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I clandestini e la fortezza Europa: Italia, sentinella solitaria

Barcone di immigrati
di Laura Maragnani

Correva l’anno 2008, 4 gennaio, e gli esperti dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) già dicevano: “Esprimiamo estrema preoccupazione per l’accordo raggiunto tra il governo italiano e il governo libico in materia di contrasto all’immigrazione irregolare (…) l’accordo pone oggettivamente l’Italia in un pericolosissimo vortice di gravi responsabilità dirette per le violazioni dei diritti fondamentali della persona che in territorio libico potranno essere commesse a danno dei migranti”.
Mancavano ancora 16 mesi alla notte tra il 5 e il 6 maggio 2009, quella in cui la prima operazione di pattugliamento italolibico ha riportato a Tripoli 228 migranti in viaggio verso Lampedusa, e già c’erano la preoccupazione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e le proteste di Amnesty international. Presidente del Consiglio, all’epoca, era Romano Prodi. Ministro degli Esteri Massimo D’Alema. A firmare l’accordo con Abdurrahman Mohamed Shalgam, ministro degli Esteri libico, c’era l’allora titolare del Viminale, Giuliano Amato. E ora?
Firmato il 30 agosto scorso il trattato definitivo con Muammar Gheddafi (è stato ratificato da Camera e Senato con i voti favorevoli di Pdl, Lega e, grazie al pressing di D’Alema, anche del Pd), la bomba diritti umani è scoppiata, paradossalmente, nelle mani del centrodestra. E ha buon gioco a fare dell’ironia il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano: “Loro fanno gli accordi e noi, che li applichiamo, siamo i cattivi?”.

I numeri, del resto, sono quello che sono. Sia per la destra sia per la sinistra. Amato stimava che in soli 3 anni, dal 2005 al 2007, fossero partiti dalle coste libiche in 60 mila. Solo a Lampedusa, in quegli anni, ne sono arrivati 45 mila. Altri 30 mila nel 2008. E il quadro nazionale? Anno 2007, governo Prodi in carica: 20.455 sbarcati clandestinamente. Stranieri rintracciati: 74.762. Rimpatri effettivi: 26.779. Non rimpatriati: 47.983, quasi il doppio. Anno 2008, governo Berlusconi: 36.951 sbarcati, 70.625 stranieri rintracciati. Rimpatriati 24.234. Non rimpatriati 46.391, quasi il doppio. Primi 5 mesi del 2009: 6.388 sbarcati, 20.503 rintracciati, 6.727 rimpatri effettivi. Non rimpatriati: 13.776, quasi il doppio.
Quanto costa la gestione di tutto questo? Fra centri di identificazione, accertamenti di identità, pratiche burocratiche e rimpatrio al Viminale stimano una spesa tra i 110 e i 120 milioni di euro l’anno, in costante crescita. La Ue contribuisce solo con una ventina di milioni per le operazioni di soccorso in mare. Malta riceve poco di meno, ma ai barconi che rischiano il naufragio rifiuta persino l’ingresso in porto.

Una linea comune europea non c’è. Il sistema di sorveglianza delle frontiere esterne dell’Unione, così come l’avevano disegnato gli accordi di Schengen e Dublino, è fallito. E la costosa Agenzia europea di controllo delle frontiere esterne, la Frontex (80 milioni di euro nel 2008), non è finora servita a fermare l’immigrazione clandestina: solo “ne modifica le rotte, costringendo all’utilizzo di imbarcazioni sempre più piccole e finendo per accrescere i guadagni dei trafficanti e il numero di vittime della fortezza Europa” segnalava già nel 2007 Fulvio Vassallo Paleologo dell’Asgi.
La fortezza Europa è sotto assedio e qualche avamposto si è già blindato, come la Spagna. Le due enclave spagnole in terra marocchina, Ceuta e Melilla, oggi sono difese da barriere alte da 4 a 6 metri, e le coste al di là di Gibilterra sono monitorate con un sistema radar. Nel 2007 il socialista José Luis Zapatero ha firmato con il governo di Rabat un accordo che prevede il rimpatrio forzato dei minorenni non accompagnati e il loro smistamento in centri di detenzione amministrativa a Tangeri, Nador e Marrakech. Malta ha scelto la linea del “teneteci fuori”. Cipro è sommersa dai clandestini. E l’Italia? Prima del caso Libia il governo aveva già messo al lavoro le diplomazie per aggiornare alcuni dei 30 accordi già sottoscritti, 15 con nuovi e vecchi stati dell’Unione, 7 con altri paesi europei, 8 con paesi extraeuropei (Algeria, Egitto, Filippine, Georgia, Marocco, Nigeria, Tunisi e Sri Lanka), gran parte risalente all’epoca pre Schengen. Obiettivo: intese per velocizzare i rimpatri in Algeria (5 cittadini per ogni volo di linea diretto ad Algeri), Egitto (a marzo si è cominciato a discutere con le autorità consolari egiziane in Italia), Tunisia (a gennaio è stato raggiunto un accordo per il rimpatrio, a gruppi, di 4-500 tunisini sbarcati nelle scorse settimane a Lampedusa, seguiti poi da altri 100 ogni mese). Dalla Nigeria sono già arrivati a Roma, il 6 maggio, i primi sei poliziotti che, in base a un accordo firmato il 17 febbraio ad Abuja, collaboreranno con la polizia italiana.

