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Non sparate sui nostri atenei

Università Sapienza di Roma

Università Sapienza di Roma

“Tutti sparano sull’università italiana, ma di fronte alla scarsità di risorse, il fatto che due atenei si siano piazzati tra i primi 200 del mondo è quasi un miracolo”.

Andrea Lenzi, 57 anni, presidente del Consiglio Universitario Nazionale, nonché direttore del Dipartimento di Fisiopatologia medica dell’Università La Sapienza di Roma, non se lo vuole nemmeno sentir dire che due atenei su duecento è meglio di uno solo ma è sempre meno di quanto ci si aspetti da uno dei sette paesi più avanzati del mondo. Continua

Università italiana in vergognosa caduta libera: peggio di Taiwan

Università La Sapienza

Stati Uniti, Gran Bretagna… Sì, certo, gli atenei di Cambridge e Harvard non possono non eccellere. Canada, Giappone, Svizzera… Continuiamo a scorrere.
Hong Kong, Francia, Australia, Irlanda, Corea del Sud… Corea del Sud? Ma l’Italia nella speciale classifica delle migliori Università del mondo dove sta? Continua

Università di Firenze, consulenze in cattedra

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Esortati dal ministero della Funzione pubblica a raccogliere dati sulle consulenze, quelli dell’università di Firenze non hanno saputo resistere. Si vuole stanare chi farebbe uso disinvolto di incarichi interni ed esterni? Bene, qualcuno decide allora di assoldare quattro pazienti indefessi con il seguente incarico: “Inserimento dati per Funzione pubblica”. Vicenda che dà la misura di come ormai anche negli atenei il ricorso alle consulenze sia diventato discutibile prassi. A maggior ragione in un’università che ha accumulato un disavanzo di quasi 46 milioni di euro.
I motivi del dissesto sono la spesa per il personale e una gravosa campagna edilizia. Ma anche gli incarichi esterni non hanno aiutato. A Firenze, secondo il ministero, nel 2006 e nel 2007 sono stati 6.051. Moltissimo si è speso in disegni e planimetrie. Vedi l’ampliamento del polo biomedico a Careggi: tra progetto definitivo, piano di sicurezza, opere strutturali e indagine idrogeologica ci sono voluti 248mila euro. Caruccio anche il disegno dell’edificio delle biotecnologie di agraria: 60.840 euro. E quello di un’indefinita pista ciclabile: 44.331 euro.

Spulciando la lista, alcune perplessità vengono: come vanno classificate le due sculture di bronzo Atto muto, pagate 10 mila euro? Alla voce materiale didattico, forse. Dizione che potrebbe calzare anche per il restauro di “stoffe copte” (5 mila euro), per quello di papiri (altrettanti) o il recupero di “tessuti scolpiti” (3.500 euro). Poche incertezze invece sulle “attività amministrative”: la definizione non lascia scampo. Sono solo 160 nel polo biomedico, vanno da centinaia a decine di migliaia di euro. Eppure, il personale tecnico in quelle facoltà non è esiguo. Stesso discorso vale per l’assistenza e la manutenzione dei computer: in totale l’università ha speso 82 mila euro. Anche qui una postilla va fatta: per il Csiaf, il centro informatico dell’ateneo fiorentino, lavorano 80 dipendenti. Un po’di domande, in definitiva, vengono. I 10.200 euro per redigere i verbali “degli organi collegiali” potevano essere evitati? E i 9.604 spesi per riorganizzare un laboratorio di “cultura, stilismo e moda”?
Qualche dubbio sorge pure sull’insegnamento. Nell’ultimo anno, l’ateneo fiorentino ha pagato 473 conferenzieri: escludendo vacanze e festività, gli studenti si sono potuti godere quasi tre relatori al giorno. Offerta arricchita da un folto programma di seminari: 201 persone sono state pagate per tenere tavole rotonde e simposi. Sono tante? Dipende, se sono brave no. E una cosa va chiarita: spesso si parla di centinaia di euro a incarico. A volte però gli onorari sono più che rispettabili, forse troppo: 2.500 euro sono andati a un oncologo, 2.244 a un medico, 2.027 a un architetto. Curioso anche quanto accade con alcuni docenti esterni: a una professoressa di psicologia vengono corrisposti 25.210 euro. All’anno? Macché, l’incarico comincia il primo marzo e finisce il 15 maggio 2007. Stessa fortuna hanno avuto altri tre professori chiamati da facoltà umanistiche.
E le attività di ricerca? Tutti gli euro spesi per la causa sono benedetti, alcuni temi scelti lasciano però perplessi. “Indagini sul lessico tecnico dei muratori in Molise”: 2.180 euro. Ricerca “sulle cause del colore nelle pietre preziose”: 5 mila euro. Studi sulla mafia russa: quasi 10 mila euro.
Capitolo diverso è quello degli incarichi interni. Il dossier della Funzione pubblica ne riporta 2.060 tra il 2006 e il 2007. Tra questi ci sono molte consulenze tecniche assegnate dall’università ad alcuni suoi docenti: come i 67.600 euro pagati a un professore di progettazione architettonica. Tutto lecito, ci mancherebbe, ma era davvero il caso?

