spuntato anche Roberto Saviano, l’autore di Gomorra, che ha preso parte alla lettura dei 900 nomi delle vittime di stragi e omicidi mafiosi in tutta Italia. C’era anche Luigi De Magistris, neo-candidato dell’Italia dei Valori, assieme ad altri magistrati come il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e il capo della Dda di Napoli Franco Roberti.
Ma nel corteo c’erano soprattutto le associazioni dei parenti delle vittime e quelle che si battono quotidianamente contro Camorra, ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Sacra Corona Unita. Come i ragazzi calabresi della locride di “Adesso ammazzateci tutti” o quelli di “Libera” che ha organizzato il corteo. E poi i lavoratori degli stabilimenti Fiat di Pomigliano D’Arco, alle prese con le difficoltà dell’azienda.
”In un Paese che vuole legalità, rispetto dei diritti, lavoro e comprensione, voglia di andare avanti - ha detto Piero Grasso- questa manifestazione è un grande risultato, quello di ricordare le vittime, perché sarebbe peggio dimenticarle. Dobbiamo essere sempre attenti perché in questo momento di crisi i capitali liquidi di coloro che hanno i contanti provenienti dalla criminalità diventano più potenti e forti”.
Secondo Grasso ”questi capitali sono in grado di occupare gli spazi delle istituzioni e dell’ economia. Questo è il momento in cui bisogna vedere quale è l’ origine del denaro senza chiudere gli occhi”. ”Ognuno deve impegnarsi per dire no alla mafia che è corruzione, favoritismo, un sistema che si infiltra e che - ha concluso - costituisce una zavorra per lo sviluppo e la crescita della società”.
Operazione della Squadra mobile della questura di Reggio Calabria per l’arresto di presunti esponenti della cosca Piromalli di Gioia Tauro, una delle più potenti della ‘ndrangheta e amministratori comunali. Le ordinanze sono cinque. Sono stati arrestati il sindaco di Gioia Tauro, il vice sindaco dello stesso comune e il sindaco di Rosarno in esecuzione di provvedimenti restrittivi emessi dal Gip distrettuale della città dello Stretto.
Si tratta di Giorgio Dal Torrione, Rosario Schiavone e Carlo Martelli. Nei confronti degli amministratori viene ipotizzato dagli inquirenti il concorso esterno in associazione mafiosa.
Gli altri due arresti riguardano esponenti della cosca Piromalli, egemone nella Piana di Gioia Tauro: Gioacchino Piromalli e suo nipote omonimo.
Nel corso dell’operazione, la polizia ha eseguito anche numerose perquisizioni.
I tre amministratori di Gioia Tauro e Rosarno arrestati per concorso esterno in associazione mafiosa erano indagati da alcuni mesi perché accusati di avere dato la loro disponibilità a far lavorare per i rispettivi Comuni l’avvocato Gioacchino Piromalli, di 39 anni, anche lui arrestato stamani, dopo una condanna per associazione mafiosa, favorendo così il suo reinserimento.
In realtà, secondo i magistrati della Dda di Reggio Calabria, gli amministratori avrebbero concorso al perseguimento delle finalità della ‘ndrina dei Piromalli. Nell’inchiesta è indagato anche il sindaco di San Ferdinando, ma nei suoi confronti non risulta sia stato emesso alcun provvedimento. Era stato lo stesso Gioacchino Piromalli, nipote omonimo dell’altro arrestato di oggi ritenuto uno degli elementi di vertice della cosca, a chiedere al Tribunale di sorveglianza di poter far fronte al giudizio del Tribunale di Palmi, che lo aveva condannato a un risarcimento civile di 10 milioni di euro nei confronti dei tre Comuni, lavorando, vista la sua non disponibilità economica, per conto degli Enti.
