Leggi tutte le notizie su:


astensione

Sì allo scudo per premier e ministri. E alla Camera esplode la bagarre

I parlamentari dell'Idv protestano a Montecitorio, dopo la votazione finale sul Legittimo Impedimento

I parlamentari dell'Idv protestano a Montecitorio, dopo la votazione finale sul Legittimo Impedimento

Cronaca di un’ordinaria giornata di bagarre alla Camera: tra cartelli, urla e contestazioni il testo sul legittimo impedimento ottiene il disco verde dalla Camera. Con 316 voti a favore, 239 contrari e 40 astensioni (l’Udc ed i deputati delle Minoranze linguistiche e dei Liberaldemocratici) il provvedimento, che permetterà al presidente del Consiglio ed ai ministri di non comparire per 18 mesi alle udienze giudiziarie in caso di concomitanti impegni istituzionali, ora passa all’esame del Senato. Continua

Il referendum secondo Romano: “Un’istituzione malata, regole da cambiare”

Un elettore al voto

Referendum, la GALLERY: chi piange e chi esulta

I dati del Viminale non lasciano dubbi: si tratta di un minimo storico nell’affluenza a un referendum abrogativo in Italia. Nel 1974 l’87% degli aventi diritto votò sul divorzio. Adesso alle urne è andato solo un italiano su cinque. Il perché lo abbiamo chiesto all’ambasciatore Sergio Romano, storico ed editorialista di Panorama e del Corriere della Sera.

Visti i risultati, si può parlare di fine del referendum?
Sì, credo si possa dire che è un’istituzione malata. Le cause sono molte: se ne è fatto un uso troppo esteso in passato, i temi sono complicati e si fatica a capire quale sarà l’effetto del voto. Si tratta di una sorta di microchirurgia applicata alle leggi che sconcerta gli elettori che non si trovano davanti a una scelta ben definita. Finché si trattava di scegliere sul divorzio o sull’aborto era più semplice decidere e mobilitare. Poi ci sono delle cause che rientrano nella natura stessa del referendum abrogativo.

Il quorum, ad esempio. Perché non è più stato raggiunto dal 1995?
Il quorum al 50% è motivato da una considerazione dei costituenti: per abrogare una legge approvata dal Parlamento ci vuole una chiara manifestazione di volontà degli elettori. Però la Costituzione è del 1948 e si riferisce a un contesto in cui alle urne andava il 90% degli italiani, adesso la situazione è cambiata. C’è una crescita dell’area degli “agnostici” o semplicemente dei disinteressati che si avvicina ad altri paesi come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna.

Secondo lei è corretto fare campagna per l’astensione?
No, non è giusto: chi fa campagna per l’astensione somma il numero dei disinteressati a quello di chi riesce a convincere, con il deliberato scopo di fare fallire la consultazione.

Può essere una soluzione la proposta di abbassare il quorum e aumentare il numero di firme necessario?
Bisognerebbe abbassare il quorum perché aumenta l’area di chi non va a votare. Ma dall’altro lato è giusto aumentare il numero di firme da raccogliere perché la popolazione dell’Italia è aumentata dal 1948. Un’altra ipotesi è quella del referendum abrogativo il cui risultato è condizionato dal raggiungimento di una maggioranza ponderata di favorevoli, maggiore del 50%, ma senza un quorum di votanti.
L'ambasciatore Sergio Romano

Perché nel ‘93 si registrò ancora un’affluenza molto alta (il 77%) pur su temi abbastanza complicati e poi è andata calando in modo così netto?
Nel ‘93 così come nel ‘95 c’era ancora una forte partecipazione alla politica. Dalla seconda metà dei ‘90 è aumentato lo scetticismo, non escludo che tra le cause ci sia anche il bipolarismo, perché riduce le opzioni. Ma io non escludo che se si votasse domani su un tema molto sentito non tornerebbe ad avere successo. Certo, 15 anni di fila senza ottenere risultati sono un problema, rischiamo di giocarci uno strumento importante di democrazia diretta.

Tra le cause dello scetticismo c’è anche il fatto che in alcuni casi le indicazioni date dagli elettori sono state disattese…
Sì, ma questo è dovuto anche alla natura del referendum, che non può proporre una legge ma solo abrogarla. Spesso i quesiti sono scritti per passare il vaglio della Corte Costituzionale, che non approverebbe un referendum che bloccasse il funzionamento di un’istituzione. Per questo si agisce con una sorta di “microchirurgia”: ad esempio i quesiti del 1987 sul nucleare non erano così netti: non si chiedeva ai cittadini “volete abolire il nucleare?” Ma si agiva su delle disposizioni normative che facilitavano l’energia atomica. E se adesso, come accade, il governo vuole tornare al nucleare non ci si può opporre ricordando quel voto.

