Archivio per il tag “barconi”

di Marina Castellaneta
Allarme costi per le traduzioni nei processi in tutta Europa. L’aumento della libera circolazione e dell’immigrazione fa crescere il budget delle spese per la giustizia.
È quanto risulta dal documento di lavoro presentato dalla Commissione europea l’8 luglio, in vista di una decisione quadro sul diritto all’interprete e alla traduzione nei procedimenti penali. In pratica Bruxelles prova a dettare regole comuni nel settore, partendo dall’analisi dei costi.
Nel 2007 le spese di traduzione dei documenti processuali utili all’imputato, tenendo conto di provvedimenti di circa 30 pagine e di una stima approssimativa del costo che va da 255 a 1.500 euro (calcolata sui procedimenti penali di stranieri), è stata compresa, in Italia, tra 15 e 88 milioni di euro. L’Italia è stata preceduta solo da Regno Unito e seguita da Germania e Spagna. All’ultimo posto Malta.
Nel 2007 l’Italia aveva accumulato 59.131 procedimenti penali con stranieri coinvolti, il Regno Unito 112.878, la Germania 255.498 e la Spagna 97.426. Ma non basta: occorre aggiungere il costo per gli interpreti sia nelle stazioni di polizia sia in tribunale. Nel Regno Unito, nel 2007, si è arrivati a oltre 37 milioni di sterline, in Spagna a 19,48 milioni di euro, in Italia a 11,8 milioni. Spese destinate a crescere, osserva la Commissione europea, con un forte impatto economico sugli stati membri. Aumentano poi i detenuti stranieri.
In Italia, secondo i dati del Consiglio d’Europa e riportati dalla Commissione, nel 2007 il 36,5 per cento della popolazione carceraria era costituito da stranieri che scontavano la pena e il 72,5 per cento da detenuti in custodia cautelare. Di qui la necessità di norme minime comuni agli stati Ue per fissare garanzie minime nei procedimenti penali, partendo dalle traduzioni e dalla presenza di interpreti nei processi.
Diritti già previsti per gli imputati dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, secondo la quale ogni persona arrestata deve essere informata al più presto e in una lingua comprensibile dei motivi dell’arresto e di ogni accusa formulata a suo carico.
Un diritto, però, applicato a macchia di leopardo, che ha costretto la Corte europea a intervenire in diverse occasioni. Un intervento in ambito Ue potrebbe far risparmiare agli stati i costi causati dalle condanne ricevute da Strasburgo. Bruxelles vorrebbe arrivare a non tradurre ogni singolo documento, ma solo gli atti che servono all’imputato per avere una conoscenza “sufficiente della causa intentata contro di lui affinché possa difendersi”.
Per questo i funzionari europei intendono puntare anche alla qualità proponendosi di fissare i requisiti fondamentali per un’adeguata traduzione.
- Tags: barconi, clandestini, Farnesina, Franco-Frattini, immigrazione, Lega, libia, Malta, migranti, mnistero-Esteri, oppisizone, Pd, pdl, Ue
-

di Stefano Brusadelli
“Sono sconcertato dall’atteggiamento dell’opposizione. In tutta Europa il tema dell’immigrazione è considerato una questione di interesse nazionale, sulla quale maggioranza e opposizione si confrontano. Ovunque, tranne che in Italia, dove l’opposizione specula anche sulle tragedie, pur di attaccare il governo”. Solitamente misurato fino ai limiti dell’algore, stavolta Franco Frattini sembra davvero furibondo.
E in questa conversazione con Panorama il ministro degli Esteri ne ha per tutti: per il Pd (non tutto, però) e per l’Idv, per le intemperanze della Lega, per gli egoismi dei nostri partner nordeuropei e dei nostri vicini maltesi. Sul caso dei naufraghi il ministro fatto per regalargli troppo riposo. L’anno scorso scoppiò il conflitto tra Russia e Georgia. Stavolta sulla quiete ferragostana si è abbattuto il caso dei cinque naufraghi eritrei raccolti nei pressi di Lampedusa (forse gli unici sopravvissuti tra 78 partiti dalla Libia), che ha aperto il vaso di Pandora delle polemiche.
Con il governo accusato di inumanità e ritenuto quasi responsabile di strage; e a sua volta accusatore del centrosinistra e della Ue, che continua a considerare gli arrivi via mare dei disperati africani come un problema dei soli paesi mediterranei.
A indignare Frattini sono l’arrivo di una mozione contro l’esecutivo italiano annunciata al Parlamento europeo dal gruppo dipietrista e la (pubblicizzata) visita del segretario del Pd Dario Franceschini (secondo il quale il governo “è razzista e xenofobo”) a due dei naufraghi eritrei ricoverati a Palermo. “All’Italia” dice il ministro “si deve il salvataggio, non l’abbandono. Noi abbiamo salvato più vite in mare di tutti gli altri paesi europei messi insieme. Non dico che sull’intera politica estera l’opposizione debba avere un atteggiamento costruttivo, ma almeno sulle questioni che toccano la vita e la morte. I nostri partner europei sono stupefatti. Io stesso, negli anni trascorsi a Bruxelles da commissario europeo, non ho mai visto niente di simile. In Spagna il Pse di Zapatero ha sull’immigrazione un atteggiamento ben più rigido di quello italiano, eppure mai il Ppe ne ha fatto oggetto di speculazioni politiche fuori dai confini. Ecco dove sta l’anomalia italiana, ecco perché continuiamo a non essere un paese normale: a causa dell’ossessione antiberlusconiana che acceca l’opposizione, la porta a danneggiare persino il proprio paese”.
Viene da chiedere, ascoltando toni così aspri, se il titolare della Farnesina scorga vie d’uscita, occasioni di ricucitura, con la legislatura appena agli inizi. “Franceschini” è la risposta “ha cominciato male. Quella visita ai sopravvissuti con telecamere e giornalisti al seguito è stato un passo sbagliato. Sarà stato probabilmente influenzato dal clima congressuale, ma registro che Pier Luigi Bersani non l’ha seguito su questo terreno, e ciò va sottolineato. Dopo il congresso, con chi uscirà vincitore desidero francamente un confronto a tutto campo su politica estera, politica mediterranea e di immigrazione. Certo, se dovessero vincere Franceschini o Ignazio Marino non mi faccio molte illusioni”.
Ma non solo per Bersani il ministro ha parole d’apprezzamento. “Quando Piero Fassino era ministro degli Esteri ombra del Pd guidato da Veltroni, queste porcherie non c’erano, con lui avevamo un confronto settimanale. E si sapeva chi esprimeva la politica estera del Pd. Ora, non si sa più”.
Se i rapporti con l’opposizione sono una ferita sanguinante, anche quelli con la Chiesa sono una spina dolorosa. Dinanzi al dramma marittimo ferragostano, l’Avvenire ha addirittura evocato una nuova Shoah, sono arrivate critiche da Cl, dalla Caritas e dal Pontificio consiglio per i migranti. Con tanti temi delicati sul tappeto (testamento biologico, divorzio breve, pillola abortiva) e una pur fin qui misurata presa di distanza del mondo cattolico dalla vita privata del premier, c’è da drizzare le antenne. Ma Frattini non si mostra troppo preoccupato. “Con la Chiesa, a differenza che con il Pd, noi ci confrontiamo. E il salvataggio di ogni vita umana è per loro come per noi un punto irrinunciabile. Inoltre la Chiesa sa bene che abbiamo l’obbligo istituzionale di rispettare la legge europea che prevede il respingimento e il rimpatrio dei clandestini”.
