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Pivetti di ritorno: “Cambierò ancora look. A Reggio Calabria”

Irene Pivetti durante una trasmissione tv

Irene Pivetti durante una trasmissione tv

Sul sito del Comune di Reggio Calabria ancora non c’è. L’assessorato all’immagine della città praticamente l’hanno creato per lei: Irene Pivetti, 47 anni, mamma, giornalista, opinionista, conduttrice televisiva, politica. Fu lei, nel 1994, la più giovane Presidente della Camera nella storia italiana, per di più donna e, se non bastasse, leghista. Continua

Sesso in auto? A Trani sì, con il decalogo dell’assessore

Il gruppo su facebook fondato dall'assessore di Trani, Pina Chiarello

Il gruppo su facebook fondato dall'assessore di Trani, Pina Chiarello

Oltre a saperlo fare, bisogna avere anche un posto dove praticarlo in tranquillità. E così per molti italiani, soprattutto i più giovani che non dispongono di una casa propria, l’auto rimane ancora uno dei luoghi più utilizzati per scambiarsi effusioni. In campagna però, come raccontano i fatti di cronaca, rischia di essere pericoloso, mentre in città è offensivo per il pudore di un incauto passante. E così l’avvocato Pina Chiarello, che è anche assessore al comune di Trani con delega all’Ecologia, Ambiente, Qualità urbana, Appalti e Contenzioso, ha pensato a un decalogo per le coppiette, che sta avendo molto seguito online.  Continua

Arresto per l’assessore lombardo Prosperini. E glielo dicono in diretta tv

L'assessore lombardo allo Sport, Pier Gianni Prosperini | (Ansa)

L’assessore lombardo allo Sport, Pier Gianni Prosperini | (Ansa)

Una presunta mazzetta per la promozione turistica della Lombardia in tv è costata cara a un assessore regionale e a un editore milanese, che sono finiti in carcere.
Il primo, per ironia della sorte, proprio mentre si trovava in diretta telefonica su un canale televisivo. Si tratta dell’assessore regionale allo Sport e Turismo della Lombardia, Piergianni Prosperini. Continua

La rivoluzione delle piccole cose. Ecco l’assessore che sfida la burocrazia (come Brunetta)

Chiaverano, paese in provincia di Torino (immagine di clkm da Flickr)

Chiaverano, paese in provincia di Torino (immagine di clkm da Flickr)

Risolvere i problemi quotidiani dei cittadini, accorciando i tempi della burocrazia, proprio come il ministro Brunetta. Ecco il sogno di Nicola Moscato, assessore alle Piccole cose del comune di Chiaverano, un paese che conta poco più di 2.000 abitanti in provincia di Torino. Leggi l’intervista

Carriere infinite atto secondo. Anche gli assessori, nel loro piccolo, si riciclano

