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Antonello-Cabras

Caos Sardegna, parla Cabras: “Le dimissioni di Soru? Un errore. E un’opportunità”

Antonello Cabras è stato presidente della Regione Sardegna dal 1991 al 1994. Oggi senatore del Pd è tornato in Parlamento, dove dal 1994 è stato due volte sottosegretario, nella segreteria Ds con Fassino. Con Renato Soru si è incontrato nelle fila del Pd e scontrato nelle primarie per la segreteria regionale del partito, vincendo. Oggi assiste alle dimissioni del suo “ex avversario” dopo la bocciatura in Consiglio regionale di un emendamento della Giunta alla legge urbanistica.

Non c’è più la fiducia della maggioranza e Soru lascia. Ma Cabras non crede che il problema sia dovuto solo al voto contrario: “La discussione che ha portato alle dimissioni non era su un emendamento che consentiva di edificare chilometri di costa. L’oggetto della discussione era su quale ruolo doveva svolgere il Consiglio e quale la Giunta nella gestione del piano paesistico. Ovviamente il presidente tendeva a trasferire più poteri in capo alla Giunta e il Consiglio voleva uguale competenza. Come se affermassimo che la prima difende il territorio e il secondo invece lo distrugge. C’è stato un appesantimento su una questione di normale amministrazione ed è stata fuorviata la vera questione”.
Qual è?
Il presidente ha colto la palla al balzo e si è dimesso perché voleva certificare una difficoltà nei rapporti politici con la maggioranza. Che in realtà dura almeno da un anno. Questi rapporti si sono complicati con la discussione che si è aperta all’interno del Pd regionale per le primarie di un anno fa. Quando Soru si mise in corsa per diventare segretario regionale del Pd, trasformando il presidente della Regione, che di solito è una figura sostenuta da tutti, di sintesi, in una figura che si metteva come parte in competizione con altri. E questo non è piaciuto a molti.
Neanche a lei, visto che in quelle primarie del 14 ottobre 2007 si era candidato alla segreteria in competizione con Soru.
Vinsi con oltre tre mila voti in più. Mi trovai dentro una competizione per via della sua determinazione a voler fare il segretario. All’interno del Pd vollero candidarmi per contendere a lui la funzione. Non era ammissibile che il presidente della Regione fosse anche il leader del partito.
Quella mancata elezione ha causato una spaccatura nel Pd?
Soru diventò un presidente che aveva perso le primarie dentro il suo partito, quindi questo ha introdotto nella vita interna del partito delle frizioni. Che io ho provato a superare, da ottobre a luglio, poi alla fine ho preso atto delle difficoltà e mi sono dimesso dal ruolo di segretario. E la situazione si è ulteriormente complicata. L’attuale segretaria Francesca Barracciu fu eletta a fine luglio solo da una minoranza dei delegati con una elezione contestata. Fu poi la commissione di garanzia nazionale a interpretare la norma statutaria dicendo che anche se non aveva preso la maggioranza dei voti poteva essere considerata eletta. Un partito che per eleggere un segretario chiama a raccolta oltre 110 mila elettori, poi non può risolvere così. Oggi c’è una segretaria che non rappresenta la maggioranza del partito.
E alla Regione una maggioranza che non ha fiducia nel suo presidente? È tutta colpa dei dalemiani?
Non c’entrano niente. Queste dimissioni sono frutto di una sua autonoma valutazione rispetto alla difficoltà politica. Anche l’investitura a fare il nuovo leader della coalizione del centrosinistra comporta forti discussioni.
Questa crisi quanto inciderà sulle prospettive economiche? Il Consiglio regionale avrebbe dovuto iniziare la discussione della legge finanziaria e del bilancio 2009.
Se il presidente non ritirerà le dimissioni, noi avremo uno dei periodi più lunghi di esercizio provvisorio nella storia dell’autonomia regionale. Anche se in Sardegna è più una norma l’esercizio provvisorio che l’approvazione del bilancio nei termini. Ma con le elezioni anticipate a febbraio i tempi sarebbero ancora più lunghi e considerata la crisi finanziaria e la recessione economica, ciò aggrava la situazione. Per questo il presidente dovrebbe valutare con più attenzione le sue dimissioni. Fa malissimo a interrompere la legislatura in questo momento, per quanto possa avere delle giustificazioni, dovrebbe arrivare a fare la finanziaria e aspettare le elezioni a maggio. Altrimenti la Regione sarebbe vincolata alla programmazione dell’anno precedente.
Se prima delle elezioni regionali il Pd facesse le primarie per decidere il leader, si candiderebbe ancora una volta in competizione con Soru?
Non è all’ordine del giorno, anche se in politica non si sa mai cosa può succedere.
Con le primarie non si rischia di creare una ulteriore frattura all’interno del Pd regionale?
Un partito che ha nel suo statuto come elemento fondamentale le primarie e si sgretola nel momento in cui le fa, allora forse dovrebbe cambiare la sua ragione di vita. Se siamo in questa situazione difficile è proprio perché Soru è sempre stato contrario all’ipotesi delle primarie, pensava che siccome c’era un presidente uscente che si voleva ricandidare non c’era bisogno di farle.
Allora come scrive Il Sole 24 Ore Soru è davvero “one man show”, e il suo modo di parlare ha il suono e la forma della “prima persona imprenditoriale”?
Non so se dobbiamo scomodare le categorie dell’imprenditorialità, ma di fatto è così. Alle origini delle difficoltà che il Pd sta attraversando ci sono due motivi fondamentali intorno ai quali ruota non solo la crisi del partito ma dell’intera maggioranza: che Soru abbia deciso prima di candidarsi come segretario del partito essendo ancora presidente della Regione, e poi di mostrare la sua indisponibilità a fare le primarie per decidere democraticamente il leader.
Si arriverà al tanto temuto commissariamento del partito? Un intervento romano come soluzione per risolvere le frizioni interne?
Il commissariamento è purtroppo una medicina che viene somministrata quando il partito non trova una sua composizione per funzionare e ora l’elezione del segretario attuale fatta in quel modo non ha risolto i problemi e lascia il partito per aria. Se è possibile che ci saranno le elezioni a febbraio, è altrettanto possibile che a livello nazionale il partito decida di assumere un provvedimento straordinario per garantire un governo del partito riconosciuto da tutti. Perché andare alle elezioni così vorrebbe dire perdere la battaglia contro il centrodestra.

