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Al via le richieste di danni dei passeggeri (Credits: AP Photo/Luca Bruno)
“Da quella sera no ci sto più con la testa. Sto male, non riesco ad andare al lavoro. Ora sono a casa in malattia e non so per quanto tempo”. E’ ancora sconvolto il signor Piero Bologna, che il 13 gennaio scorso era a bordo della Costa Concordia con la famiglia: la moglie, la figlia, il genero e le due nipotine di 2 e 7 anni. E anche quest’ultima è ancora turbata, dopo l’incidente a bordo della nave su cui avrebbe dovuto fare una vancanza con mamma, papà , sorella e nonni, e che invece ha dovuto lasciare a bordo di una scialuppa, tra urla e spintoni. Ora la bambina ha ripreso la scuola, “per farla distrarre” racconta il nonno Pietro, che però spiega:
“L’abbiamo mandata da uno specialista, uno psicologo, ma non siamo soddisfatti, ne cercheremo un altro”. Insomma, quella crociera da sogno, ora rivive come un incubo. “Abbiamo portato a casa la pelle - ci dice - ma il ricordo non lo possiamo cancellare. Per questo ci siamo affidati ad un legale, per chiedere il risarcimento non solo del danno economico, che può essere ripagato, ma anche di quello biologico, che ci resterà per sempre”. Continua

Margherita Agnelli de Pahlen e Lapo Elkann | (Pigi Cipelli | Massimo Sestini/Grazia Neri)
“Non la vedo e non la sento mai. La mia fortuna nella vita è di aver sempre cercato di costruire Lapo, chiedendo consigli alle persone che rispettavo e stimavo. Purtroppo lei non fa parte del gruppo…”. “Nella mia vita non c’è spazio per lei…“. Era andato giù pesante Lapo Elkann nei confronti della madre, Margherita Agnelli de Pahlen, sul Corriere della sera e poi su Vanity Fair. Ma questo è noto: se non storia, è certamente cronaca. Continua
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Crisi, riforme e giustizia. è su questi temi che si impernia il discorso di Silvio Berlusconi all’assemblea annuale di Confindustria a Roma. E così il Cavaliere rinnova le critiche alla magistratura, ribadisce l’impegno per la riforma della giustizia e lancia un invito a riformare il Parlamento. Invito che Gianfranco Fini rispedisce al mittente.
Per il presidente del Consiglio certi magistrati non sono imparziali. “È come se Mourinho fosse affidabile come arbitro di una partita tra l’Inter e il Milan…” commenta. “C’è una realtà che è esattamente il contrario di quella che hanno scritto in questi giorni, perché si tratta di giudici che sono estremisti di sinistra” aggiunge il Cavaliere.
Berlusconi insiste tra gli applausi della platea: “Questa mattina i giornali dicono che non si possono nemmeno criticare i giudici. Credo che invece sia il diritto di ogni cittadino portare la sua critica ai giudici. Per quanto riguarda i miei fatti, io non posso stare zitto perchè ci sono troppi dubbi che sorgono a leggere i giornali sul comportamento del presidente del Consiglio quando era imprenditore. Datemi pochissimi secondi per spiegare. Ho definito scandalosa questa sentenza, perchè è esattamente il contrario della verità . Datemi due minuti, non posso non dirvelo” afferma rivolto alla platea degli imprenditori. “Io non ricordo di non aver mai conosciuto un signor l’avvocato Mills”.
Quindi ribadisce l’impegno “ad andare avanti con la riforma della giustizia penale. Non ci fermeremo, fino a quando avremo diviso l’ordine del magistrati dall’ordine degli accusatori”.
Il premier non ha dubbi: “Gli accusatori, quando andranno a parlare con il magistrato giudicante, dovranno farlo esattamente come lo fa l’avvocato della difesa, cioè telefonando, fissando un appuntamento, bussando ad una porta, entrando con il cappello in mano e dandogli del lei. Fino a quando non ci sarà questa situazione in Italia, nessun cittadino italiano sarà sicuro di poter avere un giusto processo se accusato di un reato da parte di un pubblico ministero”. Il premier precisa: “è una questione che riguarda me che sono assolutamente fuori: abbiamo il Lodo Alfano che sposta la prescrizione, ma non si può veramente accettare che succedano in Italia cose del genere”.
