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Il Papa taglia la pensione a Milingo

L'ex arcivescovo Emmanuel Milingo con la moglie Maria Sung

L'ex arcivescovo Emmanuel Milingo con la moglie Maria Sung

Tempi duri per l’ex arcivescovo di Lusaka, Emmanuel Milingo. Dopo la riduzione allo stato laicale rischia di finire sul lastrico. Dietro lo scontro con il Vaticano infatti non c’è soltanto la questione dei preti sposati, ma anche un braccio di ferro economico. Continua

Migranti, triplice affondo dei cattolici: “Respinti su strade di fame e morte”

immigrati sbarcati

Famiglia Cristiana, la Cei, l’Arcivescovo di Milano. Insieme, a più voci, per un unico bersaglio: la politica del governo per il contrasto all’immigrazione clandestina.
Parte la Cei. E va all’attacco contro la decisione delle “nostre autorità di riportare sulle sponde africane coloro che cercavano di raggiungere il nostro Paese”, perché corrisponde a farli tornare indietro “su strade di fame e di morte che già conoscevano: non tutti erano bisognosi di asilo, non tutti santi, ma poveri lo sono di certo”. Così scrive il bollettino del Sir, l’agenzia stampa dei vescovi, monsignor Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente della Commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro, presidente del Comitato scientifico delle Settimane Sociali e vescovo di Ivrea. Monsignor Miglio, a pochi giorni dall’inizio dell’assemblea generale dei vescovi italiani, restituisce un quadro complessivo della posizione della Chiesa sul dibattito relativo all’immigrazione in corso nel nostro Paese.
Il vescovo disegna un parallelo fra gli episodi di questi giorni e quanto avvenuto nei rapporti con i flussi migratori dall’Albania negli anni ‘90. Gli albanesi di allora erano “naufraghi sepolti in mare”, scrive il vescovo, così come “naufraghi del mare e della vita” sono “questi ultimi, con i loro stracci e i loro occhi che ci interrogano sulla nostra crisi e specialmente sulle nostre pubblicità tese a farci consumare di più e di tutto. Sono stati riportati d’autorità su strade di fame e di morte che già conoscevano: non tutti erano bisognosi di asilo, non tutti santi, ma poveri lo sono di certo e in questa occasione sono divenuti assai simili a Cristo, scaricato da Pilato a Erode e viceversa; i due in quel giorno divennero amici, dopo essere stati nemici. A questa cronaca triste e umiliante si sono aggiunte le proposte - poi declassate a battute - di un inedito apartheid da sperimentare a Milano”.

Milano, quindi. Da dove arrivano, inderettamente, altre critiche. Sono quelle del
cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo della città
. Che, intervistato da Fabio Fazio per lo speciale di Che tempo che fa, in onda questa sera su Rai Tre, invita la politica - di fronte al fenomeno dell’immigrazione - a non limitarsi a gestire solo la fase di emergenza, cedendo alla paura, ma a pensare ad una soluzione progettuale di un fenomeno di così grande portata. “La politica deve partire da progetti grandiosi, e soltanto in questo quadro è possibile allora attivare le diverse forze sociali, culturali istituzionali, di volontariato, religiose”. “Milioni di Italiani hanno lasciato il loro Paese per trovare un ambiente di vita, di lavoro e di realizzazione della propria dignità” ricorda il porporato “In questo senso dobbiamo saper onorare la memoria del passato, non per essere nostalgici, ma per essere più coraggiosi nell’affrontare il futuro che ci vedrà molto più impegnati in un confronto inter-etnico, inter-culturale e inter-religioso”. L’emergenza si accompagna alla paura, ha detto ancora il cardinale. “E la paura non è la consigliera più saggia per affrontare il problema nella sua ampiezza e nella sua profondità”.

