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L’Aquila: le mani della ‘ndrangheta sulla ricostruzione

EPA/CLAUDIO LATTANZIO

EPA/CLAUDIO LATTANZIO

La ‘ndrangheta vuole ricostruire la città dell’Aquila. Adesso ci sono le prove. Subito dopo il terremoto il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, aveva lanciato l’allarme sul fatto che la città e le zone abruzzesi danneggiate dal sisma potessero diventare territorio di conquista per la criminalità organizzata e in particolare della mafia, camorra e ‘ndrangheta. Ad attirare la loro sete di business non solo le zone da ricostruire interamente, quindi i grandi appalti, ma anche semplicemente quelle aree lievemente danneggiate. E così è stato. Continua

Politica e giustizia: le inchieste sul Pd


Politica & giustizia: le inchieste sul Pd

Amano le donne, anche quelle «a gettone». Hanno fiuto per gli affari, dalla finanza alla sanità, dai trasporti alle energie rinnovabili. Guidano contromano e veleggiano in barca. Cercano soldi per il partito e le sue fondazioni. Sono soprattutto liguri, umbri e pugliesi. E tutti hanno dovuto fare i conti con la giustizia. Sono l’eletta schiera dei dalemiani doc, i fedelissimi di Massimo D’Alema. Un cerchio che assomiglia sempre di più a un cappio. Continua

Shock a Sciacca: appalti truccati alla banca del cordone ombelicale

ospedale

Contenitori aperti, azoto liquido che fuoriusciva e centinaia di cordoni ombelicali provenienti da tutti gli ospedali della Sicilia, abbandonati da mesi.
Ecco la scena che si è presentata ai finanzieri di Agrigento quando hanno fatto il primo sopralluogo all’interno della “Banca del Cordone” dell’ospedale di Sciacca, la prima in Europa e la seconda al Mondo per numero di cordoni ombelicali raccolti. L’indagine del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Agrigento era iniziata nel 2008 per accertare presunte irregolarità negli appalti e nella gestione dei reagenti per i controlli e le analisi di routine sul sangue contenuto nel cordone.
Ma dalle intercettazioni telefoniche e dai sopralluoghi all’interno dei laboratori, è emersa una realtà ben più grave: il direttore responsabile della Banca non disponeva le analisi previste a scadenza semestrale sulle cellule contenute all’interno del cordone per rilevare la presenza di malattie infettive come l’aids, epatite ‘c’ e ‘b’. Non solo.
Non effettuava neppure le analisi e gli accertamenti sulla madre donatrice e sul bambino ma continuava, invece, ad ordinare kit costosissimi di reagenti a società medico-farmaceutiche per centinaia di migliaia di euro senza richiedere l’autorizzazione alla farmacia dell’ospedale. Un metodo che il direttore-primario, adesso denunciato anche per turbativa d’asta e truffa aggravata, utilizzava in cambio di favori personali come borse di studio e finanziamenti per partecipazioni a convegni. Sempre d’accordo con le società del settore venivano “pilotate” le aggiudicazioni delle forniture dei presidi medici e strumentazioni in uso alla Banca del Cordone oltre alla redazione dei capitolati di gara. Non di rado, lo stesso direttore, ricorreva alle procedure d’urgenza per evitare il ricorso alle gare.
La finanza ha rilevato un danno al Fisco per oltre 15 milioni di euro.
“L’approfondimento delle indagini che ha comportato l’analisi e la ricostruzione degli acquisti effettuati presso l’unità operativa di medicina trasfusionale e microcitemia per reagenti e sacche per la raccolta del sangue, dal 1999 ad oggi” spiega il tenente colonnello Vincenzo Raffo, comandante provinciale della GdF di Agrigento “ha permesso di ipotizzare un quadro situazionale caratterizzato da una gestione personalistica ed al di fuori di ogni regola di buona amministrazione e cura del bene pubblico da parte del direttore della Banca del Cordone, tra l’altro violando anche le disposizioni interne dell’azienda ospedaliera”.
Le cellule staminali presenti nel cordone ombelicale, di tipo pluripotenti non ancora differenziate, hanno la capacità teorica, se impiantate in un organo, di differenziarsi e svilupparsi come quell’organo, ovvero, in caso ad esempio di soggetto affetto da leucemia, di essere trapiantate nel midollo osseo malato e permettere a quest’ultimo di rigenerarsi e riprendere a riprodurre sangue nuovo.