Lo stesso giorno a Tripoli sbarcavano dalle motovedette italiane i 228 migranti intercettati tra Italia e Libia. Ed esplodeva la questione dei diritti umani. Silvio Berlusconi farà marcia indietro? “Non ci pensiamo nemmeno. L’Italia è forse il paese europeo col più alto accoglimento di domande di asilo e protezione: su 31 mila richieste nel 2008 ne abbiamo accolte ben il 40 per cento” assicura il sottosegretario Mantovano. “Noi abbiamo fatto la nostra parte, l’Unione adesso faccia la sua: istituisca in Libia delle commissioni europee, in collaborazione con l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, e poi distribuisca i rifugiati su tutto il territorio europeo. Dalla Lituania alla Svezia. Siamo stanchi di essere in prima linea da soli”. Soprattutto alla vigilia delle elezioni, quando l’Ipsos per Ballarò ha appena mostrato con un sondaggio che il 65 per cento degli italiani approva le operazioni di rimpatrio forzato. E, sorpresa, anche tra gli elettori di sinistra.

Gli italiani chiedono la linea dura

Gli italiani chiedono la linea dura

Parla Rutelli: “Assurdo pensare di accogliere tutti i migranti”

Immigrati clandestini

di Laura Maragnani

Sul tavolo di Francesco Rutelli, nella sede del Pd, ci sono due cose in bella vista. C’è un dossier di 104 pagine che il Copasir, il comitato per la sicurezza della Repubblica di cui l’ex sindaco di Roma è presidente, ha appena reso (in parte) pubblico: La tratta di esseri umani e le sue implicazioni per la sicurezza della Repubblica. Otto mesi di lavoro e molte audizioni di peso, fra cui il direttore dell’Aise Bruno Branciforte e quello dell’Aisi Giorgio Piccirillo. E poi c’è un’Ansa, da Sharm el Sheik. Silvio Berlusconi: i barconi di immigrati in viaggio verso l’Italia “non sono fatti occasionali, ma il frutto di una organizzazione criminale”.
Rutelli afferra il dossier Copasir. “In Italia tendiamo a rimuovere la dimensione criminale dell’immigrazione clandestina. Ma c’è. Enorme” assicura. “Dietro i disperati che arrivano sui barconi (vittime di tratta, migranti economici, richiedenti asilo) c’è un racket sempre più efficiente e flessibile. E c’è un business che secondo l’Unodc, l’Ufficio antidroga delle Nazioni Unite, è ormai al secondo posto dopo la droga, e prima delle armi, nel fatturato criminale”.
Che cos’ha scoperto il Copasir?
Per la prima volta abbiamo delineato la mappa e le rotte di un network in cui si intrecciano reti criminali, organizzazioni mafiose, mafie etniche nei paesi d’origine e di transito.
E anche di arrivo?
Risultano connivenze e coperture sul piano logistico, ma non interconnessioni di primo livello con le mafie italiane. Ci sono scambi di favori. Però la miscela fra criminalità interna e mafie d’importazione è potenzialmente esplosiva, come si è visto a Castel Volturno: quando ti trovi i morti ammazzati per strada e devi mandare 500 militari a riportare l’ordine, è troppo tardi. Bisogna intervenire prima. Oggi il network che prospera sull’immigrazione clandestina e sulla tratta di donne e minorenni assume sempre più una forma di contropotere. E, oltre a colpire i diritti fondamentali delle vittime, rappresenta una minaccia alla nostra sicurezza.
In che senso?
I rapporti dell’intelligence segnalano infiltrazioni di organizzazioni criminali straniere che gettano basi permanenti in Italia. Sono gruppi che in alcuni stati del Terzo mondo poggiano sul fatturato di queste attività illecite e da noi non si debbono radicare. I nomi li conosce l’intelligence e li conosce la magistratura. Non posso dire altro.
Al Qaeda?
Finora l’Italia sembra essere per Al Qaeda solo una base logistica, di transito e di reclutamento. Non è emersa, finora, la volontà di compiere azioni dirette sul nostro territorio. Ma è chiaro che la situazione dev’essere monitorata. E affrontata, anche a livello di opinione pubblica, in maniera diversa.