E allora? Per il ministro all’origine delle tensioni ci sono le intemperanze leghiste, il crescendo di uscite al vetriolo (fino alla minaccia di rivedere i Patti lateranensi) che il Carroccio ha scagliato, già dall’inizio della vicenda, contro le gerarchie. “Quando importanti prelati vengono definiti “i soliti cattocomunisti che hanno ormai perso il catto” (riferimento alla polemica tra il leghista Roberto Cota e monsignor Agostino Marchetto, ndr), è chiaro che si innesca una polemica, e la reazione arriva. Bisogna smetterla con questi toni”.
Dopo il Pd e la Lega il Frattini furioso ne ha pure per i partner dell’Ue. Basta chiedergli, viste le sue accuse all’inerzia di Bruxelles che finora sulla lotta all’immigrazione via mare ha lasciato l’Italia da sola, dove fosse lui tra il novembre del 2004 e il maggio del 2008, quando era eurocommissario con delega proprio all’immigrazione. “Intanto” premette “la Commissione europea adotta finalmente un piano per la ridistribuzione dei rifugiati tra tutti i 27 paesi, che è anche frutto del mio lavoro. Poi, certo, il piano dovrà essere esaminato a ottobre dal Consiglio europeo, e può darsi che qualche stato non ci stia e blocchi tutto. Perché finché non entra in vigore il trattato di Lisbona che introdurrà le decisioni a maggioranza qualificata (e qui occorre tra l’altro aspettare il referendum irlandese di ottobre, ndr) tutte le scelte vanno fatte all’unanimità. Ma molti stati potrebbero aderire ugualmente su base volontaria; e in ogni caso sapremo chi denunciare all’opinione pubblica e al Parlamento europeo. L’Italia, statene sicuri, può e deve fare la voce grossa”.

Clandestini eritrei: c’è il sospetto che Malta li abbia forniti di giubbotto e spinti a proseguire verso le acque italiane
Sì, ma da che parte potrebbero arrivare i veti? Frattini non si tira indietro: “Belgio, Danimarca, Germania, Austria, Polonia. Gli ultimi tre paesi hanno assorbito in passato grandi flussi di immigrati dall’Est, soprattutto turchi, e non intendono farsi carico dei nuovi immigrati da sud”. Insomma, ci sarebbe da stare poco allegri, ma il responsabile della Farnesina è ottimista. “Anzitutto cresce la consapevolezza che, con la libera circolazione prevista dal trattato di Schengen, qualsiasi rifugiato entri in Italia poi potrà andare dappertutto. Inoltre ho fiducia nella presidenza di turno della Svezia. Tre anni fa circa 20 mila rifugiati provenienti dal Kurdistan si diressero tutti verso quel paese, dove esisteva già una loro comunità. La Svezia, che rischiava il collasso, fu aiutata dall’Europa che accettò di dividere l’onere. E ora sono certo chevorrà ricambiare quell’aiuto”.
L’auspicata redistribuzione dei rifugiati (ormai la gran parte dei clandestini) secondo Frattini porterà a soluzione anche la contesa con Malta, che ora fa di tutto per non accogliere sul proprio minuscolo territorio le barche dei disperati. “Quando capiranno che su 500 persone ne dovranno tenere solo un paio, vedrete che le rigidità maltesi verranno meno”. E con la Libia? Il bilancio sembra in chiaroscuro, visto che da quelle coste si salpa ancora.
Ma anche qui il ministro fa professione di ottimismo e regala qualche rivelazione. “È vero che dalla Libia si parte ancora, ma in proporzione di 1 a 1.000 rispetto a prima dell’accordo italolibico. E la prova che le ultime partenze sono organizzate da disperati isolati è nel fatto che a bordo, purtroppo per loro, non hanno più i gps e i telefoni satellitari forniti dai trafficanti di esseri umani con i quali chiedevano di essere raccolti non appena erano sicuri di essere nelle nostre acque”.
La situazione migliorerà ulteriormente, spiega, “perché sta per decollare un progetto Ue-Italia per monitorare via satellite i confini meridionali della Libia, 1.500 km attraverso i quali arriva il traffico organizzato dall’Africa nera che poi punta via mare verso l’Europa”. Buone notizie anche sul fronte della collaborazione con la Libia nei loro campi d’accoglienza. L’iniziale resistenza a ospitare funzionari dell’Italia e dell’Onu per accertare in loco chi abbia o no diritto all’asilo è venuta meno. “L’Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati, ndr) ha già aperto un ufficio a Tripoli. E ai libici non dispiace certo se gli preleviamo qualche centinaio di persone in regola per venire in Europa”.
Prima di rituffarsi nelle ultime giornate di vacanza, il ministro ci tiene a smentire una preoccupazione esternata da vari comandanti di pescherecci, convinti che con la nuova legge sulla sicurezza dare soccorso ai clandestini comporti un’accusa di favoreggiamento. “Sciocchezze senza fondamento. Anzi, sarebbe reato fare il contrario”.
Migranti: Bruxelles chiede chiarimenti sui respingimenti, il ministro Maroni non cambia linea, la Chiesa predica l’accoglienza. Voi con chi state?

Parole dure. Forti. Senza appello.
Dal gornale della Cei, Avvenire. E da monsignor Bruno Schettino, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni. Tema: “L’Occidente a occhi chiusi” non ha voluto vedere il barcone degli eritrei dispersi in mare, come durante il nazismo nessuno vedeva i convogli piombati pieni di ebrei.
L’accusa di Avvenire
A paragonare l’indifferenza verso gli immigrati dispersi in mare con quella delle popolazioni al tempo della Shoah è Avvenire con un editoriale in prima pagina all’indomani della tragedia denunciata da migranti eritrei, ieri, a Lampedusa.
Un dramma con oltre 70 morti del quale, peraltro, non si ha al momento alcun riscontro: “Tutte le procedure”, ha detto all’Agi il prefetto di Agrigento, Umberto Postiglione “sono state attivate. La segnalazione è arrivata da Malta al Gruppo aeronavale della Guardia di Finanza di Messina che l’ha subito girata a Lampedusa. Immediatamente sono uscite le motovedette che hanno soccorso i cinque, che sono stati subito portati al molo Favaloro e sottoposti al triage sanitario. Sulla barca” ha detto ancora il prefetto “i finanzieri non hanno trovato tracce di altre persone. Poi hanno raccontato della traversata durata tre settimane e della morte degli altri compagni e di questo sie sta occupando l’autorità giudiziaria”.
E comunque, scrive Marina Corradi in un commento sulla prima del quotidiano dei vescovi, “almeno un equivoco in cui non è ammissibile cadere. Nessuna politica di controllo dell’immigrazione consente a una comunità internazionale di lasciare una barca carica di naufragi al suo destino. E questa legge ordina: in mare si soccorre. Poi, a terra, opereranno altre leggi: diritto d’asilo, accoglienza, respingimento. Poi. Ma le vite, si salvano”.