La mappa degli affari sporchi. Così Mafia Spa mette le mani sulla Lombardia

Cantiere

La conferma? L’indagine che venerdì 24 aprile ha portato all’arresto di due boss di Gela che, oltre ad architettare un attentato contro il sindaco gelese Crocetta, imponevano il pizzo alle aziende siciliane con lavori nel nord Italia (qui l’intervista all’imprenditore che ha denunciato i due boss). Conferma di che?
Di un dato impressionante. E cioè che in Lombardia Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta si sono “spartite” città e comuni e hanno siglato accordi di “non belligeranza” con le altre mafie etniche: romene, albanesi, nigeriane e cinesi.
Secondo l’analisi effettuata dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale, la presenza più massiccia nel capoluogo lombardo è senza dubbio quella della ‘ndrangheta: le cosche calabresi si sono insediate nei comuni dell’hinterland di Milano e poi successivamente negli affari del capoluogo lombardo: dalla movimentazione della terra, al narcotraffico, dalla gestione delle imprese edili e agli appalti pubblici. “Sono piccoli gruppi omogenei, propaggini delle ‘ndrine calabresi al Nord dove spesso trovano protezione anche i boss in fuga dai territori d’origine ” specifica il tenente colonnello Roberto Pugnetti, comandante Reparto Analisi del Ros dei Carabinieri “è una struttura sociale utilizzata anche i clan camorristi”
Nei comuni di Buccinasco e Cernusco sul Naviglio si sono insediate le cosche storiche calabresi: i Talia, Bruzzaniti, Barbaro e Papalia.
A Lecco, la potente cosca dei Coco Trovato mentre a Monza spiccano i clan Mancuso e Arena. Le indagini e le operazioni della Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza hanno evidenziato a Varese il dominio delle cosche catanzaresi e quella dei Farao Marincola mentre a Brescia e Bergamo quella dei Bellocco di Reggio Calabria.
Differente è metodo utilizzato da Cosa nostra per impossessarsi di un territorio: “La mafia siciliana utilizza singoli uomini d’onore attraverso i quali reinveste capitali e ricicla denaro sporco nel territorio da conquistare. In questo modo è più difficile, per gli investigatori, localizzare il mafioso” continua il colonnello Pugnetti. Fanno eccezione, in Lombardia i comuni di San Donato Milanese, dove quasi i due terzi degli abitanti sono originari di Gela e quello di Busto Arsizio, in provincia di Varese. In questi territori vivono affiliati ai clan Emanuello, di cui facevano parte anche i boss La Rosa e Trupia e i Rinzirillo.
“Anche in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Toscana le organizzazioni criminali sono riuscite ad infiltrarsi nel tessuto sociale ed economico gestendo il narcotraffico, piccole imprese edili e appalti pubblici” spiega Raffaele Grassi, Direttore della I° Divisione dello Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato “una presenza che è aumentata per la crisi economica che stiamo attraversando in questo periodo; Le organizzazioni criminali, infatti, dispongono di denaro contante che in questo periodo necessita alle aziende in crisi”.

