
Vita da caserma. Da donne in caserma. Condivisa, osservata e filmata da una donna regista. Il risultato è Io giuro - Appunti di donne soldato, documentario in due puntate da 50 minuti ciascuna girato da Maria Martinelli e che verrà trasmesso da RaiTre il 9 e 10 ottobre alle 23.40.
Il lavoro, prodotto da Giusi Santoro e Kamerafilm, continua il filone preferito dalla regista 49enne dei reportage senza filtri se non quello della videocamera. All’attivo Maria Martinelli ha documentari come I bambini non lo sanno, sul bullismo giovanile, Gladiatori, sul cinema hard italiano, e Carne da macello, sull’America dei fast food. Questa volta si è chiesta perché una donna sceglie di arruolarsi nell’esercito.
Per capire il lato rosa delle forze armate, o il lato combattivo dell’universo femminile, la scorsa Maria Martinelli ha vissuto, mangiato, marciato con le cinque ragazze, tra i 18 e i 25 anni, di una delle squadre del plotone della caserma di Ascoli Piceno. Dall’alba al tramonto ogni giorno, per tutte le dieci settimane del corso di addestramento. “Il mio intento”, spiega la regista, “è di raccontare come e cosa sia possibile aggiungere, partendo dall’essere donna, al ruolo di soldato e descrivere l’universo dell’esercito visto con gli occhi delle ragazze che decidono volontariamente di intraprendere questa strada, storicamente e tipicamente maschile”. Il documentario restituisce lo stupore di chi osserva con sguardo esterno il momento in cui queste donne attraversano il confine che la scelta comporta. “L’impatto con una nuova realtà, nuove regole, una vita mai vissuta. L’allenamento intenso, l’uso delle armi, l’obbedienza e il silenzio come atteggiamento psicologico sono scogli che producono una frattura: c’è chi abbandona e chi decide di continuare la propria vita nell’esercito”.

Ha deciso così Francesca Procacci, 23enne di Gubbio, capo plotone ad Ascoli e tra le protagoniste del documentario. “Sogno di portare una divisa da quando ero bambina”, dice, “per difendere e aiutare chi è più debole. Il corso di addestramento è stato un’esperienza unica, l’occasione giusta per completare la mia formazione. Certo, è stata dura. Sono passata da un giorno all’altro da ragazza come tante a militare e mi sono confrontata con una vita che non può essere nemmeno lontanamente paragonata a quella che facevo prima. Questo mi ha messo di fronte ai miei limiti, ma ha tirato fuori anche le mie capacità. E gli autori di Io giuro hanno colto tutto, niente è stato falsato. È stato un po’ come partecipare al Grande Fratello“.
Francesca ci scherza su, ma non ha dubbi sulle possibilità delle donne che intraprendono la carriera di soldato: “Proprio perché è un lavoro considerato adatto agli uomini noi tiriamo fuori la nostra caparbietà e la voglia di riuscire. Quelle come me ci credono davvero”. La sorpresa riservata da queste ragazze a chi le ha seguite passo a passo? “Le motivazioni”, risponde Maria Martinelli. “Non immaginavo di trovare donne così sicure della scelta fatta. Sono sempre stata convinta che arruolarsi sia una grande opportunità di lavoro, ma confrontandomi con loro ho scoperto che questo aspetto è secondario. Si sono arruolate per svolgere un lavoro di grande valore da un punto di vista umano e sociale”. Alla fine del filmato però le Soldato Jane di casa nostra tornano a essere donne come tutte le altre, a fare i conti con la difficoltà di essere, un giorno, anche mamme soldato.
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Caccia sport popolare? Non proprio. Almeno se si mettono insieme gli euro che servono per pagare una stagione di attività: a far la somma delle singole voci di spesa, infatti, si superano abbondantemente i tremila euro. Una somma che pochi, nel nostro Paese, possono oggi spendere per uno sport o per un passatempo.