Ma fare le riforme in Italia non è mai semplice, lamenta Berlusconi: “Essendo un rivoluzionario, ho sempre pensato che è molto più facile fare le rivoluzioni che le riforme. Noi infatti troviamo delle difficoltà infinite, soprattutto burocratiche…”. E poi sulla crisi: “La crisi ha una componente psicologica molto forte, che se alimentata come paura può contribuire a rendere la crisi più profonda. Sono profondamente addolorato quando vedo che giornali, tv e opposizione continuano a cantare la canzone del catastrofismo e del pessimismo”. Per Berlusconi “Il governo ha ben reagito restando a fianco di chi ha perso il lavoro e di chi ha più bisogno”.
Non solo. Anche il parlamento, secondo il premier, andrebbe riformato. “Servono i giovani per garantire il 98% delle presenze. Ci sono dei deputati che non si vedono mai perché hanno cose più importanti da fare che stare li per un giorno con le mani dentro la scatoletta del voto e votare cose che nessuno può sapere cosa sono perché quando ci sono 400 emendamenti… Ma come si vota? Si guarda il capogruppo che se alza il pollice vuol dire sì, se stende la mano vuol dire astensione, se fa il pollice verso vuol dire no. Adesso diranno che io offendo il Parlamento ma questa è la pura verità : le assemblee pletoriche sono assolutamente inutile e controproducenti”. E in questa situazione, avverte Berlusconi, il premier ha bisogno di più potere rispetto al parlamento: “Ci vorrebbe un ddl di iniziativa popolarema non si può chiedere ai capponi di anticipare il Natale…” ribadisce il premier. E ancora: “Il presidente del Consiglio” aggiunge il Cavaliere “non ha nessun potere perché la Costituzione è stata scritta dopo il ventennio fascista e quindi tutti i poteri sono stati dati al Parlamento e non al premier”.
Affermazioni cui risponde poco dopo il presidente della Camera Gianfranco Fini, che ancora una volta (l’ennesima) fa da contrappunto al premier: ”Il Parlamento, quando riesce ad operare attraverso procedure ‘aperte’ è e viene percepito dalla società come un interlocutore ineludibile, qualificato ed impegnato” dice l’ex leader di An che cita come esempio il federalismo fiscale: “L’iter della legge sul federalismo fiscale smentisce la tesi dell’inevitabile tramonto del ruolo del parlamento come legislatore, della sua presunta marginalizzazione nella definizione delle leggi” . Per il presidente della Camera “l’approfondimento parlamentare di una serie di questioni non ha affatto impedito l’approvazione del provvedimento in tempi più che ragionevoli”.
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Passano i mesi, ma il giudizio di Silvio Berlusconi su Nicoletta Gandus, presidente del collegio giudicante che ha condannato in primo grado David Mills “per essersi fatto corrompere dal premier” non cambia: è “dichiarato e palese nemico politico”. Parole contenute in un’intervista rilasciata circa un anno fa dal presidente del Consiglio per l’ultimo libro di Bruno Vespa, ma che l’ufficio stampa di palazzo Chigi decide di diffondere. Segno che quelle considerazioni sono più che mai attuali.
Che il “caso Mills” sia in cima ai pensieri del Cavaliere è dimostrato anche dal fatto che il premier avrebbe voluto fare una conferenza stampa proprio sulla base di quell’intervista in cui, punto per punto, il premier respingeva le accuse dei pm milanesi. Arringa difensiva alla quale, a quanto si apprende, Berlusconi ha rinunciato solo dietro consiglio dei più fidati collaboratori, timorosi di sollevare ulteriori polemiche in un clima politico già reso incandescente dalle sue parole di ieri.
Ragioni simili a quelle che hanno spinto Berlusconi a rinviare l’annunciata requisitoria in Parlamento. Il Cavaliere, riferiscono i fedelissimi, non la considera una “urgenza”. Se andrà in Parlamento lo farà dopo il voto di giugno. La cautela è dettata da una doppia considerazione: i sondaggi sono più che positivi e una simile scelta rappresenta un rischio. Se è vero infatti che gli consentirebbe di difendersi davanti agli italiani (magari in diretta tv), darebbe la stessa visibilità agli attacchi dell’opposizione. Inoltre, si aggiunge, gli stessi dati dimostrano che a prevalere nell’urna è il giudizio sull’azione di governo. Meglio dunque farsi vedere fra i terremotati dell’Aquila che in Senato ad attaccare i giudici.
L’appuntamento dunque, salvo ripensamenti dell’ultimo minuto (sempre possibili con Berlusconi), è rinviato a dopo il voto.
