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L’Italia apre le porte a 150mila cittadini extracomunitari per motivi di lavoro subordinato non stagionale. Approvato ieri, è in via di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale il decreto che regolamenterà i prossimi flussi d’ingresso dei lavoratori extracomunitari nel territorio dello Stato per l’anno 2008. A beneficiare di questo decreto (qui il testo integrale in .pdf) saranno coloro che hanno inviato le richieste agli sportelli unici per l’immigrazione entro il 31 maggio 2008.
In particolare, rende noto il Viminale, le quote riguardano 44.600 lavoratori domestici o di altri settori produttivi, provenienti da Paesi che hanno sottoscritto o stanno per sottoscrivere specifici accordi di cooperazione in materia migratoria, ripartiti secondo la tabella allegata; 105.400 lavoratori domestici o di assistenza alla persona, provenienti da altri Paesi.
Il provvedimento è stato adottato in considerazione dell’attuale congiuntura economica e del prioritario fabbisogno delle famiglie nel settore dell’assistenza domiciliare.
Le selezioni avverranno tenendo conto delle richieste dei datori di lavoro pervenute agli sportelli unici per l’immigrazione entro il 31 maggio 2008 eccedenti la quota dei flussi prevista con decreto del 30 ottobre 2007.
Il datore di lavoro non comunitario, persona fisica, dovrà essere in regola del titolo di soggiorno (art. 9 decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286) o ne abbia presentato richiesta alla data di pubblicazione del decreto e, a decorrere dal 15 dicembre 2008, dovrà confermare l’interesse all’assunzione. Tale procedura dovra’ concludersi entro venti giorni.
La quota riservata ai 14 paesi extracomunitari è così ripartita:
a) 4.500 cittadini albanesi;
b) 1.000 cittadini algerini;
c) 3.000 cittadini del Bangladesh;
d) 8.000 cittadini egiziani;
e) 5.000 cittadini filippini;
f) 1.000 cittadini ghanesi;
g) 4.500 cittadini marocchini;
h) 6.500 cittadini moldavi;
i) 1.500 cittadini nigeriani;
l) 1.000 cittadini pakistani;
m) 1.000 cittadini senegalesi;
n) 100 cittadini somali;
o) 3.500 cittadini dello Sri Lanka.;
p) 4.000 cittadini tunisini.

Il nostro è un paese per vecchi ma non sappiamo come occuparci di loro. Fra vent’anni un italiano su tre avrà più di 65 anni ma le famiglie di questi anziani avranno sempre meno tempo e voglia di prendersi cura di un papà non autosufficiente, di una nonna cardiopatica, di una zia affetta da demenza senile. Ma è e sarà un problema che ci riguarderà tutti ed è per questo che, tutti d’accordo, innalziamo il monumento alla badante, la soluzione italica al problema. Dal giro di vite del governo contro l’immigrazione clandestina, la badante (anche se non proprio a posto col permesso di soggiorno) resta un po’ fuori, anzi ci sono ministri (da Mara Carfagna a Maurizio Sacconi) che ne tessono pubblicamente le lodi.
E così todas badantes, verrebbe da dire: da dicembre 2007 a maggio 2008 sono arrivate quasi 800mila domande di regolarizzazione. Ma la metà di queste sono state presentate da extracomunitari. E viene il sospetto: ricongiungimenti familiari o immigrazione col trucco? L’orientamento del governo è quello di vagliare con attenzione le richieste e autorizzare tra i 170mila e i 200mila arrivi, perlopiù badanti.
Là dove il welfare centrale non prevede la gestione del pianeta anziani, là dove l’iniziativa di molti enti locali è minacciata dal crescente esaurimento dei fondi, ecco la donnina (o il donnone) ucraina o romena che per meno di mille euro al mese, pagati peraltro dal privato, risolve gli aspetti pratici e spesso anche affettivi che figli e nipoti non sono in grado di affrontare.
