
Alla fine, è stata morbida la mano del Parlamento sui tanto strombazzati tagli alla politica. La Finanziaria 2008, legge dal primo gennaio, prevede sì un sostanzioso capitolo di risparmi sulle spese del Palazzo, ma non sono poche le misure che, durante i quasi tre mesi di maratona parlamentare, hanno perso per strada la loro incisività. E così “La casta“, messa sotto accusa nelle piazze e sui media (da comici e cittadini), chiamata a dare risposte al sentimento di sfiducia degli elettori, ha deciso, al di là degli annunci del momento, di rendere meno severa la “cura dimagrante” alla quale si era detta disposta. Gli esempi? Non mancano.
La riduzione del numero degli assessori è stata spostata nel tempo. Non entrerà subito in vigore, come deciso in prima lettura da Senato, ma scatterà con le prossime elezioni: solo allora gli assessori di comuni, province e circoscrizioni scenderanno da 18 a 12, con conseguente risparmio su stipendi, portaborse e auto blu. Altro esempio: la stretta sui gettoni di presenza per i consiglieri di comuni, province e regioni non varrà per tutti ma sarà limitata soltanto alle città capoluogo di provincia. Anche per le comunità montane il taglio sarà meno draconiano: dovevano sparirne un’ottantina, immediatamente si disse, invece la patata bollente è stata passata alle regioni, che dovranno decidere come sfoltire.
Sul taglio degli stipendi dei supermanager c’è stata una battaglia senza esclusione di colpi. All’inizio l’emendamento proposto prevedeva un taglio immediato per tutti. Poi Lamberto Dini e Clemente Mastella minacciarono di non votare la manovra se la norma non fosse stata cambiata, limitandola ai nuovi contratti ed escludendo gli artisti della Rai, che altrimenti sarebbero passati alla concorrenza. Ma anche con queste correzioni, alla Camera si è cercato di rendere più fumoso il testo, eliminando di fatto il tetto per i vertici di Bankitalia, i membri delle autorità indipendenti e un gruppo di 25 fortunati topmanager pubblici. Alla fine, grazie a un emendamento del socialista Roberto Villetti approvato in zona Cesarini, anche per costoro varrà un tetto massimo dello stipendio, che non potrà superare i 540 milioni l’anno.
Altre misure sono state confermate senza problemi, forse perché entreranno in vigore solo in futuro. Il numero dei ministri passerà da 18 a 12, ma dal prossimo governo; mentre il numero dei componenti dell’esecutivo, compresi sottosegretari e viceministri, scenderà da 102 a 60. Confermato il congelamento degli stipendi dei deputati e dei senatori, la riduzione delle circoscrizioni, le limitazioni alla cilindrata delle auto blu, che non potranno superare i 1600 centimetri cubici.
All’attivo dell’operazione tagli va posta anche la decisione di Camera, Senato e Quirinale di ridursi le spese. Ma ci si è arrivati indipendentemente dall’iter della manovra. Le tre più alte cariche dello Stato, Giorgio Napolitano, Fausto Bertinotti e Franco Marini hanno giocato d’anticipo, decidendo di tenere le spese sotto il tetto dell’inflazione. Peccato che il loro buon esempio non è stato seguito. Calcolatrice alla mano, alla fine, le casse dello Stato, secondo il Tesoro risparmieranno la cifra di 23,8 milioni.
Poco? Tanto? Massimo Villone, senatore della sinistra democratica sempre in prima fila nella lotta contro gli sprechi (ha firmato con il collega Cesare Salvi il libro I costi della democrazia) è soddisfatto a metà di come sono andate le cose: “Al cinquanta per cento, diciamo. Abbiamo dovuto fronteggiare i tentativi di lobby potenti: c’è stata una resistenza virulenta e accanita, soprattutto sul tetto degli stipendi dei manager, ma alla fine ha prevalso la ragione. Resta il rimpianto di non aver saputo fare di più, per esempio rendendo immediatamente applicabile il tetto degli stipendi dei manager. Ma, viste le condizioni, il risultato finale non è da buttare via”.
Agli elettori, l’ardua sentenza.
Il VIDEO servizio:
- Venerdì 21 Dicembre 2007

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