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Barbara-Pollastrini

Taranto, giunta sciolta: le donne della politica affilano le unghie?

Mara Carfagna, ministro delle Pari Opportunità

Bipartisan. In questo modo potremmo definire la reazione delle “quote rosa” della politica italiana alla sentenza del Tar che ieri ha ordinato lo scioglimento della giunta di Taranto a causa della mancata presenza di donne fra gli assessori. Continua

Violenze sulle donne a Roma e Milano: tra Pd e Pdl è scontro sulla sicurezza

Una perquisizione prima di far entrare i nomadi sul pullman, dopo aver controllato il campo dietro la stazione ferroviaria Tor Di Quinto dove risiedeva il rumeno arrestato per l'omicidio di Giovanna Reggiani

Gli ultimi drammatici casi di cronaca, prima a Milano e poi a Roma, fanno virare il dibattito politico dall’analisi del dopo voto, alla discussione sulle tematiche legate alla sicurezza.
La prima a sollevare critiche era stata Letizia Moratti, sindaco di Milano, giudicando lo Stato latitante. E dopo la violenza di Milano aveva affermato: “Vogliamo quel pacchetto sicurezza che noi sindaci chiediamo da tempo, ho parlato con Berlusconi, che mi ha rassicurato, dicendo che sarà uno dei primi provvedimenti che prenderà il suo governo”. Parole che non sono piaciute al ministro dell’Interno, Giuliano Amato, che le ha considerate una caduta di stile del sindaco meneghino, aggiungendo “che la reazione delle forze dell’ordine è stata pronta. Io stesso”, ha aggiunto il responsabile del Viminale, “ho espulso numerosi cittadini comunitari per ripetuti reati commessi in passato”. Poi Amato ha snocciolato alcuni dati sulla criminalità: “Dopo l’adozione lo scorso anno dei patti per la sicurezza i delitti nelle città sono drasticamente diminuiti”. Infine le critiche alla Moratti: “Reputo un’inattesa caduta di stile le dichiarazioni del sindaco di Milano, che ha giudicato latitante lo Stato rispetto al Patto per la sicurezza di Milano. Il sindaco dovrebbe essere il primo a conoscere quei dati”.

I drammatici fatti di cronaca per il ministro per le Pari opportunità, Barbara Pollastrini, sono una “mattanza contro le donne che va fermata al più presto”. Molto dure anche le parole del capogruppo uscente della Lega Nord al Senato, Roberto Castelli: “I ministri della Giustizia, dell’Interno e la magistratura comincino una buona volta a interpretare il sentimento popolare e applichino con la massima severità le leggi, che già ci sono, per poter difendere la nostra società da questa orda di barbari che da troppo tempo scorrazza impunemente per il Paese”.

Nella Capitale - dove domenica prossima ci sarà il turno di ballottaggio tra Gianni Alemanno e Francesco Rutelli - il livello dello scontro politico si è subito alzato e il candidato del centrodestra ha attaccato: “L’aggressione alla ragazza alla stazione ferroviaria La Storta riporta in primo piano il problema della sicurezza a Roma, ignorato dal centrosinistra”. Poi Alemanno ha aggiunto: “Nel Pd farebbero bene a interrogarsi sulle loro responsabilità in merito al proliferare dei campi nomadi”. All’esponente di An hanno risposto prima Rutelli, che ha esortato il suo avversario ad “essere uniti contro il crimine” e soprattutto ad evitare “strumentalizzazioni e propagande che non aiutano la lotta al crimine”, e poi anche il leader del Pd, Walter Veltroni, che ieri era impegnato a Roma per sostenere proprio la corsa di Rutelli contro Alemanno: “A nessuno di noi”, ha detto il leader del centrosinistra, “viene in mente di dire che la responsabilità dello stupro a Brera è del sindaco di Milano, cosa che invece è stata fatta dall’altra parte politica quando ci sono stati casi analoghi nella nostra città”. Insomma, per Veltroni “c’è un problema di sicurezza a Roma come a Milano”, che investe tutto il Paese. Ma il decreto sicurezza, quello varato a novembre dopo il drammatico caso della signora Reggiani a Roma, non è mai stato approvato. E per questo il leghista Roberto Calderoli promette: “Entro due mesi dall’insediamento del nuovo governo dovremo dare risposte definitive in materia di sicurezza e di clandestinità attraverso la conversione di un decreto legge da emanarsi già nel mese di maggio. E chiunque si opporrà al confronto dovrà essere considerato, e additato da tutti, alla stregua di uno stupratore”.