In Italia oggi lavorano come assistenti familiari circa 750 mila persone (quasi tutte donne) iscritte all’Inps. Ma ce ne sarebbero quasi 900 mila irregolari. “La badante rappresenta una grande fonte di risparmio per lo Stato” dice Pietro Soldini, responsabile dell’immigrazione della Cgil. “Quanto costerebbe infatti il ricovero in una struttura convenzionata per lungodegenti? Forse la sanità pubblica spenderebbe in un giorno quello che il privato paga in un mese ed è per questo che una delle prime cose da fare sarebbe rendere detraibile dal 740 lo stipendio della badante”. Carlo Pieri, presidente dell’Adoc, ha calcolato che l’apporto delle badanti, regolari e non, costituisce per lo Stato un risparmio di 45 miliardi di euro all’anno.
Identikit delle badanti. Ma chi sono e da dove vengono questi 2 milioni di angeli del Terzo millennio? La frantumazione del blocco comunista ha favorito l’esodo di donne russe, ucraine, moldave, bulgare e romene verso l’Italia. Il 60,3 per cento delle badanti viene da lì (il 16 per cento dall’Asia, il 14,5 dal Centro e Sud America, il 9,4 dall’Africa, secondo una ricerca commissionata all’Iref dalle Acli). Molte di queste donne hanno anche un curriculum scolastico di tutto rispetto che va dal diploma superiore a una o perfino due lauree. “Hanno una scolarizzazione esemplare, il triplo dei laureati rispetto all’Italia” dice Soldini. Il 38 per cento è tra i 30 e i 40 anni e il 27,7 è tra i 40 e i 50.
Quasi sempre arrivano in Italia con il visto turistico, su indicazione di un’amica, e iniziano a lavorare presso una famiglia. Siccome sono brave ed eccezionali lavoratrici (soprattutto le ucraine), le famiglie iniziano a ritenerle indispensabili e dopo averle tenute un po’ in clandestinità, fanno domanda per regolarizzarle. Se tutto va bene, con il permesso di soggiorno arriva l’aumento di stipendio (sui 700-800 euro al mese) e l’iscrizione all’Inps, quasi sempre con un numero di ore dichiarate inferiori alla realtà. Ma il vero salto che la maggior parte delle badanti sanno garantire è quello del legame con l’assistito. Al di là delle storie piccanti della avvenente ragazza dell’Est che sposa il vecchietto per impossessarsi dei suoi beni, molto spesso la badante rappresenta per l’anziano l’unica vera fonte di compagnia e di affetto. Vecchietti abituati a interminabili pomeriggi davanti alla tv o con lo sguardo fisso oltre la finestra trovano negli stimoli di una voce dedicata un bene prezioso. Per loro è una salvezza e per le famiglie un ottimo sistema per dedicarsi alla vita di tutti i giorni senza troppi rimorsi.
Viva le badanti, dunque. Ma, a fronte di tanta utilità, si fa poco o niente per agevolare loro e i datori di lavoro. “Non esiste un elenco delle badanti, non esiste una categoria riconosciuta. Sono tutte inserite nel mucchio dei cosiddetti ‘collaboratori domestici’” dice Francesco Di Maggio, direttore dei Flussi migratori dell’Inps. “E questo favorisce di fatto una grande evasione. Oltre alla detraibilità dei contributi versati si dovrebbe istituire un albo delle badanti che devono avere cognizioni di psicologia, di infermieristica, di geriatria”. “Abbiamo registrato per le badanti il fenomeno dell’immigrazione pendolare: vengono, stanno un po’ e poi tornano al loro paese con qualche soldo da parte” dice Guglielmo Loy, responsabile della Uil per l’immigrazione. Anche la ricerca Iref-Acli: “Il welfare fatto in casa” evidenzia che 3 badanti su 4 non vogliono rimanere a lungo nel nostro Paese e quindi sono disponibili a lavorare in nero o ad accettare contributi irrisori per una pensione che non verrà mai corrisposta.
