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Da Catania la sfida ai baroni universitari con zero titoli

Aula universitaria

Cari colleghi, volete soldi per le vostre ricerche? Allora pubblicate. Depurato dal burocratese, l’invito (qui la circolare in .pdf) è risuonato così tra le stanze dei 1.626 docenti dell’ateneo: un monito di significato rivoluzionario.

Perché continuare a dare i soldi in base ai feudi accademici?
Una classifica di merito per assegnare i finanziamenti dove s’è mai vista? E i meschini che non scrivono una riga da un decennio come faranno? E i poverini che verranno esposti al pubblico ludibrio? Il rettore dell’Università di Catania, Antonino Recca, 59 anni, capelli rossi e modi spicci, a tutte queste complicanze forse non pensava. L’aveva fatta facile lui: perché continuare a dare i soldi in base ai feudi accademici? Meglio una graduatoria, dunque: gli euro finiranno solo a chi li merita. Cioè a chi la ricerca la fa davvero. Prima ha praticamente obbligato tutti i docenti a inserire le loro pubblicazioni nel catalogo d’ateneo. Poi ha fatto mettere in fila i dati. E così, per la prima volta, parvenze di meritocrazia sono entrate in una delle più durevoli e impenitenti caste italiane. Purtroppo c’è stata una spiacevole conseguenza. Cosa hanno prodotto i professori negli ultimi cinque anni? Conta e riconta, è venuto fuori l’inevitabile: “L’acqua calda” sintetizza il rettore. Una sfilza di debolezze accademiche, punteggi modesti e un lungo elenco
di poco produttivi baroni.

Sono 255 i “non operativi”
I casi più eclatanti sono quelli che hanno un punteggio inferiore a 10. Tecnicamente li hanno definiti «non operativi». Vuol dire, in pratica, non aver pubblicato nulla, i pesi piuma della ricerca scientifica. Sono 255, di questi 187 vantano un poco decoroso 0.
Va bene, forse ci sarà pure qualche sbadato che da anni dimentica  sistematicamente di inserire nella banca dati le proprie fatiche. Ma la sostanza cambia poco. I punteggi più bassi sono soprattutto nella facoltà di medicina: su 402 docenti 110, secondo il catalogo dell’ateneo, non hanno vergato una riga degna di essere ripresa da riviste scientifiche di importanza internazionale. Tra questi ci sono uno stuolo di ricercatori (e mai termine fu meno appropriato) e tanti grossi nomi della medicina etnea. Come Pietro Petriglieri, decano di anatomia umana. Oppure Eugenio Aguglia, titolare della cattedra di psichiatria. O Santa Salvo, ordinario di igiene generale, che riconosce: “Sa, io lavoro tutti i giorni. Partecipo a congressi, anche di alto livello, ma poi alle riviste non mando niente. Non ho mai avuto questa smania. Del resto, non ci sarebbe neppure niente di alto livello”.
Isidoro Di Carlo, 48 anni, ricercatore dal 1998, un barone non è mai diventato.
Però in graduatoria ha 304 punti. Se si esclude un operoso collega, tutti gli ordinari e gli associati della sua branca hanno meno titoli e pubblicazioni. Peggio: la stragrande maggioranza ha un peso scientifico non superiore a 50 punti. “Si parla sempre e solo di nepotismo accademico ” dice Di Carlo. “Ma mi sembra più grave che in Italia non esista alcun controllo. Ci sono professori che da vent’anni non scrivono niente. Liberi di non fare nulla e premiati economicamente, dato che lo stipendio aumenta con l’anzianità”.

Graduatoria epocale
Di Carlo quest’anno per i suoi studi ha avuto più di 5 mila euro, il doppio dell’anno scorso. “Questa graduatoria è un fatto epocale, soprattutto per un ateneo abituato a gestire in sordina ogni questione di meritocrazia ” dice Di Carlo. Ricercatore da una vita è pure Giovanni Li Destri, 52 anni, 256 punti. Quattro anni fa presentò un ricorso al tar contro una collega, vincitrice di un concorso a cui aveva partecipato anche lui. L’istanza sintetizza: Li Destri era ricercatore da 12 anni, insegnava da 13 all’università e aveva 12 pubblicazioni su riviste internazionali. La collega, scrive l’avvocato Lucia Marino, non era ricercatrice, faceva lezione da un anno e contava su un’unica pubblicazione di rilievo. A chi e andata la cattedra di associato? A lei. E che punteggio ha nella graduatoria stilata quattro anni dopo? Sessantasei, un quarto del suo ex contendente.