Invece quel barcone vuoto dice del farsi avanti della “nuova legge del non vedere”: “Come in un’abitudine, in un’assuefazione. Quando, oggi, leggiamo delle deportazioni degli ebrei soto il nazismo” scrive Corradi “ci chiediamo: certo, le popolazioni non sapevano; ma quei convogli piombati, le voci, le grida, nelle stazioni di transito nessuno li vedeva e sentiva? Allora erano il totalistarismo e il terrore, a far chiudere gli occhi. Oggi no. Una quieta, rassegnata indifferenza, se non anche una infastidita avversione, sul Mediterraneo. L’Occidente a occhi chiusi“. “Così è stata violata una legge antica” conclude “che minaccia le nostre stesse radici. Le fondamenta. L’idea di cos’è un uomo, e di quanto infinitamente vale”.
Lo sfogo di Monsignor Schettino
Amaro lo sfogo monsignor Bruno Schettino, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e arcivescovo di Capua, per il quale la morte di oltre 70 immigrati che cercavano di raggiungere la Sicilia rappresenta una “grave offesa all’umanità e al senso cristiano della vita”. Si percepisce, ha aggiunto monsignor Schettino “un senso di povertà dell’umanità, non c’è attenzione verso l’altro, verso gente che è in fuga dalla guerra, dalla miseria, dalla povertà in cerca di serenità e di pace”.
“E’ una morte assurda” ha aggiunto “donne bambini innocenti gettati in mare, è il senso dell’uomo che decade, urge l’impegno dei cristiani di attivarsi concretamente verso coloro che soffrono, il problema è umano prima che politico”. Rispetto al problema dell’immigrazione così come esso si presenta oggi nel nostro Paese “come educatori di umanità e di umanesimo” afferma monsignor Schettino “dobbiamo essere propositivi, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni, nel senso di una vera accoglienza verso i poveri. Davanti al povero bisogna inchinarsi. Il tema dell’accoglienza riguarda cristiani e non cristiani, l’umano è sempre umano”.
“Dobbiamo superare le distinzioni di parte” ha aggiunto l’arcivescovo “e affrontare il problema nella sua globalità il primato dell’uomo serve a costruire un’umanità rinnovata. Io per esperienza personale mi prodigo molto in favore degli immigrati, non abbiamo bisogno di declamazioni di principi ma di esperienze concrete forti”.
- Tags: accordi, barconi, diplomazia, fondi, immigrati, libia, Malta, nave, Roberto Maroni, rotte, sbarco, Ue
-
Nella cartina, i flussi via mare, terra e aria dei viaggi dei clandestini in Europa. La Gran Bretagna è la più attenta nei controlli in aeroporto, la Spagna usa il pugno duro verso chi tenta l’ingresso dal Marocco
L’immigrazione clandestina verso i paesi Ue mostra una battuta d’arresto nei primi 4 mesi del 2009.
Stando ai dati raccolti dall’agenzia europea per il controllo delle frontiere, Frontex, il calo è di circa il 16 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008. Forse anche per effetto della crisi. “Ci sono molti fattori alla base di questa tendenza” dice a Panorama Gil Arias Fernandez, vicedirettore esecutivo di Frontex, “ma la crisi fa senz’altro da deterrente. Al momento ci sono meno aspettative di trovare lavoro nei paesi Ue e quindi la disponibilità a tentare un viaggio della speranza è più bassa”. Non durerà a lungo. “In estate la pressione cresce sempre significativamente, soprattutto ai confini marittimi” prevede lo stesso Arias Fernandez. “Anche quest’anno ci aspettiamo un aumento dei tentativi di raggiungere le coste europee”.
Alla Frontex sperano, però, che non si ripeta quanto accaduto nel 2008. Il bilancio conclusivo dello scorso anno, tirato in questi giorni, è impressionante: 24 per cento in più di ingressi clandestini rispetto al 2007; e 15 per cento in più di persone che soggiornavano illegalmente nella Ue.
All’Italia tocca il primo posto per gli ingressi via mare: 37 mila gli sbarchi accertati, il 41 per cento del totale Ue. I barconi dalla costa africana si sono presentati anzitutto all’isola di Lampedusa (approdi raddoppiati a 31.300 rispetto all’anno precedente), poi in Sicilia (3.300), Sardegna (1.600) e nel resto della Penisola (800). In aumento anche i boat people nella vicina Malta: da 1.700 a 2.800.
E così nel Mediterraneo orientale. I casi di quanti hanno varcato illecitamente i confini marittimi dalla Turchia verso la Grecia sono raddoppiati, toccando quota 29.100. Bersagliate le sei isole più vicine alla costa turca: Lesvos, Chios, Samos, Patmos, Leros e Kos. Meno forte il flusso nel Mediterraneo occidentale: 16.200 i clandestini arrivati dal mare in Spagna, con un sensibile calo alle Canarie e alle Baleari, in seguito al muro alzato dal governo Zapatero.
Che cosa sta succedendo nel Mediterraneo ora, dopo l’accordo siglato fra Italia e Libia? “Il numero dei clandestini in rotta verso l’Italia è sceso in misura marcata” registra il vicedirettore di Frontex. “Il confine, ovunque sia, è controllato da due parti. Se queste non collaborano, gestirlo diventa difficile. Ecco perché il rafforzamento della cooperazione con i paesi terzi è sempre un fattore decisivo contro l’immigrazione clandestina. E non dimentichiamo che prevenire le partenze dalla costa libica alla sponda europea significa anche salvare molte vite umane, visto che i viaggi sono spesso intrapresi in condizioni di mare pessime”.
Nessuno esclude che i trafficanti di uomini (4.565 quelli fermati l’anno scorso nella Ue) possano riorganizzarsi cambiando rotte, secondo quello che in gergo viene chiamato “effetto spostamento”. “Ma è difficile prevedere dove avverrà nell’immediato futuro” avverte il responsabile di Frontex. “Le rotte non cambiano spesso perché prima di iniziare un nuovo itinerario i trafficanti fanno una prova per sondare la capacità di reazione nel contrasto: solo se questa è bassa inaugurano il tragitto. Il nostro centro d’attenzione resta il bacino mediterraneo, lungo i confini greco-turco e spagnolo”.
Via terra il numero massimo di clandestini, 38.600, è stato accertato fra Grecia e Albania. Si tratta per lo più di albanesi che, pur essendo riportati immediatamente indietro, in virtù di un trattato di riammissione fra i due paesi, provano subito a riattraversare il confine.
La rotta seguita da turchi e iracheni dalla Turchia alla Grecia, invece, ha registrato 14.500 ingressi clandestini. Al terzo posto la frontiera fra il Marocco e le enclave spagnole di Ceuta e Melilla (7.500 casi). Mentre al confine terrestre orientale che corre dalla Finlandia alla Romania, meta di moldovi, bielorussi e ucraini, gli arrivi sono stati 6.200.
Circa 140 mila i rifiuti di ingresso: 60 mila ai confini terrestri, 65 mila negli aeroporti, solo 6.700 in mare. Il record spetta alla Spagna con 400 mila rifiuti opposti solo al confine marocchino (un caso unico nella Ue), altri 13.600 negli aeroporti iberici. Al primo posto per i rifiuti aerei c’è, però, il Regno Unito: 17.600 i passeggeri arrivati con voli extra Ue o interni all’area Schengen non lasciati passare.

Francia e Spagna sono i paesi che hanno denunciato più casi di soggiorni illegali: rispettivamente, 81.200 e 77 mila. Seguono Italia e Grecia, che hanno segnalato circa 50 mila clandestini ciascuno nei rispettivi territori nazionali.