Pd: spartizione romana per i capi regionali. Ma non doveva nascere dal basso?


Si avvicina il termine - il 12 settembre - per le candidature dei segretari regionali del Partito democratico e la notizia è che Ciriaco De Mita rinuncia alla Campania. Però, dice l’ex segretario della Balena Bianca “indicherà il nome giusto”. Circola (non è uno scherzo) anche quello di Pippo Baudo, che tuttavia è siciliano.

In realtà più che di candidature dovremmo parlare di nomine, visto che la spartizione regionale viene in queste ore discussa tra Walter Veltroni, Piero Fassino e Francesco Rutelli, cioè il supercandidato alla segreteria nazionale e i suoi due maggiori sponsor. La faccenda risulta un po’ discutibile perfino ad uno come Massimo D’Alema, che ammonisce: “Non facciamoci del male”. Invece Walter, come nel suo stile, invita a una “mappa della concordia” assieme ai suoi concorrenti, Rosy Bindi ed Enrico Letta.

Comunque il mappone sta faticosamente prendendo forma. In Campania, visto che si tratta di un nodo manco a dirlo spinoso, la Bindi ha una propria candidata, Anna Maria Carloni, senatrice Ds e moglie del governatore Antonio Bassolino. La Carloni potrebbe “convergere” su un veltroniano: il nome è quello dell’europarlamentare Alfonso Adria, non si sa se gradito a De Mita, ma comunque, assicurano “storico avversario del sindaco di Salerno Vincenzo De Lucia”, un diessino a sua volta storico avversario di Bassolino.

In Lombradia Bindi e Letta si sono alleati per sostenere il ds Maurizio Martina, mentre Veltroni vorrebbe Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano. In Puglia Walter candida Michele Emiliano, sindaco di Bari ed ex magistrato antisbarchi. Nel Lazio c’è Nicola Zingaretti, segretario regionale Ds e fedelissimo di Goffredo Bettini, la longa manus di Veltroni. Se Zingaretti non passa nasce un caso nazionale. Il Piemonte dovrebbe andare a un rutelliano, si chiama Gianluca Susta. In Emilia, invece, c’è guerra: Antonio La Forgia, vecchia gloria parlamentare, ex Pds oggi Dl ma bindiano, minaccia di scendere in campo contro Salvatore Caronna, descritto come “uomo di Veltroni ma anche di Letta”. Sponsor della discesa sarebbe Arturo Parisi, un fedelissimo di Prodi. Tanto per dire della concordia che regna tra i genitori e padri nobili del Pd in attesa che il bebè venga alla luce. In Calabria vuole assolutamente correre Marco Minniti, fedelissimo di D’Alema. Contro di lui Eva Catizzone, in rotta con i Ds per vicende personali, sindaco di Cosenza e fedelissima invece di Agazio Loiero, presidente della regione, eletto dai rutelliani ma poi in polemica con Rutelli e dunque divenuto bindiano. La Sicilia è troppo complicata per spiegarla. I sardi, infine, si fanno anche loro la guerra. Il governatore Renato Soru aveva giurato fedeltà a Veltroni sicuro della nomina. Ma Ds e Margherita locali sostengono Antonello Cabras: Soru, per ora, ha il sostegno un po’ paradossale degli antiveltroniani, cioè di Bindi e Letta, mentre Veltroni si chiama fuori.

Naturalmente questo organigramma è un work in progress. Oltre ai tre candidati ci stanno lavorando un po’ tutti, a cominciare dall’attivissimo presidente del Senato, Franco Marini..

L’unica regione che ha deciso di ribellarsi al risiko deciso nelle stanze romane è il Trentino: loro il segretario regionale vogliono eleggerselo da soli, e dopo quello nazionale. Sono o non sono una regione autonoma? Il Trentino, se terrà il punto, disvela però una cosa abbastanza evidente: se il Pd doveva essere una forza nuova, un partito nato dal basso, insomma qualcosa mai visto nella politica italiana (promessa di Veltroni al Lingotto), beh, siamo un po’ lontani.

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