

di Giorgio Sturlese Tosi
«A scuola non ci voglio andare e nella vita non voglio fare niente». Lo diceva alla fine di febbraio, mentre smontava la targhetta di un motorino quasi certamente rubato nel cortile della sua casa popolare di Quarto Oggiaro, a Milano: tre stanze sporche da dividere in sette. Stava per compiere 13 anni e il regalo se lo sarebbe fatto da solo, rubandolo. «Pulce» aveva accettato di malavoglia di parlare con il cronista di Panorama. Continua

di Bianca Stancanelli
Nell’Italia ossessionata dalle imprese dei bulli rilanciate da YouTube, una piccola, buona notizia arriva dalle statistiche del ministero della Giustizia: il numero dei minorenni arrestati è in calo, lento e costante. Erano più di 4 mila dieci anni fa, si sono fermati a quota 3.385 nel 2007. Nei primi sei mesi di quest’anno, i ragazzi entrati in un Cpa, i centri di prima accoglienza, le strutture filtro dove i minorenni vengono portati dopo il fermo o l’arresto, sono stati 1.612. Hanno scritto i ricercatori dell’Eurispes nell’ultimo Rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza: “I tassi di delinquenza minorile registrati nel nostro Paese diminuiscono in modo pressoché costante”. E hanno annotato: “La situazione italiana appare oggi decisamente meno grave rispetto a quella della maggior parte dei paesi europei in condizioni economico-sociali simili alle nostre”.
Sullo sfondo c’è uno scenario in continuo mutamento. Segnala il criminologo Ernesto Savona: “Dai dati del ministero dell’Interno, nel primo semestre 2008 risultano una diminuzione delle denunce di reato e un aumento del numero di reati per i quali è stato identificato l’autore. Ma tra quegli autori di reato si contano più minorenni che nel primo semestre 2007″. Una contraddizione? “No” risponde Savona “piuttosto il segno che le forze di polizia lavorano con più efficacia. E prendono più delinquenti, maggiorenni o minorenni che siano”.
Gli scenari della criminalità minorile sono in rapido mutamento. Da anni, sull’onda delle grandi migrazioni degli anni Novanta, il numero dei minorenni stranieri arrestati ha sorpassato quello degli italiani. Fino al 1996 il 52 per cento dei ragazzi che entravano in un cpa erano italiani. Dal 1997 gli stranieri sono diventati la maggioranza, fino a toccare punte record del 59 per cento degli arresti. Ma a sorpresa, nei primi sei mesi di quest’anno gli esperti del Dipartimento della giustizia minorile hanno annotato una novità che va ancora decifrata: tra i 1.612 minori entrati in un centro di prima accoglienza, gli italiani sono stati 823, la maggioranza, contro 789 stranieri.
È un fenomeno che ha il suo epicentro a Roma. Spiega Donatella Caponetti, responsabile del Centro per la giustizia minorile del Lazio: “Assistiamo al riassettarsi di una situazione che era stata segnata per anni da una grande anomalia: a partire dal 2004, c’era stato a Roma un enorme aumento della criminalità minorile, soprattutto romena. Un’esplosione che ha cominciato a riassorbirsi con l’ingresso della Romania nell’Unione Europea”. Nel 2006, nel solo Lazio, i minorenni romeni arrestati erano stati 515. Nel 2008 si sono dimezzati. Sostiene il criminologo Savona: “Sono diminuiti notevolmente anche gli arresti di romeni adulti. L’impressione è che tanti abbiano deciso di andarsene dall’Italia”.
È proprio fra gli stranieri che si conta il maggior numero di bambini sorpresi a commettere reati, in massima parte furti e borseggi. Dal gennaio al giugno 2008 sono stati 112 i minori di 14 anni portati in un centro di prima accoglienza e rilasciati perché non imputabili. La maggioranza proveniva da paesi dell’Est europeo: Bosnia, Croazia, Romania, Serbia e Montenegro.
Sostiene Donatella Caponetti: “A Roma abbiamo un gran numero di reati contro il patrimonio continuamente reiterati da minorenni non imputabili. È un dato che sicuramente non ci piace”. E non è l’unica ragione di preoccupazione. Racconta la responsabile del Centro per la giustizia minorile: “Una novità degli ultimi anni è data dall’arrivo nei nostri servizi di ragazzi che manifestano problemi di tipo psichiatrico. Per loro è più difficile l’inserimento in comunità educative. Accade sia con i ragazzi italiani sia con gli stranieri. Per questi ultimi stiamo cominciando a collaborare anche con etnopsichiatri, che ci aiutino a capire e a intervenire. Quanto agli italiani, notiamo un aumento dei ragazzi, anche figli di famiglie benestanti, che hanno gravi problemi nell’ambito familiare. È una novità che ci preoccupa anche perché, sui tassi decisamente più contenuti di devianza minorile nel nostro Paese rispetto ad altre nazioni europee, incide probabilmente la maggior tenuta delle nostre famiglie, una realtà sociale più solida”.
Sono segnali da non trascurare. Soprattutto in un paese che ha un codice minorile tra i più avanzati al mondo e un sistema d’intervento studiato con attenzione in Europa. Rivendica Donatella Caponetti: “Inglesi e francesi sono venuti a visitare le nostre carceri, si sono stupiti nel constatare come siano prive di violenza. Nei confronti dei minorenni c’è in Italia un fortissimo investimento di risorse. I finanziamenti per i progetti ci arrivano dagli enti locali, dalle Regioni, dai privati, come banche e grandi aziende. È una realtà degli ultimi anni che ci ha consentito di conseguire risultati interessanti e di sopperire alla diminuzione degli stanziamenti da parte dello Stato, che ha già annunciato, per il 2009, un taglio di spesa del 30 per cento rispetto al 2008″.
E anche di sperimentare strumenti innovativi. Uno dei più riusciti è la messa alla prova, inaugurata nell’autunno del 1991. Adottata dal giudice, la messa alla prova sospende il processo per consentire al ragazzo di dedicarsi a un progetto di recupero che può durare da un mese a tre anni (la media è di poco inferiore ai dieci mesi). Trascorso quel periodo, il giudice valuta i risultati del lavoro svolto: se è convinto che sia servito, dichiara l’estinzione del reato, come se non fosse mai stato commesso.
In 15 anni la giustizia minorile ha quadruplicato l’adozione dei provvedimenti di messa alla prova: erano stati 788 nel 1992, sono diventati 2.339 nel 2007. E i risultati sembrano essere eccellenti. Hanno scritto gli esperti del Dipartimento della giustizia minorile, calcolando la media per tutti gli anni Duemila: nell’80,7 per cento dei casi, concluso il periodo di prova, il giudice si è pronunciato per l’estinzione del reato. Una quota di successi così alta da convincere il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, a proporre l’adozione di uno strumento simile anche per gli adulti. Senza fortuna: impallinata da una scarica di polemiche, la proposta è stata rapidamente ritirata.

