- Tags: banca-ditalia, Bnl, centrosinistra, Consob, Fausto-Bertinotti, Francesco-Rutelli, Giovanni-Consorte, Ivano Sacchetti, Massimo D'Alema, nicola la torre, Pd, Pier-Luigi-Bersani, Piero-Fassino, processo, scalate-bancarie, Ugo-SPosetti, Unipol, Vincenzo-Visco, Walter Veltroni
-

L’ex amm. delegato di Unipol, Giovanni Consorte | (Marco Merlini/LaPresse)
Tutto lo stato maggiore del centrosinistra, una spruzzata di centrodestra, i vertici della Banca d’Italia, delle Generali, funzionari delle maggiori banche d’affari nazionali sfileranno al palazzo di Giustizia. O almeno è quello che ha chiesto Giovanni Consorte, ex amministratore delegato dell’Unipol, al tribunale di Milano che il primo febbraio inizierà a celebrare il processo di primo grado contro lo stesso Consorte e Ivano Sacchetti per la vicenda della mancata scalata della compagnia assicurativa bolognese alla Bnl. Continua

Dalle farfalle ai francobolli. Dagli oggetti più bizzarri fino alle auto d’epoca. Ma in Italia c’è anche chi, tra il rimpianto, il ricordo e la nostalgia, una cosa colleziona più di altre: le care vecchie lire. Forse, per gli italiani, più di smania da collezionismo, si dovrebbe parlare di dimenticanza, o, più spesso, solo un ritrovamento casuale, in famiglia. Continua

MULTIMEDIA: In piscina con il burkini, polemiche a Verona
La crescita della presenza straniera in Italia “non si è riflessa in minori opportunità occupazionali per gli italiani”. Tradotto: in Italia sbarcano più stranieri, che però non tolgono lavoro agli italiani.
In estrema sintesi, questo è il contenuto di uno studio di Bankitalia dedicato alle economie regionali secondo cui l’afflusso di lavoratori stranieri ha accresciuto le opportunità “per gli italiani più istruiti” impiegati in “funzioni gestionali e amministrative”.
Secondo lo studio dei ricercatori di Palazzo Koch, “l’afflusso di immigrati dall’estero nell’ultimo decennio ha sostenuto la crescita dell’occupazione in Italia, contribuendo a contrastare il progressivo invecchiamento della popolazione. Gli stranieri hanno un tasso di occupazione superiore a quello degli italiani e redditi da lavoro significativamente inferiori”. E a questo fenomeno contribuiscono “un più basso livello di scolarità degli immigrati, una maggiore concentrazione in imprese meno produttive, il prevalente utilizzo in mansioni a ridotto contenuto professionale”.
Afflusso dagli anni ‘90
A partire dagli anni Novanta (come testimoniò, a suo tempo il bel film Lamerica di Gianni Amelio), l’Italia è divenuta meta di considerevoli flussi migratori dall’estero. La quota di popolazione immigrata, sottolinea lo studio, è passata dallo 0,6 per cento nel 1991 a quasi il 6 nel 2008. Nell’ultimo quinquennio il numero di stranieri residenti è più che raddoppiato, portandosi a 3,4 milioni di persone. Sull’aumento hanno influito la regolarizzazione avviata nel 2002 che ha portato all’emersione di circa 650 mila persone che già lavoravano in Italia e gli ingressi di cittadini europei divenuti comunitari recentemente.
Eppure, “La crescente presenza straniera” evidenziano gli studiosi di Via Nazionale “non si è però riflessa in minori opportunità occupazionali per gli italiani, che al contrario, sembrano accresciute per gli italiani più istruiti e per le donne. In particolare, l’offerta di lavoro femminile italiana si è giovata dei maggiori servizi per l’infanzia e per l’assistenza agli anziani”.
Per le donne, infatti, “la crescente presenza straniera attenuerebbe i vincoli legati alla presenza di figli e all’assistenza dei familiari più anziani, permettendo di aumentare l’offerta di lavoro”.
Più stranieri al Nord
L’afflusso degli immigrati non ha interessato in maniera uniforme tutte le aree del Paese: l’incidenza della popolazione straniera è oggi molto più elevata nel Centro Nord (quasi l’8 per cento) rispetto al Mezzogiorno (2,1 per cento). In Lombardia, Veneto, Lazio, Emilia-Romagna e Piemonte, dove si concentra il 45 per cento della popolazione italiana e si produce poco meno del 60 per cento del valore aggiunto nazionale, risiedono quasi il 70 per cento degli stranieri.
Nel 2008, ricorda Bankitalia citando i dati della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat, i lavoratori stranieri residenti in Italia rappresentavano il 7,5 per cento dell’occupazione complessiva; al Centro Nord l’incidenza era superiore al 9 per cento, a fronte del 3 nel Mezzogiorno. Il tasso di occupazione degli stranieri in età lavorativa era pari al 67 per cento, 9 punti percentuali in più rispetto agli italiani.