Il VIDEO servizio:

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È sui temi della sicurezza che si infiamma il dibattito politico. Soprattuto a Roma, in vista del ballottaggio. Secondo voi servono di più:

Coppie di fatto: la patata bollente dei Dico scotta ancora nel 2008

Piazza Farnese, a Roma, piena per la manifestazione a sostegno del disegno di legge sui Dico | Ansa
Non piacevano i Pacs (i Patti Civili di Solidarietà: leggi qui e qui), la prima ipotesi di regolamentazione delle coppie di fatto. Sgraditi anche i Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), contro cui si era sollevata la crociata del popolo del Family day del 12 maggio scorso. Dispersi tra i faldoni delle proposte di legge del Parlamento anche i Cus, ovvero i contratti di unione solidale, secondo il testo presentato dal presidente della commissione Giustizia del Senato Cesare Salvi (Sinistra Democratica), dovrebbero tornare alla ribalta nei primi mesi del 2008. Di fatto, finisce il 2007 e l’Italia ancora non riesce a dotarsi di una legge che regolamenti diritti e doveri delle coppie conviventi, non dello stesso sesso.

E non è detto che ci riesca nemmeno l’anno prossimo, almeno sentendo gli umori di maggioranza e opposizione, di cui si fa portavoce il ministro della Famiglia, Rosy Bindi: “I Cus, contratti di unione solidale, non troveranno la maggioranza in Parlamento, anche a causa di alcuni profili incostituzionali”. E non c’entra il risentimento della Bindi, che con la collega Barbara Pollastrini aveva buttato giù, l’8 febbraio scorso, il disegno di legge sui Dico ora sostituito dal testo Salvi. L’analisi è squisitamente politica: “Il Governo ha fatto il suo dovere, ma il Parlamento è sovrano”. Una lettura che non lascia scampo alle interpretazioni: da Palazzo Chigi il diktat è di “lavarsene le mani”, in modo che il disegno di legge (osteggiato dal Vaticano, dall’opposizione e da ampie fette cattoliche della maggioranza: i teodem confluiti nel Pd e i Mastellani del Campanile) non metta a repentaglio il già traballante esecutivo. Basta sentire il ministro della Giustizia, a proposito della clamorosa bocciatura al comune di Roma del registro per le unioni civili, per averne conferma: “La sinistra voleva dare uno schiaffo al Vaticano e pure ai cattolici ma non c’è riuscita. Erano in gioco dei valori, i nostri valori e dunque era necessario tenere il punto come abbiamo già fatto in Parlamento”.
Argomento buono per scaldare gli animi in campagna elettorale, i Cus (o Dico che dir si voglia) sono diventati un tema scomodo quando si è trattato di trovare maggioranze e convergenze attorno a una proposta in grado di superare gli attuali schieramenti parlamentari. Le ultime notizie che si hanno sulla proposta risalgono a inizio dicembre, quando i Cus di Salvi hanno superato lo scoglio del comitato ristretto della Commissione Giustizia e dei 1500 emendamenti. E nonostante le associazioni di omosessuali, i socialisti di Boselli, i radicali di Bonino, Sd, Rc, Pcdi, Verdi, una parte consistente del Pd abbiano già cantato vittoria, l’iter è ancora lungo e travagliato. Secondo lo stesso presidente Salvi: “È ragionevole prevedere che il Senato esaminerà i Cus all’inizio di febbraio”. E allora se ne vedranno delle belle: la maggioranza sui diritti dei conviventi rischia palesemente il divorzio. Esattamente come lo ha rischiato sui capitoli della Finanziaria, del pacchetto sicurezza e della riforma del welfare. Con la differenza che, arrivando in Aula dopo la verifica d’inizio anno chiesta a Prodi dalla Sinistra-Arcobaleno, e con la manciata di voti di vantaggio che il premier vanta a Palazzo Madama, il Prof. non potrà più lavarsene le mani e sperare nel senso di responsabilità degli alleati di sinistra.