Nella Unione Europea resta sempre preponderante, infatti, il numero dei cosiddetti overstayer: coloro che arrivano, per lo più via aerea, con regolare visto turistico o permesso di soggiorno temporaneo senza fare ritorno a casa, una volta scaduto: restano cioè illegalmente sul territorio europeo, magari spostandosi da un paese all’altro dell’area Schengen. Di fatto, però, non esiste una stima affidabile di quanti siano realmente i clandestini che vivono nel Continente.
- Tags: accordi, badante, barconi, Carroccio, diplomazia, fondi, immigrati, Lega, libia, Malta, Massimo-Bitonci, Matto-Salvini, nave, Roberto Maroni, rotte, sbarco, Ue
-

di Paola Sacchi
Non è esattamente un Gran Torino in versione leghista. Il sindaco veneto di Cittadella, e deputato per il Carroccio, Massimo Bitonci non è come Clint Eastwood, che nel film è l’ultimo bianco in guerra contro gli orientali che hanno invaso il quartiere. Bitonci è un campione della guerra allo straniero clandestino, la sua ordinanza antisbandati (niente residenza senza una soglia minima di reddito) gli ha fatto piovere addosso una caterva di accuse di razzismo, xenofobia e quant’altro. Ma proprio nei confronti di un’extracomunitaria Bitonci ha un debito di riconoscenza: se non fosse stato per Maria, la collaboratrice domestica moldava che da anni tiene le chiavi di casa sua, il sindaco antisbandati non avrebbe più ritrovato l’adorato bastardino di nome Gigio. “Senza di lui i miei figli erano disperati. Maria per giorni fece ricerche finché lo ritrovò” racconta Bitonci a Panorama. Precisa: “Maria è sempre stata in regola. D’altronde tra gli immigrati ci sono quelli che come lei vogliono integrarsi e quelli che vengono qui per delinquere. È solo questi ultimi che non vogliamo”.
Sentimenti condivisi, come dimostra quel che è accaduto a Oppeano, 8 mila anime (di cui oltre 1.000 stranieri), vicino a Verona. Qui è capitato che una famiglia di romeni abbia chiesto al sindaco in camicia verde di fare da padrino a un battesimo. “In 15 anni da sindaco mai nessuno me l’aveva chiesto” riferisce, ancora un po’ sorpreso, Alessandro Montagnoli, che è anche deputato del Carroccio.
Dunque c’è un cuore leghista che batte per gli immigrati? Non proprio. Ricorrenti sono le uscite provenienti dalla pancia dei lumbard che sparano nel mucchio. Tanto più a ridosso delle elezioni. Se anni fa Erminio Boso, detto Obelix per la mole, invitava a prender loro le impronte dei piedi e a rispedirli a casa con gli Hercules dell’Esercito, ora il parlamentare e vicesegretario della Lega lombarda Matteo Salvini ha riproposto una vecchia ricetta di Mario Borghezio: vagoni riservati per i milanesi. E solo pochi anni fa il ministro della Semplificazione normativa Roberto Calderoli non resistette in tv allo sfizio di definire la giornalista palestinese Rula Jebreal “una signora abbronzata”. Esternazioni che non hanno mai fatto la felicità dello stesso leader della Lega Umberto Bossi.
Che i leghisti fossero accompagnati da una certa fama lo sapeva bene anche Sofia, 43 anni, peruviana, da anni badante di Angela, madre del deputato ligure Giacomo Chiappori, leghista verace, uno nel cuore del Senatùr, leader di Alleanza federalista, cioè il Carroccio lato Sud. Racconta scherzandoci sopra lo stesso Chiappori: “Sofia ignorava il mio incarico. Quando mi vide a Tele Imperia tutto incravattato e vestito di verde, a momenti le prendeva un colpo. E sorpresa mi chiese se io fossi davvero un dirigente leghista. Sì, era proprio sorpresa, perché i rapporti che abbiamo con lei cozzavano con l’immagine esterna che si dà della Lega. Lei è da sempre una di famiglia. Non c’è domenica, Pasqua o Natale che non sia invitata”.
Anche Chiappori puntualizza: “Vi dovete mettere bene in testa che noi non siamo razzisti. Vogliamo chi rispetta le nostre regole, chi non butta i crocefissi nel cesso e paga le tasse. Come le due imprese edili di marocchini che operano a Villa Faraldi, il piccolo comune di cui sono sindaco. Quello sì che è un esempio di integrazione. La differenza, quindi, è tra chi si comporta bene e chi si comporta male”.
La stessa linea Maginot tracciata da Gianni Fava, deputato e coordinatore leghista del Centro-Sud. Quando era sindaco di Pomponesco, nel Mantovano, decise di “scommettere su Mohammed, un marocchino che mi dette più di una prova di volersi integrare”. Per Fava “uno diverso dai suoi connazionali che andavano in giro con le mogli piene di lividi per le botte prese. Lui, invece, con la moglie andava al bar, un rapporto alla pari: per un laico come me questo è un test fondamentale”. Mohammed, attraverso regolari graduatorie (”Per lui applicai la riserva” dice Fava), ottenne casa e lavoro.
Anche Manuela Dal Lago, ex presidente della Provincia di Vicenza, vicecapogruppo a Montecitorio, racconta di aver dato una mano a un’albanese a trovare lavoro come infermiera: “Era onesta e perbene e decisi di aiutarla”.
Ma ora che le regole sono più rigide e i respingimenti dei clandestini, secondo il provvedimento sicurezza, vessillo della Lega, avvengono via mare, potranno ripetersi queste storie di integrazione? Angelo Alessandri, presidente federale del Carroccio e candidato sindaco a Reggio Emilia, ricorda che il premier socialista spagnolo José Luis Zapatero “è ancora più duro di noi”. Poi una battuta sferzante: “Si vede che i comunisti scemi stanno solo in Italia”. Alessandri nella sua campagna elettorale a Reggio ha come sostenitori anche due albanesi. “Uno dei due, Altin Alla, da 12 anni in città” sottolinea Alessandri “è fidanzato con Isabella Rossi dei giovani padani”.
Albanese è anche Entela Melani, che, come riferisce il giornale online Varese news, da domestica di una famiglia leghista varesina è diventata candidata del Carroccio al Comune di Golasecca, nella Padania profonda. Chissà se un giorno si candiderà anche Maria, la cameriera romena che lavora nell’agriturismo dello zio del deputato Maurizio Fugatti, segretario leghista del Trentino. Racconta: “Ogni volta mi saluta con un “Viva la Lega””.
Sorpresa finale, anche in casa del cattivissimo Salvini c’è stata una badante straniera: “Rosa, peruviana, accudiva mia nonna morta 4 anni fa. L’avevamo trovata tramite la parrocchia”. Ha mai redarguito le sue intemperanze? “Scherza? Semmai, avveniva il contrario. Era imbufalita con i connazionali che nel parco sotto casa di notte sporcavano, schiamazzavano e facevano molto altro. Diceva che questa gente rovinava soprattutto l’immagine delle persone perbene come lei. E quando non ne poteva più gridava: “Questi cacciateli via tutti, qui siete troppo tolleranti””.
Si Salvi(ni) chi può.