La Regione al nord con la maggiore presenza di organizzazioni criminali dopo la Lombardia è l’Emilia Romagna;
A Modena è stata registrata la presenza di esponenti legati ai clan dei Casalesi così come a Reggio Emilia e a Parma. In queste ultime due città, assieme a quella di Piacenza, ci sono anche potenti ‘ndrine calabresi. “La Liguria, invece è considerata sia dalla camorra (clan Ascione) che dalla ‘ndrangheta uno snodo fondamentale per il traffico di sostanze stupefacenti provenienti dal sud America” spiega Grassi “i corrieri dalla Spagna attraversano la Francia e entrano in Italia .
In modo marginale anche la Toscana è nel mirino delle organizzazioni criminali: cosche di Reggio Calabria (i Condello) si sono insediate sia lungo la costa tra Viareggio, Lucca e Livorno che a Firenze (Farao Marincola). Pur essendo Regione economicamente appetibile sembra rimanere al di fuori degli interesse delle organizzazioni criminali, il Veneto. Nonostante molte aziende campane abbiano trasferito le loro attività nel Nord Est, come spiega il comandante Pugnetti, non sono stati registrati o denunciati casi di infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici. ” Il Veneto a differenza delle altre realtà del Nord Italia, ha aziende importanti ma per la maggior parte ancora a conduzione familiare” puntualizza Raffaele Grassi “quindi molto più difficili da controllare e da gestire da parte delle organizzazioni criminali in trasferta”.