A volte però l’angelo si ribella ai soprusi e si rivolge al sindacato. Dice ancora Soldini: “Abbiamo un sacco di vertenze in corso, anche cose delicate, tra famiglie di gente iscritta alla Cgil. Si parla di violenze private e sessuali, documenti trattenuti e stipendi da fame per lavorare 24 ore su 24 senza riposi né ferie”. Per questo i sindacati, le associazioni che fanno capo al mondo cattolico, gli enti locali chiedono al governo misure per incentivare il cittadino a regolarizzare davvero la badante. Prima tra tutte la defiscalizzazione della spesa.
Poi l’istituzione presso i comuni di un albo riconosciuto al quale le badanti si iscrivono dopo un corso di formazione finanziato con la riconversione di istituti un po’ desueti come quello dell’accompagno. Ancora: un elenco di “supplenti” a disposizione degli enti locali per consentire le ferie e i permessi alle lavoratrici regolarmente assunte. “La badante è diventata a tutti gli effetti una colonna del nuovo welfare e come tale va riconosciuta” dice Franco Pittau della Caritas di Roma.
Ci sono realtà che già si muovono autonomamente. A Ferrara, per esempio, c’è l’associazione badanti Nadiya (che in russo significa speranza) che mette in contatto lavoratrici dell’Est europeo con famiglie che hanno bisogno di qualcuno che faccia assistenza agli anziani. Il presidente di Nadiya, che lavora a stretto contatto con lo Sportello immigrati della Cisl, è Roberto Marchetti, ex dirigente dell’Eridania, che ha conosciuto la crisi aziendale fino al licenziamento e la cassa integrazione per due anni. Ora è segretario dell’Istituto diocesano, amministra i beni della chiesa di Ferrara ma nel tempo libero si dedica volontariamente alle assistenti familiari: “Abbiamo in città 5.200 badanti di cui solo 2.800 in regola. Abbiamo istituito una sorta di albo professionale, vagliamo i curricula delle donne e poi le mettiamo in contatto con le famiglie che si rivolgono a noi. Solo per le badanti, in provincia c’è una evasione di 8 milioni di euro l’anno tra Inps e Irpef”.
Esperienza analoga a Sesto San Giovanni dove lo Sportello assistenza familiare (realizzato in partnership con il comune di Brescia, l’Irs Istituto di ricerca sociale di Milano, la Cgil e la Caritas) ha messo in contatto un migliaio di badanti con le famiglie bisognose e ha anche finanziato tre corsi di formazione.
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Uccise entrambe con una coltellata. Due donne ucraine della stessa età. Assassinate a circa due ore di distanza l’una dall’altra. Le due vittime, che erano amiche, abitavano in due paesi del Bergamasco lontani una trentina di chilometri.
Dopo una caccia all’uomo durata tutta la mattina si è presentato spontaneamente in caserma a Bergamo Anacleto Roncalli, pensionato di 67 anni, ex marito della prima badante ucraina uccisa. Poi ha ucciso anche l’amica.
Accoltellata nel garage di casa. L’hanno trovata così i carabinieri di Villa d’Adda, questa mattina alle 7,40. Il cadavere è di una donna ucraina di 43 anni, Natalia Holovko. Il corpo era riverso a terra in una pozza di sangue nel garage dell’abitazione della vittima in via Ca’ di Passere. La donna sarebbe stata uccisa con alcune coltellate all’addome. A notare il cadavere è stata una vicina di casa, che ha visto i piedi spuntare dall’autorimessa e ha dato l’allarme. La donna viveva con uno dei due figli avuti da un precedente matrimonio ucraino: Nikita, 16 anni, che era al lavoro a Milano. Un secondo figlio, Alexander, 21 anni è sposato e vive in Ucraina. Natalia Holouko e la seconda vittima erano amiche e pare che fossero state entrambe ripetutamente minacciate da Roncalli.