Lei ha appena invitato il Pd ad affrontare “senza ipocrisie” l’immigrazione clandestina, respingimenti compresi.
Dobbiamo uscire dalla retorica, sia a destra sia a sinistra. Elettoralmente il mercato della paura e della sicurezza per la destra è redditizio; è facile sparare slogan come “fuori i clandestini” o “creiamo vagoni separati per i milanesi“, frase che in un paese civile sarebbe perseguibile come istigazione al razzismo. Ma a questo una parte della sinistra non può rispondere con l’assurdità del “siamo tutti clandestini”. L’Italia è un paese che ha 8 mila chilometri di coste. Vogliamo mettere nel Canale di Sicilia un cartello con scritto “Chiunque può sbarcare”? Siamo seri, non potremmo mai integrare 10 milioni di immigrati. Vorrei lanciare un appello.
Lanciamolo.
Togliamo di mezzo la demagogia e affrontiamo un percorso condiviso. Affrontiamo tutti insieme la continuità nel contrasto dell’immigrazione clandestina e la continuità nelle politiche di integrazione degli immigrati regolari: case, scuole, apprendimento della lingua, diritti, doveri. Abbiamo i flussi per gli arrivi legali? Bene, facciamoli funzionare. Ma le persone che arrivano regolarmente devono essere accolte, integrate e lasciate vivere in pace. Alla nostra economia il lavoro degli stranieri ha assicurato una maggiore prosperità. È una verità che non è mai male ripetere.
E l’immigrazione clandestina?
Il Copasir qualche indicazione l’ha data. Per combatterla servono accordi bilaterali, e multilaterali, coi paesi d’origine e di transito. Serve supporto logistico e di formazione alle polizie locali, come già abbiamo fatto in Albania. In alcuni casi potrebbe essere ragionevole un’integrazione dello stipendio degli operatori locali, per evitare la tentazione di accordi con i trafficanti. E serve intelligence. Serve un lavoro più strutturato di analisi per capire i movimenti, intervenire sulle partenze e soprattutto stroncare l’attività dei racket all’origine. Ripeto: a noi manca, come paese, la percezione della dimensione criminale del fenomeno. Ma è ora di affrontare la realtà. Prendiamo la Cina.
Cosa c’entra la Cina?
La crisi ha già creato, secondo alcune stime, 30 milioni di migranti interni. E l’emigrazione verso l’estero è gestita dalle triadi (le mafie, ndr): è chiaro che parecchie migliaia arriveranno qui, nelle nostre Chinatown. A lavorare, spesso, in condizioni di schiavitù. O a creare problemi di ordine pubblico come si è visto a Milano, coi regolamenti di conti in via Paolo Sarpi.
Anche a Roma la situazione non è facile.
A Roma il centrodestra ha vinto con parole d’ordine dure su immigrazione e sicurezza, ma io non ho mai visto per le strade tanti mendicanti, finti invalidi, mutilati, bambini disgraziati che chiedono l’elemosina… È la dimostrazione che gli slogan non servono, serve il senso della realtà. E la realtà ci dice che tra Romania e Italia si viene in una notte, basta prendere il pullman, e non c’è alcun controllo, non servono più nemmeno i passaporti.
I romeni ormai sono cittadini Ue. Non è un problema di immigrazione irregolare, no?
Ma di criminalità organizzata sì. La Romania dà la possibilità di ottenere il passaporto romeno anche ai residenti in Moldavia e in Transnistria, e sappiamo che la Transnistria è una delle regioni dell’Europa centrale a più forte infiltrazione criminale: traffico d’armi, droga, sfruttamento della prostituzione. E noi non facciamo niente? No, qui serve davvero un percorso condiviso. Un riformismo vero. E rigore. L’Italia deve accogliere i richiedenti asilo, con procedure trasparenti, quando sono privati dei diritti fondamentali. Ma deve diventare un approdo molto più difficile per tutti i trafficanti del mondo.

