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Lo scontrino rilasciato oggi al bar della Camera dopo gli aumenti di ieri
Per mesi sono stati gli autentici dominatori di internet; il simbolo massimo dei mali della Casta. Stiamo parlando dei famosi scontrini di ristoranti e bar dei palazzi della politica. Li ricordate? Primi piatti ad 1 euro e 20; secondi pesce a 3 (come un normale panino) e via di questo passo. I tempi però sono cambiati e la rabbia della gente ha convinto i questori di Camera e Senato ad adeguare i prezzi a quelli dei normali locali. Primi furono i ristoranti, da ieri è toccato alla Buvette della Camera.
Ed ecco il nuovo tariffario. Quelli che vedete sono scontrini rilasciati oggi. Come pranzo questa persona ha preso due pizzette (di quelle al taglio, in pratica un quadratino di 10 cm di lato). Costo: 2 euro e 50 l’una. Da bere ha chiesto un succo di frutta: prezzo: 2 euro. Totale del pasto 7 euro, tondi. In poche parole quello che fino a poche settimane fa si spendeva per un piatto di pasta fresca con sugo di pesce, ed un filetto di branzino al pistacchio. Soprattutto, quello che chiunque di noi pagherebbe nel primo bar fuori dall’ufficio. Continua
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Ci vanno gli onorevoli, seguiti dai fidi assistenti (o portaborse). Ci portano i giornalisti e gli avversari politici (e forse è la stessa cosa). E tra un tramezzino e un caffè, un supplì e una crocchetta, una pizzetta e un bicchier d’acqua: mollano, parlano, si lasciano andare. Oppure disegnano strategie, elaborano piani, alleanze, divorzi…
La buvette del Palazzo che il minsitro Gianfranco Rotondi vorrebbe cancellare (per par condicio: dopo aver detto che la pausa pranzo è un “rito che blocca il Paese”) dal cuore delle istituzioni è da 60 anni il luogo simbolo, il tempio di tutta un’epica politica e giornalistica. Continua
- Tags: auto, bar, burro, buvette, caffè, Camera, Carroccio, deputati, Lega, Montecitorio, onorevoli
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Francia battuta. E senza andare ai rigori. L’Italia vince sui cugini d’Oltralpe, grazie alla… Lega.
È stata una battaglia del Carroccio, infatti, a porre un muro “all’invasione francese” nel cuore delle istituzioni: la buvette della Camera. Dal bar degli onorevoli è sparito il burro francese. Dopo “la segnalazione della Lega alla buvette della Camera è finalmente sbarcato il burro made in Italy”,. ha sottolineato in una nota il deputato Maurizio Fugatti (collegio del Trentino e capogruppo nella commissione Finanze). Che esulta: “Italia batte Francia 1-0″. Da oggi quindi via libera quindi alle tartine “patriottiche”.
“Negli ultimi giorni infatti” fa sapere l’onorevole leghista “chi intende consumare del burro si ritrova a disposizione burro rigorosamente italiano. Di questo saranno contenti i tanti produttori lattiero-caseari, che non stanno certo passando un momento felice sotto l’aspetto della redditivita’ del loro settore. Era quindi inaccettabile pensare che dentro la Camera dei Deputati venissero consumati prodotti lattierocaseari, come per esempio il burro, non italiani. I cugini d’Oltralpe, che si sono visti sostituire il loro burro francese col nostro locale, certo non saranno contenti. Ma ci pare che per quanto riguarda le auto, il governo di Sarkozy non si faccia tanti problemi a finanziare esclusivamente le case automobilistiche francesi, in barba a quelle italiane. Almeno sul burro” conclude Fugatti “alla Camera si sono fatti furbi e vale il principio della reciprocità”.
Ma la questione “non riguarda soltanto il burro” ha rilanciato il collega di partito Fabio Rainieri, parlamentare parmigiano “quanto invece tutte le produzioni agroalimentari. Dai formaggi ai prosciutti… Alla Camera e al Senato devono essere serviti prodotti delle nostre terre che non hanno nulla da invidiare a quelli attualmente presenti sul banco”.
A ironizzare sulla conquista leghista è il Pd. Che bacchetta i Lumbard proprio sulle auto: “Forse la Lega dovrebbe conservare lo stesso spirito polemico che riserva al burro della buvette per il parco macchine blu dei politici italiani”, ha commentato Roberto Giachetti. “Considerata la grave crisi che sta vivendo il nostro mercato automobilistico, il governo potrebbe fare qualcosa di più rispetto al farsi fotografare solo in occasione della promozione della nuova auto nazionale di turno”, ha aggiunto, “potrebbe spingersi più in là e scegliere di utilizzare auto blu delle nostre case automobilistiche”.

