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Scaglia, ma l’arresto serve per ottenere una confessione?


Non ha confessato. Non confessa. Ma questo non è un buon motivo per tenerlo in cella a Rebibbia. Il codice di procedura penale è chiaro: si può essere arrestati solamente quando, alla luce di «gravi indizi di colpevolezza», esiste il rischio di una fuga, di una reiterazione del reato, oppure di un inquinamento delle prove. Per Silvio Scaglia, l’ex fondatore di Fastweb finito in prigione il 25 febbraio con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata all’evasione fiscale, i tre rischi non sembrano sussistere: Scaglia era all’estero Continua

Intervista esclusiva all’altro Saviano: “La lotta alla mafia non ha colore”

Lo scrittore antimafia Roberto Saviano

Lo scrittore antimafia Roberto Saviano

Perfino la bomba. Una stupida bomba anarchica, fortunatamente non esplosa, all’Università Bocconi. E un clima che volge al peggio. Con un premier sporcato dal sangue, un matto in mezzo e l’Italia che ancora una volta si divide: i “cattivi ” al potere e i “buoni” nella malinconia narcisistaPanorama incontra un Roberto Saviano sinceramente scosso di averle tutte le ragioni per raddrizzare le gambe ai cani, ma di non poterlo fare. per tutto quello che accade in questo finale d’anno intinto nell’odio. Leggi l’intervista

Arresto per l’assessore lombardo Prosperini. E glielo dicono in diretta tv

L'assessore lombardo allo Sport, Pier Gianni Prosperini | (Ansa)

L’assessore lombardo allo Sport, Pier Gianni Prosperini | (Ansa)

Una presunta mazzetta per la promozione turistica della Lombardia in tv è costata cara a un assessore regionale e a un editore milanese, che sono finiti in carcere.
Il primo, per ironia della sorte, proprio mentre si trovava in diretta telefonica su un canale televisivo. Si tratta dell’assessore regionale allo Sport e Turismo della Lombardia, Piergianni Prosperini. Continua

Scacco alla Camorra: preso il boss Letizia, 100 arresti tra i Casalesi

Poliziotti in azione
Un latitante del clan dei casalesi, Franco Letizia, 32 anni, inserito tra i cento pregiudicati più pericolosi d’Italia, è stato arrestato da agenti della Squadra mobile di Caserta poco prima della mezzanotte scorsa a San Cipriano D’Aversa, una delle roccaforti casertane dell’organizzazione camorristica. Letizia, ritenuto un fedelissimo di uno dei capi storici dei casalesi, Francesco Bidognetti detto ‘Cicciott e mezzanotte’, è stato bloccato dai poliziotti, che a conclusione di indagini ed appostamenti erano riusciti a localizzare il rifugio, in un appartamento di una zona periferica di San Cipriano, nella disponibilià di Antonio Diana, 41 anni, arrestato per favoreggiamento insieme con un altro presunto affiliato alla cosca, Carlo Corvino, 40 anni. I due erano insieme con il latitante al momento dell’irruzione dei poliziotti della Mobile casertana, diretta dal vice questore Rodolfo Ruperti.
Letizia, considerato dagli investigatori, tra l’altro, uno degli esattori delle estorsioni del clan Bidognetti, sfuggì un anno e mezzo fa all’operazione ‘Domizia’ del 18 aprile 2008, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, nel corso della quale furono eseguite da Polizia, Carabinieri e Dia di Napoli 52 delle 64 ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Tribunale di Napoli su richiesta della Dda partenopea. I destinatari dei provvedimenti restrittivi erano ritenuti affiliati o fiancheggiatori delle due fazioni dei casalesi capeggiate da Francesco Bidognetti, in carcere da anni, al regime di 41 bis, e dei Tavoletta, in lotta da tempo per il predominio delle estorsioni e dei traffici illeciti tra Castevolturno, sul litorale casertano e Villa Literno. Gli arrestati erano accusati a vario titolo di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsioni, porto e detenzione illegale di armi, traffico di droga, illecita concorrenza. L’operazione, disposta dalla Dda partenopea, fu favorita dalle rivelazioni di Anna Carrino, 47 anni, moglie di Bidognetti, che da alcuni mesi aveva cominciato a collaborare con gli investigatori.