- Tags: arcivescovo, barconi, cattolici, Cei, Dionigi-Tettamanzi, Famiglia-Cristiaa, immigrati, migranti, respingimenti, sbarco, Sir
-

Famiglia Cristiana, la Cei, l’Arcivescovo di Milano. Insieme, a più voci, per un unico bersaglio: la politica del governo per il contrasto all’immigrazione clandestina.
Parte la Cei. E va all’attacco contro la decisione delle “nostre autorità di riportare sulle sponde africane coloro che cercavano di raggiungere il nostro Paese”, perché corrisponde a farli tornare indietro “su strade di fame e di morte che già conoscevano: non tutti erano bisognosi di asilo, non tutti santi, ma poveri lo sono di certo”. Così scrive il bollettino del Sir, l’agenzia stampa dei vescovi, monsignor Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente della Commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro, presidente del Comitato scientifico delle Settimane Sociali e vescovo di Ivrea. Monsignor Miglio, a pochi giorni dall’inizio dell’assemblea generale dei vescovi italiani, restituisce un quadro complessivo della posizione della Chiesa sul dibattito relativo all’immigrazione in corso nel nostro Paese.
Il vescovo disegna un parallelo fra gli episodi di questi giorni e quanto avvenuto nei rapporti con i flussi migratori dall’Albania negli anni ‘90. Gli albanesi di allora erano “naufraghi sepolti in mare”, scrive il vescovo, così come “naufraghi del mare e della vita” sono “questi ultimi, con i loro stracci e i loro occhi che ci interrogano sulla nostra crisi e specialmente sulle nostre pubblicità tese a farci consumare di più e di tutto. Sono stati riportati d’autorità su strade di fame e di morte che già conoscevano: non tutti erano bisognosi di asilo, non tutti santi, ma poveri lo sono di certo e in questa occasione sono divenuti assai simili a Cristo, scaricato da Pilato a Erode e viceversa; i due in quel giorno divennero amici, dopo essere stati nemici. A questa cronaca triste e umiliante si sono aggiunte le proposte - poi declassate a battute - di un inedito apartheid da sperimentare a Milano”.
Milano, quindi. Da dove arrivano, inderettamente, altre critiche. Sono quelle del
cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo della città. Che, intervistato da Fabio Fazio per lo speciale di Che tempo che fa, in onda questa sera su Rai Tre, invita la politica - di fronte al fenomeno dell’immigrazione - a non limitarsi a gestire solo la fase di emergenza, cedendo alla paura, ma a pensare ad una soluzione progettuale di un fenomeno di così grande portata. “La politica deve partire da progetti grandiosi, e soltanto in questo quadro è possibile allora attivare le diverse forze sociali, culturali istituzionali, di volontariato, religiose”. “Milioni di Italiani hanno lasciato il loro Paese per trovare un ambiente di vita, di lavoro e di realizzazione della propria dignità” ricorda il porporato “In questo senso dobbiamo saper onorare la memoria del passato, non per essere nostalgici, ma per essere più coraggiosi nell’affrontare il futuro che ci vedrà molto più impegnati in un confronto inter-etnico, inter-culturale e inter-religioso”. L’emergenza si accompagna alla paura, ha detto ancora il cardinale. “E la paura non è la consigliera più saggia per affrontare il problema nella sua ampiezza e nella sua profondità”.
Batte il chiodo della paura, anche il nuovo (ennesimo) attacco al governo di Famiglia Cristiana. Il settimanale dei Paolini prende di mira la politica del Pdl in materia di immigrazione, traendo spunto dalle recenti polemiche sugli sbarchi dei clandestini e sui “respingimenti”. “Per un pugno di voti in più, il migrante è un nemico”: è il titolo scelto dal settimanale cattolico che, sulle sue pagine, punta il dito contro le decisioni di Palazzo Chigi e Viminale. “Lo stigma del reato di clandestinità - si legge in un editoriale pubblicato sul numero di questa settimana del settimanale - crea le condizioni perché i migranti vengano messi fuori dal consorzio umano. Si continua ad attizzare il fuoco della paura, tutto per una manciata di voti in più. Abbiamo trasformato il migrante in diverso, in nemico. La deriva xenofoba che sta prendendo piede in Italia dovrebbe preoccupare tutti, i cattolici in particolare”.
Ma ce n’è anche per le parrocchie: “L’indifferenza e il gelo della chiusura soffiano anche nelle parrocchie. Possibile che i cattolici facciano prevalere la paura e un ‘pacchetto propagandà sui principi evangelici?”. “Con il voto di fiducia sul pacchetto sicurezza” prosegue l’editoriale “il Parlamento è stato espropriato della libertà di coscienza su un tema molto delicato che riguarda la vita di uomini, donne e bambini”. “Il disegno di legge sulla sicurezza approvato dalla Camera con il voto di fiducia (evidentemente nella maggioranza c’è qualche ‘mal di pancia’), si intreccia con i respingimenti dei clandestini verso la Libia, ignorando i più elementari diritti d’asilo di chi fugge da guerra, tortura e, spesso, da una condanna a morte. Che ne sarà di questa gente una volta fatta sbarcare sul suolo libico” si domanda il settimanale dei Paolini “in un Paese che non riconosce le convenzioni internazionali sui rifugiati?”. “Perchè l’Italia, da sempre considerata la culla del diritto e della civiltà giuridica, Paese di profonde radici cristiane” prosegue il settimanale diretto da don Antonio Sciortino “antepone qualsiasi esigenza di sicurezza (vera o fittizia) ai diritti inalienabili dell’uomo? Sarebbe stata molto più efficace una seria politica di programmazione dei flussi e di sanatorie per regolarizzare quegli stranieri già inseriti nella società, come le badanti, che svolgono un ruolo prezioso e, molto spesso, insostituibile”.
LEGGI ANCHE: Lo SPECIALE sull’immigrazione
- Tags: accoglienza, barconi, coste, Ignazio-La-Russa, Laura-Boldrini, migranti, Onu, respingimenti, rifugiati, rimpratrio, sbarchi, Ue
-

Nessuna lacerazione, nessuna polemica con il ministro Frattini. Anzi, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa tiene le posizioni, chiede scusa e non cede: il Governo “è compatto nel dire che l’Alto Commissariato Onu sbaglia nel ritenere non adeguato il comportamento dell’Italia e dei marinai italiani nei riaccompagnamenti verso il porto libico” degli immigrati clandestini. Anche “Frattini, che è l’uomo più moderato del governo, dice che ha sbagliato”. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa, a Faccia a Faccia su Radio Tre Rai, torna sulle polemiche scatenate dalle sue dichiarazioni su agenzie Onu e flussi migratori.
“Nessun ordine da parte del ministero dell’Interno e tantomeno mio di usare la forza è stato impartito al capo di stato maggiore della Marina o al comandante di nave Spica. Non è stata usata alcuna azione coercitiva ma anzi” ha rilevato La Russa “è stata applicata la ‘legge del mare’ che prevede di accompagnare nel porto più vicino” le imbarcazioni in difficoltà.
Il ministro della Difesa ha poi “chiesto ammenda” per le espressioni da “tono comiziale” usate nei riguardi di Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr. “Mi spiace che ci siano stati problemi di tipo personale” ma, ha aggiunto: “Sto ancora aspettando dalla Boldrini la spiegazione del perché considera più umano accompagnare i migranti in Italia, rinchiuderli nei Cie e poi espellerli”.
