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La sfida di Iervolino: cambio non azzero. Ecco i nomi dei nuovi assessori

 Rosa Russo Iervolino

Dopo la minaccia di dimissioni da parte del sindaco di Napoli, il nodo della nuova giunta sembra essere risolto. Forse quindi l’inchiesta sugli appalti pilotati non porterà alle elezioni in primavera. Rosa Russo Iervolino infatti ha lasciato Palazzo San Giacomo dopo l’incontro con i vertici locali del Pd e ha annunciato: “La giunta c’è”. Per il primo cittadino l’incontro ha fatto registrare un “sostanziale passo avanti”, e i nomi della nuova squadra di governo della città potrebbero essere resi noti già domani.

Quella che la Iervolino aveva definito una “tarantella”, in verità in questi giorni ha avuto più il sapore di una commedia degli equivoci: da una parte l’ottimismo del sindaco che annunciava la formazione di una giunta condivisa con il Pd e con gli altri alleati, dall’altro il pessimismo dei vertici provinciali del Pd, fermi nel ritenere pregiudiziale il cambiamento di quasi tutti gli assessori della giunta precedente con l’unica eccezione per il vicesindaco Sabatino Santangelo e l’assessore alla Legalità, l’ex ministro Luigi Scotti.

E dopo poche ore, infatti il sindaco ha reso noti i nomi dei componenti della nuova Giunta municipale. Vice sindaco è stato riconfermato il notaio Sabatino Santangelo. Assessori: Luigi Scotti, Gioia Rispoli, Mario Raffa, Agostino Nuzzolo, Riccardo Realfonzo, Marcello D’Aponte, Enrica Amaturo, Diego Guida, Paolo Giacomelli, Valeria Valente, Giulio Riccio, Nicola Oddati, Alfredo Ponticelli, Gennaro Nasti, Pasquale Belfiore.
I nuovi assessori sono: Enrica Amaturo, professore ordinario di Sociologia già Preside della facoltà; Paolo Giacomelli, già direttore del settore Igiene Urbana del Comune di Roma; Riccardo Realfonso professore ordinario di Economia Politica all’Università del Sannio; Diego Guida, industriale-editore; Marcello D’Aponte professore ordinario di Diritto del Lavoro Pubblico presso la Facoltà di Scienze Politiche della Federico II; Pasquale Belfiore, ordinario di Composizione architettonica alla Sun nonchè presidente dell’Inarc Campania. I sei nuovi assessori si aggiungono a quelli di recente nominati dal sindaco Iervolino: Luigi Scotti, già Guardasigilli, Agostino Nuzzolo, ordinario di Trasporti all’Università di Roma Tor Vergata e professore presso il Mit di Boston; Mario Raffa ordinario di Ingegneria Economico Gestionale presso la Facoltà di Ingegneria della Federico II; Gioia Rispoli, ordinaria di Letteratura greca all’università Federico II.
Sostituiscono Giorgio Nugnes, dimessosi dopo gli arresti di ottobre per i disordini di Pianura, e poi suicidatosi; Enrico Cardillo, dimessosi prima di essere colpito da arresti domiciliari poi revocati nell’ambito dell’inchiesta sul Global Service; gli assessori Ferdinando Di Mezza e Felice Laudadio, anche essi coinvolti e agli arresti domiciliari; Luigi Imperlino, dell’Idv, che aveva lasciato l’incarico su disposizione del leader del partito; esce anche l’assessore Gennaro Mola.
Il summit con il segretario cittadino del Pd, Luigi Nicolais, e con quello regionale, Tino Iannuzzi, ha spiegato la Iervolino, è stato “cordialissimo e costruttivo”.
Solitamente, traducendo il lessico politico, tale frase sta a dire che è stato un braccio di ferro. Dal quale, tuttavia, è uscita vincitrice il sindaco di Napoli: il tanto annunciato cambiamento nella giunta di Napoli era già diventato un “mini-rimpasto”. O meglio ancora: un “rimpasto necessario” (ovvero quello limitato alla sostituzione degli assessori indagati, autodimissionati, “cinque caselle”, come dice l’interessata, ispirandosi al linguaggio della tombola).