Ciò non toglie che la voglia del premier di dire “la sua verita”‘ resta tanta. E quanto successo oggi ne è la prova più evidente. Dopo aver deciso di non scendere in conferenza stampa, Berlusconi ha deciso di far diffondere l’estratto del libro di Vespa, ormai in edicola da mesi, dedicato all’argomento. Cinque paginette in cui Berlusconi tenta di smontare, punto per punto, le accuse contro Mills e dunque contro se stesso. Dice di non ricordare di aver mai incontrato l’avvocato inglese; che Mills “inventò” di aver ricevuto da Fininvest i 600mila euro contestati dall’accusa per evadere il fisco inglese; che quei soldi venivano da “un armatore italiano residente in un Paese africano”; che Mills era un “testimone dell’accusa” e non un teste “amico” e che cambiò versione davanti ai pm milanesi solo per il “timore di essere arrestato” e stremato dopo “dieci ore di interrogatorio”.
Ma è nei confronti della giudice Gandus che Berlusconi riserva le parole più dure: “è curioso sostenere che la Gandus, pur essendo un mio dichiarato e palese nemico politico, nel momento in cui arrivasse a scrivere una sentenza nei miei confronti saprebbe non venir meno al vincolo d’imparzialità impostole dalla Costituzione”
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Caso Mills, il day after. Toni alti, accuse, polveroni: tutto secondo il copione del giorno precedente.
Le motivazioni della sentenza di condanna del legale inglese David Mills hanno aperto il fuoco di fila dell’opposizione parlamentare (Idv, Pd) ed extraparlamentare (la sinistra).
E le polemiche sono presto uscite dal recinto politico e hanno invaso la tv. A Ballarò, trasmissione di Giovanni Floris è andata in scena un battibecco dai toni piuttosto accesi tra Maurizio Gasparri, e il leader di Sinistra e libertà e governatore pugliese, Nichi Vendola. Il primo fa andare su tutte le furie il secondo, che a un certo punto sbotta in un “Vaffa…..” di cui l’interlocutore sembra non accorgersi.
Passano 12 ore e i magistrati alzano le barricate. Con la dura presa di posizione dell’Anm: è “inaccettabile che da parte di esponenti politici e di rappresentanti del governo vengano rivolte invettive e accuse di carattere personale nei confronti dei componenti del collegio del tribunale di Milano e in particolare del suo presidente”, sostiene la giunta dell’Associazione nazionale magistrati che in una nota esprime solidarietà ai giudici del processo Mills. La critica dei provvedimenti giudiziari “è sempre legittima, ma è grave che vengano messi in discussione, e con questi toni denigratori utilizzati nelle ribalte mediatiche, non il merito del provvedimento, ma l’indipendenza e l’imparzialità dei giudici” afferma il sindacato delle toghe. “In questo modo si minano fondamentali principi costituzionali posti a garanzia del corretto equilibrio tra poteri dello Stato. Sorprende, ancora una volta il ‘garantismo a corrente alternata’ utilizzato come chiave di lettura di vicende giudiziarie che riguardano esponenti del mondo politico-imprenditoriale a fronte del disinvolto giustizialismo con cui si commentano fatti di criminalità diffusa”. La nota si conclude con la manifestazione di “solidarietà e vicinanza” nei confronti dei “colleghi Gandus, Caccialanza e Dorigo”.
In precedenza è toccato al deputato e avvocato del presidente del consiglio, Niccolò Ghedini, chiarire le intenzioni di Silvio Berlusconi: “Non ha alcuna intenzione di portare il processo in sede parlamentare (in riferimento al fatto che il premier a botta calda aveva detto di voler “riferire in Parlamento, quando avrò tempo”, sulla vicenda, ndr). Credo che abbia intenzione di fare un discorso di natura politica, quindi sui problemi che si incontrano quando il codice non prevede dei rimedi ove vi siano dei giudici che hanno già espresso un orientamento di tipo politico e di contrasto nei confronti di colui che vanno a giudicare”. Ma anche dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti, a Mattino 5, sottolinea la strana tempistica: “È un attacco politico a orologeria e il premier risponde con il calore e l’umanità che gli sono proprì, ma subito si legge sui giornali dello ’sfogo’, ‘dell’ira’ del premier”. “Non c’è nessuno che scriva ‘la replica di Berlusconi”, prosegue ribadendo l’intenzione del Cavaliere di “sottoporre all’attenzione del Parlamento, con delle comunicazioni”. Bonaiuti risponde quindi alla sinistra che, richiamandosi ad una battuta di successo dell’allenatore portoghese dell’Inter, Mourinho, definisce “zero tituli”. Con Dario Franceschini, rimarca, che fa “dichirazioni senza senso, non presenta proposte o idee concrete”. Questa sinistra, prosegue il portavoce del premier, vuole solo contrastare le iniziative del governo. “E ora si attacca ad una sentenza, una bella sentenza politica” dice ancora Bonaiuti “a cui si attacca con tutte e due le mani. Questo dimostra che il segretario del Pd è un vecchio giustizialista come Antonio Di Pietro. Dio li ha fatti e poi li ha accoppiati”, conclude.