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All’avvocato Mario Bellavista, figlio d’arte, pianista jazz di un certo talento, è bastato un giro di valzer: consigliere nell’ottava circoscrizione di Palermo dal 2001 al 2007, in quota Udc. Si ricandida alla provincia nel 2003, ma non ha fortuna. Poco dopo però entra nel consiglio d’amministrazione dell’Opera pia Santa Lucia. Ci riprova nel 2008, ancora alla provincia: gli va male di nuovo, un’altra delusione elettorale. Per la quale viene però ampiamente ricompensato: qualche mese dopo va a guidare l’Amat, azienda di trasporti locali, con 60 mila euro di compenso. Carica che cumula con quella di consigliere della Siciliacque: 40 mila euro. Il totale fa cifra tonda e di tutto rispetto.
Di Bellavista la politica non si è dimenticata. Così come non ha scordato centinaia di ex consiglieri, assessori, sindaci e presidenti di ogni ordine e grado. Terminata la ribalta locale, c’è da superare la malinconia del vuoto da mancato potere. Ma per molti una soluzione si trova: magari con un posticino in qualche società o ente pubblico. Meglio, ovviamente, se ben retribuito.
Un ricollocamento che in Sicilia è diventato arte. Data però l’abbondanza di nomi non si può che fare una cernita. Il criterio allora potrebbe essere questo: che fine hanno fatto alcuni vecchi inquilini di Palazzo d’Orleans, splendida sede dell’assemblea regionale?
Sebastiano Burgaretta Aparo, per esempio: deputato a Palermo per quattro volte. Centrista, poi passa nell’Udc, partito per cui si candida al Senato nel 2008. Fallito l’obiettivo, ora è presidente della Multiservizi, una società, sempre della regione, che si occupa di “gestione e manutenzione di edifici e strutture complesse”. Viene ricompensato con 105.516 euro. Del consiglio d’amministrazione fa parte pure Matteo Graziano, che ha gravitato sempre nell’orbita del centrosinistra: guadagna 66.113 euro. Alla guida della regione tra il 1995 e il 1996, da quel momento per Graziano comincia una serie di insuccessi elettorali. Che oggi però compensa con un incarico di peso e rispetto.
La lista dei redivivi onorevoli, così chiamano pomposamente nell’isola i consiglieri, è lunghissima. Giuseppe Spampinato, a Palazzo d’Orleans dal 2001 al 2006 per la Margherita, è consigliere d’amministrazione dell’Anas. Un destino simile è capitato a Giuseppe Faraone, prima nella Margherita, poi nell’Udeur, infine nell’Mpa. Si ripresenta lo scorso anno: le urne non lo premiano, però diventa vicepresidente del Cas, il Consorzio autostrade siciliano. Un ente munifico: nel cda è stato cooptato anche Angelo Paffumi, ex deputato regionale, candidato senza fortuna alle politiche del 2006.
Nel settore dei trasporti è entrato pure Mario Parlavecchio, eletto in una lista legata all’ex governatore siciliano Totò Cuffaro. Ci riprova nel 2008, con l’Udc. Ora presiede la Gesip, società di pulizia del Comune di Palermo: 64 mila euro. Mentre Alfredo Gurrieri, un tempo assessore, ora è direttore generale dell’ospedale Umberto I di Siracusa.
Ai vertici delle aziende sanitarie si sono accasati anche due nomi noti della politica calabrese. Rubens Curia, già assessore per i Comunisti italiani nella giunta di Reggio Calabria, è direttore generale dell’Asp di Vibo Valentia. Mentre a capo di quella di Cosenza è stato chiamato Franco Petramala, candidato alla regione per l’Ulivo nel 2005. Il suo compenso è di 137 mila euro.
Ex in spolvero anche nelle aree di sviluppo industriale. Ottavio Bruni, presidente della Provincia di Vibo fino al 2008, adesso guida l’Asi della zona. Curiosa, per rimanere in tema, la parabola di Diego Tommasi: ex assessore regionale all’Ambiente dei verdi, è a capo dell’area industriale di Cosenza. Un ambitissimo incarico è andato invece a Giuseppe Chiaravalloti, fino al 2005 governatore della Calabria, di Forza Italia. Concluso il suo mandato, è stato nominato nell’Autorità per la privacy. È vicepresidente, con uno stipendio di 193.323 euro.
E i riciclati campani? Pure qui, data la vastità dell’elenco, occorre una ratio: che ne è stato, per esempio, degli ex assessori di Rosa Russo Iervolino? Il sindaco di Napoli per i suoi ha continuato a spendersi. Rocco Papa, in passato suo vice, oggi presiede la Bagnolifutura, società che si occupa di riconvertire l’omonima area: guadagna 67 mila euro. Al suo fianco c’è Casimiro Monti, ex assessore all’Ambiente: 55.400 euro. Pasquale Losa, che era alla guida del personale, ne prende 60 mila: è capo dell’Asìa, che si occupa di rifiuti. Bruno Terracciano, uno dei suoi successori, è nel cda dell’Anm: percepisce 50 mila euro.
Anche a Bari tanti protagonisti dell’arena politica si sono riaccasati nelle vecchie municipalizzate. Per loro il sindaco-sceriffo, Michele Emiliano, coordinatore regionale del Pd, ha deciso di non fare differenze: ai presidenti delle quattro società controllate dal comune vanno 57.482 euro, ai consiglieri 22.933 euro. Fra gli eletti c’è di tutto: il monocolore però è rigorosamente di centrosinistra. A presiedere l’Amtab, che gestisce il trasporto pubblico della città, è stato chiamato giustamente un ferroviere: Antonio Di Matteo, ex consigliere comunale di Rifondazione comunista. Tra i consiglieri c’è l’avvocato Vincenzo De Candia, dell’Udeur.