Sbarchi a Lampedusa

Migranti: in Italia li trattiamo meglio che altrove

Barcone di immigrati

di Marina Castellaneta - Docente associato di diritto internazionale all’Università di Bari

Lo stato europeo che protegge di più le vittime del traffico di esseri umani è l’Italia. Lo dice l’Unione Europea in un rapporto che analizza i risultati ottenuti da ciascun paese sul fronte del contrasto al traffico di esseri umani e degli aiuti forniti alle vittime. Nonostante le accuse rivolte dall’Onu al nostro Paese.
Secondo il dossier dell’Unione del 25 marzo 2009, tra il 2000 e il 2007 ben 54.559 vittime del traffico di esseri umani hanno ottenuto aiuti in Italia e 13.517 sono state coperte da programmi di integrazione sociale, rivolti anche a minorenni.
Non solo, a fronte di una limitata protezione delle forze di polizia assicurata alle vittime negli altri stati membri, l’Italia, osserva la Commissione europea, “è un caso particolarmente positivo perché tutte le vittime che sono state collocate in programmi di inserimento sociale hanno anche ricevuto una protezione dalle forze di polizia”.
Tra il 2001 e il 2006, 7.734 vittime sono state inserite in programmi di assistenza in Italia, contro le 638 in Austria e le 542 in Lituania.
Per quanto riguarda poi gli aiuti alle vittime del traffico di esseri umani, l’Italia, come gli altri stati membri (con esclusione di Spagna e Lussemburgo), ha recepito la direttiva 2004/81 e ha introdotto un sistema che permette alle vittime di ottenere direttamente un permesso di soggiorno.
Le vittime arrivano soprattutto dalla Nigeria (4.150), dalla Romania (3.157), dalla Moldova (910), dall’Albania (873), dall’Ucraina (691), dalla Russia (390) e dalla Bulgaria (190). Dati che mostrano un cambiamento del fenomeno che, con la presenza di Bulgaria e Romania, ha assunto una connotazione anche intracomunitaria.
Inadeguate in tutta Europa, invece, le risposte sul fronte giudiziario: troppo pochi i procedimenti avviati. È vero, precisa Bruxelles, che c’è una tendenza che mostra una crescita di procedimenti, perché si è passati dai 195 del 2001 ai 1.569 del 2006; ma le cifre sono ancora troppo basse rispetto alla diffusione del crimine nell’Unione Europea. Il numero più alto di azioni (anno 2006) è della Germania (353), seguita da Belgio e Bulgaria (291), da Italia (214), Austria (128), Portogallo (65) e Regno Unito (54). A Malta è stato avviato un solo procedimento.
Con la conseguenza che “il traffico di esseri umani continua a essere di grande profitto e di basso rischio sotto il profilo della reazione punitiva sia nell’ambito dello sfruttamento per fini sessuali sia per il lavoro, con particolare riguardo ai minori”.
Va poi rafforzata la cooperazione internazionale perché sono ancora poche le indagini comuni, che costituiscono lo strumento più efficace di lotta a quella che è una forma moderna di schiavitù, che s’intreccia all’aumento dell’immigrazione illegale. Con profitti record per la criminalità organizzata e un giro di affari che frutta alle organizzazioni malavitose 31,6 miliardi di dollari l’anno.
Ora l’Europa prova a fronteggiare il fenomeno e si appresta a modificare la decisione quadro 2002/629/Gai sulla prevenzione e la lotta al traffico di esseri umani e la protezione delle vittime. Anche perché aumenta la pressione degli immigrati clandestini, soprattutto su Italia, Francia e Spagna, come risulta dal terzo rapporto annuale, del 9 marzo 2009, sullo sviluppo di una politica comune sull’immigrazione illegale.
È comunque Madrid a detenere il primato dei dinieghi di ingresso alle frontiere: nel 2007 la Spagna ha raggiunto la cifra record di 644.989 casi di rifiuto, seguita da Francia, a quota 26.593, Polonia (32.188), Germania (11.697), Ungheria (11.198), Slovenia (11.497), Romania (9.753) e Italia (9.394).
La vera emergenza è però nei paesi del Mediterraneo. A ottobre 2008 sulle spiagge italiane sono arrivati 30 mila boat people contro i 19.900 dell’intero 2007: circa 7 mila hanno fatto domanda di asilo e quasi la metà dei richiedenti lo ha ottenuto o ha acquisito altre forme di protezione. Scenario completamente diverso in Spagna dove solo il 3 per cento fa domanda di asilo.
Sul fronte dei rimpatri è peggiorato il livello di esecuzione dei provvedimenti perché l’attuazione effettiva è passata da 252.391 rimpatri eseguiti nel 2004 a 226.179 nel 2007 (-10,4 per cento).