Nel caso di oggi del referendum sulla legge elettorale secondo lei cosa non ha funzionato?
La formulazione era poco chiara e non si poteva formulare un’alternativa al sistema attuale. C’era molta insoddisfazione per il “porcellum”, ma ad esempio molti lettori che scrivono alla mia rubrica sul “Corriere” erano interessati a reintrodurre le preferenze e una volta che hanno capito che non era questo lo scopo della consultazione hanno detto “non è ciò che mi interessa”.

LEGGI ANCHE: Senza quorum da quattordici anni: tutte le affluenze ai referendum. Referendum, la GALLERY: chi piange e chi esulta

Italiani senza quorum. Con i referendum è una storia finita

Un seggio elettorale

Un colpo al quorum. Questo ci vorrebbe, forse, per tornare a vedere un referendum abrogativo avere successo. Pur avendo l’appoggio (poco convinto) dei due principali partiti italiani, anche i tre quesiti sulla legge elettorale, stando ai dati diffusi sul sito del Viminale, non sono stati votati dalla maggioranza degli elettori.
I dati definitivi relativi all’affluenza alle urne non lasciano dubbi: quelli relativi agli 8.100 interessati al voto indicano una partecipazione del 23 per cento circa per tutti e tre i quesiti. Per la precisione, per il Quesito 1 (scheda viola), l’affluenza è stata del 23,31% (Favorevoli 77,64% - Contrari 22,36%); per il Quesito 2 (scheda gialla), l’affluenza ha toccato la stessa cifra 23,31% (Favorevoli 77,69% - Contrari 22,31%) per il Quesito 3 (scheda verde) l’affluenza è stata pari al 23,84% (Favorevoli 87% - Contrari 13%).

Insomma, una percentuale ancora inferiore al misero 25,5% che andò a votare nel 2005 sulla procreazione assistita.
Il grafico della partecipazione popolare ai referendum è in discesa costante dal 1995. Negli ultimi 14 anni solo in un caso più della metà dei votanti si è espressa, nel 2006, sbarrando la strada alla riforma costituzionale del centrodestra. Ma in quel caso il quorum non era neanche necessario trattandosi di referendum costituzionale.

Sempre meno votanti
In generale, la curva dell’affluenza ai referendum è in discesa dal 1974, con il No degli italiani a chi voleva abolire il divorzio. In quel caso votò l’87,7% degli aventi diritto. Percentuali simili tra fine anni ‘70 e primi anni ‘80, quella che si potrebbe definire come “l’età d’oro” dei referendum. Nel 1978, con un 81% di votanti, vinse il No all’abrogazione della legge sull’ordine pubblico e al finanziamento pubblico per i partiti. Nell’81 il 79% degli italiani votò su aborto, ergastolo, legge Cossiga sull’ordine pubblico e porto d’armi. Nell’85 il 77,9% si espresse sulla scala mobile. E nel 1987, ormai in pieno riflusso, si ha la prima importante flessione di partecipazione: due votanti su tre vanno alle urne per dire No al nucleare e per la responsabilità civile ai giudici e i reati ministeriali.

Gli anni ‘90
Nel 1990, per la prima volta, un referendum abrogativo fallisce: si tratta dei quesiti promossi dai verdi su caccia e uso dei pesticidi. L’astensione supera il 56% e la consultazione non è valida. Ma non è ancora la fine dell’amore tra gli italiani e il referendum: nel ‘91 e nel ‘93 invece che andare al mare, dove li aveva invitati Craxi, i cittadini votarono per la preferenza unica alla Camera (62,5% l’affluenza) e di nuovo in massa (77%) per la vittoria di Mario Segni e dei referendari: passano tutti i quesiti, dal sistema elettorale (per introdurre il maggioritario), alla detenzione per uso personale di stupefacenti, all’abrogazione dei ministeri di Turismo, Agricoltura e Partecipazioni statali.