Della Multiservizi è presidente Vito Ferrara: consigliere di Forza Italia entrato poi nella lista del sindaco. Un altro suo fedelissimo, Antonio Madaro, ora guida l’Amgas. Il commercialista non è mai stato un politico vero e proprio, ma uno dei più ferventi sostenitori dell’associazione Baresi per Bari, nata nel 2003 per propagandare la candidatura di Emiliano.
Nel cda della controllata siede pure l’ex segretario cittadino dello Sdi, Giovanni Campobasso. Accanto a lui c’è Matteo Pagano, vigile del fuoco, in passato coordinatore dei socialisti autonomisti. Lo stesso partito in cui militava Vincenzo Buono, nel consiglio dell’Amiu, ramo nettezza urbana. La società è presieduta da un ex dirigente della Cgil, Giuseppe Savino.
Delle municipalizzate di Roma il sindaco Gianni Alemanno si occupa proprio in questi giorni. Fino a oggi sono due i prescelti con trascorsi politici. Marco Daniele Clarke ora guida l’Ama, la società del comune che si occupa dei rifiuti: guadagna 82 mila euro. Mentre Adalberto Bertucci, già consigliere comunale e assessore di Guidonia Montecelio, eletto al consiglio comunale di Roma nel 1997, è stato chiamato a presiedere la Trambus: 140 mila euro di appannaggio.
I soliti noti non mancano neppure a Torino. Santina Vinciguerra, ex assessore all’Istruzione del comune, ha cambiato decisamente sfera: servizi cimiteriali. È amministratore delegato dell’Afc: percepisce 73 mila euro. Alle prese con il trattamento rifiuti è invece Bruno Torresin, che è stato assessore al Lavoro. Da amministratore delegato della Trm prende 70 mila euro. Mentre Tommaso Panero, ex consigliere comunale della Margherita, è amministratore delegato della Gtt, il Gruppo torinese trasporti. Poltronissima da 150 mila euro.
In Liguria è il fronte marittimo quello che dà più soddisfazioni a molti ex politici. Filippo Schiaffino, in consiglio provinciale per Forza Italia, è al vertice delle Stazioni marittime di Genova. Mentre Luigi Merlo, ex vicesindaco di La Spezia, assessore ai Trasporti della regione dal 2005 al 2008, si è dimesso a febbraio del 2008: ora è presidente dell’Autorità portuale di Genova. Gli è andata bene: 200 mila euro l’anno. Dice Merlo: “Prima cariche come le mie erano coperte da manager. Adesso invece si preferiscono persone con un passato nella pubblica amministrazione”. Criterio che in Liguria è stato applicato con successo.
Lorenzo Forcieri, sindaco di Sarzana, dopo senatore dell’Ulivo e sottosegretario alla Difesa nel 2006 per il governo di Romano Prodi, è ora al comando dell’Autorità portuale di La Spezia. Suo omologo a Savona è Cristoforo Canavese, che venne eletto a Palazzo Madama con la Lega nord.
E anche cambiando completamente versante ci si imbatte in casi simili. Paolo Costa è stato ministro dei Lavori pubblici con Prodi, poi sindaco di Venezia per la Margherita ed europarlamentare dell’Ulivo. Ora si consola con la presidenza dell’Autorità portuale di Venezia: incarico da 200 mila euro l’anno.
Retribuiti benissimo sono pure due ex amministratori locali saliti ai vertici di alcuni colossi industriali partecipati dallo Stato. Paolo Marchioni dall’aprile del 2005 al gennaio 2008 fu consigliere comunale della Lega nord a Stresa, sul Lago Maggiore. Entrato nel consiglio d’amministrazione dell’Eni, guadagna 135 mila euro. Fedelissimo del Carroccio anche Gianfranco Tosi, sindaco di Busto Arsizio per un novennato, dal dicembre 1993 al maggio 2002. Adesso è nel cda dell’Enel: 120 mila euro. In quello delle Poste, invece, siede Roberto Colombo, ex sindaco forzista di Monza, 60 mila euro. Carica che cumula con quella di vicepresidente dell’Agam, che porta gas e acqua in città: 40 mila euro.
Per rimanere in Lombardia, anche a Milano i casi non mancano. Allora meglio circoscrivere: per esempio, ai candidati non eletti nel 2006 nella lista Moratti. Di molti volonterosi l’attuale sindaco di Milano non si è scordata. Il nome più celebre è senza dubbio quello di Giampiero Borghini. Dirigente del Pci, poi sindaco migliorista, si riaffaccia alla politica nel 2004: viene scelto dal presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, come assessore regionale alla Casa. Due anni dopo si candida con la lista Moratti al comune: non riesce nell’intento, ma ne diventa comunque direttore generale con uno stipendio che suscita invidie e polemiche. Si dimette a luglio del 2008. Ora è vicepresidente della Sacbo, che gestisce lo scalo di Orio al Serio: 55 mila euro.
Anche il farmacologo Michele Carruba è stato ricompensato: adesso presiede la Milano ristorazione, 63 mila euro. E Liliana Bognini, che nella lista del futuro sindaco raccoglie 80 preferenze, è tra i consiglieri nella stessa società. Un po’ meglio è andata a Carlo Secchi, ex rettore della Bocconi: 143 voti. Adesso siede nel consiglio d’amministrazione dell’Expo. Un altro prescelto, Riccardo Albertini, è diventato invece dirigente del comune: assunzione che, tra stipendio e oneri previdenziali, all’amministrazione costa 203.560 euro l’anno. Infine Gianluca Comazzi: fra i candidati della lista arriva decimo. Ma poi viene chiamato dal comune al servizio dei cittadini: garante per la tutela degli animali. Suona come un ruolo onorifico, ma è un incarico da 68 mila euro l’anno.