Violenza alle donne: Pollastrini, Ferrero e un governo coi fiocchi

Barbara Pollastrini, ministro delle Pari opportunitÃ
Un governo “coi fiocchi”, l’ha definito il portavoce di Romano Prodi, Silvio Sircana. Infatti il ministro per le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini, è entrata nel consueto Consiglio dei ministri del venerdì con un fiocchetto che simboleggiava l’adesione alla manifestazione contro la violenza sulle donne. Un fiocchetto, che Pollastrini ha regalato a tutti ministri. Che diligentemente lo hanno indossato durante la riunione. Un gesto importante - che segue il ddl contro le molestie, i 20 milioni di euro stanziati dall’esecutivo contro le violenze, il numero verde 1522 a cui le donne molestate e violate possono rivolgersi e la creazione di un osservatorio permanente contro le violenze - alla vigilia del week end che vedrà numerose manifestazioni in molte città d’Italia. Durante la conferenza stampa sempre il ministro Pollastrini ha detto di aderire alla manifestazione che si terrà domani a Roma. Poi a Panorama.it ha spiegato: “Cercherò di esserci a tutti i costi”. La ministra, riferendosi alle polemiche di alcune giovani del movimento femminista che vorrebbero una manifestazione separatista, ha aggiunto: “Sono delle ragazze che hanno il loro punto di vista. Da sempre nel movimento femminista ci sono tante idee”.

Ma il ministro come la pensa sul dialogo con il maschio-uomo? Pollastrini esprime la propria idea riformista: “Io dico sempre sì al dialogo con gli uomini innovatori e che sono per la civiltà”. Insomma, uno come il ministro Paolo Ferrero, che accanto a Pollastrini in conferenza stampa a palazzo Chigi si è preso le proprie colpe di genere: “Quello della violenza alle donne è un punto dolente che ci chiama in causa come maschi”. E allora, alla faccia della guerra dei sessi, tra i due ministri è iniziato un intenso dialogo che è servito anche per snocciolare alcuni drammatici dati sulla violenza contro le donne: “L’86 per cento delle violenze avviene in casa” ha sottolineato Pollastrini “la stragrande maggioranza commesse da persone che conoscono la vittima, spesso mariti, padri, conviventi. Quindi è falso statisticamente che il problema siano gli immigrati”.
E i numeri della ministra per Pari Opportunità sono drammaticamente confermati dagli organizzatori della manifestazione di sabato a Roma: “Oltre 14 milioni di donne italiane” si legge sul sito delle organizzatrici della manifestazione “sono state oggetto di violenza fisica, sessuale e psicologica nella loro vita; la maggior parte di queste violenze arrivano dal partner (come il 69,7% degli stupri) o dall’ambito familiare; oltre il 94% non è mai stata denunciata; solo nel 24,8% dei casi la violenza è stata ad opera di uno sconosciuto, mentre si abbassa l’età media delle vittime; un milione e 400mila ha subito uno stupro prima dei 16 anni; solo il 18,2% delle donne considera la violenza subita in famiglia un ‘reato’, mentre il 44% lo giudica semplicemente ‘qualcosa di sbagliato’ e ben il 36% solo qualcosa che è accaduto”.