L’operazione anti camorra di questa notte ha portato anche a cento ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del tribunale di Napoli ed eseguite all’alba nel corso di un’operazione interforze. In manette esponenti del clan Amato-Pagano, gli ’scissionisti’ contrapposti al clan di Lauro nella faida di Scampia.
Ad eseguire i provvedimenti polizia, carabinieri e Guardia di Finanza, impegnati dall’alba, in un’operazione interforze. I reati contestati sono associazione camorristica, omicidio, traffico di stupefacenti e riciclaggio di denaro. Gli arresti di questa notte seguono di tre giorni la cattura del capoclan Raffaele Amato. L’uomo, latitante dal 2006 era stato arrestato nella notte tra sabato 16 e domenica 17 a Marbella, in Spagna. Amato aveva infatti trovato rifugio nella Penisola iberica gestendo i traffici di droga con il Napoletano, soprattutto quelli di cocaina. Un tempo killer di Paolo Di Lauro, Amato era attualmente a capo di un cartello criminale attivo non solo nei quartieri napoletani di Secondigliano e Scampia, ma anche nei comuni di Melito, Mugnano, Casavatore e Arzano.
Il latitante, considerato il capo di uno dei clan più pericolosi usciti vittoriosi dalla faida di Scampia, negli anni ’90 aiutò Di Lauro a seminare morte e terrore nell’area a nord di Napoli per dimostrare l’egemonia sul territorio e il controllo delle piazze di spaccio.

Morto a Roma il cardiochirurgo Carlo Marcelletti, stroncato da infarto

Il cardiochirurgo Carlo Marcelletti
Pioniere della cardiochirurgia infantile e personaggio controverso, mediatico. Una definizione sicuramente riduttiva per Carlo Marcelletti, il medico morto a 64 anni, ad un anno esatto di distanza dal suo arresto, il 6 maggio 2008 a Palermo, con l’accusa di truffa, concussione, peculato e produzione di materiale pedopornografico. Il processo non è stato celebrato, ma Marcelletti era rimasto ai domiciliari per quasi sette mesi.

Una vicenda che lo aveva profondamente provato.
La salma del professore è stata intanto posta sotto tutela giudiziaria: il pm della Procura di Roma Elisabetta Ceniccola ha disposto l’autopsia. Slittano i funerali e la decisione è subordinata ad una serie di accertamenti che la Procura sta compiendo in queste ore, tra cui l’acquisizione di informazioni presso l’ospedale di Roma San Carlo di Nancy, dove si è verificato il decesso, anche per ricostruire le ultime ore di vita di Marcelletti. Il magistrato inoltre dovrà accertare se il cardiochirurgo fosse affetto da eventuali patologie e se fosse sottoposto ad una particolare terapia farmacologica.
Nato a Maiolati Spontini, in provincia di Ancona, città nella quale aveva tentato senza successo la candidatura a sindaco, Marcelletti è deceduto a causa di un malore cardiaco. Ironia della sorte, proprio ai cuori e ai bambini aveva dedicato tutta la sua vita professionale. Dopo la laurea a Roma si era perfezionato in cardiochirurgia in Inghilterra e negli Stati Uniti. Dal 1975 si è specializzato in cardiochirurgia pediatrica alla Mayo Clinic di Rochester (Minnesota). Nel 1978 ha fondato e diretto il centro di cardiochirurgia pediatrica dell’Accademisch medisch Centrum di Amsterdam. Rientrato in Italia, nel 1982 è diventato primario cardiochirurgo del dipartimento medico chirurgico dell’ospedale Bambin Gesù di Roma. Oltre ad aver effettuato il primo trapianto su un bambino , Maercelletti ha tentato la terapia chirurgica di malformazioni congenite del cuore in soggetti in età pediatrica.Nel mese di maggio del 2000 Marcelletti coordinò, insieme con il collega William Norwood della Dupont Foundation di Philadelphia, l’equipe di chirurghi che tentò di separare le sorelline siamesi di origine peruviana Marta e Milagros.
Purtroppo il tentativo non riuscì e sulla vicenda si scatenarono polemiche di ordine etico sul fatto di scelgiere di mantenere in vita una bambina e non l’altra. Marcelletti era intervenuto solo in altri due casi analoghi, anche se meno gravi: nel 1989 il comitato etico dell’ ospedale Bambin Gesù di Roma non diede l’assenso all’intervento e i gemelli, originari di Santo Domingo, morirono tre mesi dopo. Tre anni dopo, a Philadelphia, l’operazione fu autorizzata e uno dei bambini sopravvisse.
Dopo la vicenda giudiziaria dal novembre scorso aveva lasciato l’attività all’ospedale Civico di Palermo dove era direttore della Divisione di Cardiochirurgia pediatrica.