Da Palermo a Milano, per molti candidati le cose vanno così. Vincere? No, grazie: a volte è meglio partecipare soltanto.

(ha collaborato Elena Porcelli)

Il Partito del Sud con ali bipartisan: “Spina nel fianco della politica italiana”

Calderoli e Lombardo

“La questione meridionale sarà una spina nel fianco della politica italiana”. Gianfranco Viesti, assessore tecnico alla regione Puglia della giunta di Nichi Vendola con delega al Sud, non ha dubbi. Nato a Bari 51 anni fa e formatosi alla Bocconi di Milano, Viesti è professore associato di Politiche economiche all’Università di Bari, collaboratore della voce.info. Quest’anno ha pubblicato il libro Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è (Laterza). La sua convinzione? Un paese che vuole crescere non può abbandonare le aree più svantaggiate. Una preoccupazione di molti politici di spicco del Mezzogiorno. Come il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo (leader autonomista dell’Mpa), che ha proposto la nascita di un Partito del Sud alle amministrative del 2010. Un’idea, quella di Lombardo, che trova un consenso bipartisan, da Marcello Dell’Utri e Gianfranco Micciché, nel Pdl, fino ad Antonio Bassolino (governatore della Campania) e Agazio Loiero (presidente della Calabria), nel Pd.