Enti locali molto rosa, ma con poche dirigenti donna

Gli enti locali sono ”rosa”, ma non è abbastanza: ci sono tante donne che lavorano in comuni, province e regioni, con numeri in aumento negli ultimi anni, anche se in generale siamo ancora lontani dagli obiettivi europei del lavoro femminile, per raggiungere i quali il ministro Barbara Pollastrini auspica una ”terapia d’urto”, una ”rivoluzione culturale”.
In termini percentuali è il Comune di Torino l’ente locale che impiega il maggior numero di donne: queste corrispondono infatti al 67.96% dei dipendenti (8.338 su 12.269). In termini assoluti, invece, il capofila è il Comune di Roma dove sono impiegate 15.287 donne, pari al 63% del totale dei dipendenti.
A rivelarlo sono alcuni dati presentati oggi a Roma durante un convegno sulle pari opportunità nelle Pubbliche amministrazioni, in cui si sono confrontati rappresentanti di governo, amministratori e comitati delle pari opportunità di Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Roma e Torino.
Il Comune di Milano dà lavoro a 12.710 donne (66,5%), quello di Genova a 4.044 (60,77%) e quello di Firenze a 3.068 (60,21%).
Fanalino di coda, tra i Comuni che oggi si sono messi a confronto, quello di Bari con 1.047 donne impiegate (51,65%).
Negli uffici ministeriali, a detta del ministro per le Riforme e le Innovazioni nelle Pubbliche amministrazioni, Luigi Nicolais, intervenuto al convegno, l’impiego delle donne nella prima fascia è aumentato negli ultimi tempi dal 15 al 20%, nella seconda fascia del 26 al 35%: in generale, nelle Pubbliche amministrazioni, l’impiego delle donne è passato dal 46% al 54%. Anche in occasione degli ultimi concorsi pubblici, le donne hanno superato gli uomini, arrivando a quota 60%.
Ma per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda di Lisbona, che prevede il raggiungimento del traguardo del 60% del lavoro femminile entro il 2010, il ministro delle Pari opportunità, Barbara Pollastrini, annuncia la necessità di una ”terapia d’urto”, cioè di ”un piano pluriennale che tenga insieme le varie dimensioni e livelli del lavoro femminile. Il progetto si delinea, fattivamente, negli interventi previsti nella Finanziaria 2008 e nel Protocollo sul Welfare, finalizzati all’incremento della partecipazione femminile al mondo del lavoro, secondo una visione d’insieme dei differenti profili di lavoro imprenditoriale, autonomo e dipendente”.
Il ministro Pollastrini ha dunque sottolineato la necessità di una ”rivoluzione culturale” e di ”norme transitorie per valorizzare finalmente i talenti e i meriti femminili”.

Dico basta: ora all’Unione piace il Cus Cus


Sotterrati in Piazza San Giovanni il 12 maggio scorso o messi in soffitta tra le scaramucce della maggioranza, i Dico si trasformano, tornano e cambiano nome (oltre che firmatario): si chiameranno contratti di unione solidale, ovvero Cus, e sono il nuovo testo sulle unioni civili presentato dal presidente della commissione Giustizia del Senato Cesare Salvi al comitato ristretto della commissione. Su questo testo si discuterà nelle prossime settimane. Le unioni civili, secondo il testo presentato dal senatore fuoriuscito dai Ds, saranno possibili tra persone anche dello stesso sesso e verranno stipulate con una dichiarazione congiunta davanti al giudice di pace o a un notaio.

Attraverso i Cus le persone avranno accesso a una serie di diritti e benefici tipici dei coniugi. Tra questi, il diritto all’assistenza sanitaria e penitenziaria, la possibilità di usufruire di facilitazioni nei trasferimenti di sede di lavoro e di decidere sulla donazione degli organi e sulle celebrazioni funerarie del convivente. Per i Cus è prevista anche il diritto di successione nel contratto di locazione nel caso di morte del convivente. Quanto all’eredità, i Cus hanno diritto a un quarto del totale nel caso che il convivente deceduto abbia figli, fratelli e sorelle.