Il ministro La Russa, non sembra comunque cedere: il governo è compatto nel dire che l’Unhcr sbaglia nel criticare l’Italia sui riaccompagnamenti: “Comunque” ha aggiunto nel corso dell’intervista radiofonica “concordo con il ministro degli Esteri nel dire che dobbiamo sempre rispettare gli organismi internazionali, anche quando sbagliano. In cosa sbaglia l’Unhcr? Nel ritenere non adeguato il comportamento dell’Italia in generale e, dico io, dei marinai italiani nel riaccompagnare in Libia i clandestini che vengono intercettati sui barconi”.
Ma le polemiche non si stemperano, anzi L’Alto commissariato Onu per Rifugiati, Antonio Guterres, risponde da Ginevra ai commenti “negativi e infondati” che sono stati rivolti all’Alto commissariato (Unhcr) e “a singoli funzionari da un esponente del governo italiano”. “Gli attacchi immotivati e personali sono inaccettabili” e, scrive Guterres, “non mutano e non muteranno l’impegno dell’Unhcr nel perseguire il suo mandato e la sua missione umanitaria”. E spiega: l’agenzia Onu “ha una responsabilità globale nella protezione dei diritti dei rifugiati” e per questo “continueremo a esercitare questo mandato in Europa così come lo facciamo in altre parti del mondo. Il mio Ufficio è ben consapevole delle sfide che l’immigrazione irregolare pone all’Italia e ad altri Paesi europei. Continueremo a lavorare con i governi e con tutti gli altri partner per affrontare queste sfide in modo da garantire il pieno rispetto dei diritti dei rifugiati e di quanti hanno bisogno di protezione internazionale”. E conclude: “Il mio rappresentante in Italia, Laurens Jolles, e la mia portavoce in Italia, Laura Boldrini, godono della mia piena fiducia nel portare avanti questo importante compito”.
Immediate le reazioni del mondo politico. Il presidente della Camera Gianfranco Fini, incontrando i giornalisti a Monopoli, a margine di un incontro con gli studenti sul tema della Costituzione italiana precisa: “Dovremmo sforzarci tutti di affrontare una questione così impegnativa e complessa per la società italiana senza cadere nella tentazione di dare vita a un confronto tutto finalizzato unicamente al voto per il Parlamento europeo che viene rinnovato tra qualche settimana”. Per il presidente della Camera quello dell’immigrazione e dell’integrazione è un problema “di rapporto fra Unione europea e Paesi di provenienza degli immigrati, tocca il futuro della nostra società e andrà oltre il 7 di giugno”.
Sulla questione dei respingimenti dei clandestini, il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha detto che “la polemica è incomprensibile”. Maroni non ha fatto riferimento al botta e risposta fra l’alto commissariato per i rifugiati e il ministro della Difesa La Russa. Ha detto però che dal suo “punto di vista vorrei la polemica terminasse. Innalzare i toni potrebbe pregiudicare il buon lavoro che abbiamo fatto in questi dieci mesi”. Secondo il ministro, infatti, l’Unhcr potrebbe svolgere un ruolo importante in Libia, anzi “fondamentale”. “Rispetto le opinioni di tutti” ha aggiunto “ma non penso sia utile tenere i toni della polemica”.
Alle dichiarazioni del ministro La Russa, ha risposto anche con una nota Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama. “La posizione del governo” sostiene Anna Finocchiaro “sta rasentando l’ottusità costringendo il nostro Paese in una situazione di isolamento internazionale sempre più preoccupante. Siamo a una sorta di delirio di onnipotenza che dovrebbe preoccupare tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’Italia: su crisi e immigrazione, in nome della propaganda elettorale, questo governo” conclude “ci sta spingendo in un tunnel davvero pericoloso”.
- Tags: 007, accoglienza, barconi, Copasir, coste, Francesco-Rutelli, migranti, Onu, Pd, respingimenti, rimpratrio, sbarchi, Ue
-
di Laura Maragnani
Correva l’anno 2008, 4 gennaio, e gli esperti dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) già dicevano: “Esprimiamo estrema preoccupazione per l’accordo raggiunto tra il governo italiano e il governo libico in materia di contrasto all’immigrazione irregolare (…) l’accordo pone oggettivamente l’Italia in un pericolosissimo vortice di gravi responsabilità dirette per le violazioni dei diritti fondamentali della persona che in territorio libico potranno essere commesse a danno dei migranti”.
Mancavano ancora 16 mesi alla notte tra il 5 e il 6 maggio 2009, quella in cui la prima operazione di pattugliamento italolibico ha riportato a Tripoli 228 migranti in viaggio verso Lampedusa, e già c’erano la preoccupazione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e le proteste di Amnesty international. Presidente del Consiglio, all’epoca, era Romano Prodi. Ministro degli Esteri Massimo D’Alema. A firmare l’accordo con Abdurrahman Mohamed Shalgam, ministro degli Esteri libico, c’era l’allora titolare del Viminale, Giuliano Amato. E ora?
Firmato il 30 agosto scorso il trattato definitivo con Muammar Gheddafi (è stato ratificato da Camera e Senato con i voti favorevoli di Pdl, Lega e, grazie al pressing di D’Alema, anche del Pd), la bomba diritti umani è scoppiata, paradossalmente, nelle mani del centrodestra. E ha buon gioco a fare dell’ironia il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano: “Loro fanno gli accordi e noi, che li applichiamo, siamo i cattivi?”.
I numeri, del resto, sono quello che sono. Sia per la destra sia per la sinistra. Amato stimava che in soli 3 anni, dal 2005 al 2007, fossero partiti dalle coste libiche in 60 mila. Solo a Lampedusa, in quegli anni, ne sono arrivati 45 mila. Altri 30 mila nel 2008. E il quadro nazionale? Anno 2007, governo Prodi in carica: 20.455 sbarcati clandestinamente. Stranieri rintracciati: 74.762. Rimpatri effettivi: 26.779. Non rimpatriati: 47.983, quasi il doppio. Anno 2008, governo Berlusconi: 36.951 sbarcati, 70.625 stranieri rintracciati. Rimpatriati 24.234. Non rimpatriati 46.391, quasi il doppio. Primi 5 mesi del 2009: 6.388 sbarcati, 20.503 rintracciati, 6.727 rimpatri effettivi. Non rimpatriati: 13.776, quasi il doppio.
Quanto costa la gestione di tutto questo? Fra centri di identificazione, accertamenti di identità, pratiche burocratiche e rimpatrio al Viminale stimano una spesa tra i 110 e i 120 milioni di euro l’anno, in costante crescita. La Ue contribuisce solo con una ventina di milioni per le operazioni di soccorso in mare. Malta riceve poco di meno, ma ai barconi che rischiano il naufragio rifiuta persino l’ingresso in porto.
Una linea comune europea non c’è. Il sistema di sorveglianza delle frontiere esterne dell’Unione, così come l’avevano disegnato gli accordi di Schengen e Dublino, è fallito. E la costosa Agenzia europea di controllo delle frontiere esterne, la Frontex (80 milioni di euro nel 2008), non è finora servita a fermare l’immigrazione clandestina: solo “ne modifica le rotte, costringendo all’utilizzo di imbarcazioni sempre più piccole e finendo per accrescere i guadagni dei trafficanti e il numero di vittime della fortezza Europa” segnalava già nel 2007 Fulvio Vassallo Paleologo dell’Asgi.