La crisi del dopo Tangentopoli
L’ultima serie di quesiti a raggiungere il quorum è quella del 1995: ben 12 i temi su cui sono chiamati a esprimersi gli elettori, dall’elezione diretta del sindaco alla concentrazioni di reti televisive alle rappresentanze sindacali. Da allora in poi, nessun comitato è riuscito a mobilitare abbastanza italiani: nel ‘97 solo il 30% andò a votare su caccia, ordine dei giornalisti e carriere dei magistrati. Nel ‘99 per un soffio (votò il 49,6%) non ebbe successo l’abolizione della quota proporzionale alla Camera e nel 2000 un’altra dura sconfitta per i referendari, soprattutto i radicali, promotori della maggioranza dei 7 quesiti (ancora rimborsi per i partiti, quota propozionale, separazione delle carriere, articolo 18…) che riescono a mobilitare solo il 32% degli elettori. Così come non riuscirà Rifondazione a superare il 25% dei votanti al referendum sull’estensione dell’articolo 18 nel 2003. Ormai i contrari preferiscono invitare all’astensione piuttosto che a votare No. Una strategia che diventa palese nel 2005 quando la Chiesa si mobilita per fare fallire il referendum per l’abrogazione della legge 40: solo il 25% andrà a votare.

E ora che l’appello all’astensione ha sostituito con successo la battaglia politica, cosa succederà ai referendum?

Referendum, Segni col “batti quorum”: sì per dire addio all’inciucio

Mariotto Segni

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. E Mariotto Segni anche nel 2009 ci riprova ancora. A fare che? A istituzionalizzare il sistema “maggioritario” in Italia: chi vince governa, chi perde sta all’opposizione. Semplice. Due i partiti in gioco, all’americana. Addio all’arte dell’inciucio, insomma, tanto cara alla politica italiana e alle coalizioni che si formano sotto elezioni per posi sfaldarsi una volta giunti in Parlamento. Ma tra il dire e il fare, ci sono di mezzo i partiti. E le poltrone, soprattutto. Se vincerà il “sì” al referendum abrogativo di domenica 21 e lunedì 22, il nostro paese somiglierà sempre di più agli Stati Uniti. Staremo a vedere.
Professor Segni, sin dal 1991 ha sempre sostenuto il sistema maggioritario. E ora, 18 anni dopo, vuole “picconare” il Porcellum, una legge nata male - Calderoli che l’ha scritta, l’ha definita pubblicamente “una porcata” -, ma che è riuscita lo stesso a garantire alle ultime elezioni una maggioranza solida in grado di governare il Paese. Testardaggine sarda o un referendum davvero importante per l’Italia?
Ricordo che la legge Calderoli non ha garantito una maggioranza solida, che è dovuta solamente ai grandi numeri ottenuti dal Pdl, perché nel 2006 ha portato in Parlamento ben tredici partiti. Il Porcellum, insomma, spinge alla frammentazione e aumenta la rissosità nella coalizione, come ha dimostrato il continuo braccio di ferro degli ultimi mesi tra la Lega e Berlusconi.
Dal 2006 a oggi il quadro si è semplificato: ormai abbiamo due pesi massimi che contano, il Pdl e il Pd, e tre pesi medi: la Lega, l’Udc e l’Idv. C’è proprio bisogno del referendum?
Certo, abbiamo bisogno di una maggiore governabilità e stabilità, eliminando gli attriti e i ricatti all’interno delle coalizioni, come quelli recenti di questo Governo sulle ronde o su Guantanamo. La nuova legge non toglierà, per esempio, alla Lega la possibilità di presentarsi all’interno di una coalizione con altri partiti: potrà farlo, ma sotto l’insegna di un solo simbolo della coalizione, di un solo programma e di una sola lista comune. Insomma, non ci saranno più i miei e i tuoi elettori, cui rendere conto, come ha ricordato Maroni di recente a proposito delle ronde.
Lei sostiene che il referendum rafforzi, appunto, il bipartitismo. Com’è poi che non ha scelto né di entrare nel Pdl né nel Pd?
Sono fuori dalla politica dei partiti da alcuni anni e non ho intenzione di rientrarci. Sono scelte personali. Ho scelto di continuare a fare politica attraverso la promozione del referendum.
Insomma, le piace il bipolarismo, ma non i due principali contenitori dell’elettorato italiano, ossia il Pdl e il Pd?
Ci sarebbero tante cose da dire sia dell’uno sia dell’altro. Tuttavia è un fatto positivo per l’Italia che si siano formati due grandi formazioni, una di centrodestra e una di centrosinistra. E questo trova conferma, per esempio, nell’ultimo appello, lanciato da Piero Sansonetti alla sinistra radicale, a entrare tutti nel Pd.
Eppure c’è chi sostiene, come l’onorevole Casini, che “il bipartitismo è fallito e favorisce i populismi”. È d’accordo?
Casini sostiene, e lo fa coerentemente da molti anni, l’esatto opposto di quello che sostengo io. Ma si sbaglia.
L’Italia verso il bipolarismo, ma alle europee hanno vinto la Lega e l’Idv. Come mai?
È normale che accada quando vi sono tanti partiti in gara alle elezioni. Tuttavia in Italia il bipartitismo ha retto meglio che in altri grandi paesi, con minori perdite dei consensi dei grandi partiti.
Ci sarà dopo il referendum una rottura tra Fini, che andrà a votare al referendum e voterà sì, e il nuovo asse Lega – Berlusconi, che non ci andranno?
Se non passa il sì, credo che i prossimi mesi saranno molto duri per la tenuta interna sia del Pdl sia del Pd. Una vittoria, invece, li rafforzerebbe.
Un partito che prende il 20% dei voti, ma risulta lo stesso il primo in Italia, conquisterà il 55% dei seggi in parlamento, se passa il sì. Non è antidemocratico?
No, è il principio secondo il quale, chi ha la maggioranza, ha il pieno diritto di governare, mentre chi perde sta all’opposizione. Avviene così in Gran Bretagna, che non è di certo una democrazia in pericolo.
Tanti referendum dagli anni novanta a oggi (eecone qui un elenco), molti dei quali non hanno raggiunto il quorum. Non pensa che agli italiani forse non interessino più?
Gli italiani vivono un periodo di rassegnazione. Il nostro vero nemico non è il fronte del “no” al referendum, tantomeno la Lega che ha fatto di tutto per farlo saltare, ma è la profonda sfiducia che domina gli italiani.
Ma i referendum costano…
Vero e noi avevamo proposto di votare in occasione delle elezioni europee, risparmiando 400 milioni di euro. La Lega ha fatto saltare tutto.
Se fallirà anche questo referendum, ha intenzione di promuoverne altri in futuro per introdurre il maggioritario in Italia, o deporrà le armi una volta per tutte?
Io ci credo sul serio a questo referendum e continuerò a battermi. Non mi rassegno.

