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A come Almirante - Fu lui a scegliere Fini come suo erede, ma è il grande assente nel pantheon disegnato da Allenza Nazionale per il Congresso che stabilirà la confluenza nel Pdl. Il fondatore del Movimento sociale italiano non è infatti citato nella mozione che sarà sottoposta al voto. “C’è piena considerazione del suo ruolo, non si tratta di una scelta politica” ha assicurato il reggente Ignazio La Russa. In nome di Almirante, però, promette battaglia un altro reduce della Rsi, Mirko Tremaglia, che presenterà una mozione che ne celebra la ‘grandezza’. Durante l’Assise saranno comunque distribuiti due Cd che ricordano il fondatore del Msi.
B come Benito - Ovvero la svolta di Fini sul fascismo. Nel 1994 in un’intervsita l’attuale presidente della Camera definiva Mussolini come “il più grande statista del secolo”. Otto anni dopo la marcia indietro: “Oggi non lo direi più”. Un iter ideologico che passa attraverso la presa di distanza nei confronti delle leggi raziali e che si completa nel 2008 quando, ospite dei giovani del partito, Fini sostiene che la destra deve riconoscersi nei valori dell’antifascismo.
C come Caffettiera - È l’episodio che nel luglio 2005 spinge Gianfranco Fini ad azzerare le tre correnti che facevano capo ai colonnelli di An: Destra Protagonista (La Russa e Gasparri), Destra Sociale (Storace e Alemanno) e Nuova Allenza (Matteoli e Urso). Sul quotidiano ‘Il Tempo’ vengono riportati gli stralci di una conversazione tra Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri e Altero Matteoli avvenuta nel bar “La Caffettiera” in cui si dice che Fini è “malato” e “gli tremano le mani” per problemi personali.
D come Donne - Quelle che ci sono e quelle che sono andate via. A rappresentare An al governo ci sono il ministro della Gioventù Giorgia Meloni che è anche presidente di Azione giovani. Tra le donne in prima linea anche Viviana Beccalossi e la responsabile del dipartimento Pari Opportunità, Barbara Saltamartini. A voltare le spalle al partito nel 2003, dopo le dichiarazioni di Fini in Israele, è stata invece Alessandra Mussolini che ha fondato Azione Sociale. Daniela Santanché ha abbandonato An nel 2007 dopo un dissenso con Gianfranco Fini: candidata premier con La Destra di Storace nel 2008, quest’anno ha fondato il Movimento per l’Italia. Ultima uscita in ordine di tempo è Adriana Poli Bortone che ha creato il movimento ‘Io Sud’.
E come Elefantino - Nel 1999 An stringe un patto con Mario Segni, in nome del referendum anti-proporzionale. L’alleanza si presenta alle elezioni europee sotto il simbolo dell’elefantino, ma sarà un fallimento: appena il 10,3%. Qualche mese dopo Gianfranco Fini ammetterà: “Abbiamo commesso un grave errore”.
F come Fiuggi - È la cittadina dove si sancì l’addio al Movimento Sociale e la nascita ufficiale di Alleanza nazionale. Era il gennaio del 1995: tra il 25 e il 29 si svolge prima l’ultimo Congresso del partito fondato da Giorgio Almirante, poi quello fondativo di An di cui Fini viene eletto presidente. Viene stabilita la condanna di ogni forma di totalitarismo.
G come Governo - La prima volta di Alleanza nazionale al governo è datata 1994. È l’anno della discesa in campo di Berlusconi e della formazione del suo primo esecutivo: il partito di Fini è rappresentato da cinque ministri tra cui Pinuccio Tatarella che è anche vice premier. Ma il governo ha vita breve e cade il 17 gennaio del 1995. Nel 2001, dopo la cosiddetta “traversata nel deserto”, Silvio Berlusconi torna a palazzo Chigi: questa volta nella squadra c’è lo stesso Gianfranco Fini come vice premier e, dal 2004, come ministro degli Esteri.
H come Hilton - È l’Hotel di Roma da cui comincia, ufficialmente, il precorso di allontanamento di Francesco Storace da An. Nel 2003, dopo il viaggio in Israle in cui Fini prende le distanze dal fascismo e dalle leggi razziali, Storace convoca i suoi simpatizzanti: non parla di scissione ma chiede la convocazione di un congresso straordinario. Lo strappo si consumerà però nel 2007 con la nascita de La Destra.
I come Immigrati - Come legge Bossi-Fini, ma anche come concessione del diritto di voto. Nel 2002 il leader di An e quello della Lega firmano la nuova legge sull’immigrazione che sostituisce la Turco-Napolitano. Risale invece al 7 ottobre 2003 la “svolta” di Fini sul voto. “I tempi sono maturi” dice l’allora vice premier “per discutere di diritto di voto, almeno amministrativo, per le persone immigrate”. Parole che creano subbuglio nella stessa An e tensioni fortissime con la Lega.
K come Kaziri - È il popolo inventato di sana pianta da Azione Giovani per fare uno scherzo a Gianfranco Fini, allora ministro degli Esteri. Era il 2005: di fronte al fantomatico dramma di un ragazzo che gli chiedeva di impegnarsi per la causa dei kaziri, Fini rispondeva: “Sì certo, conosco la situazione…”.