La fortezza Europa è sotto assedio e qualche avamposto si è già blindato, come la Spagna. Le due enclave spagnole in terra marocchina, Ceuta e Melilla, oggi sono difese da barriere alte da 4 a 6 metri, e le coste al di là di Gibilterra sono monitorate con un sistema radar. Nel 2007 il socialista José Luis Zapatero ha firmato con il governo di Rabat un accordo che prevede il rimpatrio forzato dei minorenni non accompagnati e il loro smistamento in centri di detenzione amministrativa a Tangeri, Nador e Marrakech. Malta ha scelto la linea del “teneteci fuori”. Cipro è sommersa dai clandestini. E l’Italia? Prima del caso Libia il governo aveva già messo al lavoro le diplomazie per aggiornare alcuni dei 30 accordi già sottoscritti, 15 con nuovi e vecchi stati dell’Unione, 7 con altri paesi europei, 8 con paesi extraeuropei (Algeria, Egitto, Filippine, Georgia, Marocco, Nigeria, Tunisi e Sri Lanka), gran parte risalente all’epoca pre Schengen. Obiettivo: intese per velocizzare i rimpatri in Algeria (5 cittadini per ogni volo di linea diretto ad Algeri), Egitto (a marzo si è cominciato a discutere con le autorità consolari egiziane in Italia), Tunisia (a gennaio è stato raggiunto un accordo per il rimpatrio, a gruppi, di 4-500 tunisini sbarcati nelle scorse settimane a Lampedusa, seguiti poi da altri 100 ogni mese). Dalla Nigeria sono già arrivati a Roma, il 6 maggio, i primi sei poliziotti che, in base a un accordo firmato il 17 febbraio ad Abuja, collaboreranno con la polizia italiana.
Lo stesso giorno a Tripoli sbarcavano dalle motovedette italiane i 228 migranti intercettati tra Italia e Libia. Ed esplodeva la questione dei diritti umani. Silvio Berlusconi farà marcia indietro? “Non ci pensiamo nemmeno. L’Italia è forse il paese europeo col più alto accoglimento di domande di asilo e protezione: su 31 mila richieste nel 2008 ne abbiamo accolte ben il 40 per cento” assicura il sottosegretario Mantovano. “Noi abbiamo fatto la nostra parte, l’Unione adesso faccia la sua: istituisca in Libia delle commissioni europee, in collaborazione con l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, e poi distribuisca i rifugiati su tutto il territorio europeo. Dalla Lituania alla Svezia. Siamo stanchi di essere in prima linea da soli”. Soprattutto alla vigilia delle elezioni, quando l’Ipsos per Ballarò ha appena mostrato con un sondaggio che il 65 per cento degli italiani approva le operazioni di rimpatrio forzato. E, sorpresa, anche tra gli elettori di sinistra.
Gli italiani chiedono la linea dura
Soggetto realizzatore: Ferrari Nasi & associati ricerche. Sondaggio condotto su un campione di casi, rappresentativo della popolazione italiana adulta. Rilevazione del 23-24.3.2009. La documentazione completa è consultabile sui siti www.agicom.it, www.sondaggipoliticoelettorali.it.
- Tags: 007, accoglienza, barconi, Copasir, coste, Francesco-Rutelli, migranti, Onu, Pd, respingimenti, rimpratrio, sbarchi, Ue
-

di Laura Maragnani
Sul tavolo di Francesco Rutelli, nella sede del Pd, ci sono due cose in bella vista. C’è un dossier di 104 pagine che il Copasir, il comitato per la sicurezza della Repubblica di cui l’ex sindaco di Roma è presidente, ha appena reso (in parte) pubblico: La tratta di esseri umani e le sue implicazioni per la sicurezza della Repubblica. Otto mesi di lavoro e molte audizioni di peso, fra cui il direttore dell’Aise Bruno Branciforte e quello dell’Aisi Giorgio Piccirillo. E poi c’è un’Ansa, da Sharm el Sheik. Silvio Berlusconi: i barconi di immigrati in viaggio verso l’Italia “non sono fatti occasionali, ma il frutto di una organizzazione criminale”.
Rutelli afferra il dossier Copasir. “In Italia tendiamo a rimuovere la dimensione criminale dell’immigrazione clandestina. Ma c’è. Enorme” assicura. “Dietro i disperati che arrivano sui barconi (vittime di tratta, migranti economici, richiedenti asilo) c’è un racket sempre più efficiente e flessibile. E c’è un business che secondo l’Unodc, l’Ufficio antidroga delle Nazioni Unite, è ormai al secondo posto dopo la droga, e prima delle armi, nel fatturato criminale”.
Che cos’ha scoperto il Copasir?
Per la prima volta abbiamo delineato la mappa e le rotte di un network in cui si intrecciano reti criminali, organizzazioni mafiose, mafie etniche nei paesi d’origine e di transito.
E anche di arrivo?
Risultano connivenze e coperture sul piano logistico, ma non interconnessioni di primo livello con le mafie italiane. Ci sono scambi di favori. Però la miscela fra criminalità interna e mafie d’importazione è potenzialmente esplosiva, come si è visto a Castel Volturno: quando ti trovi i morti ammazzati per strada e devi mandare 500 militari a riportare l’ordine, è troppo tardi. Bisogna intervenire prima. Oggi il network che prospera sull’immigrazione clandestina e sulla tratta di donne e minorenni assume sempre più una forma di contropotere. E, oltre a colpire i diritti fondamentali delle vittime, rappresenta una minaccia alla nostra sicurezza.
In che senso?
I rapporti dell’intelligence segnalano infiltrazioni di organizzazioni criminali straniere che gettano basi permanenti in Italia. Sono gruppi che in alcuni stati del Terzo mondo poggiano sul fatturato di queste attività illecite e da noi non si debbono radicare. I nomi li conosce l’intelligence e li conosce la magistratura. Non posso dire altro.
Al Qaeda?
Finora l’Italia sembra essere per Al Qaeda solo una base logistica, di transito e di reclutamento. Non è emersa, finora, la volontà di compiere azioni dirette sul nostro territorio. Ma è chiaro che la situazione dev’essere monitorata. E affrontata, anche a livello di opinione pubblica, in maniera diversa.
Lei ha appena invitato il Pd ad affrontare “senza ipocrisie” l’immigrazione clandestina, respingimenti compresi.
Dobbiamo uscire dalla retorica, sia a destra sia a sinistra. Elettoralmente il mercato della paura e della sicurezza per la destra è redditizio; è facile sparare slogan come “fuori i clandestini” o “creiamo vagoni separati per i milanesi“, frase che in un paese civile sarebbe perseguibile come istigazione al razzismo. Ma a questo una parte della sinistra non può rispondere con l’assurdità del “siamo tutti clandestini”. L’Italia è un paese che ha 8 mila chilometri di coste. Vogliamo mettere nel Canale di Sicilia un cartello con scritto “Chiunque può sbarcare”? Siamo seri, non potremmo mai integrare 10 milioni di immigrati. Vorrei lanciare un appello.
Lanciamolo.
Togliamo di mezzo la demagogia e affrontiamo un percorso condiviso. Affrontiamo tutti insieme la continuità nel contrasto dell’immigrazione clandestina e la continuità nelle politiche di integrazione degli immigrati regolari: case, scuole, apprendimento della lingua, diritti, doveri. Abbiamo i flussi per gli arrivi legali? Bene, facciamoli funzionare. Ma le persone che arrivano regolarmente devono essere accolte, integrate e lasciate vivere in pace. Alla nostra economia il lavoro degli stranieri ha assicurato una maggiore prosperità. È una verità che non è mai male ripetere.