E adesso che, alla vigilia della campagna elettorale, la vicenda del processo a David Mills, è entrata prepotentemente in campo, Dario Franceschini non ha dubbi e rilancia: il presidente del Consiglio vuole intervenire in aula alla Camera “per autoassolversi”. E lo dice, il segretario del Pd, conversando con i giornalisti durante una visita al mercato rionale del quartiere romano di Centocelle: “Siamo arrivati qui in autobus” dice Franceschini “e stiamo girando per il mercato per ascoltare, perché gli italiani sono stanchi di politici che parlano soltanto”. “Io” aggiunge “ho trovato una grande indignazione. Ma Berlusconi dall’inizio della legislatura non ha mai trovato un minuto per venire in Aula a parlare dei problemi degli italiani. Ora vuole venire per autoassolversi e per sollevare un polverone politico”. Aggiunge Franceschini: “Non ha mai parlato dei problemi degli italiani ma in tre giorni ha approvato il lodo Alfano. Chi fa politica deve occuparsi dei problemi delle persone e non sempre dei suoi problemi”.
Ma la questione ha rubato la scena, come si diceva, anche a Ballarò, martedì sera: dopo l’intervento del premio Nobel per l’economia Amartya Sen sulla crisi, il capogruppo del Pdl Gasparri prende la parola e punge il governatore Vendola, ricordando l’inchiesta su Alberto Tedesco, l’allora assessore alla Salute della Regione Puglia (subito sostituito dal governatore). Vendola ricorda che Tedesco si dimise e invece Gasparri “continua a difendere il premier”. I toni si surriscaldano, Vendola e Gasparri si sovrappongono, ignorando i tentativi del conduttore Giovanni Floris di calmare gli animi. Fino al bisbigliato, laconico e stizzito “Vaffa…” con cui Vendola liquida l’esponente del Pdl, che però sembra non cogliere l’insulto.
Il VIDEO su Youtube del “Vaffa…” di Vendola a Gasparri a Ballarò:
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“L’avvocato inglese David Mills ha agito certamente da falso testimone da un lato per consentire a Silvio Berlusconi e alla Fininvest l’impunità dalle accuse o almeno il mantenimento degli ingenti profitti realizzati attraverso il compimento delle operazioni societarie e finanziarie illecite compiute fino a quella data, dall’altro lato ha contemporaneamente perseguito il proprio vantaggio economico”.
Queste le motivazioni (376 pagine in tutto) alla sentenza con cui la decima sezione del Tribunale di Milano ha condannato il legale inglese David Mills per corruzione in atti giudiziari a quattro anni e sei mesi. Il premier Silvio Berlusconi, in un primo tempo coimputato, è uscito dal processo a seguito del lodo Alfano.
Dal canto suo il Presidente del Consiglio in mattinata ha annunciato che riferirà davanti al Parlamento sul caso Mills e nel pomeriggio, a margine della visita del presidente della commissione Ue, Josè Barroso, a L’Aquila ha dichiarato: “È una sentenza semplicemente scandalosa, contraria alla realtà , come sono certamente sicuro sarà accertato in appello per quanto riguarda il signor Mills”. E ha aggiunto: “Quando il processo riprenderà con altri giudici dimostrerò la mia totale estraneita. Ho annunciato la mia intenzione di fare un intervento in Parlamento su questa sentenza e appena avrò tempo lo farò e quindi in quella sede dirò finalmente quanto da tempo penso a proposito di certa magistratura”.