Paragone tra prof.  e presidi
I paragoni tra colleghi del resto sono inevitabili. “Ci sono persone che su quei dati ci hanno fatto pure gli istogrammi” ride Luigi Fortuna, preside da quattro anni di ingegneria, invidiatissimo con i suoi 1.078 punti. Verso i colleghi pero si mostra clemente: “Penso che una valutazione dignitosa non possa essere inferiore a 100. La ricerca e la nostra missione”. Vocazione che pero non sembrano avere i suoi colleghi a capo di altre facolta: oberati dagli impegni organizzativi, arrancano vistosamente.
Il preside di economia, Carmelo Butta, e fermo a 38. Quello di lingue, Nunzio Famoso, ha un 18. A scienze della formazione Febronia Elia racimola 17,50. La scarsita di pubblicazioni non impedisce dunque le scalate accademiche. Anche alle ultime elezioni per il rettorato, lo scorso aprile, alcuni candidati presentavano numeri non entusiasmanti. Zaira Dato, straordinario di composizione architettonica e urbana: 8 punti. O il neurochirurgo Vincenzo Albanese: 42. Alla fine, pero, e stato riconfermato Recca.
Che, all’inizio del secondo mandato, si e dato da fare per distribuire con maggior giudizio 5 milioni di fondi per la ricerca: “Prima non esisteva alcuno strumento di valutazione” spiega il rettore. “Ora, oltre alla qualita del progetto, pesano anche le pubblicazioni. La graduatoria e un fatto innovativo, su cui continueremo a lavorare. Abbiamo dato un segnale. Ma di certo non volevamo fare l’elenco dei piu bravi”.

Negli atenei manca ogni tipo di verifica
Il calcolo dei pesi scientifici ha avuto pero anche questo effetto collaterale. A scienze politiche sono 33 su 113 ad avere un punteggio inferiore a 10: quasi un terzo di tutti i professori. A giurisprudenza sono un quarto. A quota 0, per esempio, ci sono due ordinari di fama come Lucio Ricca e Salvatore Sambataro.
Ma anche uscendo dal limbo dei non classificati il quadro non migliora molto. Su 88 docenti solo otto hanno un punteggio superiore a 100. Scenario molto simile a quello di economia, dove solo 28 su 84 superano quota 50. Qui pero bisogna essere chiari: non e che altrove le cose vadano meglio. Negli atenei manca ogni tipo di verifica. E, di conseguenza, abbondano i fautori del minimo indispensabile. Del resto, perche dannarsi l’anima se poi lo stipendio arriva lo stesso? Considerazione a cui molte altre categorie non sono estranee. Ma che nel caso dell’universita italiana, ancora preda di feudali baronati, diventa ulteriore sintomo di un sistema malridotto.

Come lo è la storia del trentaduenne Mattia Frasca, facolta di ingegneria. Lui in graduatoria non e nemmeno entrato. Digitando il suo nome nella banca dati vengono fuori pero 172 pubblicazioni. Fatti due calcoli, equivalgono a 537 punti. Sarebbe il settimo tra i professori dell’ateneo. Invece e solo un precario che si danna per diventare ricercatore.

I NUMERI DELL’ATENEO
Le cifre più significative emerse dalla ricerca condotta dal rettore di Catania.
255 sono i professori dell’Università di Catania che, secondo la banca dati dell’ateneo, hanno pubblicato poco o niente gli ultimi 5 anni. 110 docenti su 402 a medicina hanno un punteggio inferiore a 10. Tra questi ci sono molti ordinari e associati. 8http://www.diees.unict.it/informazioni/persone/pagine_personali/index.php?prs=36. 33 docenti su 113, poco meno di un terzo, a scienze politiche hanno un punteggio inferiore a 10.