Le richieste di asilo

Sicurezza e immigrati: dal premier stop alla politica delle porte spalancate

Il governo alla Camera

Approvato il ddl sicurezza dalla Camera (ora andrà al Senato) il premier, Silvio Berlusconi, esce dall’Aula e conversa con i giornalisti in Transatlantico dicendosi “soddisfatto per l’approvazione di una legge lungamente approfondita e assolutamente necessaria perché dobbiamo affrontare questo fenomeno dell’immigrazione con tutto il buon senso necessario per non lasciare la situazione che si era instaurata con i governi della sinistra”. Una sinistra che per il Cavaliere incentivava “l’immigrazione clandestina con le frontiere spalancate”. E allora ecco spiegata la fiducia sul ddl sicurezza che “è un segnale, un deterrente, per non trasformare l’Italia nell’approdo di molte persone che sarebbero venute in Italia e in Europa senza avere le necessarie possibilità di accoglienza”.
Poi risponde anche al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che aveva parlato in mattinata di rischi di xeonofobia dicendosi “da sempre contro la xenofobia. Da parte nostra - ha aggiunto Berlusconi – c’è sempre stato un atteggiamento di netto contrasto nei confronti di ogni espressione di xenofobia”. Ma Berlusconi smentisce anche di aver ricevuto critiche dalla Cei: “Non sono a conoscenza di queste critiche”, anzi dice di parlare spesso con i vertici della Conferenza Episcopale e ho sempre trovato un’accoglienza positiva da parte loro”.
E allora l’Italia avanti con la linea dei respingimenti: “Lo fanno anche gli altri paesi. I respingimenti” ha detto il Cavaliere “sono nell’ambito delle direttive europee, sono necessari per quella deterrenza senza la quale non si riesce a superare l’empasse che era stata costituita precedentemente dalla sinistra”. E quindi, come annunciato ieri dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, la linea italiana sarà quella di far sì che i richiedenti asilo facciano richiesta in Libia e non una volta approdati sulle nostre coste. Tanto più, sottolinea il presidente del Consiglio, “che la Libia ha avuto la presidenza del Consiglio dei diritti umani dell’Onu. In Libia c’è l’Onu, quindi non vedo perché non si possano identificare i migranti nel Paese africano”.
Berlusconi poi, rispondendo indirettamente al segretario Pd, Dario Franceschini, che in Aula aveva accusato il governo di ‘inseguire i sondaggi’, ha rivelato che gli italiani sono con lui: “Il 76% degli italiani è d’accordo con l’azione del governo sull’immigrazione”. E per questo ribadisce di avere una concezione dell’immigrazione radicalmente diversa dalla sinistra: “Loro vogliono le porte spalancate all’immigrazione clandestina. Noi socchiuse solo per fare entrare chi vuole venire in Italia trovando la possibilità di un lavoro e
integrandosi nei nostri costumi, nelle nostre leggi e tradizioni”.
Prima di lasciare la Camera il Cavaliere trova il tempo per rispondere alle indiscrezioni di stampa (soprattutto inglese) che vogliono Carlo Ancelotti prossimo mister del Chelsea: “Della questione non me ne sono mai interessato”. Quindi ha smentito di aver mai detto che fosse colpa dell’allenatore rossonero se il Milan quest’anno ha perso lo scudetto: “Mi si attribuiscono dichiarazioni rese a destra e a sinistra ed io cado dalle nuvole”.

Napolitano duro: troppa retorica xenofoba. Maroni critico: “La Cei? Pregiudizi infondati”