LEGGI ANCHE: L’intervista all’imprenditore che si è ribellato al pizzo

Sorpresa a Napoli: ora Romeo assume

Alfredo Romeo

A pensarci bene poteva capitare solo a Napoli, città del genio partenopeo e capitale delle nostrane contraddizioni. In piena recessione qualcuno risale il fiume della crisi e con un certo coraggio assume decine, centinaia di persone. Che ciò accada proprio ora e a Napoli è già un mezzo miracolo. Ma la notizia è che ad assumere è Alfredo Romeo, finito in carcere per un paio di mesi nell’inchiesta sugli appalti per la gestione del patrimonio immobiliare pubblico e la manutenzione delle strade. Questo sebbene le sue aziende, che si occupano di servizi e della valorizzazione degli immobili, con 160 milioni di fatturato e 25 di utili, siano in amministrazione giudiziaria. A comandare sono cioè i giudici del tribunale di Napoli che hanno nominato tre amministratori per traghettare le aziende durante la doppia tempesta, economica e giudiziaria.
“Abbiamo trovato una realtà produttiva ben organizzata e strutturata” conferma Lucio Spanò, amministratore giudiziario, “con processi organizzativi e sistemi di controllo efficaci ed efficienti. Questi riscontri positivi emergono chiaramente anche dalla bozza di bilancio 2008, di prossima approvazione, e dal bilancio preventivo 2009, i cui dati evidenziano risultati con la tendenza degli ultimi 5 anni e in continuo aumento; un dato particolarmente soddisfacente se lo si colloca nella attuale situazione di crisi economica”.
In calendario, quindi, nuove assunzioni: “Il gruppo ha attualmente 356 dipendenti, con una percentuale del 78 per cento di laureati o in possesso di abilitazioni e un’età media di 34 anni; per il 30 per cento sono donne. Di questi, 136 sono stati assunti negli ultimi 12 mesi. Anche questo un dato anomalo, considerato il periodo di crisi che ha visto un aumento del 900 per cento di ricorso alla cassa integrazione”. Più di un terzo dei dipendenti è stato quindi preso a contratto in piena inchiesta Global service.
I nuovi assunti vengono impiegati soprattutto nel ramo ospitalità, che è in sviluppo. La Romeo Alberghi entro fine anno dovrà raddoppiare i dipendenti, senza considerare che nuove convenzioni, come quelle con la Consip sanità, determineranno altre selezioni del personale.
Non è l’unica singolarità del pianeta Romeo. Molti suoi concorrenti non scommettevano un centesimo sulla tenuta del gruppo, convinti che il castello del “re” di Napoli crollasse con l’immobiliarista rinchiuso a Poggioreale. Invece i delegati della magistratura si sono ritrovati un’azienda dai conti in regola e dalle prospettive interessanti. “Non ci risulta in alcun modo in discussione l’efficienza operativa delle società” prosegue Spanò. “In questi mesi abbiamo mantenuto vivi e costanti i rapporti con le pubbliche amministrazioni committenti, ricevendo riscontri sicuramente positivi. Basti pensare che dal ministero dell’Economia ci è pervenuta una lettera di apprezzamento e ringraziamento per le attività di servizio svolte durante il G7-G8 Finance ministers meetings 2009 che si è tenuto a Roma il 13 e 14 febbraio scorsi”.
Quanto accade in azienda e per le assunzioni segue un po’ la legge del contrappasso. A Napoli il lavoro è sacro e ben remunerato. Negli anni di Tangentopoli per essere assunti in un’azienda pubblica c’era un preciso tariffario che bisognava seguire per l’ambito posto. Oggi, ritiene la procura di Napoli, le cose sono cambiate.
Romeo è andato in carcere, accusato di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d’asta e alla corruzione, proprio perché secondo l’accusa in comune e provincia venivano aggiustati i bandi delle gare secondo i suoi desiderata in cambio della promessa di posti di lavoro.
I pubblici ministeri Raffaello Falcone, Vincenzo D’Onofrio e Pierpaolo Filippelli, che proprio in questi giorni stanno concludendo la requisitoria nel processo che si celebra con rito abbreviato, nei singoli capi d’imputazione indicano come “parte” dell’accordo criminoso “la promessa di ricevere (…) altre utilità consistite nell’assunzione di manodopera da lui segnalata”. Ma se si vanno a confrontare i nominativi dei raccomandati con quelli in pianta organica delle aziende, non se ne trova nemmeno uno. In altre parole: Romeo magari al telefono assicurava, prometteva, garantiva pur di rendere più incisiva un’asfissiante attività di lobbying, ma poi, a conti fatti, il direttore del personale Stefano Petrucelli valutava i curricula in autonomia. E respingeva. A eccezione del padre di Annalisa Durante, la ragazzina di 14 anni uccisa nel 2004 dalla camorra.
Non è certo questo un elemento che ridimensioni la sostanza dei fatti, sui quali si pronunceranno i giudici, ma di certo a Napoli si assiste sulla vicenda Romeo a una singolare rincorsa. Da una parte la procura sta cercando di portare nuovi elementi (è annunciata un’ulteriore informativa su fatti inediti), dall’altra tra giudizi di riesame e Cassazione i pubblici ministeri stanno perdendo pezzi rilevanti del loro quadro accusatorio. La suprema corte, per esempio, qualche mese fa ha escluso il reato di turbativa d’asta per il capo d’imputazione che coinvolge Mario Mautone.
I giudici hanno annullato l’accusa perché non ci possono essere accordi criminosi su un’asta per la quale mai è stato pubblicato il bando. Una linea di diritto che si riflette non solo sugli altri indagati, ma soprattutto sugli altri episodi di presunti accordi su gare mai eseguite. A iniziare da quella sulla manutenzione e la refezione nelle scuole per 20 milioni di euro.
Invece sull’appalto per la manutenzione della rete stradale della provincia di Napoli un’ipoteca potrebbe essere costituita dal fatto che le aziende di Romeo nemmeno potevano partecipare alla gara.
“La contestazione è chiaramente smentita” sostiene l’avvocato Stefano Cianci, difensore di Romeo, “dalla circostanza che le società riconducibili al mio assistito non avevano i requisiti per partecipare alla gara né vi hanno partecipato, trattandosi nella sostanza di appalti di lavori e non di servizi”.
Traballa anche l’accusa di turbativa d’asta per l’affidamento della manutenzione degli impianti termici, esclusa prima dal gip poi dal riesame.
L’altro filone è quello della corruzione, ma anche qui sembra mancare la prova decisiva: la classica tangente. L’unico passaggio di denaro è quello di 18 mila euro dalle società di Romeo al conto corrente della fondazione ’A voce de’ criature del parroco anticamorra don Luigi Merola. Ma condannare qualcuno per beneficenza, in Italia, non si è mai visto. Almeno finora.
gianluigi.nuzzi at mondadori.it)