La seconda vittima è un’altra badante. Anch’essa ucraina, di 42 anni: Alla Smirnova. Il suo corpo è stato trovato intorno alle 9.30 a Locatello, altro paese della bergamasca, distante circa 30 km da Villa d’Adda. L’immigrata è stata uccisa nella sua auto, una Volkswagen Lupo, con una coltellata al collo e una all’addome. L’auto era parcheggiata lungo la provinciale della Valle Imagna che porta a Fuipiano. Il cadavere è stato rinvenuto un paio d’ore dopo quello di Natalia Holovko,. Gli inquirenti non escludono che ci possa essere un collegamento tra i due omicidi.
Roncalli aveva conosciuto Natalia Holouko diversi anni fa a Milano. Il loro matrimonio, secondo le prime indiscrezioni, aveva avuto un andamento molto burrascoso a causa della morbosa gelosia dell’uomo. E dopo anni di scenate e litigi si era arrivati alla separazione. Ma l’uomo non si era rassegnato, continuava a controllare la vita della ex moglie. Tanto che nella prima mattinata di oggi era andato a casa della donna ed era scoppiato l’ennesimo violento litigio.
Prendere, come faranno i commissari straordinari all’emergenza nomadi, ai minori dei campi nomadi le impronte digitali: “Non si tratta di una schedatura etnica, bensì di una ulteriore garanzia per la tutela dei loro diritti, per evitare fenomeni come l’accattonaggio. Sarà un censimento vero e proprio per garantire a chi ha il diritto di rimanere, di poter vivere in condizioni decenti. E mandare invece a casa chi non ha il diritto di stare in Italia”. Lo ha ribadito il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, in una audizione davanti alla commissione Affari costituzionali della Camera.
“È nostra intenzione” ha ricordato Maroni “dare piena attuazione ai Patti per la sicurezza sottoscritti con numerose città, ma rimasti sino ad adesso sulla carta: in questo senso va, ad esempio, il conferimento ai prefetti di alcune grandi città di poteri di commissario straordinario all’emergenza nomadi”.
Maroni ha fatto riferimento al caso della capitale, dove “soltanto all’interno del Grande raccordo anulare ci sono una cinquantina di campi, e altrettanti dovrebbero esservene fuori: campi di dimensioni diverse, da un minimo di 10 a un massimo di qualche centinaio di residenti”. Campi nomadi, non rom, tiene a precisare il minsitro, perché vi abitano “anche italiani, ci sono criminali e persone perbene, ci sono bambini”.
Ma c’è e ci sarà molto altro nelle nuove norme che il Parlamento si prepara a votare.
Censimento, e quindi controllo, significa che chiunque voglia rimanere in Italia dopo tre mesi di soggiorno, anche un cittadino dell’Unione Europea, deve dimostrare di avere un reddito per sostentarsi e deve dichiarare al Comune il luogo in cui risiede. Un luogo vero, una casa. “Oggi è consentito abitare anche in una grotta”, ha spiegato Maroni ai deputati. D’ora in poi, invece, come prevede uno specifico decreto legislativo, l’abitazione dichiarata dovrà essere in linea con gli standard “igienico sanitari”. Questo “porrà fine ai campi nomadi abusivi. Non è possibile accettare in un Paese civile” ha detto ancora il ministro “che i bambini debbano convivere con i topi”.
La “mancata iscrizione all’anagrafe” del Comune è “motivo di espulsione”. Chi si sottrae al censimento, chi non ha luogo e soldi per vivere, è allontanato. Sarà il sindaco a controllare, il rappresentante delle istituzioni a cui Maroni vorrebbe assegnare sempre più poteri nel tempo, come la possibilità di “rilasciare i passaporti e i permessi di soggiorno”.