Subito durissima la critica dell’Idv. Prima per bocca del leader Antonio Di Pietro, per il quale, intervenuto a un programma radiofonico, se non ci fosse stato il Lodo Alfano anche Berlusconi sarebbe stato condannato per questi reati. Poi del capogruppo alla Camera, Massimo Donadi dice: “Fossimo in un paese civile, Berlusconi sarebbe costretto a dimettersi dalla pressione dell’opposizione, della stampa e dell’opinione pubblica. Essere un corruttore di testimoni è un reato abietto. Chiunque fosse anche solo sfiorato dal sospetto di aver commesso un reato così grave dovrebbe andarsene”. Poi la spiegazione politica che il partito di Di Pietro dà del lodo Alfano: “Adesso è chiaro ed evidente a tutti la ragione per cui Berlusconi ha imposto come prima legge di questa legislatura il lodo Alfano, che gli garantisce l’impunità ”.
Sulla stessa linea anche Pino Sgobio del Pdci che sostiene che il Cavaliere dovrebbe dimettersi subito.
A difesa di Berlusconi due reazioni del Pdl. Il vicepresidente dei deputati Pdl, Osvaldo Napoli sostiene che “dopo Noemi la sentenza Mills, è la campagna elettorale, bellezza” ad aver determinato la sentenza. Mentre per il deputato Pdl, Giancarlo Lehner si tratta di un “furibondo attacco al premier da parte del giudice inquisitore che si basa solo su sospetti e non su prove”.

di Anna Maria Greco
Sorpresa, stupore almeno. Esaminando alcuni dei fascicoli dei magistrati al vaglio del Csm (Consiglio superiore della magistratura) per la valutazione della carriera delle toghe, ci si chiede come finora abbiano potuto alcune di loro avanzare nella carriera, malgrado curricula pieni di macchie: condanne disciplinari, processi penali, sanzioni, esposti, cartelle cliniche per gravi disturbi. Tutto, senza serie conseguenze. Fino ad arrivare ai livelli più alti.
Qualche esempio? Maddalena C., consigliere di Cassazione ambisce a funzioni direttive superiori. Però emerge che pur essendo dal 2000 l’unico giudice del lavoro in un tribunale sardo, non sa lavorare. Causa gravi problemi all’ufficio, perché gestisce gli affari con “confusione e disordine”, dimostra “carenza di equilibrio”, fa errori nei provvedimenti e trascura formazione e aggiornamento professionale. La qualità del suo lavoro è “non soddisfacente”, per il consiglio giudiziario. E poi predilige le sentenze “non definitive”, quelle che decidono solo alcuni capi della controversia, allungando i tempi dei processi e dilatando i costi. Sentenze che, puntualmente, vengono impugnate e nella maggioranza dei casi bocciate in appello.
Pensare che negli anni passati ha collezionato solo elogi. Ma stavolta il Csm non le riconosce la “necessaria capacità professionale” per essere promossa. La lascia al suo posto dove continuerà a fare, male, il giudice del lavoro.
E questo è solo uno dei tanti casi eclatanti. Aveva ottimi pareri dei consigli giudiziari il magistrato di Cassazione Fulvio V., giudice a Roma. Ma era stato condannato dalla sezione disciplinare perché, con un errore “macroscopico e incontrovertibile” in una sentenza, aveva dato ragione a una società poi fallita, causando un danno economico allo Stato di 30 miliardi di lire. “All’imperizia” si legge nel suo fascicolo “si aggiunge la grave approssimazione e la negligenza grave”.
Possibile che finora nessuno si sia accorto di lacune così profonde? Anche perché il magistrato era finito un’altra volta di fronte al tribunale delle toghe, per gravi ritardi nel deposito di svariate sentenze, ma era stato assolto in virtù della “grande laboriosità ” dimostrata in precedenza. Al Csm, per le funzioni direttive, l’hanno fermato.
È andata meglio a Giuliana B., magistrato d’appello in un tribunale marchigiano: censurata dalla disciplinare perché da pm aveva dimenticato di denunciare la sua incompatibilità in procedure di aggiudicazione che potevano interessare una società di costruzioni di cui era socia con marito e fratello, ha ottenuto ugualmente la nomina in Cassazione. “Il disvalore delle condotte censurate” per il Csm è stato messo in secondo piano dalle valutazioni positive avute sul suo lavoro.
Per una bocciatura ci vogliono storie clamorose. Quella di Giulio L., per esempio, che a novembre è stato dispensato dal servizio per “sopravvenuta inettitudine”. Avvocato e curatore di collane giuridiche, nel 2004 è diventato consigliere di Cassazione “per meriti insigni”. Ma subito sono fioccate lamentele e proteste: in camera di consiglio non era all’altezza della discussione, le sue sentenze erano incomplete, fraintendeva le questioni, non le approfondiva. Nessun presidente lo voleva nel proprio collegio. Il plenum del Csm l’ha “licenziato” per “incapacità assoluta di affrontare il giudizio di legittimità ” e “scarsissima diligenza” nelle sentenze. Un caso più unico che raro. Che alimenta anche sospetti sullo spirito corporativo nel Csm: si potrebbe pensare che è più facile essere severi con un ex avvocato che con un magistrato di carriera.