Batte il chiodo della paura, anche il nuovo (ennesimo) attacco al governo di Famiglia Cristiana. Il settimanale dei Paolini prende di mira la politica del Pdl in materia di immigrazione, traendo spunto dalle recenti polemiche sugli sbarchi dei clandestini e sui “respingimenti”. “Per un pugno di voti in più, il migrante è un nemico”: è il titolo scelto dal settimanale cattolico che, sulle sue pagine, punta il dito contro le decisioni di Palazzo Chigi e Viminale. “Lo stigma del reato di clandestinità - si legge in un editoriale pubblicato sul numero di questa settimana del settimanale - crea le condizioni perché i migranti vengano messi fuori dal consorzio umano. Si continua ad attizzare il fuoco della paura, tutto per una manciata di voti in più. Abbiamo trasformato il migrante in diverso, in nemico. La deriva xenofoba che sta prendendo piede in Italia dovrebbe preoccupare tutti, i cattolici in particolare”.
Ma ce n’è anche per le parrocchie: “L’indifferenza e il gelo della chiusura soffiano anche nelle parrocchie. Possibile che i cattolici facciano prevalere la paura e un ‘pacchetto propagandà sui principi evangelici?”. “Con il voto di fiducia sul pacchetto sicurezza” prosegue l’editoriale “il Parlamento è stato espropriato della libertà di coscienza su un tema molto delicato che riguarda la vita di uomini, donne e bambini”. “Il disegno di legge sulla sicurezza approvato dalla Camera con il voto di fiducia (evidentemente nella maggioranza c’è qualche ‘mal di pancia’), si intreccia con i respingimenti dei clandestini verso la Libia, ignorando i più elementari diritti d’asilo di chi fugge da guerra, tortura e, spesso, da una condanna a morte. Che ne sarà di questa gente una volta fatta sbarcare sul suolo libico” si domanda il settimanale dei Paolini “in un Paese che non riconosce le convenzioni internazionali sui rifugiati?”. “Perchè l’Italia, da sempre considerata la culla del diritto e della civiltà giuridica, Paese di profonde radici cristiane” prosegue il settimanale diretto da don Antonio Sciortino “antepone qualsiasi esigenza di sicurezza (vera o fittizia) ai diritti inalienabili dell’uomo? Sarebbe stata molto più efficace una seria politica di programmazione dei flussi e di sanatorie per regolarizzare quegli stranieri già inseriti nella società, come le badanti, che svolgono un ruolo prezioso e, molto spesso, insostituibile”.

LEGGI ANCHE: Lo SPECIALE sull’immigrazione

Diocesi sul web: è record per le parrocchie ambrosiane

Dal Duomo di Milano alla chiesa di San Lorenzo in Monluè: il 42 per cento delle parrocchie amborsiane ha un sito internet. Un record rispetto alla media nazionale rilevata dall’associazione Webcattolici, il 16 per cento su un totale di 26 parrocchie. Da anni il capoluogo lombardo è attento all’evoluzione della rete.

L’arcivescovo Dionigi Tettamanzi è stato uno dei primi a rivolgersi ai fedeli anche attraverso YouTube, frequentatissimo dai giovani: nell’ultimo video risponde alle domande sulla quarta catechesi. Un tentativo di apertura e di dialogo differente dal monologo del vescovo Richard Williamson, il prelato che ha negato l’esistenza delle camere a gas durante la Seconda guerra mondiale. Sollevando proteste soprattutto in Germania, dove il cancelliere tedesco Angela Merkel ha chiesto chiarimenti al Vaticano.

Internet diventa, quindi, una finestra che consente di portare alla luce questioni che altrimenti resterebbero sepolte in dibattiti per pochi addetti. Ma permette anche una comunicazione diretta con i fedeli: un interesse che cresce con le prospettive di una Chiesa 2.0. In particolare, il sito della Diocesi ambrosiana rivela anche una cittadella dei luoghi di culto online: gli utenti possono esplorare una mappa dell’intera Regione che riunisce un elenco delle parrocchie in ogni città (raggruppate per nome, decanata, zona pastorale o Provincia/Comune). Ogni scheda contiene una descrizione dei luoghi con informazioni sulla vita della comunità, gli orari delle messe, gli indirizzi di posta elettronica dei preti.

Il VIDEO dell’arcivescovo Dionigi Tettamanzi su YouTube

Su Eluana, Sacconi al contrattacco: “Non mi faccio intimidire”