La procura antimafia in Abruzzo: “Vigileremo sulle imprese”

Arriveranno 8 miliardi per la ricostruzione: un piatto ricco che potrebbe suscitare gli appettiti della criminalità organizzata. Per domani è atteso nel capoluogo abruzzese il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso che ha già organizzato un pool di magistrati incaricato di vigilare sugli appalti della ricostruzione. Non ci sono ancora indagati nell’inchiesta per i crolli causati dal terremoto del 6 aprile e comunque “ci sono sei mesi per fare indagini contro ignoti”, aveva osservato anche ieri il sostituto procuratore dell’Aquila, Fabio Picuti, secondo il quale “il ritorno alla normalità passa per il rispetto della legge”. E, quindi, anche dei suoi tempi. E sempre ieri, a questo proposito, da fonti interne alla procura è emerso che i risultati delle perizie non arriveranno prima di sei mesi. Anche strutture scolastiche e sedi universitarie nel mirino della procura dell’Aquila, che oggi ha disposto nuovi sopralluoghi in edifici pubblici interessati da danni strutturali, ma non da vittime solo perché la scossa devastante si è verificata di notte. Gli edifici sono una trentina, tra scuole e sedi universitarie.

A precedere l’arrivo di Grasso nel capoluogo abruzzese è stata Olga Capasso, una dei quattro magistrati del pool incaricato di controllare eventuali infiltrazioni della criminalità organizzata: ”Cercheremo di vigilare sulle imprese che avranno gli appalti per la ricostruzione, useremo tutta la nostra banca dati e gli strumenti che abbiamo a disposizione”, ha detto il magistrato che ha già delineato quali saranno le fasi del lavoro del pool di cui fanno parte anche Alberto Cisterna, Vincenzo Macrì e Gianfranco Donadio: “Prima si deve cominciare la ricostruzione, poi bisogna monitorare le società che partecipano agli appalti pubblici. Verificheremo con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione e se emergeranno nomi di personaggi in odore di mafia o di camorra, ovviamente ci sarà maggiore attenzione”.