Lo stesso Piromalli aveva fatto richiesta ai tre Enti e i sindaci avevano in qualche maniera dato la loro disponibilità. Secondo quanto si è appreso, alla base dell’arresto, eseguito dalla squadra mobile di Reggio Calabria e dal Commissariato di Gioia Tauro, vi sarebbero, però, anche altri motivi.
Dopo la notifica degli avvisi di garanzia per quella inchiesta, avvenuta alla fine del gennaio scorso, il sindaco di Gioia Tauro azzerò la giunta comunale in carica, provvedendo a nominare assessori esterni. Fu allora che il suo vice sindaco uscì dall’esecutivo. Pochi mesi dopo, il 22 aprile scorso, il Consiglio dei ministri decise lo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. La commissione di accesso per accertare eventuali infiltrazioni della criminalità organizzata nelle attività del Comune era stata insediata dal Prefetto di Reggio Calabria nel dicembre 2007. Dopo una prima fase di lavoro e una proroga di altri 60 giorni, la Commissione ha depositato alla fine di marzo, in Prefettura, la propria relazione che è stata poi inoltrata al ministro dell’Interno. Da qui, poi, la decisione del Consiglio dei ministri di sciogliere il Consiglio comunale di Gioia Tauro. Il sindaco in carica all’epoca, Giorgio Dal Torrione, dell’Udc, era stato eletto, a capo di una coalizione di centrodestra, dopo il ballottaggio svoltosi nel maggio 2006.

Happy end. Proprio come le storie che piacciono a Walter Veltroni.
Drammoni tormentati che però si chiudono nel migliore dei modi. E infatti. L’altalena su cui era seduto Giuseppe Lumia, vicepresidente della commissione parlamentare antimafia, ha smesso di dondolare. Prima escluso dalle liste veltroniane, poi recuperato da Di Pietro; alla fine catapultato proprio là dove voleva: a guidare la lista del Pd al Senato in Sicilia. Il beau geste alla Garrone lo ha fatto il chirurgo e senatore Ignazio Marino che ha rinunciato alla doppia candidatura nel Lazio e nell’isola. “Sono convinto” ha commentato Veltroni “che contro la mafia sia indispensabile schierare e spendere tutte le migliori energie della società e delle istituzioni. Ho chiesto perciò al professor Ignazio Marino, candidato anche nel Lazio, di rinunciare alla sua doppia candidatura per far posto, come capolista al Senato in Sicilia, a Beppe Lumia. Il professor Marino, per la sua sensibilità e il suo amore per la Sicilia, ha accettato la mia proposta”. E tutti vissero felici e contenti. Ma.
Ma quanto c’è voluto perché Lumia venisse ripescato e gli fosse concessa quella deroga (questa sarà la sua quarta elezione) valida solo per alcuni nomi del Partito Democratico (in Sicilia ne ha goduto finora solo l’ex sindaco di Catania Enzo Bianco). La sua iniziale esclusione dalle liste del Pd aveva suscitato infatti parecchie proteste: per il sindaco di Gela Crocetta e per il presidente di Confindustria Lo Bello la decisione del Pd indeboliva “l’intero movimento antimafia”. Giudizi che Veltroni non aveva preso bene: “La lotta alla mafia è una pratica e non una persona”.
Non soddisfatti delle parole dell’ex sindaco, alcuni politici siciliani, esponenti della società civile, sindacalisti e giornalisti dell’isola avevano firmato un appello affinché il segretario “rivedesse la sua decisione”. E alla fine il risultato è stato raggiunto. Non fosse stato così, Beppe Lumia avrebbe anche potuto scegliere di aderire all’IdV di Antonio Di Pietro, che da subito si era detto pronto ad offrirgli un seggio sicuro. Il leader dell’Italia dei valori, dal suo blog, lanciava la proposta: una candidatura “sia alle regionali in Sicilia che alle politiche nella circoscrizione Lombardia 1, al secondo posto dopo di me, quindi con un posto effettivo e una elezione pressoché certa, giacché è verosimile che l’Italia dei Valori vi eleggerà due deputati”. Lo stesso Di Pietro riprendeva l’appello pubblicato sul blog di Beppe Grillo “perché un servitore dello Stato non sia lasciato solo a combattere la mafia”. Se siano pesati di più la mossa dell’alleato e l’appello del blogger genovese, rispetto ai giudizi dell’opinione pubblica siciliana è difficile a dirsi.