L come Lega - Un rapporto da sempre conflittuale quello tra An e il Carroccio. Dopo la caduta del primo governo Berlusconi, dovuta allo strappo leghista, Fini disse: “Non prenderò mai più un caffè con Bossi”. Ma nel gennaio 2001 il leader leghista viene invitato a Napoli dove si svolge la conferenza programmatica di An: ricomincia un avvicinamento che nella primavera porterà la Casa delle libertà e la Lega a vincere le elezioni. Nasce il secondo governo Berlusconi che dura cinque anni.
M come Metastasi - Così Gianfranco Fini ha definito le correnti interne ad An. Era il luglio 2005, durante l’assemblea programmatica all’hotel Ergife di Roma.
N come Nasce… il partito degli italiani - Questo lo slogan scelto da An per il Congresso che sancirà la confluenza nel Popolo delle libertà.
O come Olocausto - Un altro strappo di Fini. Nel novembre del 2003 in Israele, dopo la visita al museo dell’Olocausto, il leader di Allenaza nazionale definisce ‘infami le leggi razziali’ e parla del fascismo come “parte del male assoluto”.
P come Pinuccio - Tatarella, ossia il ministro dell’Armonia. L’8 febbraio, a dieci anni dalla morte, Gianfranco Fini lo ha definito un uomo del “bipolarismo compiuto”, antesignano del Pdl perché il suo disegno era la “nascita della casa comune dei moderati”.
Q come Quindici percento - Per la precisione 15,7%. È il massimo risultato elettorale mai ottenuto da Alleanza nazionale. Il record fu toccato durante le elezioni politiche del 1996, che furono tuttavia vinte dal centrosinistra guidato da Romano Prodi.
R come Referendum - Sono vari quelli che hanno segnato la storia di Alleanza nazionale. Nel ‘99 Gianfranco Fini sigla un patto con Mariotto Segni e appoggia la consultazione popolare per eliminare l’ultima quota di proporzionale rimasta nella legge elettorale allora in vigore. Il referendum però non raggiunge il quorum. Un altro referendum, quello sulla procreazione assistita, è invece l’occasione per un nuovo strappo del leader. È il giugno 2005 e Fini, mentre il partito si schiera per l’astensione, annuncia che voterà tre sì e un no solo sulla eterologa. Posizione che spacca An. Nel 2006 ancora un referendum elettorale: Alleanza nazionale partecipa alla raccolta delle firme della consultazione promossa da Giovanni Guzzetta per modificare il “porcellum”. Recentemente sia Ignazio La Russa che Italo Bocchino hanno annunciato la loro intenzione di votare a favore.
S come Silvio - Ovviamente Berlusconi. Un rapporto di “odi et amo” quello tra il Cavaliere e Gianfranco Fini. Tutto comincia nel 1993: il leader di An si candida al Comune di Roma e si ritrova al ballottaggio con Francesco Rutelli, Berlusconi dichiara che se vivesse nella Capitale voterebbe per lui. L’anno successivo, con la discesa in campo, Fini e il Cavaliere stringono un accordo per le candidature al Centro-Sud: è la nascita del Polo del buon governo. Le elezioni vengono vinte e An ‘piazza’ cinque ministri nell’esecutivo. Nel 1997, anno della Bicamerale, nuove scintille tra i due leader, ma nel 2001 si torna al voto. La Casa delle Libertà (Forza Italia, An e Udc) alleata con la Lega vince le elezioni. An torna nell’esecutivo e questa volta c’è anche Fini. Il governo dura 5 anni ma le fibrillazioni non mancano. Si parla addirittura di sub-governo Fini-Follini. Le successive elezioni del 2006, con la vittoria di Romano Prodi, segnano un nuovo periodo di tensioni. Nel dicembre 2006 An, Lega e Forza Italia chiamano i loro elettori a manifestare a piazza san Giovanni ma nell’autunno 2007, Berlusconi ‘benedice’ la nascita de La Destra di Francesco Storace, scelta che è un vero e proprio schiaffo all’alleato. Il 18 novembre il Cavaliere annuncia dal predellino della sua auto a Milano la nascita del Pdl che a caldo Fini commenta con sarcasmo: ‘Siamo alle comiche finali’. L’8 febbraio 2008, però, i due leader si ritrovano a palazzo Grazioli e siglano l’accordo che segna l’avvio del percorso che il 27 marzo porterà alla nascita del Pdl. Il centrodestra vince le elezioni, Berlusconi torna a palazzo Chigi e Gianfranco Fini viene eletto presidente della Camera. Ma ancora le tensioni non mancano, sia sul rapporto tra Governo e Parlamento che per la nascita del nuovo partito. Nelle ultime settimane, tuttavia, i due leader hanno preso l’abitudine di vedersi a pranzo con cadenza settimanale.
T come Tricolore - Come espressione dell’unità nazionale. Insieme all’Inno d’Italia fa parte dei simboli storici della Destra.
U come Unione Europea - L’ingresso nel Ppe è da tempo, per l’attuale presidente della Camera, il naturale approdo per la Destra italiana. La presa di distanza dal passato fascista non aveva tuttavia finora spalancato per An le porta dei Popolari di Bruxelles. Ingresso che però dovrebbe arrivare con la confluenza nel Pdl. E sempre sotto il segno dell’Europa dovrebbe essere il ruolo che Gianfranco Fini avrà all’interno del nuovo partito.