E così, dice la Iervolino, si è fatto “un altro sostanziale passo avanti” verso una giunta rinnovata. “L’armonia c’è ed è completa”, puntualizza riferendosi ai problemi di dialogo avuti con Nicolais di recente, “credo che ormai, e lo dico per la seconda volta sperando di non essere smentita, la giunta è fatta”.
Giunta in continua evoluzione, visto che l’onorevole Francesco Boccia ha rifiutato l’ingresso nella giunta comunale di Napoli come assessore al Bilancio. Il parlamentare ha spiegato che il suo rifiuto è da mettere in relazione al “mutato clima e alla mancanza delle condizioni politiche che avevano portato alla designazione”. L’onorevole Boccia oggi ha confermato sul blog di aver dedicato “questi giorni di Natale alla valutazione dei bilanci e della situazione economica” del Comune. Ha poi ribadito “la sua disponibilità personale verso la Iervolino e la città di Napoli” ma “subordinata sul piano politico alla decisione univoca che dovrà prendere il Partito Democratico ai diversi livelli).

Giunta danzante, elastica, flessibile, ma inaffondabile. Come il primo cittadino: che ormai lavora in “piena autonomia” dal resto del partito. Del resto la Iervolino e i vertici campani dei democratici “parlano due lingue diverse”.

La Iervolino minaccia le dimissioni. Romeo resta in carcere

Rosa Iervolino Russo

A seguito dell’inchiesta sul presunto sistema di appalti pilotati a Napoli che ruotano intorno all’imprenditore Alfredo Romeo, il sindaco di Napoli Rosa Iervolino Russo al suo rientro a Palazzo San Giacomo, sede del Comune minaccia le dimissioni: “O si finisce con questa tarantella o elezioni a primavera. La mia pazienza dura al massimo fino a lunedì”. La Iervolino, dunque, attende l’inizio della settimana. “Ho da difendere una storia e una dignità personale, una responsabilità istituzionale che i cittadini hanno affidato a me e non ad altri. Credo di aver avuto una infinita pazienza, un grande rispetto innanzitutto per il segretario nazionale del mio partito”, ha detto parlando ai giornalisti. “Ho anche da impedire che sia mortificata la volontà di cooperazione di tutte le forze della coalizione che si sono comportate in modo esemplare. La città ha bisogno di governo”, ha affermato, “ho sempre detto ‘amplissimo rinnovamento’, ma non sono disposta a fare vendette trasversali attraverso il rinnovamento”.

Il segretario nazionale del Pd Walter Veltroni ha telefonato al sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, come annunciato nel pomeriggio di sabato dallo stesso primo cittadino, per affrontare il rimpasto della giunta. “Un cordiale scambio di vedute con l’intenzione di risentirsi presto”, ha commentato il sindaco all’Ansa, riferendo della telefonata.

Intanto si registrano nuovi sviluppi nell’inchiesta che ruota intorno all’imprenditore Alfredo Romeo, finito in carcere il mese scorso. Il Tribunale del riesame di Napoli ha confermato gli arresti in carcere per l’imprenditore. Invece, per un vizio di forma lo stesso Tribunale ha annullato le ordinanze di custodia agli arresti domiciliari emesse nei giorni scorsi nei confronti dell’ex assessore Giuseppe Gambale e dell’ex provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise, Mario Mautone. Secondo indiscrezioni, i magistrati della procura intenderebbero emettere nelle prossime ore un provvedimento di fermo nei confronti dei due indagati. Successivamente la dodicesima sezione del tribunale di Napoli ha annullato per carenza di esigenze cautelari il provvedimento di custodia cautelare ai domiciliari emesso dal gip Paola Russo nei confronti dell’ex assessore alle risorse strategiche al Comune di Napoli, Enrico Cardillo. Cardillo si è dimesso a fine novembre mettendosi così nella condizione di non poter reiterare il reato. Probabilmente si sarà anche fatta una valutazione positiva sull’inesistenza del pericolo di fuga.

Iervolino scarica i suoi: “Romeo e quattro assessori sfrantummati”

Rosa Iervolino Russo
“Romeo aveva rapporti con quattro soli assessori ’sfrantummati’ e non aveva nessun ruolo da consulente globale del Comune”. “Romeo non era il solo imprenditore a finanziare la Margherita”.
Sono alcune delle dichiarazioni rese dal sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino il 23 dicembre e dall’ex leader della Margherita (ora confluita nel Pd) Francesco Rutelli il 17 dicembre scorso ai magistrati che indagano sugli appalti a Napoli.