Assessore, di leghe del Sud ne sono sorte a bizzeffe (ultima in ordine di tempo: “Io Sud”, micro partito della senatrice Adriana Poli Bortone che da qualche settimana ha lasciato il gruppo di An per approdare nel misto e collocarsi in semi opposizione al governo e ha debuttato alle recenti elezioni amministrative). Mai nessuna, però, è riuscita ad arrivare a Roma, fatta eccezione del Movimento per l’autonomia di Lombardo, se si può annoverare in tali movimenti. Non è forse destinato al fallimento un progetto del genere?
Invertirei l’ordine del ragionamento: prima occorre individuare i problemi e poi gli strumenti adatti per risolverli. L’Italia è un paese che funziona male, un paese che non cresce, con un basso tasso di occupazione, una rete welfare che tutela solo i maschi capifamiglia. Affrontare questi problemi è indispensabile e farlo vuol dire, soprattutto, affrontare il Sud, che ha gli stessi problemi delle altre regioni italiane, ma con un’intensità maggiore.
Qual è, allora, la differenza maggiore tra il Nord e il Sud del Paese?
La differenza più evidente è che nel Mezzogiorno si hanno peggiori servizi per i cittadini a fronte di un’alta pressione fiscale.
Ma il Sud è veramente dimenticato?
Parliamo di atti concreti: il Governo ha finanziato interventi strutturali in tutto il Paese togliendo 20 miliardi dai fondi che erano destinati allo sviluppo del Mezzogiorno. La vivacità di questa discussione sul Partito del Sud nasce, secondo me, come reazione a questa linea politica del Governo che ha penalizzato un’area in maniera netta. Ma questo non vuol dire che bisogna proporre una politica speculare: oggi si toglie al Sud per dare al Nord, ma è sbagliato anche il contrario.
Le regioni meridionali si sono rette grazie a sostanziosi finanziamenti da Roma. Su cosa potranno contare, se entrerà in vigore il federalismo fiscale chiesto dalla Lega?
Dipende da come sarà scritta la legge sul federalismo nei dettagli. Per come è scritta ora può essere tutto e il suo contrario, ossia può portare a un aspetto positivo del federalismo, più equo e con una maggiore responsabilizzazione dei cittadini delle varie regioni, ma anche a una versione bottegaia del federalismo, attenta più alla distribuzione delle risorse che all’efficienza del sistema. La Lega è il partito della spesa pubblica per i propri territori. Questa linea è sbagliata: una contrapposizione politica basata univocamente sulla contrapposizione tra territori. Ma i grandi paesi, come l’Italia, non crescono se non condividono obiettivi comuni che si raggiungono anche attraverso lo sviluppo di tutte le proprie aree.
Quindi anche lei è contro una maggiore autonomia fiscale delle regioni?
L’autonomia fiscale è già elevata. Accentuarla porterebbe a una maggiore responsabilizzazione sugli utilizzi delle risorse nel Sud, ma c’è anche il rischio di far sorgere forti contrapposizioni all’interno dell’Italia.
Insomma, una Baviera al Nord e una Bulgaria al Sud…
C’è questo rischio. Per questo la proposta del Partito del Sud, da parte di esponenti di spicco del Pdl, mi sembra una reazione di tipo sindacale all’azione del Governo. E anche io come italiano, per esempio, trovo indegno per i cittadini del Centro Nord che la maggior parte della spesa per il terremoto in Abruzzo gravi in gran parte sui cittadini del Sud.
Il partito del Sud piace anche a Bassolino e Loiero. C’è una fronda meridionalista anche nel Pd?
Entrambi gli schieramenti non possono non affrontare i problemi del Sud. Nel Pdl la situazione è più seria perché è il partito di Governo e trovo che la sua azione sia sinceramente antimeridionale. Ma anche nel Pd il problema del Mezzogiorno è stato trascurato per troppo tempo e non potrà essere mai una grande partito nazionale, se non affronterà queste tematiche.
Partito del Sud trasversale, quindi. Un’ulteriore spina nel fianco del Pd?
È il tema stesso e non il partito a essere una spina nel fianco della politica italiana. Il Pd non ha ancora una linea comune su come risolvere i problemi del Sud e fino ad oggi non ho visto sforzi in questa direzione.
Il problema degli investimenti: il Sud è la parte d’Italia che attira meno capitali. Infrastrutture carenti, una burocrazia bizantina e la mafia che strangola gli appalti e chiede il pizzo. Si potrà uscire da questo tunnel?
È il grande tema del Sud e sono ottimista: creare tutte quelle condizioni e le infrastrutture per rendere le imprese competitive e attirare i capitali. Questo non si risolve in due anni, ci vogliono almeno due legislature. E per farlo bisogna anche puntare sulla ricerca, sulla scuola, sul welfare.
Quale potrà essere la ricetta per il rilancio del Mezzogiorno, mantenendo lo schema degli attuali partiti?
Non è essenziale creare dal nulla un nuovo partito per rilanciare il Sud. Serve piuttosto  tornare a fare una politica che abbia al centro le istanze meridionaliste e pensare al futuro dell’Italia intera, a come sarà fra vent’anni. Lo si faceva negli anni cinquanta e sessanta, mentre oggi si fa una politica a breve termine.

Circoscrizioni: minicasta, ma iperpermalosa

Chi tocca la casta si brucia. Anche se si tratta dello scalino più basso degli eletti della politica, quello delle circoscrizioni, tema di un’inchiesta sul numero 13 di Panorama, titolo “Una casta piccola piccola”.

L’articolo si è occupato anche di Reggio Calabria, dove ci sono ben 315 consiglieri per 15 quartieri. “Non hanno nessun compito e uno stipendio spropositato” ha raccontato Michele Marcianò, capogruppo di FI in consiglio comunale e titolare della delega al decentramento. “Dietro di loro c’è sempre un referente politico di primo piano: li usano come galoppini elettorali e poi li ricompensano con una poltrona comoda e discretamente retribuita”. Dichiarazioni che hanno scatenato ira.
Riunitosi d’urgenza, il cooordinamento dei presidenti di circoscrizione ha firmato un documento per chiedere le dimissioni di Marcianò dal partito e la revoca dei suoi incarichi. “Mi hanno bersagliato solo per avere detto la verità” racconta il consigliere comunale, che ora annuncia la remissione delle deleghe.
A guidare la rivolta dei capi rione, Antonio Eroi, presidente della V circoscrizione, e Giuseppe Eraclini, a capo della VI. Poltrone remunerate: poco meno di 2 mila euro al mese. A cui i due aggiungono i gettoni di presenza di consigliere provinciale, carica a cui sono stati eletti nel 2006. Piccole (e permalose) caste crescono.