V come Via della Scrofa - Così si chiama la strada di Roma in cui ha sede Alleanza nazionale. Sede che resterà aperta fino al 2011 anche se da subito ce ne sarà una (ancora da trovare) del Pdl.
Z come Zero Tolleranza - Ossia, il modello di amministrazione politica solitamente associata all’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani. Parole chiave spesso “sposate” dai dirigenti di Alleanza nazionale per indicare la linea del partito sui temi della droga e della sicurezza.

A circa due settimane dalla nascita del Pdl e a poco più di una settimana dall’assise che “scioglieranno” An e Fi, torna il sereno tra il premier Silvio Berlusconi ed il presidente della Camera Gianfranco Fini.
A sancire la tregua, una colazione di lavoro a Montecitorio, che nel tormentato rapporto tra il Cavaliere ed il suo ex vicepremier va ad inscriversi sotto il capitolo “i pranzi della realpolitik”. Con concreta pragmaticità, Berlusconi e Fini mettono di fatto il silenziatore all’ultima di una lunga serie di divergenze: l’idea del Cavaliere che in parlamento sia il capogruppo a far votare per tutto il gruppo, che ancora oggi fa insorgere le opposizioni. E a Fini Berlusconi affida il compito di trovare l’accordo con le opposizioni per una celere modifica dei regolamenti parlamentari.
Il presidente della Camera aveva già detto ieri in modo ruvido di ritenere impraticabile la proposta dl voto del solo capogruppo. Oggi ribadisce che “fin quando la Costituzione è quella vigente, nessuno è delegato a votare per i parlamentari”. Nel pranzo si passa perciò senza meno a “convenire” sulla opportuna riduzione del numero dei parlamentari, sulla necessità di riforme per accelerare l’iter di approvazione delle leggi e soprattutto sulla modifica dei regolamenti (che tanto Fini quanto Berlusconi auspicano da tempo).
Non è difficile trovarsi d’accordo sul fatto che il funzionamento complessivo del sistema parlamentare possa essere migliorato. Seduti a tavola con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e con il “reggente” di An Ignazio La Russa, i due leader affrontano intanto un’altra delle spinose questioni degli ultimi giorni. Continua infatti l’ostruzionismo sotterraneo della stessa maggioranza al nuovo sistema di voto con le impronte digitali voluto da Fini.
E mentre lo stesso presidente della Camera ironizza sul fatto che soltanto alla sua destra in aula “si fa palesemente finta che il sistema non funzioni”, il Cavaliere offre un ramoscello d’ulivo, chiedendo uno sveltimento dell’iter di approvazione delle leggi ed una modifica dei regolamenti, a fronte del sì ad un sistema di voto che comporterà rallentamenti. Trasparenza sì, chiede Berlusconi, ma anche efficienza e rapidità.
Gran parte del tempo, nella colazione di lavoro che a detta dei partecipanti si svolge in un clima cordiale, viene dedicata a questioni relative al Pdl, che nascerà nel congresso fondativo alla Fiera di Roma dal 27 al 29 marzo. Si rinvia il nodo della scelta dei coordinatori regionali (le quote, dicono i ben informati le quote sono 14 per FI e 6 a An), mentre si conferma l’idea di affidare il partito ad un ‘triumviratò di coordinatori, con pari dignità. Berlusconi conferma che aprirà e chiuderà con un suo discorso le assise, mentre Fini e Schifani parleranno nella giornata di sabato.

“Ho proposto che si riconosca nel solo voto del capogruppo il voto di tutto quanto il gruppo che rappresenta; ovviamente chi è contrario può venire in Aula per esprimere il suo no o per astenersi”. È questa, insieme al taglio dei parlamentari, una delle proposte che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, avanzerà per “rivedere i regolamenti parlamentari che non sono adeguati per un Governo e una maggioranza che devono avere tempi certi sull’approvazione delle leggi. È normale” ha detto il premier “che si riconosca il voto del partito nel voto del capogruppo”.
E con questa proposta il presidente del Consiglio è riuscito ad animare l’assemblea dei parlamentari Pdl (riuniti per discutere del nuovo partito che debutterà al congresso del 27 marzo) e ad aprire un nuovo fronte polemico con Gianfranco Fini.
Passano infatti pochi minuti e arriva lo stop del presidente della Camera: “La proposta era già stata avanzata ed era caduta nel vuoto. Accadrà anche stavolta…”. Taglia corto il presidente di Montecitorio. Lo stesso Fini che in un’intervista a El Pais aveva dischiuso la strada del Cavaliere verso il Colle, ma si era comunque smarcato, rifiutando di farsi definire il “delfino” di Berlusconi: “Io sono repubblicano e Berlusconi non è un re con un erede”.
E così si chiude un altro scambio di fioretto tra i due leader del Pdl. Ma all’assemblea dei parlamentari del Pdl si è parlato dei temi caldi del momento: di Rai, di crisi economica, intercettazioni, piano casa e del decreto con gli incentivi per l’acquisto dell’auto. Berlusconi si è detto consapevole delle accuse rivolte ai parlamentari di lavorare poco ma ha ricordato non solo “che lavorano molto anche in commissione” ma che “dopo 50, 60, 80 votazioni so che può venire addosso la morte civile”. In ogni caso, prima della riforma dei regolamenti “occorre essere tutti presenti e anch’io” ha precisato “farò la mia parte per testimoniare l’importanza del Parlamento”.