Fuori i ristoranti etnici dal centro storico e obbligo del rispetto di un “galateo” comunale per tutti i camerieri, che dovranno conoscere l’inglese. Questa volta la trovata non è di un’amministrazione leghista del Nord, ma viene dalla Toscana, in particolare da Lucca, città di tradizione “bianca” in una regione “rossa” e tutt’ora governata da una maggioranza di centrodestra. Giovedì scorso, al Consiglio comunale, è stato approvato un nuovo regolamento per bar, locali e ristoranti che vieta “l’attivazione di esercizi di somministrazione, la cui attività svolta sia riconducibile ad etnie diverse”. Da quale? Da quella toscana. La giustificazione nel regolamento è quella di “salvaguardare la tradizione culinaria e la tipicità architettonica, strutturale, culturale, storica e di arredo” del centro storico. E la norma vale anche in caso di subentro. Tra i primi a essere colpiti, ovvio, ci sono i kebabbari, ma di fatto la regola può essere estesa anche alla cucina messicana, indiana o francese. Insomma, nel centro di Lucca si potrà mangiare solo toscano, anzi “lucchese”: in un altro punto, infatti, è previsto che nei menù deve essere presente almeno un piatto cittadino e preparato esclusivamente con prodotti riconosciuti tipici della provincia toscana. Inoltre, gli arredi devono essere “confacenti al centro storico stesso” e, specifica il regolamento, i locali devono essere dotati di “sedie in legno, arredamento elegante e signorile anche nei dettagli”, mentre al personale, che deve essere “fornito di elegante uniforme, adatta agli ambienti nei quali si svolge il servizio”, sarà richiesta “la conoscenza della lingua inglese”. Ma la scelta della città toscana non è la sola in Italia. Già lo scorso anno, due consiglieri comunali di Bergamo, Daniele Bellotti (Lega Nord) e Silvia Lanzani (Lega Nord), avevano proposto per la città alta un piano commerciale per la salvaguardia della tipicità dei borghi storici contro l’invasione di fast – food e kebab che ne pregiudicherebbero l’immagine tipica.
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Sesso in cambio di lavoro. Alle ragazzine chiedeva cioè prestazioni in cambio di un impiego (in nero) nel proprio bar. Accade in un paesino dell’Isola Bergamasca, dove i Carabinieri del Comando Provinciale di Bergamo hanno arrestato un pensionato, di 68 anni, ritenuto il responsabile di violenze sessuali seriali ai danni di sette ragazze.
Le vittime, tra i tredici ed i diciassette anni, venivano conosciute dall’anziano nel bar di cui era gestore e dove venivano ingaggiate “in nero” per stare dietro al bancone del proprio locale.
Sfruttando il rapporto professionale, l’anziano pedofilo conduceva, con una scusa, le vittime in un appartamento sovrastante il bar all’interno del quale abusava di loro, imponendogli anche il silenzio sotto la minaccia di fargli perdere il lavoro.
La vicenda, che è durata per circa un anno, è stata denunciata dalla più giovane delle vittime, all’epoca dei fatti ancora tredicenne, che ricevute le avances dall’anziano si è rivolta ai carabinieri per denunciare l’episodio. Le indagini hanno consentito di identificare le altre adolescenti rimaste vittime delle violenze.
L’anziano programmava le violenze con sistematicità, dicono gli investigatori, atteso che le ragazze addette al bar venivano presto “licenziate”, talvolta dopo appena due mesi “dall’assunzione”. Per l’anziano si sono aperte le porte del carecere di via Gleno a Bergamo.
Tutto ha inizio in un bar di Tusa, comune sulla costa nord-orientale della Sicilia. Ora di pranzo: la fame comincia a farsi sentire. Alcuni turisti entrano in un bar: “Tre panini e da bere”, ordinano. Si siedono e mangiano. Poi arriva il momento di pagare. Occhi fuori dalle orbite “Forse c’è un errore” pensano, ma no. Il conto è giusto e il proprietario del bar segna 43 euro, di cui 30 per i soli panini.
Il sandwich resta sullo stomaco e, da parte di due inglesi di origini siciliane, e residenti in Germania e di un torinese, scatta la denuncia alla guardia di Finanza.
Il tam tam corre veloce per l’isola. Il sindaco di Tusa, Angelo Tudisca, corre ai ripari e si scusa: “Prenderò informazioni e farò un atto di censura verso l’esercente prendendo provvedimenti. I prezzi a Tusa non sono per niente alti. Solo un bar vicino al mare e’ un po’ piu’ caro ma un panino non costa certo 10 euro”.
Intanto cresce il fermento e risale rapidamente lo stivale, tanto che la Coldiretti scende in campo e conteggia il costo di un panino. “Non più di un euro” è il verdetto finale “basta sommare i 30 centesimi del panino ai 50 centesimi del prosciutto (20 grammi) e i 20 centesimi del formaggio (20 grammi), con il banale risultato di un solo euro per uno spuntino di tutto rispetto”.
Ma il proprietario del bar di Tusa non ci sta. Resiste fino a metà pomeriggio poi esplode: “Ho sbagliato, dovevano pagare di più” dice Mauro Sambataro. “Se questi signori torneranno chiederò loro altri soldi: non è vero che hanno mangiato tre panini, erano in otto e si sono divisi tre filoni, ognuno dei quali corrisponde a tre porzioni.”