Ai pm che indagano sugli appalti al Comune di Napoli, il sindaco della città, Rosa Russo Iervolino, parla dell’ex assessore Giorgio Nugnes. “Il suicidio di Nugnes lo leggo come un sussulto di dignità che probabilmente sarebbe mancato ad altri” dice Iervolino, come si legge nel verbale di dichiarazioni rese in qualità di persona informata dei fatti. Poi il sindaco bolla come “sfrantummati” (incapaci) gli assessori coinvolti nell’inchiesta.
Nel corso della deposizione, la Iervolino si sofferma sulla vicenda di Nugnes, l’ex assessore che si tolse la vita a fine novembre e che sarebbe risultato coinvolto nell’inchiesta sulle presunte irregolarità negli appalti.”Il giorno delle dimissioni di Cardillo (Enrico Cardillo, ex assessore alle Risorse strategiche dimessosi il giorno prima del suicidio e poi arrestato il17 dicembre, ndr) so per certo che Nugnes venne in Comune perché lo hanno visto molte persone, ma non è affatto vero che io mi sia rifiutata finanche di incrociare il suo sguardo. Ribadisco, come ho già detto anche pubblicamente, che io in quella occasione non l’ho visto e confermo che se l’avessi incrociato non avrei esitato a rimproverarlo bonariamente, e anzi a mollargli pur con materno affetto anche due sganassoni, per ciò che emergeva dalle indagini sui fatti di Pianura”. Parole che fanno riferimento all’arresto di Nugnes, indicato dagli inquirenti come uno dei sostenitori della rivolta di gennaio scorso contro la riapertura della discarica.

La Iervolino poi parla della scelta di operare il rimpasto, già nel maggio scorso, “per innalzare il livello morale e professionale della giunta”, in un contesto “nebbioso, poco trasparente”.
Il sindaco di Napoli, parla della vicenda Romeo, l’imprenditore in carcere che ha ammesso, tra l’altro, di aver finanziato la Margherita, e del ruolo dei suoi assessori. Oltre a Nugnes cita gli altri coinvolti nella vicenda delle presunte tangenti per gli appalti. Romeo aveva rapporti solo con quattro uomini di giunta, che la Iervolino - salvando il solo Felice Laudadio - non esita a definire “sfrantummati”, ossia incapaci, smidollati.

Di Romeo, e delle sue affermazioni su finanziamenti alla Margherita, ha parlato ai magistrati anche l’ex leader del partito, Francesco Rutelli, (attualmente presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), nelle dichiarazioni spontanee rese ai magistrati il 17 dicembre. “Non so se Romeo sia iscritto al partito. Non escludo, anzi ritengo che possa essere verosimile, che Romeo possa aver finanziato il partito. Ma voglio chiarire che non è l’unico imprenditore o comune cittadino che abbia contribuito finanziariamente alle campagne elettorali”.
Il parlamentare ha spiegato di aver “personalmente incontrato” Romeo. “L’ho conosciuto come uno dei più grandi imprenditori a livello nazionale nel settore immobiliare” ha detto. “Ero sindaco all’epoca in cui la sua impresa si aggiudicò l’appalto per la gestione del patrimonio immobiliare del Comune di Roma. Con lui non ho peraltro una particolare confidenza. Non ho mai avuto con lui colloqui connessi ai suoi interessi”.

Affari e politica: in Italia è una lobby continua

Roma, Piazza del Campidoglio

Resa dei conti rimandata, molte parole, pochi fatti e nessuna soluzione concreta alla cosiddetta questione morale. Al centro del ciclone giudiziario (e politico), la direzione del Partito democratico avrebbe dovuto avanzare proposte concrete per fare luce sulla “zona grigia” (lobby e appalti) sulla quale la magistratura conduce le sue indagini e il Parlamento da vent’anni non interviene con una legge. Ma niente è uscito dalle labbra di Walter Veltroni. Forse perché l’ombra di Alfredo Romeo incombe sui suoi sette anni al Campidoglio?