Ai cronisti Berlusconi ha poi detto che la decisione di “superare” la nomina di Petruccioli è stata presa nel segno di un rinnovamento e quindi, “se vogliamo davvero rinnovare la Rai credo che la nomina del presidente in carica vorrebbe dire continuita’ e dunque soltanto per questo che noi abbiamo detto che volevamo un cambiamento”.
A Viale Mazzini perdura, quindi, lo stallo. Con il Pd, nella persona del segretario Dario Franceschini, che rimanda al mittente la proposta del pdl di fornire una rosa di nomi da cui scegliere il presidente. Intanto l’assemblea degli azionisti della Rai è stata aggiornata al 18 marzo. Sarà in quella sede che il ministero del Tesoro dovrà formalizzare il nome del suo rappresentante.
“L’Italia uscirà prima e meglio di altri Paesi dalla crisi, ma se si aggrava, abbiamo la possibilità di sostenere tutti i cittadini che fossero in condizioni di non lavoro”. Il premier ha così risposto negativamente alla proposta del segretario pd Franceschini che, in settimana, aveva suggerito di intervenire, se necessario, con un assegno di disoccupazione. “Non vogliamo incentivare i licenziamenti”, ha tagliato corto Berlusconi. “Alle banche” ha sottolineato il presidente del Consiglio “tenderemo una mano in modo amichevole e diremo loro di non avere paura di continuare a sostenere le imprese”.
“Sulle intercettazioni ” ha detto il leader Pdl “abbiamo provveduto, pur con una legge che non è quella che volevo. ma che comunque è un passo avanti. Non è una democrazia quella in cui non si può parlare liberamente al telefono”.
Sul piano casa, fortemente avversato dall’opposizione, Berlusconi ha ribadito che “si rivolge alle famiglie con case mono o bifamiliari che sono il 50% degli italiani. Si potrà ampliare del 20% la casa sul proprio territorio e non credo ci sai qualcuno così stupido che voglia diminuire il valore della propria casa facendo cose brutte”. Il premier ha così rigettato le accuse a lui mosse dal Pd è ha concluso che il progetto per l’edilizia “non incentiva la cementificazione, ma solo il buon senso che favorirà l’edilizia”.
Il VIDEO delle battute del Premier all’Assemblea Pdl:

Due settimane gli sono bastate. Per rendersi conto che stare lì, sulla sedia di leader del Pd, fa male, logora. E allora, nonostante quindici giorni fa dal suo entourage dicessero il contrario, adesso Dario Franceschini sceglie di gettare la spugna. Dagli studi di Matrix, durante la registrazione del programma di Alessio Vinci.
Via allora, ma non subito: “tirerà ancora la carretta” democratica fino a ottobre, poi basta. Si dimetterà da segretario, andrà al congresso e non si ricandiderà; lasciando spazio agli altri. Di sicuro a Pierluigi Bersani (l’unico che ha annunciato, secondo alcuni facendo vacillare Walter Veltroni, di voler un gorno non lontano guidare il partito); forse a Enrico Letta; forse a qualche giovane emergente (Matteo Renzi, Maurizio Martina).
Un leader interinale, insomma. In autunno leva le tende Franceschini: “Non mi faccio avanti, non ho intenzione di ricandidarmi ad ottobre”.
E il giuramento sulla Costituzione, il giorno dopo la sua “elezione”? E la nuova squadra, infarcita di volti nuovi e di leader locali? “Il mio è un mandato a termine e di garanzia fino allo svolgimento del congresso. Arrivato lì è finito il mio lavoro”.
Vero che, da qui a sei mesi, un obiettivo l’ex margheritino ce l’ha. E, vista “la sua data di scadenza”, anche ambizioso: riportare il Pd a una quota di consensi più vicina a quel 33,2% ottenuto alle scorse elezioni che non al magro 22% registrato dall’ultimo sondaggio, passando le europee di giugno. Anzi vorrebbe che quell’appuntamento fosse “la prima tappa del percorso che porterà alla sconfitta di Silvio Berlusconi”. Anche perché: “Se ci dovesse essere alle elezioni un astensionismo o un voto di protesta per altri partiti del centrosinistra e una tenuta o una vittoria del cavaliere le conseguenze ci sarebbero per tutto il sistema della democrazia italiana”. E per farlo punterà tutto sulla crisi economica (anche grazie alla proposta dell’assegno di disoccupazione), che sarà quasi il leit motiv delle iniziative delle prossime settimane e della campagna elettorale.
Chissà come ci rimarrà Arturo Parisi, che nell’Assemblea romana di sabato 21 febbraio (dopo aver vista respinta la sua richiesta delle primarie) è stato l’unico a osare di sfidare il nome che l’apparato dirigente del partito aveva già scelto per il dopo Veltroni. E invece: “Questa situazione mi rende libero, io non ho pensato di fare questo lavoro e mi sembrava anche innaturale di dover essere io, il vicesegretario, a svolgere il ruolo di segretario che era stato di Veltroni. Non ho un problema di garantirmi una rielezione e non ho paura di pestare i piedi a nessuno”.