Il ministro Maroni, rispondendo poi ai cronisti che gli chiedono del “piano” concordato tra i ministri Carfagna e Sacconi per “sanare” la badanti di ultrasettantenni e disabili dal giro di vite sull’immigrazione clandestina, non ha nascosto le sue perplessità: “Non mi appartiene la doppia morale di chi fa l’intransigente con i pubblici poteri e poi per sé chiude entrambi gli occhi”.
Per il ministro dell’Interno si tratta di “una questione di principio: non c’è un modo per sanare i giusti e rimandare indietro gli ingiusti. I clandestini sono clandestini: le figure del quasi clandestino, del clandestino meritevole di sanatoria o del clandestino eticamente regolare sono figure intermedie che faccio fatica a definire. E poi, perché sanare chi fa da badante a un anziano di 70 anni e non a uno di 69? Perché sanare una badante e non un muratore che magari con il suo lavoro mantiene moglie e tre figli?
L’unica distinzione possibile è tra chi rispetta le leggi e entra nel nostro Paese in modo legale e chi le aggira ed entra irregolarmente”.
“Prendere le impronte digitali ai minori dei campi rom per evitare fenomeni come l’accattonaggio”. Siete d’accordo con il piano del ministro Maroni?
Nel giro di soli 5 anni 141mila lavoratori immigrati regolari sono “spariti” nel nulla, o meglio, sono tornati nel “sommerso”. La denuncia viene dalla ricerca del Censis Il sociale non presidiato, presentata nell’ambito dell’annuale appuntamento di riflessione Un mese di sociale dal Presidente dell’istituto Giuseppe De Rita, dal Direttore Generale Giuseppe Roma, e dal responsabile del settore Politiche sociali Francesco Maietta.
Nel 2002, denuncia il Censis, i lavoratori stranieri regolarizzati in Italia erano 646mila. Poi, improvvisamente, si scopre che nel 2007 quelli che avevano ancora un lavoro ed erano ancora regolari erano 505mila. Di questi, il 60% si è trasferito in un’altra provincia per lavoro. Più di 88 mila si sono sposati. Segnali di grande vitalità, sottolinea il Censis, ma la riduzione del 22% di immigrati regolarizzati, che “sicuramente non sono usciti dall’Italia, indica che sono finiti nell’economia sommersa” ed è a testimonianza di una “scarsa capacità del sistema sociale di includerli”. Ad esempio, secondo il Censis, l’assistenza low cost delle badanti ritorna sommersa. “Dal 2004 al 2007″ si legge “si è registrato un calo drastico degli immigrati regolarizzati impegnati nei servizi alle famiglie pari a -20,8%, segno di un probabile ritorno al nero. Il numero effettivo di badanti che lavorano in Italia è nettamente superiore ai dati ufficiali. Stime prudenziali consentono di fissare in 700-800 mila le persone che lavorano in famiglia e in 10 miliardi di euro l’anno il valore annuale della loro attività”. Un welfare che, dice il rapporto Censis: “è bloccato, spreca risorse e non risponde ai bisogni”.
L’istituto di ricerca rileva che dal 2004 al 2007 si è registrato un calo drastico degli immigrati impegnati nei servizi alle famiglie, pari a -20,8%, “segno - ritiene - di un probabile ritorno al nero”. “Il numero effettivo di badanti che lavorano in Italia è nettamente superiore ai dati ufficiali. Stime prudenziali consentono di fissare in 700-800 mila le persone che lavorano in famiglia e in 10 miliardi di euro il valore annuale della loro attività”. Rispetto ai 646mila stranieri regolarizzati nel 2002, il Censis afferma che cinque anni dopo (2007) erano 505 mila coloro che avevano ancora un lavoro ed erano regolari. Il 60% si è trasferito in un’altra provincia di lavoro. Più di 88 mila si sono sposati. Per i ricercatori, questo è segno di una “grande vitalità, ma la riduzione del 22% di immigrati regolarizzati, certamente non usciti dall’Italia, indica che sono finiti nell’economia sommersa, a testimoniare la scarsa capacità del sistema sociale di includerli”.