Anche per Assunta M., della Corte d’appello di Milano, Palazzo de’ Marescialli ha valutato la dispensa per “sopravvenuta inettitudine”. Forte depressione, mesi di congedo straordinario e di aspettativa, eccessivi tempi di deposito delle sentenze, numero dei provvedimenti “molto inferiore allo standard richiesto”, due procedimenti disciplinari per i ritardi nel lavoro (per uno c’è stata l’assoluzione, mentre l’altro è ancora in corso): e il Csm l’ha lasciata al suo posto. Idem per Cinzia S., giudice in Sicilia, affetta da grave anoressia che non le permetteva di lavorare per lunghi periodi.
Di storie ce ne sono tante. Vittorio S., magistrato d’appello, speculava comprando case popolari e rivendendole in barba alla legge. Sotto processo per truffa aggravata, concussione, evasione fiscale, si è salvato grazie alla prescrizione. Il Csm non gli ha riconosciuto il V livello, ma il IV sì. E in Liguria è sempre lì a giudicare gli altri.
Ve lo immaginate un magistrato per i minorenni che aggredisce una signora sul molo del porto per un banale diverbio e picchia anche il marito, insultando pesantemente entrambi? Pietro C., giudice per i minorenni in Basilicata, l’ha fatto, poi ha negato, inventando di essere stato colpito per primo con una pagaia, ha poi giocato d’anticipo con querele e denunce contro le vittime e mai si è giustificato. “Solo una personalità priva del necessario, minimo equilibrio” si legge negli atti “può manifestarsi in una reazione così arrogante e sproporzionata”. La nomina in Cassazione non l’ha avuta.
C’è, poi, chi non si arrende facilmente alla sconfitta: Giuseppe M., giudice in Sicilia, ha fatto ricorso straordinario al capo dello Stato contro la dispensa dal servizio. Una perizia lo descrive come: aggressivo, arrogante, narcisista, autoritario. Diagnosi dello psichiatra: disturbo della personalità . Ricorso irricevibile per il Csm, ma la vicenda si chiude solo dopo anni di comportamenti “pazzeschi” in ufficio.
Giulio D., giudice in Liguria, è stato bloccato sulla strada della corte d’appello perché ha avuto due procedimenti disciplinari (con la perdita di 2 anni di anzianità ), dopo due processi penali, uno dei quali l’ha condannato a 1 anno e 4 mesi di carcere. Si occupava di fallimenti ed era stato accusato di avere fatto una nomina in cambio di 27 milioni di lire e della promessa di ulteriori 50. La corruzione non è stata provata ma diverse anomalie sì, compresa la falsificazione di un atto giudiziario. Ma forse, è la professione che è un po’ scaduta. Al punto che Sandra L., chiromante e sensitiva nota in tv come “la Maga della Toscana”, ha chiesto di fare il giudice onorario. Il Csm, però, ha avuto il pudore di rigettare la domanda.
In realtà dal 30 luglio 2007, quando la riforma Mastella dell’ordinamento giudiziario ha introdotto, fra l’altro, un nuovo sistema di valutazione dei magistrati, la parola d’ordine per gestire le carriere delle toghe dovrebbe essere meritocrazia. Ma il Csm si trova ad applicare i nuovi criteri tra mille problemi.
Basta con la carriera automatica per anzianità , ma sette esami di professionalità , uno ogni 4 anni. La progressione in carriera si decide sulla base della storia di ogni magistrato, di eventuali condanne disciplinari o penali, dei pareri dei capi degli uffici e dei 26 consigli giudiziari di tutt’Italia; e anche dell’analisi a campione di provvedimenti e verbali di udienza. Le difficoltà non mancano, anche perché non ci sono ancora standard medi di produttività né i necessari parametri di efficienza che dovrebbero permettere al Csm una valutazione trasparente e omogenea.
E poi è difficile fare piazza pulita, in un colpo solo, di consolidate logiche correntizie e spartitorie che per troppi anni hanno dominato.