Circoscrizioni: una casta piccola piccola. Ma costosa

Assemblea dell' Anci

A Messina gli ingegnosissimi consiglieri di una circoscrizione a nord della città hanno escogitato la “seduta notturna”. Oberati da ordini del giorno impellenti e votazioni improcrastinabili, gli indefessi si ritrovano sempre più spesso poco prima delle 23.30. Frementi, cominciano a dipanare questioni da cui dipendono vita e morte del quartiere, come i sopralluoghi per verificare eventuali discariche abusive. Incursioni lampo, che durano poco più di una mezz’ora. Nottambuli travolti dagli impegni civici? No, solo scaltri: intascano due gettoni di presenza e possono assentarsi dal lavoro per due giorni. Una doppia beffa per le già malconce casse comunali che pagano gli “impegni istituzionali” del devoto servitore e rimborsano pure il datore.
Un caso limite? Mica tanto: in molte città d’Italia le circoscrizioni sono diventate un meccanismo che alimenta piccoli ma pervicaci potentati. Sono obbligatorie solo nei comuni con oltre 250 mila abitanti, però moltissimi capoluoghi di provincia non riescono a farne a meno. Creando situazioni paradossali. A Gorizia ci sono 10 zone, una più di Milano, e 132 consiglieri, tre meno che a Bari. Beati quindi i 36.110 cittadini della città friulana: possono contare su un eletto ogni 273 abitanti, praticamente un amministratore di condominio. Altrove non va meglio: a Perugia ci sono 13 assemblee e 208 rappresentanti. A Reggio Calabria le 15 circoscrizioni danno sostentamento a 315 persone. E in Italia complessivamente sono più di 10 mila quelli a cui viene pagata un’indennità per l’impegno profuso nel risollevare le sorti dei rioni. Un esercito indolente e disarmato, che costa almeno 120 milioni di euro soltanto di retribuzioni. Per questo Mario Valducci, deputato di Forza Italia, ha presentato una proposta per mantenere in vita solo quelle nelle 14 aree metropolitane. Programma che incontra resistenze tenaci e trasversali.

Costano tanto le circoscrizioni? Dipende: al Nord normalmente vengono date ricompense simboliche, con l’eccezione di Trento e Rovereto. Nelle città meridionali, invece, spese strabilianti e retribuzioni cospicue generano meccanismi ai limiti della legalità.
Ma il punto è soprattutto un altro: sono utili? “Nella maggior parte dei casi non fanno nulla” sostiene l’ex senatore della Sinistra democratica Massimo Villone, costituzionalista e coautore del libro Il costo della democrazia. “È solo il primo passo del professionismo politico. Sono organismi svuotati di potere ma costosissimi”.

A Napoli ci sono dieci municipalità, altrettanti presidenti, 300 eletti e perfino 30 assessori. Sulla carta trottano tutti: in media due consigli, tre riunioni di giunta, nove commissioni e una conferenza di capigruppo a settimana. Ferie estive e natalizie comprese. Attivismo che permette di scansare ogni incombenza lavorativa. Per fare cosa, in cambio? Poco o niente, secondo Norberto Gallo, consigliere della V municipalità di Napoli, quella del Vomero. “Appena insediati abbiamo scoperto che le scuole le gestisce la provincia, la cartellonistica è in appalto a una società privata, lo stadio è della regione, di strade si occupa il comune. A noi restano praticamente solo i vicoli ciechi”.
In teoria il lavoro è frenetico: “Ma tutto è organizzato per ottenere il rimborso massimo” spiega Gallo. Nel 2007, l’ultimo dato disponibile, il comune ha pagato 5.669 gettoni di presenza ai 30 consiglieri del Vomero. Ognuno costa 54,10 euro: in totale sono 307 mila euro l’anno. Considerato che le municipalità sono dieci, il costo arriva a 3 milioni.
Ma a Napoli, e in molte altre città del Sud, lo spreco è ben più sostanzioso. Tutti i prodi hanno diritto al rimborso delle giornate lavorative, perlomeno quando risultano oberati da sedute e commissioni. Cioè sempre. Morale: nella V circoscrizione in un anno sono state rimborsate 6.231 ore di assenza dall’impiego. Vale a dire più di 600 mila euro. Anche qui i costi vanno moltiplicati per dieci. Così il conto del sistema napoletano arriva, per difetto, a 10 milioni di euro.
In alcuni casi, ritiene Gallo, i consiglieri vanno oltre lo sfruttamento parassitario del meccanismo. “Molti colleghi sarebbero stati assunti da imprese compiacenti poco dopo l’elezione e non sono mai andati in ufficio. La magistratura aveva aperto un’inchiesta, ipotizzando la divisione dei rimborsi del comune fra loro e il datore”.

