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Ogni giorno, in Italia, si rinviano 7 processi penali su dieci. Vuoi perché manca l’imputato o perché non ci sono aule dove celebrarli. A volte non si trovano i fascicoli dei procedimenti, altre volte mancano il giudice o il pubblico ministero, mentre in altri casi serve prendere tempo per generiche “esigenze difensive” o per consentire all’avvocato di seguire un’udienza di un’altra causa, che si svolge in contemporanea. E non mancano, poi, gli errori nelle notifiche degli atti processuali o l’elevato numero di udienze in una sola giornata che rende impossibile seguirle tutte o, più banalmente, l’assenza dell’interprete o del perito, senza i quali non si può svolgere alcuna attività
Basta questo per dire che l’istantanea sulla giustizia italiana è a tinte fosche. E gli elementi sono contenuti in un’indagine svolta dall’Eurispes in collaborazione con l’Unione camere penali.
Il tema era già stato sviluppato lo scorso anno, ma soltanto nella Capitale, e grazie alla collaborazione della Camera penale romana. Oggi l’osservazione svolta riguarda 12.918 schede, ognuna delle quali corrisponde ad un processo penale monitorato. Si va in ordine alfabetico, da Ancona a Venezia, passando per Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Catania, Catanzaro, Firenze, Lucca, Macerata, Melfi, Milano, Modena, Modica, Monza, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Piacenza, Roma, Salerno, Sassari, Torino, Trani, Trieste, Varese. Le proporzioni tra udienze collegiali (8%) e monocratiche (92%) monitorate sono sostanzialmente rispettose del rapporto percentuale tra processi monocratici e collegiali quotidianamente celebrati in Italia - si spiega. Dalla rilevazione è emerso, come dato generale, che la durata media della trattazione di un processo in udienza è di 18 minuti per i processi celebrati dinanzi al giudice monocratico (a Roma si arriva a 12,51 minuti) e di 52 minuti per quelli celebrati dinanzi al collegio (32 nella Capitale).
Perché si rinviano ogni giorno 7 processi su dieci? L’analisi delle ragioni di rinvio dei processi (69,3% sul totale) distingue tra cause di rinvio di carattere generale, che riguardano la totalità dei processi monitorati, e cause di rinvio proprie dell’istruttoria dibattimentale, che rilevano ciò che accade oltre la fase preliminare della udienza, quando tutto è pronto per lo svolgimento (parziale o conclusivo) della istruttoria dibattimentale (esame testi e consulenti, svolgimento di perizie ed esperimenti giudiziali, esame dell’imputato e delle parti offese, confronti).
Il legittimo impedimento dell’imputato determina il rinvio del 2,6% dei processi. Non di molto superiore (5%) la percentuale dei rinvii dovuti al legittimo impedimento del difensore. I rinvii “per esigenze difensive”, che non derivano da norme processuali che li legittimino e li impongano al giudice, quanto piuttosto determinati da necessità processuali contingenti, rappresentano il 6,6% del totale. Significativamente alta invece la percentuale dei processi rinviati per problemi tecnico-logistici, 6,8% (si tratta di ragioni quali, ad esempio: indisponibilità dell’aula, indisponibilità del trascrittore, assenza dell’interprete di lingua straniera, ma anche, con frequenza tutt’altro che marginale, per mancanza del fascicolo del pm e, in alcuni casi, del fascicolo del dibattimento).
Dal rapporto emerge, poi, come funzionino ancora poco i riti cosiddetti alternativi al giudizio ordinario, in particolare rito abbreviato e patteggiamento. Nel 90% dei casi monitorati, infatti, il dibattimento si svolge nelle forme del rito ordinario, mentre solo nel 5,4% dei casi con il rito abbreviato e nel 4% con il patteggiamento.
Analizzando poi il dato complessivo del rapporto tra udienze che si concludono con sentenza ed udienze che si concludono con un rinvio, non sorprende che il Sud sfiori la media dell’80% dei rinvii, mentre il Nord-Ovest (62,9%) e il Nord-Est (60,5%) si assestino sulla percentuale di circa il 60% o di poco superiore. Anche al Centro si registra un dato considerevole (70,5%). Per quanto riguarda le ragioni dei rinvii, si registrano indicatori “a macchia di leopardo” in tutte le aree geografiche considerate.
Il VIDEO servizio:
Si chiama Chiara Zardi, 28 anni, ed è avvocato da meno di due anni. E per poco più di un’ora è stata il più giovane avvocato che abbia mai difeso Silvio Berlusconi. Già, perché, vista l’impossibilità da parte degli avvocati Ghedini e Longo a essere in aula perché impegnati in Commissione Giustizia in Senato e Camera e poiché, in loro rappresentanza, era presente solo un praticante non abilitato, l’avvocato Zardi è stata rintracciata tramite il call-center degli avvocati d’ufficio. “C’è da difendere un cliente un po’ particolare”, le è stato detto e lei, scusandosi perché non aveva con sé la toga, si è presentata in aula e ha fatto l’unica cosa che poteva fare: chiedere dei termini a difesa per esaminare la situazione.Dopodiché, si è associata nella richiesta di rinvio dell’udienza per legittimo impedimento dei difensori titolari. Chiara Zardi non è parsa affatto intimorita. “Non credo che Berlusconi mi terrà come avvocato. Ha altri difensori, sono comunque contenta di aver prestato la mia collaborazione”. Anche se quando le hanno detto di cosa si trattava credeva “fosse uno scherzo”. Ventotto anni, legale dell’associazione dei consumatori Assoutenti, capelli lunghi e frangetta, viso da ragazzina, tailleur nero con pantaloni, al suo arrivo in aula ha deciso di chiedere i termini a difesa. Incassato il rinvio, dal momento che la corte ha riconosciuto il legittimo impedimento dei due avvocati parlamentari, Chiara Zardi ha lasciato l’aula ed è tornata alla sua attività in tribunale, tra udienze, cancellerie e appuntamenti.