Lavoro in salita, dunque, quello dell’organo di autogoverno della magistratura in questa fase di transizione. A Palazzo de’ Marescialli i nodi vengono al pettine. A decidere dell’idoneità per uno dei sette livelli è la IV commissione, competente per la progressione di carriera. La V attribuisce gli incarichi direttivi e semidirettivi. E la VII si occupa dell’organizzazione degli uffici giudiziari, con delibere che entrano nel fascicolo di ogni magistrato da valutare.
Su migliaia di pratiche in esame (sono 2.213 le definite e 282 quelle pendenti dal 1º settembre 2007 a oggi) quelle che contengono una bocciatura sono poche decine. Dal giugno 2005 i magistrati che non hanno avuto nomine e promozioni sono solo 39; altri otto hanno il parere negativo della commissione ma non ancora quello finale del plenum. Rarissime, poi, le dispense dal servizio: cinque definitive e due pendenti nell’ultimo anno e mezzo.
“Invertire la tendenza non è facile” conferma Celestina Tinelli, presidente della VII sezione del Csm, membro laico del Pd, “perché interveniamo in una situazione già fortemente pregiudicata e rimane la difficoltà dei magistrati a giudicare sui loro colleghi. Fino a ieri non è stato esercitato il dovuto controllo, anche per la mancanza di norme. Adesso gli strumenti ci sono (anche se ho qualche perplessità , per esempio, sul fatto che dopo il 28° anno di servizio cessano le valutazioni), molto dipenderà da come il Consiglio saprà usarli”.
Spiega il laico del Pdl Michele Saponara, membro della IV e V commissione: “Siamo ancora in fase di rodaggio. L’anzianità non pesa più come una volta, deve prevalere il giudizio su professionalità ed efficienza. Ed è molto importante, per una seria valutazione dei magistrati, la nuova responsabilità che in questo campo hanno i capi degli uffici”.
Quanto ai pareri dei consigli giudiziari, dove più forti sono i condizionamenti locali, la tendenza è (o almeno era) quella di descrivere quasi tutti con un profluvio di lodi per “laboriosità ”, “diligenza”, “preparazione”… “Troppo spesso” sostiene il laico di centrosinistra Mauro Volpi “a questo livello le valutazioni sono positive e non si può aderirvi senza spirito critico. C’è anche il sospetto che, visto che il 90 per cento delle toghe è iscritto a una delle correnti, possa essere penalizzato quel 10 per cento che è fuori da tutto”.
Per Cosimo Ferri, togato di Magistratura indipendente e membro di IV e V commissione, le valutazioni dovranno fondarsi “sempre di più su elementi precisi, in modo che le scelte del Csm siano trasparenti e fondate su criteri di meritocrazia, professionalità e competenza”. Solo così, sottolinea, “si potrà evitare che l’invadenza delle correnti degeneri e, magari, provochi un danno a chi ha scelto di mantenersi distante da queste logiche”.

Ha fatto passare Natale e Capodanno poi, tormentato dai rimorsi, si è presentato in Questura a Ferrara e ha rivelato il suo segreto alla polizia: “Voglio confessare l’omicidio di mia moglie”, ha detto Denis Occhi, 33 anni, muratore di Migliaro, agli ispettori di turno venerdì mattina.
Poi, domenica sera, impacciato davanti alle telecamere del Tg5 e incalzato dalle domande dopo un ricovero di alcune ore all’ ospedale di Copparo a causa di un malore, il dietrofront.
Lei non avrebbe detto ‘In queste giornate di festa mi è salito il rimorso e quindi sono venuto a confessarè? “No, no, no, questo non l’ho detto”, ha risposto ossessivamente, quasi balbettando.
Non è andato a confessare? “Non sono andato a confessare e non ho proprio detto che ho ucciso mia moglie specificamente. Ho detto: ‘Se voi pensate che l’abbia uccisa va bene, ma io non l’ ho uccisa perchè non c’ero, e le volevo bene”‘.
Dalla Questura si conferma l’esistenza del verbale, già trasmesso al Pm Nicola Proto, titolare dell’inchiesta. L’ex moglie di Occhi, Giada Anteghini, di 27 anni, venne aggredita la notte del 25 novembre 2004 con un’accetta che le devastò il capo. Morì quattordici mesi dopo (il 23 gennaio 2006), senza mai svegliarsi dal coma.