E la voglia di remare, insieme, tutti dalla stessa parte? Perché questo sì, pare, è l’unico rammarico di Dario il segretario precario: “Finalmente ora lavoriamo come una squadra” dopo che il “logoramento maledetto” ha mietuto come vittime i precedenti leader, tutti puntigliosamente ricordati, da Romano Prodi a Walter Veltroni (”senza il quale non sarebbe nato il Pd” e che si assunto ”una colpa che non era sua”), passando per Amato, D’Alema, assino e Rutelli. Lui, quindi, non vuol fare la stessa fine: quella di un leader sempre attaccato, nel mirino, al centro delle spinte - uguali e contrarie - delle tante anime, delle troppe correnti. E la questione sul testamento biologico è lì a dimostrarlo. Anche per mancanza di una posizione chiara sui temi (bio)etici il Pd paga il calo di consensi, no? “Mi fanno orrore i politici che affrontano i temi non se sono giusti o sbagliati ma sulla base dei sondaggi, io non ne guarderò uno fino alle Europee e cercherò di dire cose di verità anche se fanno perdere voti” alle elezioni, risponde Franceschini.
Cosciente che, comunque andrà, dopo pochi mesi il suo “calvario” avrà fine.

Non affondare il coltello. Fair play, almeno nelle intenzioni, con Walter Veltroni che lascia da sconfitto. Un garbo appena increspato dall’analisi del Cavaliere: “Inevitabile dopo la batosta. Ma se l’è cercata fin dall’inizio, si è fatto fuori da solo mettendosi con Antonio Di Pietro, e questo certo non è colpa mia”. Pragmatico Silvio Berlusconi. E sinceramente rammaricato Gianni Letta, che a differenza del premier sul dialogo con Veltroni aveva puntato parecchio. In questa prima fase, in attesa che qualcosa e qualcuno cominci a emergere dalle macerie del Pd, sarà soprattutto Letta a tenere i rapporti con l’opposizione.
Ma oggi la parola d’ordine berlusconiana è: “Sono problemi loro, non certo del Pdl”. Conferma Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera: “Non è una tragedia. Assurdo poi pensare che se il Pd ha un piede nella fossa noi prendiamo il contagio. Si è giocata una partita e loro hanno perso, punto. Andiamo avanti concentrandoci soprattutto sull’azione di governo”.
Ciò che tra Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli si vuole evitare è appunto la sindrome da bipartitismo. Qualcuno ricorda come la Dc, dopo il crollo del comunismo, si suicidò: “I democristiani italiani, però, non quelli tedeschi che il Muro l’avevano in casa e hanno continuato tranquillamente a governare”.
Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori del Pdl, analizza: “Immaginare che a questo punto entri in crisi l’intero sistema bipolare, e dunque anche noi, è pura accademia politologica. Che non guarda ai veri motivi del ko inflitto da Berlusconi a Veltroni. Sulla leadership, innanzitutto, che a loro è completamente mancata. E poi, come si è visto sia in Abruzzo sia in Sardegna, sulla strategia di Berlusconi di investire direttamente una nuova classe dirigente locale in grado di affermarsi, e di perpetuare questa leadership, lontano dai palazzi romani. Tutto ciò a Veltroni e al Pd è sfuggito: con i loro amministratori sono anzi agli insulti, le primarie si trasformano in occasioni di ribellione”.
Però Gianfranco Fini è fra quanti spargono preoccupazione: “La loro debolezza finisce per diventare un nostro problema”. Dunque non si tratta solo di accademia: tra quanti il Pdl non l’hanno ancora digerito la disfatta veltroniana può diventare un ennesimo motivo di dubbio, o magari un alibi. Quagliariello sdrammatizza: “Il Pdl è un grande movimento postideologico, viene visto dagli elettori come strumento di semplificazione verso un bipolarismo ormai accettato da tutti, anche se non ha ancora trovato una forma istituzionale. Per il resto i conti si fanno con la realtà e attraverso il governo”.
Tuttavia l’agenda della realtà, e anche del governo, è irta di scadenze che richiedono la sponda dell’opposizione. Immediata è la questione del consiglio d’amministrazione Rai e del giro di nomine in viale Mazzini. Poi c’è la riforma dei regolamenti parlamentari: tradotto dal burocratese significa riconoscere al governo la possibilità di mettere in calendario le leggi in base alla propria superiorità elettorale. Attualmente ogni sigla presente a Montecitorio e Palazzo Madama ha una sorta di veto, il che espone l’esecutivo a imboscate in aula e costringe ad agire per decreto, facendo arrabbiare il Quirinale.
Già in Parlamento sono la legge sul testamento biologico (che i moderati del Pd vorrebbero votare assieme al centrodestra), e quella firmata da Angelino Alfano sulle intercettazioni telefoniche: battistrada di un intervento più ampio sulla giustizia per arrivare alla parità tra accusa e difesa. Sullo sfondo, il federalismo fiscale, cavallo di battaglia di Umberto Bossi, e le modifiche istituzionali che invece stanno più a cuore al Pdl: “La diversificazione di Camera e Senato con la fine del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei parlamentari, il rafforzamento dei poteri del capo del governo” elenca Cicchitto. “Sono riforme per modernizzare il Paese chiunque sieda a Palazzo Chigi. O si fanno con la maggioranza di due terzi delle camere, oppure si va pure stavolta incontro ai rischi di un referendum sempre strumentalizzabile”.