Che richiede innanzitutto una buona attrezzatura. L’acquisto di un fucile è il primo passo per definirsi appassionati dell’attività venatoria, e per comprare una doppietta, un sovrapposto o un automatico, bisogna sborsare almeno 1500 euro. Ma non basta, perché servono anche le cartucce, che costano 0,50 centesimi l’una. La campagna, poi, in inverno è fredda e umida. Servono quindi buone scarpe, una giacca impermeabile e altri indumenti dedicati alla caccia. Secondo una ricerca effettuata lo scorso anno dall’Eurispes, per questi vestiti servono tra i 250 e i 400 euro. A cui bisogna aggiungere il costo per il cane (spesa minima 700 euro) e per il suo mantenimento, circa 300 euro all’anno. La lista della spesa, però, è ancora lunga, perché oltre all’attrezzatura, i cacciatori pagano ogni anno una buona dose di tasse e concessioni governative e regionali per poter sparare a pernici, quaglie, conigli e cinghiali. Sono 173 gli euro che passano direttamente dalle tasche dei cacciatori alle casse del ministero delle Finanze, mentre le Regioni impongono imposte che variano dai 60 ai 70 euro all’anno. In cambio, gli appassionati della caccia ottengono un libretto sul quale devono segnare le prede abbattute durante l’intera stagione.
Finito? Nemmeno per sogno: i cacciatori non possono andare a sparare dove vogliono. I territori delle cento Province italiane sono divisi numerosi Ambiti territoriali di caccia. Bene, per entrare in uno qualsiasi di questi (e solo in uno) si deve pagare una quota: nella Provincia di Milano, che è divisa in 50 Atc, l’ingresso in un ambito territoriale costa cento euro. “Arriviamo in questo modo a un assurdo – spiega Rodolfo Grassi, presidente provinciale di Federcaccia – Se un cacciatore vuol essere libero di andare dove gli pare, deve pagare la tessera per tutti gli ambiti, e sborsare così cinquemila euro all’anno”. Un paradosso, certo, ma che mette in evidenza gli alti costi che i cacciatori devono sostenere ogni anno. Costi che, a far di conto, arrivano a 3.350 euro.
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Dovranno indossare le proprie uniformi sulle quali porteranno però un bracciale blu con il distintivo dell’Unione europea e del Frontex (l’Agenzia per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Ue).
Chi sono? Le “Squadre Ue di intervento rapido” da mettere alle frontiere comuni, per fare fronte ad afflussi massicci di immigrati clandestini.
Così, mentre in Italia monta la polemica sul progetto di riforma della Bossi-Fini, il Parlamento europeo ha approvato oggi a Strasburgo, a larga maggioranza (526 voti favorevoli, 63 contrari, tra cui la Sinistra unitaria europea - Gue - che ha cercato senza successo di ottenere la bocciatura del testo), la legge che le istituisce e ne regola gli interventi. Le pattuglie europee di intervento rapido (450 uomini) per combattere l’immigrazione illegale, Rabit nell’acronimo inglese, saranno già attive sul finire di questo 2007. Mal che vada, per l’estate del 2008 chi vive o fa villeggiatura in zone di sbarchi di massa dovrà abituarsi all’idea di incrociare una guardia di frontiera lituana, britannica o rumena, ognuno con la propria divisa ma tutti con un braccialetto comunitario e tutti assieme a sostegno delle forze di polizia locali per controllare, riconoscere e fermare i clandestini. A parte gli stipendi degli agenti, a cui pensa la nazione di provenienza, il conto (assicurazioni, viaggi, vitto e alloggio) sarà a carico del Frontex, che ha ottenuto dall’Europarlamento 10 milioni di euro nel 2007.
La grande novità è il carattere vincolante dato dal parlamento alla partecipazione degli stati membri, un punto che non fa contenti tutti, visto che alcune capitali preferivano dare carattere di non obbligatorietà alla partecipazione al progetto. Un paese potrà sottrarsi a tale obbligo solamente se si trova a far fronte a una situazione eccezionale: il contemporaneo arrivo di ondate di immigrati sul suo suolo o lo svolgersi di avvenimenti di grandi dimensioni, come i Mondiali di calcio o le Esposizioni universali.
Durante una missione, le istruzioni alle squadre di pronto intervento saranno impartite dallo Stato membro ospitante, che però dovrà tenere contro di eventuali pareri dell’Agenzia Frontex. Durante le missioni, inoltre, i membri delle squadre sono assimilati agli agenti dello Stato membro ospitante per quanto riguarda i reati penali che potrebbero commettere o di cui potrebbero essere vittime: il che vuol dire che potranno portare armi e usare la forza. Ma non è che operino in completa autonomia: i membri dei gruppi eserciteranno le loro funzioni e competenze sotto le istruzioni e, per regola generale, in presenza di agenti dello stato che ha richiesto il loro intervento.
Lo Stato ospitante potrà anche limitare il ricorso alle armi ad esclusivo scopo di legittima difesa, conformemente alla propria legislazione. I provvedimenti di respingimento dovranno essere adottati soltanto dalle guardie di frontiera dello Stato membro ospitante.