Immigrati sbarcati a Porto Empedocle

È con una certa durezza che il Colle entra nel dibattito su immigrati e respingimenti. Per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano esiste il rischio del “diffondersi di una retorica pubblica che non esita - anche in Italia - ad incorporare accenti di intolleranza o xenofobia”.
Intervenendo alla ventesima edizione della Conferenza annuale del Centro Europeo delle Fondazioni Napolitano ha anche parlato della crisi economica internazionale, sostenendo che “la crisi non ha ancora generato tutti gli effetti di povertà”.
Per il Capo dello Stato la crisi economica globale impone un maggiore impegno nella lotta contro la povertà, che rischia di aggravarsi ed estendersi. Per questo richiede iniziative pubbliche e private di prevenzione: una mobilitazione a tutti i livelli, da quello europeo a quello nazionale.
Napolitano ha evidenziato come povertà e disuguaglianza siano “strettamente connesse” e che quindi “le misure rivolte a ridurre la povertà e quelle contro l’esclusione sociale devono andare di pari passo”. Secondo Napolitano, “solo in questo modo si può evitare che coloro che si trovano in fondo alla scala sociale
rimangano confinati in quella posizione”. Questo, avverte il presidente della Repubblica, “è tanto più importante nei nostri paesi dove le differenze in termini di origini etniche, religiose e culturali sono aumentate”. Qui, prosegue, “il rischio che queste differenze si traducano in un fattore di esclusione è sempre presente ed è aggravato dal diffondersi di una retorica pubblica che non esita, anche in Italia, ad incorporare accenti di intolleranza o xenofobia”.
Di fronte alla crisi economica che allarga l’area delle povertà e i rischi di intolleranza, Giorgio Napolitano indica l’Europa come uno dei soggetti che devono scendere in campo per lottare contro l’impoverimento, non solo in Europa ma in tutto il mondo, a cominciare dall’Africa dove secondo stime recenti del Fondo monetario internazionale 90 milioni di esseri umani rischiano di precipitare sotto la soglia di povertà a causa della crisi.
“Il processo di integrazione europeo attraverso un momento difficile” ha detto Napolitano “ma non si può negare una permanente inadeguatezza delle istituzioni europee e delle azioni comuni europee”. Occorre lavorare a “un’Europa politica davvero integrata” e a “costruire in Europa una società civile e una sfera pubblica che evolvano nel tempo fino a diventare una vera e propria comunità politica”.
“Se si vuole far fronte alle sfide che provengono dalla povertà vecchia e nuova e dalle disuguaglianze inaccettabili fra le nazioni e al loro interno, non possiamo certo rispondere con la mera conservazione e la difesa degli interessi nazionali”. “Abbiamo bisogno” ha aggiunto - di elaborare strategie innovative, nuovi metodi. Le fondazioni possono essere utili in questa funzione. La progettazione e la valutazione di nuove soluzioni non spetta esclusivamente alla politica. È una funzione che in società molto differenziate deve scaturire dal dialogo e dalla collaborazione tra tutti gli attori sociali”.

Dell’Europa, del suo ruolo, dell’aiuto che dovrebbe e potrebbe dare in tema di immigrazione, ha parlato anche il ministro dell’Interno Roberto Maroni, nel corso della cerimonia di consegna alle autorità Libiche, di tre motovedette per fare i pattugliamenti: “L’Italia è in prima linea nella lotta all’immigrazione clandestina, noi investiamo le nostre risorse per proteggere anche i paesi europei, ma vogliamo che la Ue prenda decisioni che finora non ha preso e aiuti i paesi più esposti su questo fronte”. Oggi, ha continuato il responsabile del Viminale: “è una giornata importante ed è una ulteriore tappa della svolta iniziata nella lotta all’immigrazione clandestina”. “Le forze dell’ordine italiane” ha spiegato il ministro “hanno molti strumenti a disposizione per il contrasto all’immigrazione clandestina, ma non sono sufficienti se manca la collaborazione internazionale che è indispensabile per contrastare il traffico di essere umani, il più indegno che ci sia”. Le sei unità che saranno cedute alla Libia, “costituiranno un sistema di controllo e sorveglianza che si aggiunge ai mezzi navali italiani presenti nelle acque internazionali e a quelle europee”. trova tempo, Maroni, anche di rispondere alle critiche mosse dalla Cei sul ddl sicurezza: “Si sono dette cose infondate, bisogna leggerlo ed allora tanti pregiudizi cadranno”.

Berlusconi con Maroni: flussi con regia criminale. Ma è alta tensione con l’Onu

In Calabria tragedia dell'immigrazione
“Maroni esegue gli accordi presi da me con Gheddafi”. Da Sharm el Sheikh, dove è in corso un vertice bilaterale tra Italia ed Egitto, il premier Berlusconi torna sulla questione dei respingimenti in mare dei migranti. Lo fa dopo le critiche di ieri del Consiglio d’Europa e del presidente della Camera Fini, che avevano chiesto di rispettare il diritto d’asilo delle persone sui barconi. Berlusconi non ha risposto direttamente al numero 2 del Pdl ma ha osservato che “sui barconi che arrivano in Italia ci sono pochissimi casi che potrebbero godere di un diritto d’asilo”. ”Ci sentiamo in dovere di dare accoglienza a chi fugge da una situazione pericolosa per la sua vita e la sua libertà”, ha detto oggi ai cronisti, ”Non credo che ci sia nessuno che avendo i requisiti per chiedere di essere accolto in Italia possa dire di non essere stato accolto”.