Lega sicura: ecco perché gli italiani non andranno a votare

L'onorevole Roberto Cota

“Il referendum non raggiungerà il quorum”. Per l’onorevole Roberto Cota, capogruppo della Lega Nord alla Camera, non ci sono dubbi. Lo ripete a tamburo battente: il referendum abrogatorio, che vuole introdurre il sistema maggioritario alla Camera e al Senato, non passerà. Le ultime vicende sembrano giocare a favore del Carroccioi: prima hanno ottenuto lo spostamento del voto dalla data delle europee al ballottaggio delle amministrative e ora godono dell’appoggio di Berlusconi che pur andandoa votare (sì) non si è impegnato nella campagna elettorale. Ma, forti delle loro ultime battaglie vinte, i leghisti sperano che la maggior parte degli italiani segua il loro consiglio: preferire alle urne una scampagnata fuori porta. O, nel caso in cui ci si vada per i ballottaggi, non ritirare le schede del referendum.
Onorevole Cota, la Lega punta sull’astensionismo in difesa del “Porcellum”, la legge elettorale scritta dal senatore Calderoli. Perché gli italiani dovrebbero andare al mare anziché votare?
L’astensione è una modalità dell’espressione dei cittadini sul referendum, prevista e garantita dalla costituzione: l’obiettivo è non far raggiungere il quorum (del 50% + 1, ndr). Noi invitiamo gli italiani a non andare a votare, perché se vincerà il sì, avremo una legge truffa: una lista con un solo voto in più delle altre guadagnerà il 55% dei seggi. È antidemocratico e sbagliato, anche se è stato presentato come qualcosa di democratico, come una conquista da parte del cittadino.
Che cosa rischia la Lega, se vince il sì?
Non rischia alcunché, perché sono convinto che il referendum non passerà.
Calderoli definì la legge da lui scritta “una porcata”. In molti la criticarono. Eppure, alle ultime elezioni questa legge elettorale ha garantito al Paese una maggioranza solida. Un “Porcellum” fortunato o efficace per davvero?
La casualità non centra: in realtà la legge Calderoli, al di là delle critiche spesso mosse da più parti, si è dimostrato il sistema più stabile e ha avuto, tra gli altri, il merito di semplificare il quadro politico italiano.
Ma se rimane il “Porcellum” non ci sarà il rischio di governi deboli in futuro, quando per esempio non ci sarà più un politico come Berlusconi in grado di compattare una coalizione?
Non credo. Ciò non toglie che in futuro non si possa mettere in discussione la legge elettorale attualmente in vigore, ma non certo in questo momento. Oggi non è una priorità per il paese: abbiamo un Governo forte e una maggioranza in grado di fare le riforme. Quando sarà il momento opportuno ne discuteremo e non mi stanco a ripeterlo: solo quando sarà approvata la riforma costituzionale. Prima viene il Senato federale e poi una nuova legge elettorale. Farlo ora è sbagliato e sarebbe soltanto una riforma a pezzi e bocconi.
La Germania è uno stato federale e il suo sistema piace anche all’Udc e a D’Alema. Dopo il “Mattarellum”, il “Vassallum” e il “Porcellum”, anche voi siete a favore di un “Tedescum”?
Tutti usano i modelli elettorali come formule chimiche, come se dovessero risolvere i problemi di un paese. Invece prima si farà la riforma costituzionale e poi, in base ad essa, si ritoccherà la legge elettorale. Oggi la legge elettorale non è tra le priorità del paese, che ha una maggioranza in grado di governare.
E allora parliamo della maggioranza: Fini ha detto che andrà a votare e voterà “sì”. Gli ex di An vi vogliono fare fuori?
Fini andrà a votare, perché ha firmato la presentazione di questo Referendum, ma ormai sono in pochi a sostenerlo. Confondere la stabilità con la mancanza di pluralismo è un ragionamento che non tiene. Il Pdl, con la presa di posizione di Berlusconi, è ormai per la non partecipazione e anche Cicchitto di recente si è espresso per il non voto. Di Pietro prima aveva detto di sì, ora è per il no, e anche all’interno del Pd c’è una fronda anti-consultazione.
Avete conquistato l’appoggio del Cavaliere. Si riformerà un asse del Nord contro un asse del Sud appoggiato dagli ex di An?
Inutile dare spiegazioni di cose che non esistono e, sinceramente, queste dietrologie non mi convincono. L’unica certezza è che questo referendum non passerà e che il Governo porterà avanti le riforme. Fini, d’altro canto, anche se a noi non compete dirlo, troverà sicuramente il suo spazio all’interno del Pdl.
E se invece passerà il “sì”?
Siccome non si raggiungerà il quorum, andremo avanti con le riforme e con l’attuazione del federalismo fiscale.