Stando invece all’eredità politica, la bocciatura al nuovo progetto di unione civile da parte dell’opposizione è stata condita stavolta da una nota ironica: “Abbiamo detto no ai ‘Dico’, non digeriremo nemmeno il ‘Cus’”, fanno sapere in una dichiarazione congiunta i senatori Cdl in commissione Giustizia. “Altro che dieta mediterranea e difesa dell’italianità: ‘Cus-cus’ diverrà il piatto tipico di Stato. Mi permetto di aggiungere che si evidenzia la propensione araba della maggioranza”, ha ironizzato il capogruppo dell’Udc alla Camera Luca Volonté.

Come a dire chi vorrà convivere, di fatto, con il proprio partner, basta vada di corsa (CUS è notoriamente anche l’acronimo di Centro Universitario Sportivo, ndr) da un notaio a certificare l’unione. E poi a festeggiare… in un ristorante maghrebino.

Family Day. Chi va, chi non va. Chi non sa con che famiglia andare

[i](Credits foto D'Alema: Massimo Di Vita, foto Rutelli: Ansa)[/i]
Siamo abbastanza certi che il Family Day sarà un successo, e che comunque farà molto dibattere nei giorni successivi. Di luce riflessa vivrà anche il suo opposto speculare, la giornata del Coraggio laico organizzata da radicali e sinistra in piazza Navona. Del resto le motivazioni degli uni e degli altri appaiono egualmente legittime. Ciò che fa un po’
sorridere sono i leader politici impegnati su entrambi i fronti in queste operazioni.

Partiamo dal centrodestra. Se i leader vanno in piazza San Giovanni, quale famiglia si portano dietro? La prima? La seconda? La terza? I figli e nipoti - si sarebbe detto una volta - “di quale letto”? Ovviamente storie e scelte individuali non significano che sia illegittimo o ipocrita chiedere politiche a sostegno della famiglia. Ma sarebbe un grande segno di buon senso che, salvo eccezioni, almeno i big si astenessero dallo sfilare.
Altrettanta bizzarria dall’altra parte. In questo caso non personale, ma politica. Francesco Rutelli dichiara che “se non avesse responsabilità ministeriali” andrebbe al Family Day. Forse il leader della Margherita si riferisce al fatto di essere anche vicepremier, visto che un paio di ministri della sua area al Family Day hanno annunciato di andarci, Clemente Mastella e Beppe Fioroni. E quest’ultimo è oltretutto uomo di strettissima fiducia di Rutelli.
Speculare l’opinione di Massimo D’Alema, anche lui “con responsabilità ministeriali e anche lui vicepremier”: “Non ci andrei in nessun caso, neppure se non fossi ministro”.
Quanto al Coraggio laico, l’unica presenza ministeriale certa è quella di Emma Bonino (ministro del Commercio Internazionale). Barbara Pollastrini, ministra delle Pari opportunità, ha annunciato da tempo la sua scelta: “Sarò a Milano, ma vicina con lo spirito a piazza Navona”. Un po’ come vedere una partita in pay tv.
Piero Fassino invece è impegnato a Genova per la campagna elettorale, e dunque niente Coraggio laico neppure per lui (sua moglie, Anna Serafini, ha espresso perplessità sulle coppie di fatto).
Rosy Bindi, coautrice con Pollastrini della legge sui Dico, sembra prendere le distanze da se stessa: da giorni ripete ai quattro venti che alla prossima Conferenza nazionale della famiglia, organizzata a Firenze per il 24-26 maggio al fine di “elaborare nuove strategie economiche e di welfare” non saranno invitate le associazioni degli omosessuali.
Motivo: “Si terrà conto della famiglia prevista dalla Costituzione”.
Escluse anche le famiglie di fatto, anticostituzionali pure quelle. Domanda: ma allora perché la Bindi ha coprodotto la legge sui Dico? Non sarà che anche lei capisce che quella legge rischia di diventare (tanto per rimanere in tema) figlia di nessuno, e dunque cerca di lavarsene le mani?
All’irrigidimento della Bindi corrisponde quello opposto del ministro rifondarolo della Solidarietà, Paolo Ferrero, il cui ministero doveva egualmente essere coinvolto nella Conferenza di Firenze: “Allora non ci vado neppure io”.
Insomma, se la Cdl nasconde un bel po’ di code di paglia, nell’Unione accade il contrario: volano gli stracci. È con questi presupposti che nasce il Partito democratico? Forse urge un Dico.