Il divario è in parte riconducibile a caratteristiche individuali, quali la minore età media degli stranieri e la necessità di avere un lavoro per ottenere il permesso di soggiorno, in parte alla loro concentrazione nelle aree più sviluppate del Paese, dove è più forte la domanda di lavoro. Il tasso di occupazione degli stranieri residenti nel Mezzogiorno era pari al 59 per cento, circa 9 punti percentuali in meno rispetto a quello del Centro Nord. È ragionevole ipotizzare che i più bassi tassi di occupazione nel meridione risentano della maggiore diffusione del lavoro sommerso e dei fenomeni di irregolarità, si legge nello studio.
Basso livello di istruzione, basso salario
Secondo il rapporto inoltre gli stranieri hanno sì un tasso di occupazione superiore a quello degli italiani ma scontano un più basso livello di scolarità (nel 2008, gli occupati con cittadinanza estera di età compresa tra i 25 e i 65 anni in possesso al più di un titolo di studio corrispondente alla scuola media inferiore erano il 44 per cento, quasi 7 punti percentuali in più rispetto al corrispondente valore per gli italiani; quelli in possesso di una laurea erano circa il 13 per cento a fronte del 18 per gli italiani). Questo, insieme a una maggiore concentrazione in settore e mansioni a minori contenuto professionale (il 79,3% degli stranieri occupati regolari al Centro Nord infatti fa l’operaio contro il 35,1% degli italiani), comporta che i redditi da lavoro dipendente nel settore privato degli stranieri siano inferiori di circa l’11% a quello degli italiani. Il 44% degli immigrati infatti è impiegato in occupazioni non qualificate o semi-qualificate (contro il 15% degli italiani), una percentuale che sale a quasi il 60% nel Mezzogiorno.
Nota dolente: l’abandono scolastico delle terze generazioni
Una nota dolente è rappresentata dalle nuove generazioni di stranieri che, secondo la Banca d’Italia “rappresentano una componente rilevante della futura forza lavoro nel paese”. Nel 2007-2008 gli alunni con cittadinanza non italiana erano 570mila (di cui in terzo nati in Italia), il 6,4% del totale. Tuttavia uno straniero su quattro fra i 15 e i 10 anni (uno su tre se risiede al Mezzogiorno) ha abbandonato la scuola contro il 12% degli italiani, una percentuale già alta per il contesto internazionale.

Falsificavano monete e banconote di euro su larga scala. Almeno 109 persone, appartenenti a diverse organizzazioni malavitose, sono state arrestate dai carabinieri in una vasta operazione anti-crimine. Circa 700 militari dell’Arma hanno setacciato diverse regioni. Le organizzazioni erano collegate tra loro formando una “rete” operante su tutto il territorio nazionale e con diramazioni in Germania, Spagna e Lituania.
Le persone arrestate avevano costituito una vera e propria “holding” del falso. Secondo l’accusa le varie organizzazioni si erano associate in “rete” per lo smercio di euro falsi di vario taglio, dai 200 alla moneta da 1 euro. L’operazione giunge al termine di una complessa e prolungata indagine coordinata dalla Dda di Reggio Calabria e condotta congiuntamente dai carabinieri del Comando provinciale e del Comando antifalsificazione monetaria, l’organo centrale dell’Arma specializzato nel settore della prevenzione e del contrasto al falso di banconote (posto alle dipendenze del Comando Carabinieri Banca d’Italia). Non pare ci sia stato un coinvolgimento diretto della ‘ndrangheta, che però avrebbe svolto un ruolo parallelo nello spaccio delle banconote contraffatte.
Ad avviare le inchieste, cominciate nel 2005, erano stati i carabinieri della Compagnia di Melito Porto Salvo che, nell’ambito di una indagine antimafia, colsero i primi riscontri di un contesto criminoso finalizzato alla pratica del falso. A confermare le tesi investigative giunse l’arresto, operato in provincia di Napoli, di un indagato trovato in possesso di circa 100 mila euro falsi.
Il profilarsi dello scenario di una ramificata rete di falsari estesa in ambito nazionale, portò la Dda reggina ad avviare una inchiesta distinta affidando le indagini al reparto operativo provinciale ed al Comando antifalsificazione monetaria di Roma, l’organo centrale dell’Arma specializzato nel settore della prevenzione e del contrasto al falso a livello nazionale ed internazionale.
Nel percorso investigativo le forze dell’ordine hanno anche scoperto, nelle provincie di Napoli, Caserta e Reggio Calabria, quattro “laboratori” clandestini per la produzione di banconote, monete e marche da bollo false, all’arresto in flagranza di 50 persone (due delle quali in Spagna) ed al sequestro di banconote false (da 20, 50 e 100 €) per un valore nominale complessivo di oltre 1.242.000 euro.