Di fatto, il riposizionamento di Veltroni sulla vicenda ora potrebbe costituire un precedente sulla questione ancora calda delle candidature democratiche. Un passo indietro che fa ben sperare i radicali, pronti a rivedere l’accordo con Veltroni se non verranno assicurati i nove seggi promessi. Per ora dal Pd è partito l’ennesimo ultimatum a Bonino&Co: o “accettano” le candidature o il Pd si “considera sciolto da ogni impegno”.
A meno che non ci sia qualcun altro disposto a fare il bel gesto di farsi da parte per mettere al sicuro i tre radicali a rischio. Per un nuovo strabiliante lieto fine alla Veltroni.

di Paola Ciccioli
La ‘ndrangheta ha cambiato pelle e dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria parte un’offensiva senza precedenti. L’obiettivo è colpire quel reticolo parentale che ha consentito alle cosche calabresi di diventare “la componente più pericolosa della criminalità organizzata in Italia”, come documentato nell’ultimo rapporto dei servizi segreti. Sotto tiro le complicità familiari, a cominciare da quelle che le donne assicurano ai boss latitanti. “Le donne non sono solo consapevoli, ma condividono appieno il disegno mafioso e partecipano alla realizzazione del programma criminale” afferma Natina Pratticò, il giudice delle indagini preliminari che, tra i 51 provvedimenti restrittivi emessi per la strage del 15 agosto a Duisburg, in Germania, ha firmato 8 misure cautelari per altrettante donne accusate di associazione mafiosa o favoreggiamento. Sono madri, mogli, figlie, sorelle, cognate degli ‘ndranghetisti che sono state filmate e intercettate mentre trasferiscono i latitanti, trattano l’acquisto di kalashnikov, chiedono durante i colloqui con i mariti detenuti dove sono nascoste le armi.
“La moglie del boss latitante è l’alter ego del capo, ne assume di fatto il posto. Non si possono più fare indagini moderne trascurando l’altra metà del cielo” dice a Panorama (in edicola dal 29 febbraio) il sostituto procuratore Giuseppe Lombardo. Dall’ufficio del giovane magistrato sono anche partite due richieste al Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria per far decadere dalla potestà genitoriale sia Maria Morabito, moglie del numero uno della ‘ndrangheta Pasquale Condello (nella foto) arrestato il 18 febbraio, sia Margherita Tegano, compagna del latitante Domenico Condello, tuttora latitante. Il provvedimento, senza precedenti, porta le firme anche del procuratore aggiunto Salvatore Boemi e dal sostituto Domenico Galletta.
Il filmato qui sotto documenta proprio la complicità delle mogli nei confronti dei mafiosi che si sottraggono alla legge. Nelle campagne di Rosarno, il 16 febbraio del 2005, i carabinieri scoprirono il rifugio di Gregorio Bellocchio, allora tra i 30 più pericolosi ricercati d’Italia. Dal rifugio, scavato sotto un albero, al momento dello sparo dei lacrimogeni uscì gridando la moglie del boss, Teresa Cacciola, che sotto i vestiti aveva nascosto dei documenti da portare in salvo.
Guarda i VIDEO con le fasi della cattura del boss Gregorio Bellocco e la moglie Teresa Cacciola.
Prima parte:
Il filmato della cattura del boss della ‘ndrangheta Gregorio Bellocco e della moglie Teresa Cacciola - parte I
Seconda parte:
Il filmato della cattura del boss della ‘ndrangheta Gregorio Bellocco e della moglie Teresa Cacciola - parte II
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