Diminuiscono i ricercatori. Si potrà dire: ognuno usa i soldi che gli passa lo Stato come meglio crede. Giusto, però Firenze ha sforato. Spende per il personale il 99,1 per cento di quanto le viene assegnato. I docenti, secondo il ministero, oggi sono 2.189: un numero cresciuto di poco negli ultimi anni. Magra consolazione: dal 2001 a oggi il costo dei loro stipendi è aumentato del 30 per cento, passando da 144 a 186 milioni. Cosa c’è che non quadra?
L’arcano lo svela Lucia Lazzerini, che a Firenze insegna filologia romanza: “Il numero dei ricercatori è diminuito notevolmente, mentre è cresciuto a dismisura quello di ordinari e associati” sostiene Lazzerini, curatrice del sito Ateneo pulito. “Questo ha significato retribuzioni più alte e porte sbarrate ai giovani. Tanti colleghi invocano soldi per la ricerca, ma sono stati i primi a bruciare queste risorse in nome del loro avanzamento di carriera”. A non far tornare i conti contribuisce anche l’aumento dei professori a contratto: le ultime stime parlano di 1.578 persone. Sommati ai docenti di ruolo si arriverebbe dunque a 3.968 dipendenti. Un numero enorme, anche se si hanno 63 mila studenti. “Magari alcuni incarichi saranno pure necessari” dice Giorgio Federici, che insegna costruzioni idrauliche ed è responsabile del sito Ateneo futuro. “Di sicuro però hanno contribuito a far aumentare la spesa per il personale” aggiunge.
Le cattedre convenzionate. Il numero dei professori si è ingrossato grazie anche alle cattedre cosiddette convenzionate, ormai diffuse in molte facoltà italiane. I soldi in questo caso non li mette inizialmente l’università, ma aziende private o altri enti pubblici. A una società interessa far istituire una cattedra? Basta finanziarla. Con questo sistema a Firenze sono arrivati aiuti, per esempio, dalla Federazione italiana della caccia o da industrie farmaceutiche come Serono e Sigma Tau. Benissimo, si penserà: i professori che crescono gratis sono un bengodi accademico. Non è proprio così: la sponsorizzazione dura solo qualche anno, dopo paga l’ateneo. “Sono cattedre create al motto del ‘tanto non costa niente’” precisa Federici, che due anni fa ha contrastato senza successo la terza rielezione del rettore, Augusto Marinelli. “Le aziende magari hanno interesse a finanziare materie in cui non è necessario avere insegnamenti. Così, dopo qualche anno, si pagano docenti inutili e costosi”.
A volte il meccanismo si inceppa ancora prima. Vedi il caso della società svizzera che doveva finanziare due posti a medicina. I soldi non sono mai arrivati. Nel mentre la Banca d’Italia segnalava l’azienda “per abusiva attività finanziaria”.
È andata male anche con il paesino di Alia, sulle Madonie. Il comune si era impegnato per un dottorato. In cambio aveva commissionato un’autocelebrativa ricerca dal titolo: “Alia: antropologia di una comunità dell’entroterra siciliano”. Denari mai visti, dice l’università, che si è dovuta accollare i costi. Conclusione: a Firenze, calcola Ateneo futuro, ci sono 63 cattedre convenzionate, 44 solo a medicina. Dove, tra quelli di ruolo e gli incaricati, si arriverebbe a 991 docenti: circa 5 per studente. “Ci sono fortissimi squilibri tra gli organici delle facoltà” attacca Maurizio Grassini, professore di econometria a scienze politiche. “Abbiamo usato male l’autonomia: al posto della ricerca è proliferata la politica delle promozioni interne”. Morale: tra una cosa e l’altra, l’università ha totalizzato un deficit ciclopico, con previsioni ancora più funeste. Unico dato sicuro è l’attuale disavanzo: circa 46 milioni di euro. Mentre quest’anno, assicura il rettore Marinelli, non supererà i 20 milioni.
Investimenti nell’edilizia. Di chi è la colpa del dissesto? C’è un personale sempre più costoso, va bene. Ma ha pesato anche l’investimento edilizio di Novoli, che oggi ospita scienze politiche, giurisprudenza ed economia. Costò 160 miliardi di lire: per pagarne la metà vennero accesi mutui piuttosto onerosi, che ancora pesano sui bilanci. A Novoli non si è davvero lesinato, soprattutto per i dipartimenti e gli uffici dei docenti, a cui si accede solo se muniti di apposita tessera magnetica da ritirare in portineria.
“Gli investimenti nell’edilizia erano necessari” sostiene Marinelli. “Così come l’aumento delle spese per il personale: gli avanzamenti di carriera li sollecitava anche il ministero”. Il rettore però ammette: “Forse non abbiamo fatto bene i conti, almeno però non abbiamo mai messo la polvere sotto il tappeto”. Ora l’università sta predisponendo un piano di rientro. “Sono sicuro che chiuderemo il 2009 in pareggio” annuncia Marinelli. “Abbiamo già venduto immobili per circa 90 milioni: beni inutilizzati o non funzionali. Ora andremo avanti”. L’università possiede terreni, case coloniche, palazzi. Sul mercato potrebbero finire una decina di proprietà. In qualche caso si tratta di investimenti tutt’altro che remunerativi. Come nel caso dell’azienda agricola di Montepaldi, dove l’ateneo produce olio e vino di qualità. Ora si sta studiando una compartecipazione pubblica. Ma la procedura deve ancora partire.
Mentre sono già state perfezionate le cessioni di altri pezzi del patrimonio. Il più pregiato è certamente Villa La Quiete: un antico convento abitato per anni dalle suore montalve dove visse Anna Maria Luisa de’ Medici, ultima discendente della famiglia. La proprietà è stata venduta alla Regione Toscana per 45 milioni di euro: un’insperata sorsata di denaro per i conti dell’università. Solo 3 milioni però sono stati riscossi alla stipula dell’accordo. E il resto? Venti milioni arriveranno a breve, assicura il rettore. Il resto entro il 2009. C’è da sperarlo: l’ultima cosa di cui ha bisogno l’università sono tante comode rate.