Oh Romeo, Romeo, ma perché sei Romeo?
C’è poco di scespiriano nelle intercettazioni tra i politici e l’imprenditore che gestiva gli appalti per la manutenzione stradale a Napoli e a Roma. Dal telefono galeotto emerge uno scenario tutto prosa e niente poesia, ma dai contorni poco chiari. Un imprenditore chiama i politici (Renzo Lusetti e Italo Bocchino) e avanza richieste sugli appalti a Roma e Napoli. Per ora siamo fermi a questo, non c’è traccia di denaro. Domanda: è reato? Se il lobbismo in Italia è senza regole e confini, è chiaro che tutto è affidato a una elastica interpretazione del Codice penale.
Claudio Velardi è forse il miglior testimone di questa situazione: è proprietario della Reti, società di relazioni pubbliche che fa anche lobbying, tra i suoi clienti c’è l’imprenditore Romeo ed è assessore al Turismo al Comune di Napoli. Un uomo, tre ruoli. “Da quando sono assessore non c’è alcun intervento della Reti su Napoli” dice Velardi a Panorama. “Nella vicenda napoletana vedo proprio chiara l’assenza di un’azione di lobbying regolata, trasparente”. Secondo Velardi il lobbying è una garanzia: “Quando si svolgono queste attività, come le svolge la Reti, le cose vanno diversamente. Si cerca di proporre e immaginare le soluzioni più adeguate alle amministrazioni pubbliche che, ovviamente, sono libere di scegliere.
Quando tutto avviene in maniera trasparente e professionale, non c’è possibilità di entrare in questa zona grigia. Da tempo c’è un’azione in corso per legiferare e la stessa Reti ha presentato diverse proposte”.
Mentre al Parlamento europeo l’attività delle lobby è regolata e le aziende italiane sono presenti, in Italia tutto è affidato al caso e alla praticaccia quotidiana. Trasparenti a Bruxelles, opachi a Roma. Per Velardi è un buco legislativo: “Il Parlamento finora non è intervenuto perché (diciamocela tutta) c’è chi pensa sia più conveniente lasciare il vuoto: l’esistenza della zona grigia consente di fare azioni eticamente, e in qualche caso penalmente, molto discutibili”.
I lobbisti in Italia sono riuniti in un’associazione che si chiama Il Chiostro: per uno dei fondatori, Alberto Cattaneo, della Cattaneo Zanetto & C, una delle più importanti aziende del settore, il nero napoletano è la prova che occorre un intervento. “Una legislazione sul lobbismo in Italia, diminuirebbe l’estensione della zona grigia dei rapporti tra il mondo dell’impresa e la politica” spiega Cattaneo. Modelli replicabili? “Sia la legislazione americana sia quella usata a Bruxelles sono replicabili in Italia. Servono registri pubblici e pubblicità degli incontri tra lobbisti e politici, per il politico deve essere impossibile fare lobbying mentre è in carica e nei due, tre anni successivi alla cessazione del suo mandato”.

Camere con lobby
Dovrebbero essere i partiti (e il Pd in testa in questo drammatico momento) e le istituzioni a cogliere la palla al balzo. Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato, pensa sia ora di rompere gli indugi: “Bisogna regolamentare l’attività di lobby, in accordo con le società di categoria, Confindustria, Confcommercio e altri che, di fatto, svolgono un’azione di difesa dei propri interessi. Rendiamo trasparente tutto questo, altrimenti anche una lecita conversazione diventa un argomento da intercettazione”.
Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, fa un’analisi politica e la proietta sugli enti locali: “In Parlamento l’attività di lobby è palese perché c’è una collettività politica che controlla. Ogni frase che viene approvata su un disegno di legge o un decreto è vista da tanti occhi. L’operazione deve essere per forza trasparente. Le cose sono più complicate per gli enti locali. Il potere è concentrato in un triangolo di ferro: sindaci, assessori nominati dai sindaci, burocrazia. Poi ci sono le imprese che vanno a caccia. Tutto questo però avviene nella totale debolezza dei partiti”.
La lettura che dà Cicchitto vede nell’Italia dei Valori il beneficiario finale “proprio perché si è sbriciolato il meccanismo difensivo e offensivo della cordata che copriva a sinistra”. Ora che il partito è veltronianamente “liquido” ecco all’orizzonte Tonino da Montenero di Bisaccia. Per Cicchitto “bisogna sottrarre alla politica questa sfera, perché si è visto che non è bastata Tangentopoli e la magistratura altrimenti colpisce sistemi di potere di per sé ambigui, anche quando il reato non c’è”.