Maurizio Sacconi

“Assurdo che questo atto sia stato attratto in una dimensione penale. Questa sì che è un’intimidazione, ma io non sono un tipo che si fa intimidire”. Così il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha commentato da Londra la sua condizione di indagato presso la procura di Roma in seguito alla denuncia dei radicali sull’atto di indirizzo collegato al caso di Eluana Englaro. Il responsabile del Welfare, a Londra per un incontro con il suo omologo britannico, ha spiegato nel corso di un incontro con la stampa italiana: “È stato un atto di governo doveroso, di indirizzo al servizio sanitario nazionale affinchè avesse comportamenti omogenei sul dovere di alimentazione ed idratazione delle persone in disabili, in ossequio alla legislazione italiana e alle carte dell’Onu”.
Non molla Sacconi: “Si è trattato” ha proseguito “di un atto responsabilmente assunto. Ho sempre detto che Ponzio Pilato non fu un buon esempio di governo. Tutte le posizioni, in una materia così delicata, vanno rispettate. Ma è assurdo che un atto del genere sia stato attratto in una dimensione penale. Questa sì che è un’intimidazione, ma io non sono un tipo che si fa intimidire”.
E sono in tanti a pensarla come il minsitro. Pier Ferdinando Casini, per esempio: “Io sto con il ministro Sacconi senza se senza ma, anzi colgo l’occasione per esprimergli solidarietà”, ha affermato Pier Ferdinando Casini, intervistato a Panorama del Giorno su Canale 5, da Maurizio Belpietro. “Il ministro Sacconi” ha proseguito Casini “ha posto una questione di ordine generale inerente al rispetto della legge. Francamente mi verrebbe da dire che è quasi uno scherzo la notizia dell’indagine giudiziaria che può riguardarlo su questo punto, noi stiamo con Sacconi evidentemente”.
Intanto torna a muoversi anche la Chiesa: il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, interviene sul caso di Eluana Englaro per chiedere che la donna in stato vegetativo non venga fatta morire in una struttura sanitaria dell’Emilia Romagna. Un’eventualità, afferma il porporato in una nota, che sarebbe “contro Dio” e contraria alla Costituzione. “A quanto è dato fino a questo momento di sapere” afferma Caffarra “l’ipotizzato ricovero di Eluana Englaro in una struttura sanitaria della nostra Regione sarebbe non per la vita ma per la soppressione della vita. Come cristiano e come Vescovo - sicuro interprete anche dei miei confratelli dell’Emilia Romagna - debbo denunciare con ogni forza che il porre in essere una tale eventualità sarebbe un atto gravissimo in primo luogo contro Dio, Autore e Signore della vita; e poi contro ogni essere umano, che vedrebbe così violata, perché negata nei fatti e anche in linea di principio, quella dignità della persona che invece permane sempre, in ogni circostanza, e sopravvive alle più crude offese della malattia: persino nella estrema fragilità e impotenza di una condizione deprivata della coscienza”.

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Bagnasco e i suoi angeli custodi: due con la pistola. E uno no

Monsignor Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, tra due uomini della scorta
L’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, in osservanza alla dottrina (e all’onomastica), ha sempre creduto all’angelo custode. Ma adesso, forse, è troppo anche per lui. Infatti, da qualche giorno, lo proteggono in tre: l’angelo d’ordinanza, di puro spirito, e due in carne ossa, con tanto di pistole. Meglio chiarire: dai primi di maggio il presidente della Conferenza episcopale italiana, dopo aver ricevuto una lettera con bossolo (la Digos genovese non ha ancora scoperto gli autori di scritte e missive minacciose), è costretto a muoversi a bordo di un’auto blindata (una Thesis grigia) arrivata direttamente dall’autoparco del servizio scorte di Roma. Sulla macchina viaggiano con lui due uomini della polizia (che si alternano con i carabinieri), l’autista e il bodyguard, che lo abbandonano solo quando l’arcivescovo sale in aereo. Bagnasco resta senza protezione solo in cielo (e non potrebbe essere diversamente), visto che quando atterra lo attende un’altra scorta.
In pratica vede più i suoi «angeli custodi» che non la perpetua. Ma c’è chi sta peggio di lui. Infatti l’Ucis (Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale) ha predisposto per Bagnasco un servizio di tutela di terzo livello. Da vip di seconda fascia.

Per quelli più importanti i controlli sono da moglie gelosa. Gelosissima. Il primo livello è riservato a personalità come i capi di Stato e di governo, tra cui anche il Papa. Per loro almeno due vetture di scorta (una precede e l’altra segue quella del vip), oltre a quella blindata. In questi casi anche la dimora ha un presidio fisso. Il secondo grado (per esempio alcuni ministri o magistrati a rischio) prevede una macchina al seguito e a volte la sorveglianza della casa. Per Bagnasco sono previsti solo un’auto e una vigilanza generica intorno alla curia.

In passato avevano usufruito di un servizio di accompagnamento non ufficiale anche altri due arcivescovi genovesi, i cardinali Tarcisio Bertone (ora Segretario di Stato vaticano) e Dionigi Tettamanzi (oggi arcivescovo di Milano). Gli uomini della scorta non si lamentano: gli uomini di Chiesa hanno appuntamenti e orari più rilassanti dei politici. La perpetua può stare tranquilla.

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