Insomma, una sponda dell’opposizione serve, e servirà ancora di più nella seconda parte della legislatura. Quando, superata l’emergenza economica, Berlusconi e i suoi alleati leghisti vogliono lasciare un segno duraturo. Che cosa accadrebbe se il Pd uscisse di scena, se ci fosse una scissione con nuova frantumazione delle opposizioni? “In politica i guai sono sempre dietro l’angolo, ma quando si vince è meglio” scherza Quagliariello. “Non perderemo le europee per semplificargli i problemi. E poi non sottovalutiamo i rapporti civili e collaborativi che abbiamo tra gruppi parlamentari”.
Ma al quartier generale berlusconiano si osservano con attenzione altri due fronti. Il primo è quello del Quirinale: l’orizzonte è di nuovo tornato sereno, sia Letta sia lo staff di Giorgio Napolitano parlano di “collaborazione istituzionale sulla decretazione d’urgenza”. Tradotto, significa che il capo dello Stato non farà obiezioni al ricorso dei decreti a condizione che il testo di quelli più spinosi sia prima sottoposto alla valutazione ufficiosa del Colle. Si cercherà di evitare altri casi Englaro, giurano le parti. Primo riuscito collaudo, il decreto del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, contro stupratori e clandestini.
È ovvio però che i rapporti con il Quirinale non possono essere considerati in cassaforte. E dunque ecco il secondo fronte che il disfacimento del Pd può aprire: cattolici e moderati in uscita dalle file democratiche potrebbero allearsi o confluire nell’Udc. Uno scenario che diverrebbe più concreto se fra un po’ la poltrona di Veltroni venisse davvero presa da Pier Luigi Bersani, in tandem con Rosy Bindi, l’operazione sponsorizzata da Massimo D’Alema destinata a ricreare un mini Ulivo riaprendo il dialogo con l’estrema sinistra.
In questo caso Berlusconi avrebbe di fronte due opposizioni, una centrista con Pier Ferdinando Casini e forse Francesco Rutelli e una di sinistra doc. Con la prima il dialogo, che sulle prime sarebbe soltanto parlamentare, viene giudicato non impossibile. Anche se pochi si fidano di Casini e nessuno pensa a un’Udc nuovamente nella coalizione, è difficile smentire il Cavaliere: “Con noi quelli hanno sempre vinto. Contro di noi, sempre perso”.

Otto settembre. No, certo, oggi è il 19 febbraio.
E per il Pd è il giorno dopo del day after: di quando (martedì) Walter Veltroni ha annunciato le sue dimissioni da segretario (anche se il sito del Pd si ostina a presentarlo come tale) e di quando (mercoledì 18) le ha spiegate e se n’è andato chiedendo scusa.
Per i Democratici è come l’8 settemre: chi di qua, chi di là, chi su, chi giù: stanno, più o meno tutti (big, colonnelli, deputati, base elettorale) scappando di fronte alla tragedia. A gruppi e senza una direzione comune, mentre il partito si trova in una fase cruciale per il suo futuro. Sabato sarà una giornata clou: si riunirà l’assemblea nazionale (che si terrà dalle 10 alla nuova Fiera di Roma) con i suoi 2.800 eletti e il dibattito potrebbe anche riservare delle sorprese.
Certo, per ora sul tavolo c’è solo la proposta di (alcuni) dirigenti di far succedere a Walter il gemello (diverso) Dario Franceschini, numero due del partito, dopo il via libera di ieri anche da parte dei segretari regionali. La via è tracciata dallo Statuto che prevede l’elezione del segretario solo in caso di dimissioni, come è avvenuto in questo caso (perchè il segretario in genere si elegge con le primarie). Quindi Franceschini, come fa notare qualcuno, se venisse eletto sarebbe un segretario a tutti gli effetti e il suo mandato durerebbe fino al congresso d’autunno perchè quella era la scadenza naturale della segreteria targata Veltroni.
Un’alternativa potrebbe essere quella di aprire una fase congressuale, ma per questo l’Assemblea nazionale dovrebbe autosciogliersi e poi, si sottolinea da più parti, non ci sarebbero i tempi: servirebbero infatti almeno tre mesi per l’organizzazione e tra 60 giorni il Pd dovrà pensare a liste e candidature per le elezioni amministrative ed europee. Poi, ci sarebbe anche la campagna elettorale. Buon senso vorrebbe, fanno notare da ambienti del Pd, che non si segua questa strada perché i tempi sono troppo stretti. E tra gli altri problemi ci sarebbe anche il fatto che il tesseramento del partito non è chiuso e questo creerebbe problemi per mandare i delegati al congresso. L’ipotesi Franceschini, dunque, sembra essere la più verosimile. E colui che finora è stato vice di Veltroni, si prepara ad accettare un ruolo che non è affatto semplice. Intanto il dibattito ferve e si infiamma.
“Ora dobbiamo salvare il salvabile. E da qui alle elezioni propongo una sorta di leadership collettiva per gestire il momento del passaggio. Un gabinetto di crisi, un direttorio, chiamiamolo come si vuole. Ma facciamolo”, propone il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, ex ministro per il federalismo nel governo ombra, non nascondendo la preoccupazione per il futuro dei democratici. E in un’intervista a Panorama, pubblicata sul numero in edicola da venerdì 20 febbraio, si sfoga: “A tre mesi dalle elezioni non era il momento di dare le dimissioni. Abbiamo 5 mila comuni che a giugno vanno al voto. E non possiamo arrivarci con un gruppo dirigente privo di testa”. Il pericolo, dice, è quello di “andare in pezzi. E se pensiamo di andare alle elezioni rappezzando il vaso con lo scotch e con la colla, corriamo solo il rischio che il primo tram di passaggio lo faccia andare in frantumi”.