Lavori in corso
Il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, è concreto come deve essere un costruttore: “La vicenda di Napoli è istruttiva: l’appalto di manutenzione stradale a Romeo non funzionava fin dall’inizio, perché si è tolto il lavoro alle imprese che fanno manutenzione per trasferirlo a una società di servizi che in seconda battuta mette in campo le imprese. Un doppio esproprio: all’amministrazione locale sul controllo e alle imprese di costruzione che intervenivano dopo. Basta vedere anche la situazione romana per rendersene conto”.
Buzzetti non pensa che levare alla politica la decisione sugli appalti sia per forza la soluzione del problema: “Negli appalti ordinari c’è un metodo di gara che comunque l’Ance considera sufficiente, la riforma è partita dopo Tangentopoli e poi si è perfezionata. Gli assessori in questo caso hanno una funzione automatica. Non si inventano un percorso. Non esproprierei gli assessori di questo ruolo, faccio fatica a vedere una rivoluzione. Alcune funzioni non possono essere che svolte dalle istituzioni”.
Il controcanto è di Velardi, stavolta nei panni dell’assessore: “Non sono convinto che il sistema delle gare e degli appalti sia il più efficace. L’attuale sistema favorisce i ribassi e non aiuta la qualità”. Levare la competenza agli assessori? “Quando un politico è in grado di prendere tranquillamente le decisioni, non vedo ostacoli. Molto spesso questa bardatura di norme serve a coprire chi ha la coscienza sporca”.

Serve una cura, altrimenti sarà… lobby continua.

Ripulivano il Fisco con appalti per i servizi di pulizia. Truffa milionaria a Roma

A “ripulire” il settore degli appalti per i servizi di pulizia ci ha pensato la Guardia di Finanza di Roma. Con l’operazione “Cleaning” le fiamme gialle romane sono riuscite dopo due anni di indagini a sgominare un’associazione a delinquere con collegamenti e ramificazioni in Lussemburgo e Regno Unito che attraverso l’utilizzo di presta nomi come rappresentati di società riusciva illecitamente ad aggiudicarsi, con prezzi concorrenziali, gli appalti per le pulizie negli uffici dei ministeri, prefetture, istituti di previdenza e aziende ospedaliere e a truffare lo Stato per milioni di euro.
“La holding del malaffare” così è stata definita dagli stessi investigatori che faceva capo a Giovanni Di Pierro, noto affarista della Capitale, era costituita da trecento società, cooperative e consorzi. Proprio i consorzi, apparentemente in regola, si aggiudicavano gli appalti che a loro volta sub-appaltavano a società di servizi minori che ufficialmente non risultavano essere collegate tra di loro.
Ma queste società, tutte intestate a prestanomi ovvero extracomunitari con permesso di soggiorno, clochards ma anche persone in fin di vita, venivano indebitamente svuotate di tutti i guadagni e fatte fallire. Il personale alle dipendenze veniva pagato ma i contributi che venivano trattenuti, in realtà non venivano versati allo Stato ma trasferiti all’estero, in conti correnti di San Marino, Lussemburgo e Principato di Monaco. Dai complessi accertamenti bancari effettuati dai finanzieri del Gico e dal Nucleo speciale di Polizia Tributaria sono stati accertati transiti di denaro tra le società, che superavano i 500 milioni di euro.
Solo l’evasione fiscale e contributiva è stata quantificata dalla Finanza n oltre 100 milioni di euro. Ma, precisano gli investigatori, è solo un dato parziale perché le indagini sono ancora in corso. Oltre a Di Pierro, sono finiti in carcere anche due fratelli, suoi collaboratori, A. e E.G. originari di Udine ma residenti nella capitale. Mentre agli arresti domiciliari sono scattati per altre cinque persone tutte legate a Di Pierro e con un ruolo di rilievo nell’associazione.

Nel corso dell’operazione sono state effettuate anche 50 perquisizioni in tutta Italia e sequestrati quattordici immobili per un valore di 30 milioni di euro. L’associazione reinvestiva i proventi illeciti in quote immobiliari, ristoranti, autonoleggi e nella cantieristica da diporto; Rilevavano cantieri nautici in crisi, le rilanciavano e poi li rivendevano. Solo di poche settimane fa la cessione della Canados ad un gruppo inglese, cantiere nautico che la “holding del malaffare” avrebbe rilevato poco più quattro anni fa.