E l’immigrazione clandestina?
Il Copasir qualche indicazione l’ha data. Per combatterla servono accordi bilaterali, e multilaterali, coi paesi d’origine e di transito. Serve supporto logistico e di formazione alle polizie locali, come già abbiamo fatto in Albania. In alcuni casi potrebbe essere ragionevole un’integrazione dello stipendio degli operatori locali, per evitare la tentazione di accordi con i trafficanti. E serve intelligence. Serve un lavoro più strutturato di analisi per capire i movimenti, intervenire sulle partenze e soprattutto stroncare l’attività dei racket all’origine. Ripeto: a noi manca, come paese, la percezione della dimensione criminale del fenomeno. Ma è ora di affrontare la realtà. Prendiamo la Cina.
Cosa c’entra la Cina?
La crisi ha già creato, secondo alcune stime, 30 milioni di migranti interni. E l’emigrazione verso l’estero è gestita dalle triadi (le mafie, ndr): è chiaro che parecchie migliaia arriveranno qui, nelle nostre Chinatown. A lavorare, spesso, in condizioni di schiavitù. O a creare problemi di ordine pubblico come si è visto a Milano, coi regolamenti di conti in via Paolo Sarpi.
Anche a Roma la situazione non è facile.
A Roma il centrodestra ha vinto con parole d’ordine dure su immigrazione e sicurezza, ma io non ho mai visto per le strade tanti mendicanti, finti invalidi, mutilati, bambini disgraziati che chiedono l’elemosina… È la dimostrazione che gli slogan non servono, serve il senso della realtà. E la realtà ci dice che tra Romania e Italia si viene in una notte, basta prendere il pullman, e non c’è alcun controllo, non servono più nemmeno i passaporti.
I romeni ormai sono cittadini Ue. Non è un problema di immigrazione irregolare, no?
Ma di criminalità organizzata sì. La Romania dà la possibilità di ottenere il passaporto romeno anche ai residenti in Moldavia e in Transnistria, e sappiamo che la Transnistria è una delle regioni dell’Europa centrale a più forte infiltrazione criminale: traffico d’armi, droga, sfruttamento della prostituzione. E noi non facciamo niente? No, qui serve davvero un percorso condiviso. Un riformismo vero. E rigore. L’Italia deve accogliere i richiedenti asilo, con procedure trasparenti, quando sono privati dei diritti fondamentali. Ma deve diventare un approdo molto più difficile per tutti i trafficanti del mondo.
di Marina Castellaneta - Docente associato di diritto internazionale all’Università di Bari
Lo stato europeo che protegge di più le vittime del traffico di esseri umani è l’Italia. Lo dice l’Unione Europea in un rapporto che analizza i risultati ottenuti da ciascun paese sul fronte del contrasto al traffico di esseri umani e degli aiuti forniti alle vittime. Nonostante le accuse rivolte dall’Onu al nostro Paese.
Secondo il dossier dell’Unione del 25 marzo 2009, tra il 2000 e il 2007 ben 54.559 vittime del traffico di esseri umani hanno ottenuto aiuti in Italia e 13.517 sono state coperte da programmi di integrazione sociale, rivolti anche a minorenni.
Non solo, a fronte di una limitata protezione delle forze di polizia assicurata alle vittime negli altri stati membri, l’Italia, osserva la Commissione europea, “è un caso particolarmente positivo perché tutte le vittime che sono state collocate in programmi di inserimento sociale hanno anche ricevuto una protezione dalle forze di polizia”.
Tra il 2001 e il 2006, 7.734 vittime sono state inserite in programmi di assistenza in Italia, contro le 638 in Austria e le 542 in Lituania.
Per quanto riguarda poi gli aiuti alle vittime del traffico di esseri umani, l’Italia, come gli altri stati membri (con esclusione di Spagna e Lussemburgo), ha recepito la direttiva 2004/81 e ha introdotto un sistema che permette alle vittime di ottenere direttamente un permesso di soggiorno.
Le vittime arrivano soprattutto dalla Nigeria (4.150), dalla Romania (3.157), dalla Moldova (910), dall’Albania (873), dall’Ucraina (691), dalla Russia (390) e dalla Bulgaria (190). Dati che mostrano un cambiamento del fenomeno che, con la presenza di Bulgaria e Romania, ha assunto una connotazione anche intracomunitaria.
Inadeguate in tutta Europa, invece, le risposte sul fronte giudiziario: troppo pochi i procedimenti avviati. È vero, precisa Bruxelles, che c’è una tendenza che mostra una crescita di procedimenti, perché si è passati dai 195 del 2001 ai 1.569 del 2006; ma le cifre sono ancora troppo basse rispetto alla diffusione del crimine nell’Unione Europea. Il numero più alto di azioni (anno 2006) è della Germania (353), seguita da Belgio e Bulgaria (291), da Italia (214), Austria (128), Portogallo (65) e Regno Unito (54). A Malta è stato avviato un solo procedimento.
Con la conseguenza che “il traffico di esseri umani continua a essere di grande profitto e di basso rischio sotto il profilo della reazione punitiva sia nell’ambito dello sfruttamento per fini sessuali sia per il lavoro, con particolare riguardo ai minori”.
Va poi rafforzata la cooperazione internazionale perché sono ancora poche le indagini comuni, che costituiscono lo strumento più efficace di lotta a quella che è una forma moderna di schiavitù, che s’intreccia all’aumento dell’immigrazione illegale. Con profitti record per la criminalità organizzata e un giro di affari che frutta alle organizzazioni malavitose 31,6 miliardi di dollari l’anno.
Ora l’Europa prova a fronteggiare il fenomeno e si appresta a modificare la decisione quadro 2002/629/Gai sulla prevenzione e la lotta al traffico di esseri umani e la protezione delle vittime. Anche perché aumenta la pressione degli immigrati clandestini, soprattutto su Italia, Francia e Spagna, come risulta dal terzo rapporto annuale, del 9 marzo 2009, sullo sviluppo di una politica comune sull’immigrazione illegale.
È comunque Madrid a detenere il primato dei dinieghi di ingresso alle frontiere: nel 2007 la Spagna ha raggiunto la cifra record di 644.989 casi di rifiuto, seguita da Francia, a quota 26.593, Polonia (32.188), Germania (11.697), Ungheria (11.198), Slovenia (11.497), Romania (9.753) e Italia (9.394).
La vera emergenza è però nei paesi del Mediterraneo. A ottobre 2008 sulle spiagge italiane sono arrivati 30 mila boat people contro i 19.900 dell’intero 2007: circa 7 mila hanno fatto domanda di asilo e quasi la metà dei richiedenti lo ha ottenuto o ha acquisito altre forme di protezione. Scenario completamente diverso in Spagna dove solo il 3 per cento fa domanda di asilo.
Sul fronte dei rimpatri è peggiorato il livello di esecuzione dei provvedimenti perché l’attuazione effettiva è passata da 252.391 rimpatri eseguiti nel 2004 a 226.179 nel 2007 (-10,4 per cento).
Nel 2008 quasi metà delle richieste d’asilo presentate dai migranti in Italia sono state accettate
Gli ultimi commenti