Crisi di famiglia tra i ministri del governo Prodi

Il ministro delle Politiche per la famiglia, Rosy Bindi.
Ci risiamo. Anzi, ci risono. Non soddisfatti delle divisioni sul Family Day del 12 maggio (in piazza San Giovanni in Laterano ci saranno Giuseppe Fioroni e Clemente Mastella; mentre radicali, socialisti e diessini fuorisciti andranno in piazza Navona per la giornata, del Coraggio laico), i ministri del governo Prodi si ri-spaccano intorno alla conferenza nazionale sulla famiglia, in programma il 24 e 26 maggio.
A promuovere l’incontro il ministro deputato agli affari familiari, Rosy Bindi, che ha invitato a Firenze oltre agli attori governativi, le regioni, gli enti locali e le realtà sociali a vario titolo impegnate sulle tematiche familiari. Insomma, tutti. O quasi: l’invito del ministro Bindy (che con la collega Barbara Pollastrini ha buttato giù il disegno di legge sui Dico) non è infatti rivolto ai gay: “A Firenze non ho invitato le associazioni omosessuali, ma solo quella dei genitori di persone gay”. E al primo accenno di polemiche, la pasionaria toscana non è retrocessa di un millimetro: “So bene che questo causerà molte polemiche, ma alla conferenza i destinatari delle legge sulle convivenze non sono legittimate a partecipare”.

Finita qui? Manco per sogno, visto che a 24 ore dalla dichiarazione della Bindi, il Prc prende nettamente le distanze: “tutto il partito non parteciperà alla conferenza”, sostiene il capogruppo alla Camera, Gennaro Migliore.

Il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero.
Tutto il partito seguirà quindi la scelta del proprio esponente nell’esecutivo, Paolo Ferrero, ministro della solidarietà, che dice: “Non condivido la scelta del ministro Rosy Bindi di non invitare le organizzazioni omosessuali al convegno nazionale sulla famiglia di Firenze. Ritengo pertanto che nemmeno la mia partecipazione sia opportuna”. E ancora: “I temi dei diritti di cittadinanza di tutti i cittadini al di là del loro orientamento sessuale e delle loro scelte di vita, avranno evidentemente altre sedi di discussione”.
E ora sono in molti a chiedersi quale sia la posizione del ministro Bindi che dopo aver scritto il Ddl sui Dico, dopo aver litigato con Mastella e Fioroni, invitandoli non partecipare al Family Day, chiede ai gay di non prendere parte all’assise sulla famiglia, aprendo con il ministro Ferrero un altro fronte di crisi.
Già, perché pur non essendo ancora al fatidico settimo anno, si può sostenere che intorno ai temi della famiglia è la “famiglia” del governo a essere entrata in crisi, con ministri che non lasciano passare giorni senza polemizzare tra loro. E pensare che alla firma del patto per la nascita del Prodi-bis, l‘ultima ma fondamentale condizione posta dal capo famiglia fu, più o meno: basta scontri tra ministri, decido io e per me parla Sircana…

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