Appalti: arrestati imprenditori e funzionari della Provincia di Perugia

Un cantiere edile a Roma
Carlo Carini, 54 anni, presidente della sezione umbra dell’Associazione nazionale costruttori edili e vicepresidente dell’Assindustria di Perugia è stato arrestato alle 5 di stamani e scortato dalla squadra mobile fino al carcere di Capanne. Assieme a lui anche quattro imprenditori (Massimo Lupini direttore tecnico della Seas, Gino Mariotti amministratore della società Appalti Lazio, Dino Bico amministratore della ditta Ediltevere), e quattro funzionari della provincia di Perugia (Adriano Maraziti direttore dell’area viabilità, Maria Anotonietta Barbieri dell’ufficio appalti, Fabio Patumi responsabile del servizio affari generali e Lucio Gervasi, direttore dell’area territorio ambiente). Altre 23 persone sarebbero agli arresti domiciliari. Scene già viste a Reggio Calabria, Napoli, Catanzaro, Palermo. Ma questa è Perugia città medioevale, pacata, ricca di chiese, verde pubblico e sagre paesane, che ancora deve riprendersi dallo choc dell’omicidio di Meredith, e che si trova oggi proiettata in una piccola tangentopoli.
La raffica di arresti che hanno colpito alcuni vertici dell’industria locale, è il risultato di un’inchiesta sugli appalti nell’ambito della quale gli inquirenti hanno messo sotto la lente una lista di lavori pubblici che la Provincia di Perugia avrebbe concesso a condizioni agevolate a società o imprenditori “amici”. Nel frattempo i vertici delle istituzioni tacciono.

Holding ‘ndrangheta: “fattura” il 3 per cento del Pil italiano

La strage di Ferragosto
La strage di Duisburg

‘Ndrangheta, una vera e propria holding internazionale in grado di fatturare nel 2007 poco meno di 44 miliardi di euro, pari al 2,9 per cento del prodotto interno lordo italiano. Un giro d’affari equivalente alla ricchezza nazionale prodotta insieme da Estonia (13,2 miliardi di euro) e Slovenia (30,4 miliardi di euro). È quanto illustrato dal dossier “Ndrangheta 2008″, realizzato dall’Eurispes.

L’istituto ha mappato 131 cosche attive in Calabria: 73 in provincia di Reggio Calabria, 21 a Catanzaro, 17 a Cosenza, 13 a Crotone e 7 a Vibo Valentia. La ‘ndrangheta calabrese, di fatto, supera in giro d’affari e influenza le mafie “tradizionali” come Cosa Nostra, camorra e Sacra Corona Unita. Gli “addetti ai lavori” concordano nell’indicare la ‘ndrangheta come l’organizzazione criminale al momento più pericolosa, dalla vocazione internazionale sempre più spiccata e dalla struttura sempre più tentacolare, al punto da richiamare il modello di Al Qaeda. L’organizzazione ha infatti assunto, in Italia e all’estero, un ruolo di primo piano nel mercato internazionale degli stupefacenti, e dispone di ingenti risorse finanziarie, che consolidano la sua immagine ai vertici del crimine organizzato transnazionale, dove è riuscita a consolidare rapporti di partenariato, dimostrati dai contatti diretti con i principali cartelli che immettono la droga sul mercato mondiale.

Il settore più remunerativo si conferma proprio quello del traffico di stupefacenti, che determina introiti per 27.240 milioni di euro,oltre il 62 del monte profitti illeciti. Sul fronte dell’impresa, il fatturato dei gruppi criminali locali è stimato in 5.733 milioni, grazie alla crescente infiltrazione negli appalti delle opere pubbliche e alla compartecipazione in imprese di tutti i tipi. Completano i proventi illeciti i mercati di estorsione e usura (5.017 milioni), traffico di armi (2.938), mercato della prostituzione (2.867 milioni di euro). Tra il 1999 e il 2008 in Calabria si sono verificati 202 omicidi di ‘ndrangheta, con un incremento del 667%. Tra il 1992 e il 2007 sono stati sequestrati e confiscati beni pari a 231 milioni di euro.

Il 10% delle intercettazioni telefoniche dell’intera Italia vengono effettuate nella sola provincia di Reggio Calabria. Ma solo il 6,7% dei calabresi vorrebbe l’esercito a presidiare il territorio. Sono 38 i casi di amministrazioni comunali calabresi sciolte per infiltrazioni mafiose dal 1991 al 2007. Una performance negativa pari al 22,5% del totale dei comuni colpiti da provvedimento di scioglimento registrato nelle province calabresi, campane, pugliesi e siciliane che ha riguardato, nel periodo considerato, 169 realtà comunali. Il territorio provinciale più colpito si conferma Reggio Calabria, con 23 comuni sciolti per infiltrazione della ‘ndrangheta, dietro solo a Napoli nella graduatoria generale con 44 casi. Tra il ‘92 e il 2006, i latitanti pericolosi finiti in manette sono stati oltre 3.650, di cui 598 nella sola Calabria.