Gli universitari danno i voti alle città. Quelle emiliane si laureano a pieni voti

Il portone dell'entrata dell'Università di Firenze
La città vista attraverso gli occhi dei giovani. Come la vedono, come la vivono? Offre loro abbastanza?
156mila neolaureati, usciti nel 2006 da 41 atenei atenei italiani, hanno risposto a questa domanda inserita nell’indagine del consorzio interuniversitario Almalaurea: “Sei soddisfatto dei servizi presenti nella città sede del tuo corso di studi?”, riferita alla gestione dei trasporti, della sanità, della cultura e del tempo libero in ben 73 comuni italiani.

Il potere di dare i voti non ha fatto prevalere negli ex-studenti lo spirito di rivalsa. Le valutazioni sono state infatti per la gran parte positive (68 per cento), soprattutto per quanto riguarda i centri con più di 250mila abitanti e le regioni del Nord Est.
Bologna la dotta ha preso il massimo dei voti insieme a Parma: sono le uniche città italiane insignite delle cinque stelle (con la differenza che per Bologna va un po’ meno bene la voce “trasporti”, mentre gli studenti di Parma non sono soddisfatti al 100 per cento delle attività ricreative).
I comuni di grandi dimensioni hanno conquistato quattro stelle. Parliamo di Roma, Torino, Genova, Firenze, Catania e Venezia. Bari però non supera le tre stelle.
Oltre ad aver messo in evidenza le “classiche” differenze a livello territoriale, a favore del Nord (soprattutto del Nord-Est) rispetto all’Italia centrale e in particolare al Mezzogiorno, l’indagine ha detto che le città sono apprezzate soprattutto per i loro servizi culturali, soddisfacenti per il 75% dei laureati, e per i servizi sanitari (71%), seguiti da quelli ricreativi (65%) e dai trasporti (60%): l’offerta culturale raggiunge il massimo dei consensi a Roma, Torino e Venezia, mentre Bologna è l’unica città premiata con cinque stelle sui servizi sanitari.

I trasporti sembrano essere, per tutti i 73 comuni esaminati, la nota dolente: Torino e Bologna arrivano a quattro stelle, mentre Roma, Genova, Firenze, Bari, Catania e Venezia si fermano a tre.
Non va dimenticato infine che le città universitarie sono state guardate dalla lente d’ingrandimento dei “fuori-sede”, ossia giovani che spesso provengono da una realtà più svantaggiata, con uno spirito più pronto all’entusiasmo, mentre sono giudicate in modo molto più severo da chi ci ha sempre vissuto.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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