Sprechi e illeciti quasi istituzionalizzati, reiterati e apparentemente irrimediabili. “Non c’è alcun controllo. Ognuno può fare quello che vuole” lamenta Ferdinando Pinto, che insegna diritto degli enti locali alla Federico II di Napoli. “L’indennizzo della giornata lavorativa è aberrante, ha prodotto uno stuolo di fannulloni. E di aspiranti tali: il più grande concorso pubblico fatto a Napoli sono state le elezioni nelle municipalità”.
A Messina le cose non vanno diversamente. Il comune l’anno scorso ha pagato 1,6 milioni di euro di rimborsi. “Si dovrebbe indagare su un meccanismo che ormai sarebbe frequente: il neoeletto viene assunto da una cooperativa” spiega Alessandro Russo, 30 anni, presidente della V circoscrizione. “Firma la presenza alle sedute, poi va a lavorare. A fine mese l’amministrazione paga gli oneri previdenziali per la sua assenza. Lui ha il gettone. E l’azienda gli oneri previdenziali, che poi decide se dividere con il consigliere. Un gioco delle tre carte fatto in maniera lampante, che conviene a tutti. Tranne che ai contribuenti”.
In Sicilia le circoscrizioni negli ultimi dieci anni si sono trasformate in stipendifici: luoghi dorati dove siedono capibastone di ogni schieramento. “Sono quelli che devono controllare il territorio. Portano il verbo dei vari potentati locali e assicurano che funzioni la macchina del consenso” sostiene Russo. Anche qui le incombenze sarebbero sterminate.

Il Comune di Messina nel “Regolamento per il decentramento” dell’ottobre 2005 permette ai quartieri di intervenire su tutto: verde, manutenzioni, sport, spettacolo, piccole opere, servizi sociali. E nel 2008 ha passato alle circoscrizioni 110 mila euro. Somma considerevole, soprattutto per un comune prossimo al dissesto finanziario. Ogni euro però è stato destinato ad “attività e manifestazioni ricreative e aggregative, culturali e di socializzazione del territorio”. Tutti soldi finiti ad associazioni ricreative o culturali più o meno vicine ai vari referenti politici. Per farne cosa? Saggi di danza, sagre della salsiccia, emolumenti per la banda musicale della parrocchia e panettoni alle famiglie a Natale. Consegnati personalmente dagli amministratori rionali, ovvio.
E le attività istituzionali? Procedono, seppure un po’ a rilento. Come Penelope, capita di dover tessere e poi disfare. Due settimane fa un consiglio messinese si è riunito in fretta e furia per l’intitolazione di una via. Alla fine tutti d’accordo, chinati sui fogli a firmare la delibera. Peccato che la strada in questione fosse “area di cantiere” e quindi non intitolabile. Due sedute e quattro ore di discussione sul nulla.
Lo stesso consiglio, qualche tempo prima, aveva ingaggiato una disputa su un cassonetto: va spostato di 30 metri? Segue dibattito: due ore di sudori freddi, mozioni e repliche. Ma si fatica anche sul campo. C’è una piccola buca in una strada? Gli amministratori partono in missione. Si dispongono attorno al pertugio e lo fissano per sei ore. E il giorno dopo si chiudono in aula per altre quattro, per discutere sul modo migliore per segnalare al comune di intervenire.
Ovviamente a pagare sono i cittadini: ogni gettone di presenza costa. E pure salato: 60 euro a consigliere, 20 volte quanto veniva elargito solo otto anni fa. Un presidente può arrivare a guadagnare 1.805 euro al mese, un consigliere la metà. L’unica, rigidissima, prescrizione è che ci si ritrovi almeno una volta ogni 30 giorni.