Ma le due anime del partito, quella diessina e quella cattolica sono davvero inconciliabili? Risponde Chiamparino a Panorama:”Finora non siamo riusciti a conciliarle. Ma più che un problema di anime è un problema di correnti che dopo aver dato vita al Pd non hanno mai voluto sciogliersi. Ciascuno ha difeso i propri assetti di potere, i propri ruoli, i propri spazi, le proprie famiglie. E qualunque cosa si faccia, a cominciare dalla vicenda Englaro, non si capisce quale sia il messaggio del Pd”.
Molto critico anche Arturo Parisi che spiega come, a suo parere, la strada da percorrere sia quella delle primarie subito e definisce le dimissioni di Veltroni “tardive e intempestive”, anche se ammonisce: “Non si torna indietro”. Critico anche sul metodo, perché “ancora una volta l’assemblea convocata per sabato era chiamata a ratificare, immagino con un applauso, una decisione che era stata già presa in qualche luogo perduto”. E invece: “Assieme a chi pensa che si debba andare avanti” ha aggiunto Parisi “ci batteremo perché la parola ritorni ai nostri elettori attraverso le primarie. Pronto a battersi il prodiano sardo perché il nuovo leader del Pd sia eletto subito attraverso le primarie. Ma se l’Assemblea nazionale di sabato essere chiamata a eleggere il segretario, allora l’ex ministro della Difesa annuncia la sua candidatura “a nome dell’Ulivo”.
Anche Enrico Letta non risparmia critiche allo statuto che è “barocco e schizofrenico” perchè “indica un percorso talmente contorto per fare un congresso che durerebbe mesi”. Quindi, si andrà verso un reggente? “Temo di sì per via del fatto che ci vogliono tre mesi per fare un congresso. Io sono tra quelli che andrà a studiare meglio tutte queste cose per capire se effettivamente è così. Se è così, andiamo alle europee con Franceschini e facciamo il congresso subito dopo le europee”. Letta, ospite di Maurizio Belpietro a Panorama del giorno, non esclude la sua candidatura: “Ma non è questo il momento. Se decidiamo, il congresso si farà dopo le europee e le candidature si esprimeranno dopo le europee. Adesso va rifondato il centrosinistra”. Ripartendo, conclude il ministro ombra del Welfare: “dall’alleanza con l’Udc”.
Intanto sulla crisi del Pd interviene anche il presidente del Consiglio Berlusconi, che dice di non essere preoccupato da quanto sta accadendo nelle file democratiche e dunque dall’eventualità dell’assenza di un’opposizione strutturata. Rispondendo a una domanda in tal senso dei giornalisti a margine dell’incontro con il premier britannico Gordon Brown, Berlusconi ha detto: “No, ormai è una abitudine. Sono quindici anni che sono in politica. Mi sono confrontato con sette leader diversi che poi sono andati a casa. Arriverà l’ottavo e credo non vorrà tradire la regola della sinistra”.
Pd nel caos dopo l’addio di Veltroni. Per la nuova leadership chi scegliereste?
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Dov’è andato a finire tutto quell’entusiasmo delle primarie, che solo due settimane fa, aveva portato sotto i gazebo del Pd più di tre milioni di persone? Soprattutto, sarà possibile ritrovarlo sabato 27 ottobre tra i padiglioni della Fiera di Milano, alla prima Assemblea del neonato Partito Democratico?
Vista l’ultima settimana (sabato la manifestazione della sinistra radicale; il martedì di passione in consiglio dei Ministri per la le liti tra Mastella e Di Pietro e la sfiducia al presidente Rai; il giovedì nero in Senato, con i sette schiaffi che hanno fatto barcollare la maggioranza), sembra proprio che l’atto di nascita del nuovo partito si celebrerà, al contrario, in un clima che non autorizza alla festa e con molte incognite sul futuro.
In politica, si sa, la forma è anche un po’ sostanza e si presta a questa interpretazione il fatto che non ci sarà uno slogan ad animare i costituenti del Pd e che la scenografia del padiglione 16 della Fiera sarà minima. Esattamente come gli interventi.
Un po’ per questione di spazio e di tempo: difficile concentrare gli interventi dei 2800 delegati tra le 10,30 e le 17,00. Ma soprattutto perché leader ed eletti del Pd vogliono passare velocemente ai fatti, cioè alla costruzione del partito. In grado da subito di puntellare il quotidianamente traballante governo Prodi. A indicare la rotta ci penseranno il premier, che del Pd è anche il presidente, e il neosegretario Walter Veltroni: sul palco non saliranno né i quasi ex segretari Piero Fassino e Francesco Rutelli, né i ministri.
Tra premier e segretario, in questi giorni, si registra una certa sintonia. Sfociata nel sostegno apertamente dato dal sindaco di Roma all’ultimatum del premier Romano Prodi ai partiti dell’Unione: “Concordo pienamente con il tono e il contenuto dell’appello di Romano Prodi. Il Paese ha bisogno del massimo di solidarietà della maggioranza per rafforzare l’azione del governo. Questo è il primo impegno del Partito democratico”.