Referendum: sì, no, astensione. I partiti si schierano

Anche Anna Parisi per il referendum

“Tutti a votare per picconare il porcellum, la peggior legge elettorale della storia repubblicana”, si sgola il promotore Giovanni Guzzetta, sotto la sede Rai di Milano.

Per picconare il “porcellum”
L’appuntamento con il “suo” referendum sulla legge elettorale si avvicina e il presidente del comitato promotore è impegnato a evitarne fallimento. Per questo quarantareenne professore di istituzioni di Diritto pubblico all’Università di Tor Vergata sarebbe la conclusione peggiore di un progetto che porta avanti da tre anni, precisamente dal giorno dopo quello in cui divenne legge la riforma elettorale (la legge 21 dicembre 2005, n. 270 dal titolo “Modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”) di Roberto Calderoli, poi ribattezzata (dallo stesso ministro, in una ormai famosa puntata di Matrix: qui il VIDEO), una “porcata”.

Si sgola Guzetta perché a pochi giorni dal voto, a cui in teoria sono chiamati 47,5 milioni di elettori, nei fatti un italiano su due ignora che 21 e 22 giugno si vada ai seggi per un referendum e un numero altissimo non ne conosce i contenuti.
Eppure in 30 città ci sono i ballottaggi (per il sindaco e/o la provincia). Ma il meteo darà una mano ai promotori? Sole, caldo: cosa mai di meglio per andare al mare e disertare le urne?
Battaglia tra micro-partiti trasversali
E comunque, la battaglia politica è apertissima e, come sempre ad ogni appuntamento referendario, è fatta di micro-partiti trasversali che si affrontano spesso dimenticando la loro appartenenza. Così può capitare che Antonio Di Pietro inviti a votare no, dopo aver raccolto le firme per il referendum (come questa GALLERY testimonia); che Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi siano per il sì, ma con accenti diversi; mentre parte del Pdl e Lega hanno già la macchina pronta per una bella scampagnata domenicale.