La lunga giornata dei Di Pietro. L’ex pm: s’indaghi senza riguardi

Il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro

Una lunga gornata per i Di Pietro. Padre e figlio: Antonio e Cristiano. E tutto gira intorno a Napoli. All’inchiesta “madre” della procura che riguarda, stando all’accusa, il malaffare nella gestione degli appalti, pilotati dall’imprenditore Alfredo Romeo.
Di Pietro padre, l’ex temibilissimo pm di Mani pulite, sfoggia grande sicurezza e serenità all’uscita dalla Procura, dove è rimasto per quasi quattro ore, interrogato come persona informata sui fatti: in primo luogo la questione della fuga di notizie che ha caratterizzato la prima fase delle indagini e, indirettamente, la vicenda emersa dalle intercettazioni telefoniche dei rapporti tra il figlio Cristiano, consigliere provinciale dell’Idv di Campobasso, e l’ex provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise Mario Mautone (qui l’intervista di Mautone a Panroama).
In serata poi l’Ansa batte la notizia che invece Cristiano Di Pietro è iscritto sul registro degli indagati, anche se le fonti giudiziarie hanno precisato che si è trattato di un “atto dovuto”. Tutti i giornali e i siti la riportano (qui, qui, qui, qui, qui e qui). E la prima reazione del leader di Italia dei Valori è di rabbia: “è falso. L’inchiesta non riguarda mio figlio, ma vicende molto più grandi”, dice il senatore in un colloquio con la Stampa: “Davvero qualcuno può pensare che Mario Mautone fosse il io uomo? Voi che conoscete gli atti avete mai letto un’intercettazione tra Mautone e il sottoscritto?, prosegue. “Ho messo a verbale che la Procura deve indagare senza alcun riguardo per nessuno. E siccome conosco la procedura, sono consapevole che i pm devono portare avanti le indagini anche a tutela degli indagati”.
E infatti dagli stessi ambienti degli inquirenti emerge la soddisfazione per l’esito della testimonianza dell’ex pm di Mani Pulite: Di Pietro avrebbe convinto i pm, documenti alla mano, che non fu una fuga di notizie sulle indagini in corso a determinare il trasferimento a Roma, all’epoca in cui Di Pietro era ministro alle Infrastrutture, di Mautone. Lo spiega lo stesso Di Pietro all’uscita della procura dove è atteso da una folla di giornalisti, fotografi e operatori televisivi. “Ho messo in condizione la Procura della Repubblica, carte e documenti alla mano, di ricostruire le ragioni per cui responsabilmente e doverosamente, nell’ estate 2007, l’ ingegner Mautone insieme con altre decine di persone in un grappolo di provvedimenti unitari sono stati trasferiti dalle loro sedi in altre sedi”. “Sono fatti” ha aggiunto “che devo dire, e sono anche rimasto molto orgoglioso del lavoro che ho fatto, hanno trovato un riscontro formidabile dalla lettura incrociata dei documenti da me presentati e dalla lettura delle intercettazioni telefoniche”.
Di Pietro non elude poi le domande sul coinvolgimento del figlio nell’inchiesta. “Ho chiesto alla procura di indagare, e la procura doverosamente dovrà indagare, senza alcun riguardo per nessuno. Non vogliamo che ci sia alcuna riserva nei confronti di parenti e figli compresi ed esponenti di partito”, afferma in linea con l’atteggiamento assunto sin da quando furono diffuse le intercettazioni telefoniche delle conversazioni tra Cristiano e Mautone. Tuttavia la vicenda, a suo giudizio, va valutata nella esatta dimensione: “L’indagine a Napoli non riguarda mio figlio. Riguarda una vicenda grossissima: vi prego di non trasformare uno stuzzicadenti in una trave e la trave in una pagliuzza”.
Ma da ex pm che idea si è fatto sul cosiddetto “sistema Romeo” ipotizzato dai magistrati? Dopo aver precisato che “c’è il segreto istruttorio”, ha affermato: “Credo che sia limitativo pensare che ci sia un solo sistema Romeo. La procura sta indagando su mille questioni e alla fine si tireranno le somme”.

La sfida di Iervolino: cambio non azzero. Ecco i nomi dei nuovi assessori

 Rosa Russo Iervolino

Dopo la minaccia di dimissioni da parte del sindaco di Napoli, il nodo della nuova giunta sembra essere risolto. Forse quindi l’inchiesta sugli appalti pilotati non porterà alle elezioni in primavera. Rosa Russo Iervolino infatti ha lasciato Palazzo San Giacomo dopo l’incontro con i vertici locali del Pd e ha annunciato: “La giunta c’è”. Per il primo cittadino l’incontro ha fatto registrare un “sostanziale passo avanti”, e i nomi della nuova squadra di governo della città potrebbero essere resi noti già domani.

Quella che la Iervolino aveva definito una “tarantella”, in verità in questi giorni ha avuto più il sapore di una commedia degli equivoci: da una parte l’ottimismo del sindaco che annunciava la formazione di una giunta condivisa con il Pd e con gli altri alleati, dall’altro il pessimismo dei vertici provinciali del Pd, fermi nel ritenere pregiudiziale il cambiamento di quasi tutti gli assessori della giunta precedente con l’unica eccezione per il vicesindaco Sabatino Santangelo e l’assessore alla Legalità, l’ex ministro Luigi Scotti.