Il VIDEO servizio:

Badanti contro pensionati. La nuova contesa, tutta interna al sindacato, è esplosa da qualche tempo a Bologna. E ha visto dirigenti ed esperti di diritto del lavoro divisi a metà tra le ragioni delle giovani immigrate e quelle dei (sempre più poveri) pensionati.
La questione è semplice quanto inaspettata: dopo i primi mesi di adattamento nel nostro Paese, moldave, ucraine, russe e rumene iniziano ora ad informarsi e a prendere coscienza dei propri diritti. Chiedendo, tra le altre cose, Tfr, ferie non pagate e una tutela completa del proprio posto di lavoro, adeguata agli standard previsti dalla legge. Così, nelle ultime settimane e nella sola città di Bologna, sono arrivate centinaia di richieste di assistenza legale per contenziosi amministrativi e fiscali.
Il problema è che dall’altra parte del tavolo non ci sono imprenditori, ma semplici pensionati, che degli iscritti ai sindacati sono spesso la componente più importante e numerosa. Ecco perché sono iniziate a fioccare lettere tra dirigenti, quasi sempre interni alle stesse confederazioni. Da un lato c’è chi chiede “aiuto e assistenza alle giovani immigrate”, dall’altro c’è chi ricorda che chi sta dall’altra parte “non è un datore di lavoro, ma parte integrante della nostra stessa storia e così va trattata, con grande riguardo e sensibilità”.
Resta da capire come decideranno di agire le confederazioni. O rinunceranno a tutelare le giovani immigrate o decideranno di alleggerire il portafogli sempre più vuoto della maggior parte dei pensionati italiani.

Di Pietrangelo Buttafuoco
Signore un po’ vistose raccolte in preghiera. Gigliola è la più curata: è la sciantosa. Con lei c’è Mela, poi Rosaria, e altre ancora che, insomma, “sono uomini che hanno deciso di diventare donne” spiega Anna Dolei, sociologa. Alcuni sono operati, altri no. “Donne che altro sistema di sopravvivenza non hanno avuto che il meretricio” dice padre Valerio Di Trapani, il responsabile della Caritas.
La chiesa si trova in piazza Cappellini a Catania, è la parrocchia del Crocifisso della buona morte. Il contesto è fin troppo evocativo, a prendersi cura di queste donne pensionate dalla prostituzione sono le suore di Madre Teresa di Calcutta, ma non c’è una sceneggiatura di Pedro Almodóvar. Siamo nel cuore di San Berillo (il quartiere a luci rosse della città erotica e letteraria di Vitaliano Brancati ieri e di Ottavio Cappellani oggi), nel cuore del centro storico, dove queste signore in età non troveranno più posto perché “la bonifica” è in atto.
C’era una volta il quartiere a luci rosse, e neppure tanto tempo fa, forse sono ancora attive le vecchie case, come quella di Nedda Rassu, quella di Mattia Abramo o la Fargione, e in quelle “persiane sempre chiuse” c’erano le divine: la Smith, così chiamata per assonanza con la pistola, e la Martinelli, bella come Elsa, ma travestito come le altre.
E la bonifica che porta illuminazione dove c’era solo oscurità, fognature dove c’era solo il pantano delle deiezioni, con la speculazione edilizia che centuplica i prezzi di questi palazzi, solleva l’urgenza: “Sono rimaste solo le più anziane e le più indifese, come si possono riciclare le professioniste del sesso, vecchietti che sanno solo fare ricotta?”.