Del resto Veltroni non potrebbe parlare altrimenti: il rischio di dualismo, che molti paventano, potrebbe ulteriormente indebolire il Prof, tanto da portarlo a subire il colpo di grazia in Senato nelle prossime ore.
Vero anche che Walter si sta preparando a ogni evenienza. Persino alle elezioni tra marzo e aprile del prossimo anno. A dirla tutta, per prima cosa, il neosegretario dovrebbe costruire un partito, il che non è semplice, tanto più se i tempi sono ravvicinati. Il discorso d’investitura che Veltroni terrà sabato dovrebbe dare qualche risposta: spazierà dalla forma partito alle riforme necessarie al paese. A cominciare da quella elettorale, cercando l’intesa con l’opposizione e, perché no, aprendo alla possibilità di un cambio strategico delle alleanze future.
Due mosse, queste, che solo il segretario, a differenza del premier, può fare: le batoste prese in quest’ultima settimana dall’esecutivo sono state fortissime e Veltroni sa che arrivare alle elezioni con un Prodi sempre più fiacco, o sulla scia di un “evento traumatico” sarebbe un dramma per lui e per il centrosinistra. Più di tanto, perciò, il leader del Pd non intende andare avanti, fino al punto di farsi logorare o di passare nell’immaginario dell’elettorato come la stampella di un governo zoppicante.
Il progetto quindi sarebbe quello di trovare un accordo con il centrodestra sulla Finanziaria, rimettere al centro del dibattito politico la legge elettorale (potrebbe bastare anche qualche ritocco al “porcellum” attuale) e poi preparare slogan e truppe per le elezioni, anche nel 2008. Sì, ma con chi?
Ecco l’altro arcano che potrebbe essere svelato a Milano. Nel suo entourage assicurano che Walter sia pronto a mollare la sinistra antagonista. Ma le ultime “mastellate” assestate a Prodi e allo strapotere del Pd dai piccoli e riottosi Udeur e Idv potrebbero portare il sindaco (meno buono di quanto tutti dicano) ad aprire finalmente non a quelle alleanze di nuovo conio di rutelliana ispirazione, ma ad alleanze per il nuovo, di cui ha parlato al Lingotto: “Faremo un programma con le priorità di cui il Paese ha bisogno e su questo misureremo le alleanze”. A Pierferdinando Casini, che nelle stesse ore si farà sposo a Siena, fischiano le orecchie.
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“Le imprese hanno fatto la loro parte e continueranno a farla; la ripresa in atto è soprattutto merito loro. È la politica che batte in testa e non assolve a dovere il suo compito“.
Quasi perseguendo una specie di personalissima strategia del chiodo, il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, ha di nuovo battuto con forza sul punto che di recente sembra stargli più a cuore. E cioè la denuncia dell’inadeguatezza del sistema paese causata dall’inerzia dell’azione di governo. Il nuovo atto d’accusa (qui il testo integrale in .doc), Montezemolo lo ha inserito nella relazione di 37 pagine letta dal podio dell’assemblea annuale dell’associazione all’Auditorium di Roma davanti al premier Romano Prodi, ai presidenti di Camera e Senato e a uno stuolo di ministri. E c’è da giurarci che l’ennesimo j’accuse del presidente della Confindustria riproporrà la domanda che da un po’ di tempo a questa parte i commentatori avanzano. E cioè: l’insistenza di Montezemolo è propedeutica a una sua discesa in campo? In altre parole: la denuncia della debolezza del sistema politico attuale è argomentata anche in funzione di un eventuale impegno personale proprio in politica?
L’accusa del presidente della Confindustria verso i due poli dell’attuale schieramento politico è durissima: “In entrambi gli schieramenti sembra mancare la forza per dar vita ad un grande progetto paese che sappia coinvolgere gli italiani e i cui risultati non si vedranno in tempi brevi”. Detta in altre parole: centrosinistra e centrodestra più che due poli in lizza e propulsori per la crescita del paese sembrano due giganteschi coperchi che impediscono alle forze più sane del paese di esprimersi al meglio. Così come aveva detto tempo fa Marco Follini lasciando l’Udc e prima di aderire al comitato di saggi per il Pd, e vagheggiando la nascita di un terzo elemento di aggregazione politica al centro, “i due poli attuali più che costruzioni sembrano costrizioni”.
L’attacco di Montezemolo è a tutto campo: i partiti tendono “a galleggiare in attesa della consultazione elettorale successiva” e così facendo si sottraggono a scelte coraggiose di cui il paese invece ha bisogno “e i cui risultati si vedranno tra otto o dieci anni”. Ma in questo modo tradiscono la loro missione, la loro “ragione sociale” e implicitamente dimostrano di non “avere senso dello Stato”.
La politica, denuncia ancora Montezemolo, è “la prima azienda italiana con quasi 180 mila eletti” e costa 4 miliardi di euro, lasciando intendere che ormai è saltato il confronto tra costi e benefici. Da qui un appello accorato: “Se non si interviene, il rischio è l’ordinaria amministrazione e che si affermi l’idea di un paese “fai da te”, dove ognuno pensa che è meglio uno stato assente rispetto ad uno stato considerato invadente”.