Per la sua morte l’uomo, processato per omicidio, è già stato assolto con sentenza definitiva e quindi, nonostante abbia riaperto il caso con le dichiarazioni autoaccusatorie, non potrà più essere portato davanti ad un giudice per il principio del ne bis in idem, secondo cui una persona già condannata o assolta in via definitiva non può essere processata una seconda volta per lo stesso fatto. Con la ricostruzione proposta oggi, polizia e Procura ritengono del tutto attendibile la confessione di Occhi, e verranno attivate, per scrupolo, indagini per avere i riscontri necessari. Che tuttavia saranno inutili, hanno spiegato gli inquirenti, per la non processabilità dell’uomo.
Appare anche impossibile una revisione del processo, perchè non prevista dal nostro ordinamento giudiziario per chi, da assolto, chieda di ‘rivederè una sentenza per poi essere condannato.
La vicenda risale a quattro anni fa quando, il 25 novembre 2004, Giada Anteghini fu aggredita nella casa di Jolanda di Savoia che divideva con un nuovo compagno (indagato per omicidio e poi prosciolto). La donna venne massacrata durante il sonno, nella sua camera da letto, attigua a quella in cui stava dormendo la figlia di 6 anni che aveva avuto con Denis Occhi. Le ferite alla testa erano gravissime, la donna entrò in coma e morì dopo 14 mesi. Per la sua morte Occhi fu condannato nel 2007 in primo grado alla pena di 20 anni, con giudizio abbreviato a conclusione di un processo indiziario. Ma il 27 febbraio 2008 fu assolto dalla Corte d’Appello di Bologna e rimesso in libertà .
Ora Occhi (salvo smentite) avrebbe deciso di svelare la sua verità alla polizia e lo ha fatto davanti al legale nominato d’ufficio. Una verità che lui stesso aveva confessato il giorno dopo la tragedia, quattro anni fa, ad alcuni carabinieri di Comacchio suoi amici. Ma che poi ritrattò. Quella ritrattazione è stata al centro dei processi e interpretata in senso colpevolista o innocentista dai vari giudici che si sono susseguiti in questa vicenda, destinata forse a diventare un caso di giurisprudenza.
A chiudere la faccenda (non le polemiche) tocca alla procura di Ferrara, che interviene ufficialmente: la sentenza di assoluzione di Occhi per l’omicidio della ex moglie è irrevocabile, anche se avesse confessato (quattro anni dopo) alla polizia di esser lui l’assassino.
Il pm Nicola Proto, autorizzato dal procuratore Rosario Minna a rilasciare dichiarazioni alla stampa, ha detto: “Occhi si è presentato alla questura nei giorni scorsi come indicato da giornali e Tv per rilasciare dichiarazioni confessorie, dichiarazioni che non potranno confluire in un procedimento a suo carico ai sensi dell’articolo 649, previsto dal nostro codice procedura penale, in quanto nessuno puo’ essere giudicato 2 volte per lo stesso fatto”.
Si può profilare una revisione del processo alla luce dei nuovi elementi? “L’istituto della revisione nel nostro ordinamento è possibile solo e soltanto qualora emergano nuove prove che consentano una revisione del provvedimento a carico del condannato, pertanto non è previsto nulla per la posizione di una persona che sia stata assolta”.
Occhi, pur avendo reso confessione, ieri ha poi smentito le sue dichiarazioni confessorie. “Ne prendiamo atto come procura” ha aggiunto Proto “ma vogliamo sottolineare che da un punto di vista processuale si tratta di una notizia neutrale che non ha nessuna validità probatoria”. Dunque nessuna “presunta” confessione, ma una totale affermazione di responsabilità davanti a pubblici funzionari: resta il fatto che una persona che si è accusata di un reato gravissimo come l’omicidio sia e resti a piede libero. La gente ha diritto ad avere paura, o no, è stato chiesto al Pm? “Questo è un problema di sicurezza pubblica su cui la procura si riserva di valutare in ordine alle eventuali misure di prevenzione da adottare nei confronti di Onghi”, ha concluso Proto.
Anche per questo non si dà pace la madre della vittima. Che ora torna a chiedere giustizia e critica il fatto che non ci possa essere un nuovo processo: “È una cosa assurda e illogica. Spero che la giustizia vada avanti, perchè non è giusto che finisca così”. Un’opinione che hanno in molti nel piccolo paese tra Ferrara e il mare.
Per la morte della moglie un uomo è stato prima processato e poi assolto con sentenza definitiva. Quindi, nonostante abbia riaperto il caso con dichiarazioni autoaccusatorie, non potrà più essere portato davanti ad un giudice. Secondo voi è giusto?