Del resto la Regione Siciliana alle circoscrizioni è sempre più riconoscente. Il 16 dicembre 2008 ha approvato una legge dal titolo promettente: “Misure di contenimento della spesa pubblica sullo status dei componenti delle giunte esecutive degli enti locali”. Ma ai propositi è seguita un’applicazione sbalorditiva. Consiglieri e presidenti di Palermo, Messina e Catania si sono visti praticamente raddoppiare lo stipendio. A dire il vero, nella pratica si è distinta pure una regione del lembo opposto: il Trentino-Alto Adige. Anche qui una legge regionale ha moltiplicato per due i compensi. A
Trento, dove ci sono 12 circoscrizioni e 195 consiglieri
, il costo complessivo dei gettoni è salito a 1,5 milioni di euro. A Rovereto, che ha 37 mila abitanti e sette quartieri, a 800 mila euro.
Un premio giustificato dall’aumento di beghe rionali da risolvere? Macché, tutto è rimasto uguale. Come a Palermo, dove nulla è cambiato. “Facciamo perlopiù da passacarte. Abbiamo compiti solo propositivi” sintetizza Marco Frasca Polara, capogruppo del Pd dell’VIII circoscrizione. “Chiediamo di potare un albero, di invertire un senso di marcia, di sostituire una lampada fulminata o dei pali della luce. È avvilente. E la cosa peggiore è che a tutti va bene così: il consiglio comunale è il primo a non volere delegare niente, temendo di perdere potere”.
Pure Palermo largheggia negli sperperi: fino a qualche mese fa tutti i presidenti avevano diritto all’auto blu, oggi invece si devono accontentare di uno stuolo di segretarie, del cellulare di servizio e di poter viaggiare nelle corsie preferenziali. Solo i capi rione l’anno scorso sono costati al comune 169 mila euro. Un’indennità in cambio della quale, anche loro, hanno l’insostenibile onere di convocare almeno una seduta al mese.

Non va male nemmeno ai presidenti delle circoscrizioni di Reggio Calabria: guadagnano poco meno di 2 mila euro al mese, indipendentemente dalla loro attività. Qui davvero non si lesina. La città ha 185 mila abitanti e 15 quartieri. Gli eletti sono 315. Strapuntini ambitissimi: nel 2007, alle ultimi elezioni, si sono presentati in 3.400. In palio c’erano 600 euro al mese e pochi pensieri.
“Non hanno nessun compito e uno stipendio spropositato” ammette Michele Marcianò, di Forza Italia, il consigliere comunale delegato al decentramento. “In più sono tanti, e ogni tentativo di ridurne il numero incontra resistenze inaudite. Dietro di loro c’è sempre un referente politico di primo piano: li usano come galoppini elettorali e poi li ricompensano con una poltrona comoda e discretamente retribuita”.
Anche nella città dello Stretto è previsto che il comune paghi le imprese pubbliche e private in cui lavorano consiglieri e presidenti alle prese con un tourbillon di sedute e commissioni. L’anno scorso l’amministrazione ha liquidato decine di migliaia di euro alle Ferrovie dello Stato, a banche, ad aziende sanitarie, ai policlinici, all’Enel e all’Unione coltivatori italiani.
In cambio di cosa? Di disquisizioni sul nulla, nella maggior parte dei casi. Altre volte gli eletti del rione si risparmiano pure quelle. Lo scorso novembre la procura di Reggio Calabria ha rinviato a giudizio 17 persone, accusate di aver trescato per percepire illegalmente i gettoni di presenza nella zona di Ortì, nella periferia della città. I reati contestati sono eloquenti: “falsificazione dei verbali delle commissioni”, “contraffazione”, “false attestazioni”, occultamento”. I magistrati hanno scoperto consiglieri con il dono dell’ubiquità: capaci di partecipare contemporaneamente a diverse commissioni. Riunioni su riunioni, perfino ad agosto, per proporre, deliberare, richiedere. Non c’era tema su cui si astenessero.
Uno sforzo di fantasia che non risparmia alcun quartiere. Una circoscrizione si è vista costretta a convocare una seduta con la massima urgenza. Argomento indifferibile: acquisto di gomme e matite per la segreteria della medesima circoscrizione.

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