Sul tema non si è fatta però attendere la replica dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) che ha annunciato oggi a Ginevra di aver scritto al governo italiano esprimendo “grave preoccupazione” per il rinvio in Libia di migranti intercettati o soccorsi in mare e per chiedere alle autorità italiane di “riammettere quelle persone rinviate dall’Italia ed identificate dall’Unhcr quali individui che cercano protezione internazionale”. Per l’Onu il principio del non respingimento non conosce limitazione geografica. “L’Unhcr-Roma” ha detto a Ginevra il portavoce Ron Redmond “ha mandato una lettera al governo italiano per affermare che l’Unhcr, pur essendo cosciente del problema che l’immigrazione irregolare pone all’Italia e agli altri Paesi dell’Ue, resta gravemente preoccupato che la politica ora applicata dall’Italia mina l’accesso all’asilo nell’Unione europea e comporta il rischio di violare il principio fondamentale di non respingimento” (non refoulement) previsto dalla Convenzione del 1951 sui rifugiati (qui il testo in .pdf).
Secondo i dati dell’Unhcr, nel 2008 oltre il 75% di coloro giunti in Italia via mare ha fatto richiesta di asilo e al 50% di questi è stata concessa una forma di protezione internazionale. Più del 70 % delle circa 31mila domande d’asilo nel 2008 in Italia provenivano da persone sbarcate sulle coste meridionali del Paese.

Le affermazioni del premier sono state contestate anche dal leader Pd Dario Franceschini: “Sui 36 mila sbarcati nel 2008 circa 31 mila hanno fatto domanda di asilo politico, metà dei quali hanno avuto, in base alle procedure, la protezione umanitaria”. Secondo Franceschini si tratta del rispetto della legge Bossi-Fini che prevede che ”quando ci sono gli sbarchi” si avviino le procedure di riconoscimento e ”per chi fa richiesta di asilo oppure per i rifugiati si prevedano le procedure di protezione umanitaria”.
Ma l’opinione del capo del governo non cambia, Berlusconi resta orientato verso la linea dura: ”Gli sbarchi” sostiene, “non sono fatti occasionali ma il frutto di una organizzazione criminale”: all’interno vi sono persone che ‘’sono reclutate in maniera scientifica dalle organizzazioni criminali”.
Assieme a Berlusconi sono in Egitto i ministri Franco Frattini (Esteri), Roberto Maroni (Interni), Claudio Scajola (Sviluppo Economico), Maurizio Sacconi (Welfare) e Altero Matteoli (Infrastrutture). Incontreranno la delegazione egiziana e il presidente Hosni Mubarak. In agenda la firma di 22 accordi bilaterali (anche sul tema dell’immigrazione, visto che l’Egitto è uno dei paesi dal quale partono più immigrati verso l’Italia), la situazione in Medio Oriente e il difficile riavvio dei negoziati per il processo di pace. Il titolare della Farnesina Frattini ha chiesto un vertice dell’Unione Europea per discutere del tema del controllo delle frontiere: ”Se l’Unione europea ha deciso che l’immigrazione illegale è un problema europeo e poi lascia soli in prima fila italiani, maltesi, ciprioti, greci e spagnoli, è maturo il momento per un vertice europeo in materia”.

LEGGI ANCHE: Respingere o accogliere? Dal Consiglio d’Europa e da Fini critiche al governo - Accordi bilaterali sull’immigrazione: noi paghiamo, loro sbarcano

Il VIDEO servizio:

Maroni: Respinti altri immigrati. La Cei: l’Italia è già multietnica

Rifugiati in Italia

“Pochi minuti fa abbiamo riportato a Tripoli altri 240 clandestini trovati in mare”. Lo ha annunciato oggi il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, al suo arrivo a gli Stati Generali del Nord a Vicenza. Il responsabile del Viminale ha assicurato che “la linea della fermezza, in materia di immigrazione, continuerà finché gli sbarchi non cesseranno. Accanto a questo continuerà anche l’accoglienza per chi arriva e riesce ad entrare con la verifica se ci sono o meno i requisiti per l’ottenimento dello status di rifugiato. Ma la linea è quella dei respingimenti. Chi non entra nelle acque territoriali italiane sarà rispedito da dove è venuto”, ribadisce con forza Maroni, “così come prevedono le normative internazionali che noi applichiamo rigorosamente. Negli ultimi cinque giorni sono stati respinti oltre 500 clandestini”.

Il tema dei rimpatri tiene banco nel dibattito politico. La Lega ha apprezzato le recenti parole del premier, Silvio Berlusconi (”siamo contrari all’idea di un’Italia multietnica”). “Gli daremo la tessera della Lega perché si è ‘pontidizzato’”, afferma il ministro Roberto Calderoli. “La nostra linea fa proseliti” aggiunge il segretario federale della Lega Nord, Umberto Bossi.