E dopo poche ore, infatti il sindaco ha reso noti i nomi dei componenti della nuova Giunta municipale. Vice sindaco è stato riconfermato il notaio Sabatino Santangelo. Assessori: Luigi Scotti, Gioia Rispoli, Mario Raffa, Agostino Nuzzolo, Riccardo Realfonzo, Marcello D’Aponte, Enrica Amaturo, Diego Guida, Paolo Giacomelli, Valeria Valente, Giulio Riccio, Nicola Oddati, Alfredo Ponticelli, Gennaro Nasti, Pasquale Belfiore.
I nuovi assessori sono: Enrica Amaturo, professore ordinario di Sociologia già Preside della facoltà; Paolo Giacomelli, già direttore del settore Igiene Urbana del Comune di Roma; Riccardo Realfonso professore ordinario di Economia Politica all’Università del Sannio; Diego Guida, industriale-editore; Marcello D’Aponte professore ordinario di Diritto del Lavoro Pubblico presso la Facoltà di Scienze Politiche della Federico II; Pasquale Belfiore, ordinario di Composizione architettonica alla Sun nonchè presidente dell’Inarc Campania. I sei nuovi assessori si aggiungono a quelli di recente nominati dal sindaco Iervolino: Luigi Scotti, già Guardasigilli, Agostino Nuzzolo, ordinario di Trasporti all’Università di Roma Tor Vergata e professore presso il Mit di Boston; Mario Raffa ordinario di Ingegneria Economico Gestionale presso la Facoltà di Ingegneria della Federico II; Gioia Rispoli, ordinaria di Letteratura greca all’università Federico II.
Sostituiscono Giorgio Nugnes, dimessosi dopo gli arresti di ottobre per i disordini di Pianura, e poi suicidatosi; Enrico Cardillo, dimessosi prima di essere colpito da arresti domiciliari poi revocati nell’ambito dell’inchiesta sul Global Service; gli assessori Ferdinando Di Mezza e Felice Laudadio, anche essi coinvolti e agli arresti domiciliari; Luigi Imperlino, dell’Idv, che aveva lasciato l’incarico su disposizione del leader del partito; esce anche l’assessore Gennaro Mola.
Il summit con il segretario cittadino del Pd, Luigi Nicolais, e con quello regionale, Tino Iannuzzi, ha spiegato la Iervolino, è stato “cordialissimo e costruttivo”.
Solitamente, traducendo il lessico politico, tale frase sta a dire che è stato un braccio di ferro. Dal quale, tuttavia, è uscita vincitrice il sindaco di Napoli: il tanto annunciato cambiamento nella giunta di Napoli era già diventato un “mini-rimpasto”. O meglio ancora: un “rimpasto necessario” (ovvero quello limitato alla sostituzione degli assessori indagati, autodimissionati, “cinque caselle”, come dice l’interessata, ispirandosi al linguaggio della tombola).

E così, dice la Iervolino, si è fatto “un altro sostanziale passo avanti” verso una giunta rinnovata. “L’armonia c’è ed è completa”, puntualizza riferendosi ai problemi di dialogo avuti con Nicolais di recente, “credo che ormai, e lo dico per la seconda volta sperando di non essere smentita, la giunta è fatta”.
Giunta in continua evoluzione, visto che l’onorevole Francesco Boccia ha rifiutato l’ingresso nella giunta comunale di Napoli come assessore al Bilancio. Il parlamentare ha spiegato che il suo rifiuto è da mettere in relazione al “mutato clima e alla mancanza delle condizioni politiche che avevano portato alla designazione”. L’onorevole Boccia oggi ha confermato sul blog di aver dedicato “questi giorni di Natale alla valutazione dei bilanci e della situazione economica” del Comune. Ha poi ribadito “la sua disponibilità personale verso la Iervolino e la città di Napoli” ma “subordinata sul piano politico alla decisione univoca che dovrà prendere il Partito Democratico ai diversi livelli).

Giunta danzante, elastica, flessibile, ma inaffondabile. Come il primo cittadino: che ormai lavora in “piena autonomia” dal resto del partito. Del resto la Iervolino e i vertici campani dei democratici “parlano due lingue diverse”.

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