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Arabi di Milano: chi sono e cosa fanno oltre viale Jenner

Rito del caffe arabo
Moschea a tempo. Anzi, da spostare. No, da chiudere. Dal 5 luglio scorso, la moschea e il centro culturale di viale Jenner occupano le prime pagine dei giornali, scatenando nuove polemiche e riflessioni sui temi diritto di culto e immigrazione.
I quattromila musulmani che ogni venerdì riempiono i marciapiedi attorno alla moschea di Milano sono solo una piccola fetta della comunità araba che vive e lavora nel capoluogo lombardo.
Secondo le stime dell’Osservatorio Regionale per l’integrazione e multietnicità (Ismu) della Regione Lombardia, al 1 luglio 2007 sono più di 44.000 le presenze di cittadini ‘arabi’ (immigrati dagli stati in cui si parla l’arabo come idioma ufficiale, esclusi Iran e Afghanistan) nel Comune di Milano; circa il 10% in più rispetto l’anno precedente. Quasi l’80% possiede un regolare permesso di soggiorno.
Per capire chi sia e cosa faccia a Milano una delle maggiori comunità di immigrati presente in Italia, abbiamo analizzato questi numeri, concentrandoci sulle condizioni lavorative e professionali di questa etnia.
Confrontando i dati dell’Ismu raccolti su un campione d’indagine di 270 unità nel Comune milanese, emerge che dal luglio 2006 al luglio 2007 oltre il 30% abbia un lavoro regolare a tempo indeterminato. Il reddito medio mensile di chi lavora si aggira intorno ai 1.200 euro.
Nel 2006 gli intellettuali arabi occupavano il secondo posto nella categoria ‘tipo di lavoro svolto’. Il 2007 conferma gli operai edili sempre al primo posto e mostra un considerevole incremento degli addetti alla ristorazione (14,7%), ai mestieri artigianali (11,6%), alle pulizie (10,6%) e alle attività commerciali (5.6%). Il tasso di disoccupazione è rimasto relativamente stabile e si aggira intorno all’8%.
A parlare con alcuni intellettuali arabi di Milano risulta che è tanta è la voglia d’integrazione e di dialogo, ma il varco della comunicazione resta ancora difficile da superare. La moschea di viale Jenner ne è un esempio.
Ali Hussein Hassoun è un pittore libanese e cittadino italiano. Dal 1996 vive e lavora a Milano. “Ci si può aprire senza perdere le proprie radici e tradizioni. Qui in Italia faccio il pittore, ho una libertà d’espressione e di credo che in Libano non avrei mai!”
Muhammad Eid Al-Shaleh è un musicista siriano che vive in Italia dal 2004. “L’interesse reciproco è un pilastro fondamentale nella costruzione della società multietnica”. Ma l’integrazione resta per lui ancora un’aspirazione.
Dello stesso parere è Meriem Benkortbi, una giovane designer algerina che vive e lavora a Milano. “L’integrazione dipende dal livello sociale delle persone, che nei paesi arabi è basso” ci spiega. “Molti dei miei connazionali quando arrivano in Italia hanno paura. Il mondo arabo è soprattutto tradizione. Integralismo, timore e guerra confondono le idee e spingono indietro la nuova generazione”.
L’architetto Jean Pierre Antonios Jelwan e l’ingegnere Hazem Abdul Karim sono due giovani libanesi iscritti agli Albi professionali di Milano. Per entrambi la religione è il punto debole di tutto il dialogo. “Chi ha saputo interpretarla, è riuscito ad integrarsi molto di più e molto velocemente” dice l’architetto. L’amico Hazem sembra esserci riuscito: “Ho imparato tanto in Italia: la disciplina, l’ordine e il rispetto di come dialogare; cose importanti, che da noi sono trascurate”.

