La Polizia di Stato di Massa Carrara e la Sezione Polstrada di Massa hanno arrestato, in flagranza di reato, una badante italiana responsabile di maltrattamenti aggravati ai danni di una donna settantacinquenne che le era stata affidata.
L’operazione è iniziata in seguito della segnalazione dei parenti della anziana donna e le forze dell’ordine avevano installato alcune micro-camere nell’abitazione della vittima. Continua
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di Paola Sacchi
Non è esattamente un Gran Torino in versione leghista. Il sindaco veneto di Cittadella, e deputato per il Carroccio, Massimo Bitonci non è come Clint Eastwood, che nel film è l’ultimo bianco in guerra contro gli orientali che hanno invaso il quartiere. Bitonci è un campione della guerra allo straniero clandestino, la sua ordinanza antisbandati (niente residenza senza una soglia minima di reddito) gli ha fatto piovere addosso una caterva di accuse di razzismo, xenofobia e quant’altro. Ma proprio nei confronti di un’extracomunitaria Bitonci ha un debito di riconoscenza: se non fosse stato per Maria, la collaboratrice domestica moldava che da anni tiene le chiavi di casa sua, il sindaco antisbandati non avrebbe più ritrovato l’adorato bastardino di nome Gigio. “Senza di lui i miei figli erano disperati. Maria per giorni fece ricerche finché lo ritrovò” racconta Bitonci a Panorama. Precisa: “Maria è sempre stata in regola. D’altronde tra gli immigrati ci sono quelli che come lei vogliono integrarsi e quelli che vengono qui per delinquere. È solo questi ultimi che non vogliamo”.
Sentimenti condivisi, come dimostra quel che è accaduto a Oppeano, 8 mila anime (di cui oltre 1.000 stranieri), vicino a Verona. Qui è capitato che una famiglia di romeni abbia chiesto al sindaco in camicia verde di fare da padrino a un battesimo. “In 15 anni da sindaco mai nessuno me l’aveva chiesto” riferisce, ancora un po’ sorpreso, Alessandro Montagnoli, che è anche deputato del Carroccio.
Dunque c’è un cuore leghista che batte per gli immigrati? Non proprio. Ricorrenti sono le uscite provenienti dalla pancia dei lumbard che sparano nel mucchio. Tanto più a ridosso delle elezioni. Se anni fa Erminio Boso, detto Obelix per la mole, invitava a prender loro le impronte dei piedi e a rispedirli a casa con gli Hercules dell’Esercito, ora il parlamentare e vicesegretario della Lega lombarda Matteo Salvini ha riproposto una vecchia ricetta di Mario Borghezio: vagoni riservati per i milanesi. E solo pochi anni fa il ministro della Semplificazione normativa Roberto Calderoli non resistette in tv allo sfizio di definire la giornalista palestinese Rula Jebreal “una signora abbronzata”. Esternazioni che non hanno mai fatto la felicità dello stesso leader della Lega Umberto Bossi.
Che i leghisti fossero accompagnati da una certa fama lo sapeva bene anche Sofia, 43 anni, peruviana, da anni badante di Angela, madre del deputato ligure Giacomo Chiappori, leghista verace, uno nel cuore del Senatùr, leader di Alleanza federalista, cioè il Carroccio lato Sud. Racconta scherzandoci sopra lo stesso Chiappori: “Sofia ignorava il mio incarico. Quando mi vide a Tele Imperia tutto incravattato e vestito di verde, a momenti le prendeva un colpo. E sorpresa mi chiese se io fossi davvero un dirigente leghista. Sì, era proprio sorpresa, perché i rapporti che abbiamo con lei cozzavano con l’immagine esterna che si dà della Lega. Lei è da sempre una di famiglia. Non c’è domenica, Pasqua o Natale che non sia invitata”.
Anche Chiappori puntualizza: “Vi dovete mettere bene in testa che noi non siamo razzisti. Vogliamo chi rispetta le nostre regole, chi non butta i crocefissi nel cesso e paga le tasse. Come le due imprese edili di marocchini che operano a Villa Faraldi, il piccolo comune di cui sono sindaco. Quello sì che è un esempio di integrazione. La differenza, quindi, è tra chi si comporta bene e chi si comporta male”.
La stessa linea Maginot tracciata da Gianni Fava, deputato e coordinatore leghista del Centro-Sud. Quando era sindaco di Pomponesco, nel Mantovano, decise di “scommettere su Mohammed, un marocchino che mi dette più di una prova di volersi integrare”. Per Fava “uno diverso dai suoi connazionali che andavano in giro con le mogli piene di lividi per le botte prese. Lui, invece, con la moglie andava al bar, un rapporto alla pari: per un laico come me questo è un test fondamentale”. Mohammed, attraverso regolari graduatorie (”Per lui applicai la riserva” dice Fava), ottenne casa e lavoro.