Nel corso delle indagini sono stati avviati anche una cooperazione internazionale, sia con forze di polizia estere, tramite l’Ufficio centrale nazionale del falso monetario della Direzione centrale della polizia criminale del Ministero dell’Interno, sia con organismi comunitari, l’European technical and scientific centre dell’Olaf - Ufficio per la Lotta antifrode della Commissione europea - di Bruxelles ed il Central analysis centre della Banca centrale europea di Francoforte, dai quali sono venuti supporti di approfondimento tecnico specialistico.
In Italia gli asili nido non soddisfano le esigenze dei bambini e delle loro famiglie. A dirlo è un rapporto della Banca d’Italia che descrive l’attuale situazione dei servizi di istruzione e cura per l’infanzia. L’indagine, svolta dal ricercatore Francesco Zullino, lancia l’allarme: gli asili sono pochi e i bambini sono costretti a restare a casa. E quindi meno di un quinto delle famiglie con bambini in età “giusta” ne usufruisce. Ma la situazione, afferma la ricerca, appare meno grave se si considera che il 58 per cento del totale decide per libera scelta di non mandare i bambini all’asilo. Solo il 13 per cento delle famiglie dichiara infatti di essere stata scoraggiata a causa della ridotta disponibilità di posti. Infine il 10 per cento del totale esclude l’affido perché insoddisfatto dalla qualità del servizio in rapporto al prezzo.
E così il 60,8 per cento delle famiglie si tiene i figli a casa, il 19,2 li manda all’asilo, il 16,7 per cento li affida ai nonni e il 3,1 per cento a colf o amici. Percentuali che cambiano però se la mamma lavora: in questo caso il 34 per cento di bimbi va all’asilo e il 31,2 per cento sta con i nonni. La scelta dell’asilo è poi determinata dall’offerta pubblica e privata che varia da regione a regione: secondo gli ultimi dati del 2006 gli asili comunali rappresentano in media il 54 per cento del totale. I valori più bassi si registrano in Calabria (25 per cento), seguiti da Sardegna e Puglia. La Campania invece è la regione che ha più strutture pubbliche (94 per cento), seguita da Trento ed Emilia Romagna. Nelle regioni del Sud come Calabria e Puglia i bambini rimangono all’asilo circa 7 ore, contro le 11 di Lombardia e Liguria.
Ma quanto costano? Secondo la ricerca la spesa unitaria a carico del Comune è in generale più bassa per le regioni del Sud, tra queste la Campania è la più economica. Sulla qualità è invece la Lombardia a risultare tra le più efficienti insieme con la Toscana; l’Emilia Romagna è invece una delle più care. Rispetto al resto dell’Europa la situazione italiana non è comunque un’eccezione, ma rispecchia una inadeguatezza generale nella gestione dei servizi dedicati all’infanzia.
Nell’Unione europea infatti più di sei milioni di donne tra i 25 e i 49 anni affermano di dover stare a casa o poter lavorare solo part-time a causa delle loro responsabilità familiari. Un quarto di loro denuncia inoltre la mancanza di servizi per l’infanzia, soprattutto di quelli con un giusto compromesso qualità-prezzo. Lo riferisce la Commissione europea in un rapporto basato su fonti Eurostat relative al 2006. Gran parte dei Paesi, avverte la Commissione in una nota diffusa a Bruxelles, “non ha raggiunto gli obiettivi in materia di erogazione di servizi per l’infanzia”. L’Italia rimane quindi in linea con il resto dei Paesi Ue, con una media del 26 per cento dei bambini di età inferiore ai 3 anni che frequentano asili nido.
“Siamo lungi dal raggiungere i nostri obiettivi in materia di strutture per l’infanzia e dobbiamo intensificare gli sforzi”, afferma nella nota il commissario europeo agli Affari sociali, Vladimir Spidla, ricordando come “la disponibilità di servizi per l’infanzia adeguati e accessibili è essenziale per consentire ai genitori di lavorare, rafforzare la parità tra i sessi e migliorare l’inclusione sociale”.
Nel 2002 i leader dell’Unione europea si erano dati l’obiettivo di raggiungere entro il 2010 una copertura di scuole materne del 90 per cento e di asili nido del 33 per cento. Mentre l’Italia ha superato il primo, è ancora lontana dal secondo insieme a Germania, Finlandia, Cipro, Estonia, Lettonia e Irlanda (con una percentuale di asili nido fra il 16 e il 26 per cento). I primi della classe sono invece Danimarca, Olanda, Belgio, Spagna e Svezia. Fanalini di coda, con una copertura media inferiore al 10 per cento, Grecia, Ungheria, Malta, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria, Lituania e Polonia. ”Senza adeguati servizi di sostegno”, commenta Spidla, “le coppie sono scoraggiate dal fare figli”, conclude Spidla, “L’Ue aiuterà i singoli Paesi con un finanziamento di circa mezzo miliardo di euro scaglionato fino al 2013 per aiutarli a sviluppare i servizi per l’infanzia”.