Quindi l’udienza, per legittimo impedimento degli avvocati difensori, è stata rinviata. Proseguirà il prossimo 27 settembre.
L’udienza era infatti cominciata ma era stata subito sospesa per consentire la nomina di un legale iscritto alle liste degli avvocati d’ufficio in quanto, assenti Ghedini e Longo, Berlusconi era rappresentato in aula da un praticante non abilitato.
Poco prima che i giudici prendessero la loro decisione in camera di consiglio, il pm titolare dell’inchiesta, Fabio De Pasquale, si era opposto alla richiesta di rinvio. “Mi chiedo se il comportamento di Berlusconi sia in linea con la leale collaborazione costituzionale e il dovere di far in modo che il processo si svolga indicati da giurisprudenza costituzionale”, aveva detto De Pasquale. Al centro del processo, che ha preso il via nel marzo 2007, c’è l’accusa secondo cui Berlusconi nel 1997 fece inviare 600mila dollari a Mills come ricompensa per non aver rivelato in due processi, in qualità di testimone le informazioni su due società off-shore usate da Mediaset, secondo la procura, per creare fondi neri. Sia Berlusconi sia Mills hanno sempre respinto le accuse, e il gruppo di Segrate ha ribadito in più occasioni in diverse note la propria correttezza e trasparenza.
La replica di Niccolò Ghedini non si fa attendere: “Il pm si assume le responsabilità di quello che dice” ha detto stizzito Ghedini, interpellato a margine della seduta della commissione Giustizia di Montecitorio dove l’esponente del Pdl ha avanzato una proposta di modifica al ddl intercettazioni. “Noi” fa sapere l’avvocato del premier “abbiamo dato comunicazione martedì scorso del nostro impedimento. In questo processo non abbiamo dato mai impedimenti, ma questa mattina era importante che illustrassi una novità importante in tema di intercettazioni. Il professor Longo invece era impegnato al Senato. Avevamo chiesto di spostare l’udienza a lunedì, più leale collaborazione di così…”. Peraltro, ha ricordato Ghedini, “stiamo parlando di un processo sospeso ex lege (in base al Lodo Alfano) ma siccome siamo a Milano i pm fanno quello che vogliono e quindi l’udienza si deve tenere lo stesso. È il tribunale di Milano a dover avere leale collaborazione…”.
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Alle spalle una condanna all’ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine, ma per il 93enne Erich Priebke, ex SS, non è ancora tempo di pensione. Tanto meno di isolamento. Comincerà infatti a uscire dal suo appartamento sull’Aurelia, a Roma, e a lavorare, in base ad un decreto del magistrato militare di sorveglianza che, accogliendo la richiesta dei difensori.
L’ex ufficiale nazista, agli arresti domiciliari dal 1999, ottenuti per motivi di salute, ora potrà uscire “anche giornalmente e libero nella persona” come è scritto nel decreto, per recarsi nello studio del suo legale, Paolo Giachini, nel quartiere Monti, a pochi passi dalla Banca d’Italia.
Quale sarà l’impiego ancora non è chiaro, anche se uno dei suoi legali, l’avvocato Giosuè Bruno Naso, ricorda che in questo periodo Priebke, arrestato in Argentina nel 1994 ed estradato in Italia l’anno successivo, “scrive molto” e, probabilmente, ha bisogno di consultare materiale di documentazione. Non è escluso dunque che l’ ex ufficiale nazista possa impegnarsi in un’ attività di tipo editoriale.
Oltre a raggiungere il luogo di lavoro, Priebke potrà anche uscire dallo studio legale, ma, si precisa nel decreto di modifica delle prescrizioni concernenti la detenzione domiciliare, “soltanto per soddisfare, nei luoghi più vicini e per il tempo strettamente necessario, le rappresentate indispensabili esigenze di vita”.
La concessione fatta a Priebke è stata condannata dal sindaco Walter Veltroni e dal presidente della Provincia di Roma, Enrico Gasbarra: “In questo momento il pensiero solidale e la vicinanza della città e mia personale vanno a tutte le vittime della barbarie nazifascista, ai loro familiari, alla comunità ebraica. Roma non potrà mai dimenticare”.
Giusto in questi giorni Priebke era stato nuovamente protagonista delle cronache giudiziarie perché a Milano la prima sezione del Tribunale civile ha respinto una richiesta di risarcimento dell’ex ufficiale alla Garzanti per il contenuto di Operazione Odessa. Priebke lamentava di essere stato definito “famigerato criminale” e chiedeva il ritiro del libro dal commercio. Il giudice ha respinto le istanze definendo non censurabile l’espressione, condannando Priebke a fare fronte alle spese processuali, calcolate in 8.030 euro.