Anche Manuela Dal Lago, ex presidente della Provincia di Vicenza, vicecapogruppo a Montecitorio, racconta di aver dato una mano a un’albanese a trovare lavoro come infermiera: “Era onesta e perbene e decisi di aiutarla”.
Ma ora che le regole sono più rigide e i respingimenti dei clandestini, secondo il provvedimento sicurezza, vessillo della Lega, avvengono via mare, potranno ripetersi queste storie di integrazione? Angelo Alessandri, presidente federale del Carroccio e candidato sindaco a Reggio Emilia, ricorda che il premier socialista spagnolo José Luis Zapatero “è ancora più duro di noi”. Poi una battuta sferzante: “Si vede che i comunisti scemi stanno solo in Italia”. Alessandri nella sua campagna elettorale a Reggio ha come sostenitori anche due albanesi. “Uno dei due, Altin Alla, da 12 anni in città” sottolinea Alessandri “è fidanzato con Isabella Rossi dei giovani padani”.
Albanese è anche Entela Melani, che, come riferisce il giornale online Varese news, da domestica di una famiglia leghista varesina è diventata candidata del Carroccio al Comune di Golasecca, nella Padania profonda. Chissà se un giorno si candiderà anche Maria, la cameriera romena che lavora nell’agriturismo dello zio del deputato Maurizio Fugatti, segretario leghista del Trentino. Racconta: “Ogni volta mi saluta con un “Viva la Lega””.
Sorpresa finale, anche in casa del cattivissimo Salvini c’è stata una badante straniera: “Rosa, peruviana, accudiva mia nonna morta 4 anni fa. L’avevamo trovata tramite la parrocchia”. Ha mai redarguito le sue intemperanze? “Scherza? Semmai, avveniva il contrario. Era imbufalita con i connazionali che nel parco sotto casa di notte sporcavano, schiamazzavano e facevano molto altro. Diceva che questa gente rovinava soprattutto l’immagine delle persone perbene come lei. E quando non ne poteva più gridava: “Questi cacciateli via tutti, qui siete troppo tolleranti””.
Si Salvi(ni) chi può.
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Un solo desiderio: tornare nei loro Paesi.
Perché qui sono costrette a vivere lontane da mariti e figli e a prendersi cura di anziani e bambini di altre famiglie, di cui comunque si sentono parte. Ma solo perché ci lavorano.
A fare questa foto delle colf è l’indagine nazionale delle Acli Il Welfare fatto in casa, realizzata dall’Iref. Solo il 25% è intenzionato a restare in Italia, un paese in cui il 24% del totale arriva senza permesso di soggiorno
I ricercatori dell’Iref tra marzo e aprile di quest’anno hanno interrogato un campione rappresentativo di 1000 collaboratrici familiari straniere (66 nazionalità diverse), con un questionario somministrato “faccia a faccia”.
Per capire chi sono e da dove vengono, che famiglie hanno lasciato e che progetti hanno. La ricerca è stata illustrata al ministro della Famiglia Rosy Bindi. Ne è venuto fuori che sei colf su 10 vivono separate dai figli o dal marito. Quattro su 10 mandano in patria almeno la metà di quanto guadagnano (in media 880 euro mensili, lavorando 42 ore a settimana).
Il 24% è in Italia senza documenti di soggiorno. Il 57% lavora del tutto o in parte in nero. Il 61% concorda col datore di lavoro le irregolarità nei versamenti. Il salario medio è di 880 mensili. Più della metà (51%) assiste persone anziane e il 17% si prende cura dei bambini. Si sentono membri di famiglia (60%) ma chi vive nella casa in cui presta servizio (33%) lavora fino a 59 ore settimanali e pensa di andare avanti ancora per poco (70%). Anche se esiste ed è palese la differenza di stipendio tra le collaboratrici regolari e quelle che non lo sono. Le prime godono di maggiori garanzia economiche e guadagnano anche 1.000 euro al mese; le colf irregolari o che si sono in Italia da meno di 2 anni hanno un guadagno medio di 750 euro.
L’età media è 40 anni. Le più giovani vengono dall’Europa dell’Est. Le più istruite dall’ex Russia. Le colf filippine sono sempre di meno: erano il 31% prima del 1997, scendono al 19% nel 2000 e arrivano appena al 10% di ingressi nel 2006.
Al di là dei numeri, va infine notato che la quotidianità tra le mura domestiche ha permesso a molte di loro di crearsi un’idea della situazione: il 51% ritiene che i figli siano viziati dai genitori; il 49% ritiene che gli anziani non siano trattati con particolare attenzione.