Quanti trovano lavoro dopo la tesi

Ingegneri, dentisti e infermieri non conoscono crisi. Come dimostra un’analisi condotta dall’Istat sulla capacità delle università di garantire un’occupazione, il mondo del lavoro premia le facoltà tecniche e le professioni sanitarie. Per esempio, il 75,3 per cento dei laureati in odontoiatria ha un’occupazione stabile dopo tre anni dalla tesi. La percentuale di occupati elaborata dall’Istat si riferisce ai laureati del 2004 che a tre anni dal conseguimento del titolo svolgono un lavoro continuativo (sia a tempo indeterminato sia determinato, ma non occasionale). Un dato rilevato nel 2007 e depurato da quegli studenti che hanno trovato un impiego prima di terminare il corso di studi. L’indagine dell’istituto di statistica è rappresentativa di tutta la popolazione dei laureati italiani, di tutti gli atenei e di tutti i corsi di laurea quinquennali e triennali post riforma. Si basa su dati forniti dal Miur, approfonditi attraverso 47mila e 300 interviste di cui 20mila e 700 riferite alle classi di laurea breve.

La TABELLA (in .pdf), facoltà per facoltà: clicca qui

Lavori in corso per l’università liberale di Berlusconi

Silvio Berlusconi durante il comizio a San Giovanni Bosco nel quartiere di Cinecittà a Roma | Ansa

Nove mesi di gestazione. E poi, se tutto andrà come previsto, l’Università del pensiero liberale vedrà la luce. Un altro sogno che si realizza per Silvio Berlusconi. Che, per la sua nuova creatura, ha messo di tasca propria 35 milioni di euro. Indispensabili per acquistare Villa Gernetto, a Lesmo, nella Brianza ricca e operosa: 380mila metri quadri tra edificio e terreno circostante, trentacinque aule informatizzate, un’aula magna per le conferenze e cento stanze per gli studenti.
L’idea era stata lanciata il 29 ottobre scorso, durante la ventesima edizione del master di Publitalia 80 e ora sta prendendo forma. A cominciare dai quattro corsi di laurea: economia e commercio, giurisprudenza, scienze politiche e scienza della comunicazione. Modelli a cui ispirarsi la Luiss e la Bocconi. E poi docenze di tutto rispetto, con un’impronta internazionale, se è vero che a tenere corsi e lezioni sbarcheranno ex leader mondiali come George Bush padre, Tony Blair, Bill Clinton, Josè Maria Aznar, Junichiro Koizumi, Michael Gorbaciov e personaggi come Bill Gates.
Entro fine febbraio dovrebbero iniziare i lavori di ristrutturazione per rendere efficienti e confortevoli gli spazi che, ospitando un tempo gli allievi-manager della scuola di formazione del Credito Italiano, sono già strutturati per accogliere studenti e docenti del futuro campus. Che Berlusconi sogna in pure stile americano: mensa, foresteria, rette (con borse di studio per i più meritevoli) e una fondazione per la gestione dell’istituto. Nel frattempo andranno definiti altri piccoli “dettagli”. Come le autorizzazioni ministeriali richieste a Fabio Mussi, il ministro “rosso” dell’Università. Chi conosce i meandri della burocrazia accademica esorta alla prudenza e prevede tempi lunghi. Non il Cavaliere, però, che quando si mette in testa un’idea procede come un treno. È infatti passato appena un anno da quando Berlusconi ha messo in cantiere il progetto. Pensando anche al possibile rettore: quell’Angelo Maria Petroni, consigliere di amministrazione della Rai (prima cacciato, poi reintegrato) che, da ex direttore della Scuola superiore della Pubblica amministrazione, sarebbe la persona ideale - secondo il Cav - per dirigere un ateneo con cui mettere in crisi la prevalenza della sinistra in campo accademico e formare la futura classe dirigente moderata.
Nelle intenzioni del presidente azzurro c’è anche un obiettivo politico: a pieno regime entro le Europee del 2009, l’università dovrà diventare un punto di riferimento, un think tank per l’elaborazione della rotta politico-culturale del partito unico del centrodestra. Per questo, Berlusconi è voluto andare oltre il disegno originario che prevedeva una più tradizionale scuola-quadri, sull’esempio di quanto le Frattocchie avevano rappresentato per il Pci prima e il Pds poi. L’Università del pensiero liberale sarebbe un modo, confida chi ne è stato messo al corrente, per chiamare a raccolta il mondo universitario moderato. Che lavori in parallelo alla nascita e al radicamento del Popolo delle Libertà.

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