Cambiare vita ha un prezzo, precipitare nella povertà estrema: “Come salvare queste creature, tutta povera gente senza nessuno al mondo?” è la domanda che si è posto Nino Strano, senatore di An, per tanti versi un dandy, “eterosessuale attento ai problemi dei gay” dice di sé, che ha immediatamente aiutato padre Valerio e forse ha anche trovato la soluzione. “Ho coinvolto Paolo Colianni, l’assessore per la Famiglia, ma anche Rossana Interlandi, l’assessore per Territorio e ambiente. Con un corso finanziato dalla regione insegniamo loro un nuovo mestiere e ci adoperiamo per inserirle nella società”.
Trasformare i transgender in badanti, per esempio. “Questa settimana abbiamo iniziato alla Caritas un corso di primo soccorso. Accanto a questo” spiega padre Valerio “ci adoperiamo affinché queste donne abbiano una formazione professionale e imparino le nozioni di assistenza: come si sposta un anziano nel suo letto, come si curano le piaghe, come si tengono puliti. Non sarà solo una cooperativa di transessuali, non sarà un altro ghetto di genere. Vogliamo restituirle alla società e non più come emarginate, ma accanto al prossimo e vicine a Dio”.
Troppo ambiguo, spiega ancora padre Valerio, “vedere un prete in faccende di prostitute. Se non ci fosse la presenza dell’Altissimo, non lo farei. Tutto è nato sulla base di incontri in parrocchia con la parola di Dio, e sarà per questo che toglieranno il loro abito da prostitute”.
E gli abiti muliebri? “Purché non sia un abito di seduzione, né di provocazione. Se poi donne si sentono…”.

Un esercito, ma senza armi e senza divisa. E senza diritti, né previdenza sociale, né documenti. Nel nostro Paese le badanti, quelle che in termini sindacali si chiamano assistenti familiari, sono 713.938: quasi un milione di lavoratrici che si prende cura degli oltre 11 milioni di anziani italiani. Un “esercito della salvezza”.
Donne che hanno un identikit ben preciso, che è stato tracciato nei mesi scorsi dall’Università di Padova e dalla “Fondazione Leone Moressa” di Mestre: secondo la ricerca dell’Ateneo patavino le badanti che lavorano in Italia hanno un’età compresa tra i quaranta e i cinquanta anni, sono sposate e hanno un alto grado di scolarizzazione. Il 40 per cento di esse è in possesso di un diploma di scuola superiore mentre ben il 18 per cento ha una laurea, spesso in medicina, o una formazione da infermiera professionale.
Il quadro del settore è stato dipinto dall’Istituto per la ricerca sociale e dalla Caritas Ambrosiana, che hanno elaborato su base statistica i numeri e i dati raccolti a livello nazionale dagli sportelli per l’immigrazione sparsi nelle venti regioni italiane. Dati che raccontano come in molti casi queste donne, che arrivano in prevalenza dai Paesi dell’Est Europa, sono sottopagate e senza documenti in regola. Secondo Irs e Caritas, infatti, solamente il 36,7 per cento delle badanti ha un contratto di lavoro, un permesso di soggiorno e una situazione previdenziale che le permetterà o permetterebbe di avere una pensione. Il 21,4 per cento ha sì i documenti per poter risiedere in Italia senza paura dell’espulsione ma lavora in nero, con stipendi che non superano gli ottocento euro mensili. La stragrande maggioranza di queste donne, però, vive una vita da clandestina: il 41,8 per cento è senza documenti, senza contratto e senza assistenza di alcun tipo.
La colpa, secondo l’istituto di ricerca, è anche degli oneri che la legge impone a chi voglia assumere un’assistente familiare: negli anni scorsi assicurare una donna e versarle i contributi costava, insieme con la retribuzione, un massimo di 898 euro al mese. Ma con il nuovo contratto di lavoro, le spese sono cresciute, fino a toccare i 1.268 euro ogni trenta giorni. Tanto che sono sempre di più gli anziani che non possono permettersi un’assistenza domiciliare: per questo nei giorni scorsi la Cgil ha chiesto aiuti economici alle famiglie e a chi abbia bisogno di una badante. Per spezzare il cerchio del lavoro nero.