Islam a scuola, quanta cattiva informazione nei libri di testo

[i](Credits: Ansa)[/i]
I musulmani non si inginocchiano in moschea per pregare. Si prostrano. E il muezzin non è di certo un sacerdote. Come arabi e musulmani non sono termini sinonimi, anzi, solo il 20% dei musulmani è arabo.
Tanti i luoghi comuni e gli errori presenti non solo nel semplice conversare ma anche e soprattutto nei libri di testo italiani. Quei libri che dovrebbero educare le nuove generazioni, i figli di anni di tensione tra un certo occidente e un certo oriente del mondo.
È per questo che nasce Islam a scuola, una pubblicazione della Fondazione Ismu (Iniziative e Studi sulla Multietnicità), nata all’interno di un complesso lavoro di formazione che si propone di accrescere la professionalità docente nella scuola multiculturale e plurilingue, avviando un confronto in merito. Si tratta di un quaderno, realizzato con il supporto dell’Ufficio scolastico per la Lombardia, basato sull’indagine effettuata dall’Ismu sui libri di testo delle scuole di cinque province lombarde (Bergamo, Brescia, Cremona, Mantova e Varese). È diviso in due parti, una informativa che testimonia l’approccio ai vari aspetti dell’Islam (culturale, pedagogico, storico, giuridico…), e una di laboratorio, con l’analisi del linguaggio usato dai libri di testo per descrivere il mondo musulmano.
“Tanti sono gli errori grafici come, soprattutto, di concetto: - dice Antonio Cuciniello, esperto arabista del Settore Scuola Formazione della Fondazione dell’Ismu, uno degli autori di Islam a scuola - ad esempio Imam spesso è scritto invece Iman (che in arabo significa fede), ed è indicato, erroneamente, come “un’autorità religiosa”. Sulla questione delle fonti, ugualmente, tante imperfezioni: si intuisce o addirittura si legge che il Corano è scritto da Maometto: sbagliatissimo, il Corano è la diretta parola di Dio rivelata a Maometto tramite l’arcangelo Gabriele!”.

Signor Cuciniello, ci faccia altri esempi.
Anche nella storia, c’è una visione molto bellica del popolo arabo. Si pensa a un popolo aggressivo e di beduini, mentre pochi sanno invece della fiorente attività commerciale che aveva. E quanti sanno che molte opere greche sono giunte a noi perché tradotte dal greco all’arabo (qualche volta al siriaco) e da questo al latino? Quanti che tante colture agricole derivano da loro, come che la stra-grande maggioranza di termini appartenenti al settore del sapere vengono dall’arabo? Tutte le parole italiane scientifiche, e non solo, che iniziano per “al” sono di origine araba: alchimia, algoritmo, algebra… E potremmo continuare con: darsena, ammiraglio, dogana, magazzino…
Si legge, in Islam a scuola, che i musulmani non si “inginocchiano in moschea”.
No, il loro atto è la prosternazione. Purtroppo si ricorre con una certa superficialità al metodo del confronto associativo che contribuisce a confondere le idee. È un limite umano ma, data la grande presenza musulmana oggi nelle scuole (secondo l’analisi Ismu circa il 40% della popolazione scolastica straniera in Lombardia nell’anno scolastico 2005-2006 era di origine musulmana, ndr), poi le maestre si trovano in difficoltà con i ragazzini islamici.
E in questo periodo internazionalmente teso è ancor più “imbarazzante”…?
Ora è tendenzioso. L’informazione dovrebbe essere obiettiva ed avere una visione globale. Ho vissuto per tre anni al Cairo ma… quanti sanno che in Egitto oltre al petrolio c’è cultura, c’è la sede della Lega Araba… e tanto altro? Queste inesattezze culturali le ho riscontrate più in Italia, dove siamo più prevenuti, che in America.
Ma i libri di testo arabi, e nello specifico egiziani, presentano simili errori?
Nei testi egiziani il problema non si pone, - sorride - lì ci sono veri e propri buchi storici. Dal periodo egizio si passa direttamente all’Islam.

Il quaderno Islam a scuola sarà distribuito presso le scuole e presso gli enti di formazione che ne faranno richiesta. In allegato si trovano anche le “Pagine arcobaleno”, un elenco delle associazioni di e per stranieri operative nelle province lombarde in cui si è svolto il percorso formativo. Presso l’Ismu è stato attivato anche lo sportello Arab-informa, pronto a dare informazioni sulla cultura araba.

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