Blitz anti camorra: preso Michele Bidognetti, portaordini dei Casalesi

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La Dia di Napoli ha arrestato a Casal di Principe (Caserta) Michele Bidognetti, attuale reggente dell’omonimo clan, fratello di Francesco Bidognetti, soprannominato “Cicciotto ‘e mezzanotte”, storico capo del gruppo camorristico. L’uomo che era subentrato a Giuseppe Setola, dopo l’arresto di quest’ultimo, è stato arrestato su ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli. La Dia ha anche sequestrato beni appartenenti a prestanome della famiglia Biognetti-Setola.

Nell’ambito dell’ operazione, denominata ‘Principe’, eseguita dal Centro Operativo della Dia di Napoli contro il clan dei Casalesi ed in particolare contro la famiglia Bidognetti-Setola, sono stati sequestrati beni per un valore superiore ai 5 milioni di euro, in esecuzione di provvedimenti emessi dalla Direzione Distrettuale Antimafia.
Tra i beni sequestrati, molti dei quali intestati a persone ritenute vicine al clan in qualità di prestanome, vi sono aziende agricole, molti appezzamenti di terreni, numerosi appartamenti e ville, acquisite attraverso il controllo delle attività economiche anche attraverso la gestione monopolistica di interi settori imprenditoriali e commerciali.

Michele Bidognetti è ritenuto essere amministratore delle notevoli disponibilità economiche del clan, nonché portaordini per conto del fratello Francesco, capo del clan. L’uomo è stato intercettato mentre trasferiva gli ordini ricevuti dal fratello Francesco, detenuto con il regime del 41 bis, durante i colloqui in carcere agli affiliati ancora presenti sul territorio. La famiglia Bidognetti è venuta alla ribalta nei mesi scorsi a causa degli omicidi di marca stragista commessi nella zona aversana da Giuseppe Setola.

Tra i beni sequestrati nel corso dell’operazione che ha portato all’arresto di Michele Bidognetti, c’è anche la villa di Assunta D’Agostino, convivente del collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti. Della villa, acquistata da quest’ultimo con i proventi di estorsioni, Giuseppe Setola voleva rientrare in possesso in quanto non sopportava che un bene del clan potesse essere nella disponibilità di un collaboratore di giustizia. Per tale motivo Setola sottopose ad estorsione la D’Agostino, imponendole di vendere la villa, del valore di oltre 350 mila euro, al prezzo di 30 mila.

Delitto Ambrosio, fermati i tre presunti assassini

Uno dei tre immigrati romeni fermati in relazione all'omicidio dei coniugi Ambrosio

La polizia ha eseguito alcuni fermi per l’omicidio dei coniugi Ambrosio avvenuto ieri nella loro villa di Posillipo. I fermati sarebbero di nazionalità romena. Il procuratore della Repubblica di Napoli Giovandomenico Lepore ha prima firmato un decreto di fermo nei confronti di un immigrato romeno individuato per l’uso di uno dei cellulari rubati nella villa dell’imprenditore. Poi gli inquirenti hanno vagliato le responsabilità di altre persone.

Dopo qualche ora i fermi sono diventati in tutto tre, a carico di altrettanti immigrati romeni. Hanno tutti circa vent’anni. Addosso al primo fermato, che ha 22 anni, nell’ambito delle indagini coordinate dal pm Antonio D’Alessio, la polizia ha trovato oltre uno dei cellulari sottratti, intercettato dagli inquirenti, anche alcuni oggetti pure appartenenti ai coniugi uccisi. Diversi indizi graverebbero sugli altri due uomini.

Uno dei romeni sarebbe stato trovato in possesso di quasi tutta la refurtiva portata via nella rapina. Secondo indiscrezioni i due romeni avrebbero fatto agli investigatori le prime ammissioni sulla partecipazione al delitto. Il romeni di 22 anni ha consentito l’individuazione dei due presunti complici. Insulti e urla, davanti alla Questura di Napoli, all’uscita dei tre fermati.

L’autopsia sui cadaveri dell’imprenditore e della moglie Giovanna Sacco sarà eseguita domani. Dai risultati dell’esame autoptico gli investigatori si attendono risposte ad alcuni interrogativi: la morte di Ambrosio - secondo una valutazione basata sulla temperatura dei corpi - risalirebbe ad almeno 30 minuti prima della morte della moglie.

Da accertare anche se l’ex ”re del grano” abbia tentato di reagire quando ha visto i ladri. Il corpo contundente con cui i due sono stati colpiti alla testa non è stato individuato e, dal numero dei colpi inferti, si potrà anche comprendere se la banda che ha aggredito i coniugi abbia infierito con l’intenzione di uccidere vibrando numerosi colpi.