Qui il testo integrale del DOSSIER

LEGGI ANCHE: Sequestrati 33 milioni sull’asse Crotone-Milano

Fondi neri, favori ai clan, appalti col trucco: in cella il vertice di Calcestruzzi

La sede dell'azienda bergamasca, parte del gruppo Italcementi
L’amministratore delegato della Calcestruzzi spa, Mario Colombini, di 62 anni, è stato arrestato stamattina nella sua abitazione di Camparada, un comune della Brianza in provincia di Milano, dai carabinieri del Reparto operativo e dal Gico della Guardia di Finanza di Caltanissetta nell’ambito dell’inchiesta che si concentra proprio sulla Calcestruzzi spa, l’azienda di Bergamo leader nella fornitura del calcestruzzo, accusata di collusioni con la mafia in Sicilia.
I provvedimenti sono stati firmati dal gip Giovambattista Tona, su richiesta del procuratore aggiunto Renato Di Natale e del pm della Direzione distrettuale antimafia, Nicolò Marino.
Colombini è accusato di truffa, inadempimento di contratti di pubbliche forniture e intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di avere agevolato l’attività di Cosa nostra. In cella anche Fausto Volante, direttore di zona per la Sicilia e la Campania della Calcestruzzi spa, che nei mesi scorsi lo aveva sospeso. L’ex dipendente della società bergamasca, Francesco Librizzi, che era capo area per la Sicilia e Giuseppe Giovanni Laurino, ex dipendente, anche lui capo area per la Sicilia.
Secondo gli inquirenti, la Calcestruzzi avrebbe proceduto, non solo nella provincia di Caltanissetta e in Sicilia, ma anche su tutto il territorio nazionale, alla creazione di fondi neri, ”da destinare - secondo l’accusa - quantomeno in Sicilia, alla mafia”. L’azienda avrebbe fornito calcestruzzo di qualità inferiore a quello richiesto dalle imprese che eseguivano appalti pubblici. Questo sistema, per gli inquirenti, sarebbe stata ”una strategia aziendale della Calcestruzzi, adottata su scala nazionale e gestita a mezzo, anche, del sistema informatico, con la consapevolezza dei vertici aziendali”.

L’inchiesta, che già nei mesi scorsi aveva portato ad altri arresti di dipendenti della Calcestruzzi, è basata anche su documenti acquisiti durante le perquisizioni effettuate negli stabilimenti siciliani e negli uffici della direzione di Bergamo. Inoltre vi sono accertamenti tecnici effettuati sulle opere edilizie realizzate con il calcestruzzo fornito e le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia.
La Calcestruzzi è presente su tutto il territorio nazionale con 10 direzioni di zona, 250 impianti di betonaggio, 23 cave e 21 impianti di selezione di inerti. Fa parte del gruppo Italcementi, quinto produttore di cemento a livello mondiale ed il principale operatore nel bacino del mediterraneo.
Alla vigilia dello scorso Natale la Calcestruzzi aveva deciso, in via cautelativa, la sospensione delle attività in Sicilia. Tutto nasceva da ”verifiche interne messe in atto, a seguito delle indagini della procura di Caltanisetta in taluni impianti di betonaggio in Sicilia - sosteneva l’azienda in una nota del 23 dicembre scorso - hanno individuato alcune irregolarità che sono state denunciate da Calcestruzzi alla magistratura e che hanno indotto l’azienda a sospendere l’attività nell’isola”.
L’inchiesta della Dda nissena, nata nel 2006, aveva portato l’azienda ad essere iscritta nel registro degli indagati per associazione mafiosa e falso in bilancio. La società adesso ”ritiene che debbano essere chiariti tutti gli aspetti delle vicende irregolari, allontanati i responsabili, modificate le regole, le procedure e le modalità di produzione in termini tali da impedire il ripetersi di tali episodi”.
Calcestruzzi ha costituito un pool per la ”governance” nel settore composta da Piero Luigi Vigna, ex procuratore nazionale antimafia, da Giovanni Fiandaca, ordinario di Diritto penale all’università di Palermo e da Donato Masciandaro, ordinario di Economia della regolamentazione finanziaria dell’università Bocconi di Milano.

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