I quesiti delle tre schede
I quesiti del referendum sono sostanzialmente due anche se l’elettore riceverà tre schede: due quesiti sono infatti la stessa cosa e la duplicità si spiega perché uno riguarda la Camera e l’altra il Senato. Scheda viola e scheda beige, rispettivamente, ma identica materia: premio di maggioranza alla lista (e non alla coalizione) più votata. Insomma, si chiede all’elettore se abolire la possibilità per i partiti di aggregarsi tra loro e guadagnare il premio di maggioranza per il polo vincente. Ne consegue che verrebbero penalizzati i gruppi più piccoli (la percentuale di sbarramento diventerà del 4% alla Camera e dell’8% a Palazzo Madama) e soprattutto cambierebbe radicalmente l’attuale geografia politica fatta di coalizioni di partiti.
Scheda verde invece per decidere se togliere ai politici la possibilità di presentare la propria candidatura in più di un collegio. Il quesito si rivolge ai leader che si presentano in varie zone d’Italia pur sapendo di doverne poi scegliere una sola.

Cosa cambia
Se vinceranno i sì ogni candidato potrà essere in lista in una sola circoscrizione elettorale e il premio di maggioranza andrà soltanto al partito più votato; in caso di successo dei no, oppure di mancato raggiungimento del quorum, resta in piedi il “porcellum” e tutto rimane come è attualmente. Si voterà per due giorni: domenica 21/06 dalle 8 alle 22, lunedì22/06 dalle 7 alle 15. Sarà necessario avere con sé la tessera elettorale (eventualmente da richiedere all’ufficio elettorale del proprio Comune di residenza) e un documento di identità valido. Per esprimere il proprio voto occorre tracciare una croce sul sì oppure sul no nel caso si voglia abrogare (cioè abolire) l’attuale normativa oppure lasciarla invariata.

Le posizioni in campo
Il PDL ha praticamente lasciato libertà di coscienza sul voto. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che pure andrà a votare (e voterà sì), ha detto che non avrebbe fatto campagna elettorale in favore del referendum. Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini andrà, più convinto, a votare sì.
Diversi esponenti del Pdl, tra l’altro, fanno parte del comitato promotore del referendum. Tra gli altri i ministri Renato Brunetta e Stefania Prestigiacomo  e Gianni Alemanno Martino e Gaetano Quagliariello. Anche il coordinatore del partito e ministro della Difesa Ignazio La Russa andrà a votare sì. Il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto invece non andrà votare. I Popolari Liberali di Carlo Giovanardi si asterranno.
PD
Nell’estate 2007, quando il referendum venne presentato, il primo obiettivo era abolire la frammentazione dei partiti, favorendo il bipolarismo. Era molto prima del discorso del Lingotto di Veltroni. Il neosegretario Pd però non firmò perché gli allora “cespugli” di sinistra dell’Unione prodiana minacciarono rappresaglie contro il governo Prodi.
Che cadde comunque, a gennaio del 2008. E a dare una bella sforbiciata ai partiti ci pensarono gli elettori, nel voto di aprile 2008, lasciandone in Parlamento solo cinque: Pdl, Pd, Lega, Udc e Idv.
Oggi che il Pd non è più ricattabile dai piccoli, la scelta dei Democrats è stata fatta: lasciando isolato Francesco Rutelli, tutti gli altri sono rientrati nei ranghi e hanno detto Tre volte sì” ai quesiti di Guzzetta e Segni. Ma un nuovo timore serpeggia infatti nell’opposizione. Lo sintetizza per tutti Antonio Di Pietro: “Con la norma che esce dal referendum, un partito del 30% può occupare il 55% e farsi maggioranza da solo”. Ergo, l’Idv voterà no, dopo aver battuto le città d’Italia per giorni, due anni fa, a raccogliere le firme.
LEGA
Contrarissima a un referendum dall’esito fortemente bipartitico, la Lega ha dato ai propri elettori, in particolare quelli che andranno a votare ai ballottaggi, indicazione di non ritirare le tre schede relative ai referendum. Il partito ha chiesto che nei seggi vengano messi dei cartelli per indicare l’opzione dell’astensione, mentre il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha sottolineato la necessità che i presidenti di seggio spieghino che c’é anche questa possibilità di scelta.

MPA
Stessa linea anche per il Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo che ha dato indicazione ai propri elettori di astenersi o, nel caso di concomitanza con i ballottaggi, di non ritirare le schede dei referendum.
UDC
Il partito di Pier Ferdinando Casini si è da subito schierato per l’astensione con l’obiettivo di far mancare il quorum. La sua tesi è che l’attuale legge uscirebbe di fatto rafforzata da una vittoria del sì.

RADICALI
Forza referendaria per eccellenza, i Radicali, contrari alla legge che emergerebbe se vincesse il sì, hanno formato un comitato per il “no”: andranno dunque a votare ma metteranno la crocetta sul ‘no’.