Il lavoro della sezione Scientifica della Questura di Napoli è concentrato sul gran numero di impronte lasciate dagli assassini. I banditi hanno aggredito e ucciso le vittime massacrandole a colpi di bastone dopo essere stati sorpresi a rubare in casa. La grande quantità di impronte lasciate sia nei momenti precedenti all’efferato duplice delitto - quando i rapinatori assassini hanno bivaccato e bevuto in un bosco vicino alla residenza - sono state esaminate. Circa 50 mila euro in valori il bottino portato via mentre i banditi non sono riusciti a scassinare una cassaforte ed hanno lasciato pellicce di ingente valore. Anche l’argento è rimasto al suo posto: secondo una leggenda, in alcune popolazioni dell’Est sarebbe radicata la convinzione che porti male.

Pare infine che uno dei fermati avesse lavorato come giardiniere alle dipendenze degli stessi coniugi Ambrosio.

Il VIDEO servizio:

Preso Strangio, soddisfazione Cortese: specialista in superlatitanti

cortese

Nel suo curriculum ha Bernardo Provenzano (l’11 aprile 2006: il suo successo più grande), Giuseppe De Stefano, Gioacchino Piromalli (e tutto il clan), Rocco Gallico, Achille Palmi. Li ha presi tutti Renato Cortese, lo specialista nella cattura dei latitanti (qui una sua intervista VIDEO). È il capo della Squadra mobile di Reggio Calabria che ha arrestato Giovanni Strangio. Quarantaquattro anni, originario di Santa Severina (Crotone), in polizia da oltre 20 anni, è stato a lungo a Palermo, dove ha diretto la Squadra mobile. È passato poi al Servizio centrale operativo (Sco), incarico nel corso del quale ha arrestato Provenzano. Dopo l’arresto del boss di Cosa nostra, Cortese, promosso per meriti di servizio primo dirigente, nel 2007 è stato nominato dirigente della Squadra mobile di Reggio Calabria, dove ha coordinato le indagini sulla faida di San Luca e sulla strage di Duisburg del giorno di Ferragosto del 2007. “La determinazione e la caparbietà” ha detto Cortese, raccontando l’esperienza della cattura di Provenzano “sono essenziali per raggiungere un obiettivo. Alla fine vengono sempre premiati e non bisogna mai arrendersi davanti alle prime difficoltà”.
E anche nell cattura di Strangio queste armi hanno pagato: “Giovanni Strangio risiedeva in un quartiere ubicato a nord-est di Amsterdam. Poco dopo le 23.15 è iniziata l’operazione”, racconta Renato Cortese nel corso di una conferenza stampa stamattina a Reggio Calabria, presenti il questore ed il procuratore della repubblica, Santi Giuffrè e Giuseppe Pignatone.
“Nell’appartamento” ha proseguito Cortese “ha fatto irruzione la polizia olandese ed i nostri uomini. Dentro abbiamo individuato Giovanni Strangio, con la moglie e il figlio e uno dei suoi cognati, Francesco Romeo, latitante dal 1997. A loro siamo giunti ricucendo una serie infinita di elementi probatori, fino a chiarire, già nel dicembre 2007, il coinvolgimento di almeno 50 persone nella faida di San Luca. Tutto questo è stato anche possibile perché siamo riusciti a diventare un unico team investigativo insieme ai colleghi delle polizie tedesca e olandese. Abbiamo quindi sottoposto a vaglio investigativo centinaia di nomi, di targhe di auto e di bigliettini. Poi, dopo il 23 novembre 2008, dopo avere individuato Francesco Romeo lo abbiamo pedinato a lungo fino ad individuare l’appartamento in cui viveva ad Amsterdam e quindi abbiamo monitorato a lungo l’abitazione e finalmente dopo diversi giorni da lì usciva Giovanni Strangio. Si muoveva con cautela travisandosi con occhiali e cappellino e conducendo una vita assolutamente irreprensibile. Quando abbiamo avuto la certezza della sua identità ci siamo confrontati con la polizia olandese ed abbiamo agito di conseguenza. Voglio sottolineare che sono stati mesi di duri sacrifici di cui sono stati protagonisti gli uomini della squadra mobile da me diretti, tra i quali, il vicequestore Renato Panvino ed il commissario Francesco Stampecchia. Oggi, con l’arresto di Giovanni Strangio abbiamo fissato un punto fermo per la chiusura delle indagini sulla strage di Duisburg”.
Gli inquirenti hanno trovato in casa almeno un milione di euro in contanti. La rivelazione è venutadalla polizia di Duisburg durante una conferenza stampa tenuta venerdì mattina nella città tedesca. Oltre ai contanti, nell’appartamento di Amsterdam, al secondo piano di una palazzina con sette appartamenti in tutto, c’erano inoltre alcuni passaporti falsi e un apparecchio per realizzarli.

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