Teenager contro teenager. Gli uni facile preda con in tasca un cellulare e pochi euro, gli altri violenti e armati di coltello, con la determinazione di rapinatori consumati. Il terreno di caccia preferito delle baby gang milanesi è via Torino, strada di negozi che parte da piazza Duomo. I carabinieri della compagnia Duomo e gli agenti del commissariato Centro raccolgono decine di denunce di adolescenti aggrediti da coetanei nel mezzo del via vai dello shopping.
Questa volta però le vittime si sono trovate davanti un gruppo di sole ragazze. Tutte di Milano, minorenni, studentesse, senza precedenti penali, provenienti da famiglie di operai e senza problemi con la giustizia. Ieri i carabinieri hanno imposto a due di loro, una 16enne e una neo 18enne, riconosciute dalla ragazze aggredite, la misura decisa dal Tribunale per i minorenni: obbligo di permanenza in casa. Su altre due, di 17 e 18 anni, sono ancora in corso le indagini.
“Dovevamo ’scavallare’ un cellulare, perché ci serviva”, questa è stata la spiegazione che hanno dato le baby rapinatrici ai carabinieri. Abiti neri, capelli bicolore e lacrima dipinta sotto gli occhi, in perfetto stile “Emo”, accerchiavano le coetanee ma anche ragazze di vent’anni, le trascinavano in disparte e le costringevano a consegnare il cellulare e i soldi, minacciando di picchiarle. In un caso per fare più paura hanno usato anche un coltellino svizzero. Il ritrovo della banda era sui muretti del Duomo, mentre le serate trascorrevano al De Sade, una discoteca alla moda.
Per gli investigatori sono responsabili di due episodi, entrambi in via Torino, uno di febbraio e uno di aprile. Le indagini sono partite dalla denuncia del secondo, ripreso dalle telecamere di un negozio, mentre nel primo la baby gang si è lasciata sfuggire le due ragazze ventenni prese di mira, che si sono rifugiate in un negozio. Inseguite e poi aspettate alla fermata dell’autobus, alla fine sono riuscite a scappare. A giudicare dal sangue freddo delle giovani rapinatrici, sempre sicure e aggressive, forse avevano già colpito prima di febbraio.

Adolescenti contro altri adolescenti. Gli uni armati di coltelli, gli altri terrorizzati e derubati. I carabinieri di Verona hanno bloccato una banda di ragazzi tra i 16 e i 18 anni che aggredivano i loro coetanei e si facevano consegnare telefonini, lettori mp3 e vestiti firmati. Che poi rivendevano per comprarsi l’eroina da fumare.
La baby gang era composta da giovani italiani e di origine nordafricana, tutti studenti e appartenenti a famiglia per bene. Nessuno di loro aveva mai avuto problemi con la giustizia. Il tribunale per i minorenni ha disposto cinque arresti, anche se le indagini, cominciate nel dicembre scorso, continuano e si cercano almeno altri 6-7 adolescenti.
I baby aggressori si muovevano in centro. Individuavano le vittime nei luoghi di aggregazione più frequentati dai giovani, poi le seguivano e le circondavano. Minacciandole con un coltello, le costringevano a dare loro tutti gli oggetti di valore che avevano. Alcuni degli indagati sono stati già coinvolti in inchieste simili in passato.