SINISTRA
Dal Prc al Pdci a Sinistra e Libertà sono tutti schierati per l’astensione. Già con questa legge non sono riusciti a entrare in Parlamento. Con la nuova legge, la soglia di sbarramento sarebbe quasi certamente inaccessibile ai singoli partitini della galassia della sinistra
DESTRA
Anche la Destra di Storace e Buontempo è per l’astensione: “Solo battendo i quesiti referendari si potrà sperare che il Parlamento approvi una nuova legge elettorale, possibilmente dopo la agognata riforma costituzionale di cui l’Italia ha estremo bisogno”. Modello alternativo a quello dell’attuale legge elettorale? Quello del “sindaco d’Italia”.

I tre quesiti referendari

Il Senato approva, la Lega esulta: il Federalismo fiscale è legge

Lega esulta in Senato

Nel giorno in cui la Lega si preoccupa per le intenzioni di Berlusconi sul referendum per la legge elettorale, Bossi e i compagni del Carroccio incassano il sì del Senato al disegno di legge delega sul federalismo fiscale. Con l’appoggio del Pdl e dell’Italia dei valori, l’astensione del Pd e i voti dell’Udc contrari.
Ai quali si è aggiunto l’ex segretario del partito di Pierferdinando Casini, Marco Follini, ora senatore del Pd. Anche per questo il leader della Lega oggi non ha commentato l’uscita di ieri del premier. Troppo alta la posta in palio per la Lega, che insegue questo voto da mesi (la battaglia a dire il vero dura da anni ed è la vera ragione sociale della Lega dai tempi in cui il Senatur Umberto Bossi parlava di secessione) e voleva l’approvazione con il sostegno dell’opposizione.

I numeri: 154 voti a favore, 87 astensioni e soli 6 voti contrari (i tre senatori dell’Udc, e tre del Pd, Marco Follini, Claudio Molinari e Franco Bruno) al disegno di legge delega sul federalismo fiscale, la “cornice” che dà autonomia di entrata e di spesa alle autonomie locali.
Nel voto finale, il Pd conferma l’astensione della Camera. Il testo, dice la capogruppo del partito di Franceschini al Senato, Anna Finocchiaro, è migliorato rispetto all’ipotesi iniziale, al ‘modello lombardò, proprio grazie al contributo dell’ opposizione, ma “restano dei nodi irrisolti”. L’Italia dei Valori, invece sceglie di votare sì. “Votiamo a favore di questa legge” dice il capogruppo del partito di Di Pietro, Felice Belisario “non per fare un favore a una parte politica che tanto tiene a questa riforma, ma perchè riteniamo che questo Paese meriti l’innovazione e l’Idv accetta questa sfida”.
La Lega esulta e, pur sottolineando l’importanza del dialogo, che ha portato all’approvazione del ddl dopo 6 mesi di dibattito in Parlamento, rivendica anche quella che è una propria battaglia. “La della Lega” scandisce tra gli applausi il capogruppo Federico Bricolo “l’abbiamo iniziata da soli, con la stampa e i partiti della Prima Repubblica contro. L’abbiamo portata avanti fuori dai palazzi e col popolo. è stata una battaglia dal basso e per questo ringraziamo i tanti militanti che da anni con le scritte, i manifesti, i gazebo, hanno continuato a portarla avanti”. Sono gli stessi toni usati dal ministro dell’Interno Roberto Maroni (”Un giorno storico”), e dal capogruppo alla Camera, Roberto Cota: “Non si torna più indietro, è la fine del centralismo”.

Umberto Bossi fuori da Montecitorio

Tutti i ministri della Lega sono in Aula al momento del sì finale e i senatori sventolano i fazzolettoni verdi con il simbolo del Carroccio. Poi Umberto Bossi si chiude con i suoi per festeggiare. Ci sono il figlio Renzo e la moglie Manuela; alla festa federalista fa capolino anche il ministro dell’ Economia Giulio Tremonti. Non può mancare il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, colui che ha seguito passo passo tutto il ddl e che si appresta a mettere mano anche alla Carta delle Autonomie e alle riforme costituzionali, che completeranno il quadro. è felice tanto da suggerire di giocare al lotto la cinquina dei numeri dell’entrata il vigore della legge delega.
Per il resto, torna a ribadire, e suona un pò come una risposta alle ultime prese di posizione di Silvio Berlusconi, che “il dialogo è la via maestra” che ha portato, esattamente a un anno dall’insediamento della XVI legislatura, ad approvare un riforma di vasta portata, la prima del governo Berlusconi ter. “Un buon compleanno”, commenta il presidente del Senato Renato Schifani. “A un anno esatto dall’insediamento del Senato” dice la seconda carica dello Stato “il clima di collaborazione o almeno di legittimazione reciproca comincia a dare i suoi frutti”.