I turisti restano fermi nella loro versione: panini, non filoni. “Ho fatto presente” spiega uno dei turisti “che erano panini con salumi, non certo con caviale o salmone ma avendo notato che si era creato tensione abbiamo deciso di pagare e andare via” .
Adesso toccherà alla Guardia di Finanza di Santo Stefano di Camastra, capire fra pomodoro, mozzarella, pane e prosciutto se qualcuno ha voluto fare il furbo.

Brindisi frettolosi il prossimo Capodanno: nei locali pubblici si potrà infatti festeggiare l’arrivo del 2008 con spumante e champagne, ma soltanto fino alle 2 di notte. Dopo, per legge, i gestori dovranno interrompere la somministrazione di bevande alcoliche.
Lo prevede il decreto, poi convertito in legge (160/2007), che vieta la vendita di alcolici dopo le 02.00 a tutti i titolari e gestori di locali “ove si svolgono, con qualsiasi modalità e in qualsiasi orario, spettacoli o altre forme di intrattenimento, congiuntamente all’attività di vendita e di somministrazione di bevande alcoliche”.
Scettici sulle nuove disposizioni i proprietari dei locali che, come sottolinea un’indagine di Winenews, mettono in guardia dalle possibili infrazioni alle regole. ”Questa legge favorisce gli abusivi” afferma Giancarlo Bornigia, proprietario del Piper e del Gilda, storiche discoteche romane. “Il divieto di vendere alcolici interessa solo i locali e le discoteche che hanno le licenze, mentre alle feste private (in gran parte abusive) si continuerà a bere come prima. Per non parlare di bar, ambulanti e supermarket che possono vendere alcolici a tutte le ore. Di questo passo saremo costretti a chiudere e a lasciare a case il personale”.
Maggiore attenzione nei controlli viene chiesta anche dai rappresentanti della filiera del vino, preoccupati della “nuova” moda che i ragazzi hanno intrapreso per aggirare i divieti: lasciare in macchina, o comunque fuori dal locale, le bottiglie di alcolici.”Questa legge, nata sull’onda di particolari emozioni legate a fatti di cronaca” sostiene Ottavio Cagiano, direttore di Federvini “non è stata forse pensata con sufficiente attenzione. E poi il Capodanno è una giornata particolare: sarebbe quantomeno strano pensare di interrompere drasticamente i brindisi ad un’ora prestabilita”.
Ecco perché è alto il rischio che la proibizione venga aggirata facilmente: ”Ipotizzo il fatto” aggiunge Cagiano “che le persone siano indotte ad ordinare prima delle due nuove consumazioni per timore di restare con il bicchiere vuoto”.
Ovviamente le restrizioni valgono anche fuori dai locali, nel dopo-cenone: la legge dell’ottobre scorso prevede infatti multe salate per chi guida in stato di ebbrezza e, nei casi piú gravi, l’arresto: basta superare la soglia di 0,5 grammi di alcol per litro di sangue per rischiare un’ammenda da 500 a 2.000 euro. La legge impone anche di esporre all’entrata, all’interno e all’uscita dei locali le tabelle con le quantità, espresse in centimetri cubici, delle bevande alcoliche piú comuni che determinano il superamento del tasso alcolemico per la guida in stato di ebbrezza, pena la chiusura del locale da 7 a 30 giorni.
Perció molti gestori di ristoranti, discoteche, pub hanno già ordinato etilometri da piazzare nel proprio locale. Oltre alle casse di analcolici…
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D’estate i chioschi che si improvvisano bar, gelaterie e venditori di granite spuntano come funghi.
E non sempre hanno i permessi a posto. Ecco perché i Nas nella seconda metà di luglio hanno fatto controlli a tappeto, prendendo di mira soprattutto bar, gelaterie e discoteche. Su 1.059 ispezioni sono emerse 722 infrazioni. Niente allarmismi. Questo non vuol dire che solo un terzo dei bar in cui facciamo colazione è in regola, perché spesso è invece un solo gestore poco attento a collezionare infrazioni come fossero figurine.
La stragrande maggioranza delle violazioni è di tipo amministrativo, e quindi riguarda soprattutto la mancanza di alcune autorizzazioni. Oppure, in particolare per le discoteche, l’inosservanza della legge antifumo: i locali non sono a norma oppure il titolare non impedisce che si fumi all’interno del locale.
Ci sono, però, anche violazioni pericolose per la salute: tre bar-gelaterie e due depositi di alimenti sono stati chiusi perché vendevano alimenti scaduti o li conservavano male. Abbastanza frequenti, purtroppo, sono le merci surgelate spacciate per fresche, o quelle industriali vendute come “produzione propria”.
I Nas consigliano: anche in vacanza, mangiate soprattutto nei bar conosciuti del posto, quelli di buona fama.
E poi, come Biancaneve, non fatevi ingannare dall’aspetto. Il gelato, soprattutto alla frutta, in genere è più genuino quando è meno colorato.