Al centro del federalismo, c’è l’obiettivo di garantire piena autonomia di entrata e di spesa agli enti locali in modo da sostituire, con gradualità, il criterio della spesa storica con quello dei costi standard per tutti i servizi fondamentali del paese.
Sarà quindi un fisco “su misura” nel rispetto dei principi di capacità contributiva e progressività che sono scritti nella carta costituzionale. Resta fermo il principio di non aumentare la pressione fiscale e al suo fianco quello stabilito con la clausola di salvaguardia: la riforma non può causare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Che cosa cambia per le Regioni? Le funzioni fondamentali erogate (l’assistenza, la sanità e le spese amministrative che riguardano il comparto dell’istruzione) sono assicurate: attraverso il gettito tributario valutato ad aliquota e base imponibile uniformi; addizionale regionale Irpef; compartecipazione all’Iva; quote di fondo perequativo; Irap ma soltanto in via transitoria in vista di un superamento di questa imposta.
Tra i punti più importanti anche l’istituzione di nove città metropolitane: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria, per le quali si punta a cancellare le corrispondenti province. Norme ad hoc per Roma capitale: un nuovo ente che sostituirà il Comune. Il consiglio comunale diventa assemblea capitolina e si occuperà di valorizzare beni storici, artistici, ambientali e fluviali oltre che di edilizia pubblica e privata.
Sarà una commissione Bicamerale, composta da 15 deputati e 15 senatori nominati dai presidenti dei due rami del Parlamento ad esprimere un parere sui decreti attuativi. Il governo è tenuto ad emanare al massimo in due anni i decreti attuativi il primo dei quali dovrà riguardare l’armonizzazione dei sistemi di calcolo dei bilanci pubblici.
Il VIDEO servizio:

In Abruzzo vince il non voto. Alle urne solo il 52,98%

Alle elezioni

Urne chiuse in Abruzzo. E secondo la prima proiezione diffusa dalla tv locale Rete8 sarebbe in vantaggio il candidato del Pdl Giovanni Chiodi con oltre 6 punti di vantaggio sullo sfidante dipietrista Carlo Costantini (Pd più Idv più altri), che rappresenta il centrosinistra. Il candidato presidente del Pdl secondo la proiezione realizzata dall’emittente televisiva su un campione di 100 sezioni su 1625. Secondo tale proiezione il candidato del Pdl sarebbeoltre il 50%, mentre Costantini sarebbe sotto il 40%. Il margine di errore previsto per tale proiezione è del 4%. Per quanto riguarda gli altri candidati questi i dati: Rodolfo De Laurentiis (Udc-Udeur) 5,25%, Teodoro Buontempo (La Destra) 2,50%, Ilaria del Biondo (partito dei Comunisti lavoratori) 1%, Angelo Di Prospero (Per il bene comune) 0,50%.
In Abruzzo si vota dopo che l’ex governatore, Ottaviano del Turco, ha rassegnato le dimissioni dopo il suo coinvolgimento nell’inchiesta per le presunte tangenti nella gestione della sanità. Del Turco, all’uscita dal seggio, ha confermato di non aver votato Costantini, candidato presidente per il centrosinistra.

Ma se per conoscere il nome del nuovo governatore abruzzese bisognerà aspettare la sera, già poco dopo la chiusura delle urne si può invece dire che a vincere sia stato il partito dell’astensione.
L’affluenza alle urne per il rinnovo della giunta regionale abruzzese, secondo i dati resi noti dal Viminale, è in netto e drammatico calo: tra domenica e lunedì ha votato il 52,98% degli aventi diritto rispetto al 68,58% delle elezioni del 2005, con un risultato inferiore di oltre 16 punti percentuali. “Posso solo commentare, a questo punto, il dato dell’astensione: si tratta di un fenomeno gigantesco” ha affermato il candidato presidente del centro sinistra. “La causa di tale fenomeno” ha spiegato Costantini “è di entrambe le parti, centrodestra e centrosinistra. Vince chi è riuscito a portare più gente a votare. Su questo fenomeno è necessario riflettere con attenzione nei prossimi giorni”.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
FacebookTwitter
MobileFeed rss
FacebookTwitter

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa

  • Aspettando Sanremo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Meteo
  • Le uscite al cinema
    • Viaggio nell'antico Egitto
    • Applicazioni Mondadori
    • Immobiliare.it
      Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

      Provincia
      Tipologia
    • R101
  • Promozione

  • Abbonati subito a Panorama!