Pieno appoggio alle affermazioni del premier anche dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa: “Sostenere che la società italiana debba essere assolutamente convinta che occorra mantenere la propria identità, tradizioni, cultura, non significa che non possono diventare italiani persone di qualunque religione, razza e provenienza, ma significa che non bisogna disperdere la nostra storia che ci vede unici nel mondo”.

Non mancano però le critiche alla linea dura di Maroni e alle frasi di Berlusconi sull’immigrazione. “Strumentalizzare questo tema a fini di campagna elettorale”, attacca Dario Franceschini, “è orrendo e disgustoso. Per coprire le sue imbarazzanti vicende personali e per non parlare della distanza siderale tra le cose promesse in Abruzzo e quello che c’è nel decreto”, afferma il segretario del Partito democratico, “si inventano una cosa simbolica sull’immigrazione. Trovo orrendo che si usino i drammi delle persone per cavalcare un argomento popolare”. Per Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori, “di questo passo in Italia non faremo entrare neanche Obama… Berlusconi”, aggiunge l’ex pm, “non sa neanche che vuol dire la parola multietnica. Poi chi cerca una sola razza sappiamo bene cosa fa…”. Secondo Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, “chi guida il Paese non deve fare demagogia o compiacere la Lega”, piuttosto “deve risolvere i problemi. Dire no ad una società multietnica significa chiudere le nostre fabbriche, non avere collaborazione per i nostri anziani e delineare una società che non esiste”.

Critiche anche da Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, l’Agenzia Onu per i rifugiati in alcune dichiarazioni rilasciate a Repubblica. “Respingere in Libia gli immigrati entra in rotta di collisione col diritto di asilo, così come è regolato da leggi nazionali, europee e internazionali. Esiste infatti il principio del non respingimento nel caso di gente bisognosa di protezione. La Libia”, prosegue la Boldrini, “non ha firmato la convenzione di Ginevra sui diritti di rifugiati, non ha un sistema di asilo in linea con gli standard previsti e non possiamo entrare in tutti i centri di detenzione. Non siamo in grado di garantire la loro effettiva protezione se vengono rispediti in Libia, dove stiamo lavorando per avere un riconoscimento formale della nostra presenza potendo così entrare nei centri. Visto che sono stati mandati in un paese che non ha firmato la convenzione di Ginevra, per l’Unhcr sarebbe importante che l’Italia ottenga dalla Libia le rassicurazioni che le persone bisognose di protezione non verranno rimandate nei paesi di origine da cui sono fuggite a causa di persecuzione. In passato”, conclude la portavoce dell’Unhcr, “purtroppo ci sono state situazioni di questo genere e di alcuni non si è mai più saputo nulla”.

Anche la Chiesa interviene sull’argomento. L’Italia multietnica e multiculturale è “un valore” ed esiste già “di fatto”. Lo ha detto all’agenzia Ansa il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, osservando che “il problema è invece il modo in cui le culture e le presenze si rapportano” perché “non si cresce insieme in una accozzaglia disordinata e sregolata”. Una presa di posizione che arriva all’indomani delle dichiarazioni di Silvio Berlusconi, che si era detto contrario all’idea di un’Italia multietnica.

La Cei interviene anche sull’ipotesi di riservare carrozze della metro solo ai milanesi. È “una provocazione assurda, una cosa fuori di testa” afferma monsignor Domenico Sigalini, segretario della Commissione episcopale per le migrazioni. “Credo e spero”, spiega, “che quella della Lega sia soltanto una provocazione anche perché io ho visto vari Paesi in cui c’erano queste distinzioni e ne ero stato molto impressionato. Sono stato in Cina”, racconta il vescovo, “dove addirittura ci sono treni diversi con carrozze per turisti e carrozze per la povera gente”, discriminazioni assurde - osserva il presule - nei confronti degli strati più deboli delle società. “È una roba assurda”, conclude il segretario della commissione Cei per l’immigrazione, “ma credo che sia fuori da ogni considerazione di tipo antropologico”.

Il VIDEO servizio:

Accordi bilaterali sull’immigrazione: noi paghiamo, loro sbarcano

Un barcone di immigrati irregolari

Un fiume di denaro che solo in parte ha consentito all’Italia di frenare l’enorme flusso di immigrati dalle coste africane. Un fiume di denaro che il ministero degli Esteri da anni gestisce in base agli accordi bilaterali firmati dai governi succedutisi dalla metà degli anni Novanta. Centinaia di milioni di euro finalizzate allo sviluppo di paesi come Tunisia, Marocco o Egitto alle quali vanno aggiunti i 5 miliardi di dollari in 20 anni (pari a 250 milioni l’anno) compresi nel trattato di amicizia, partenariato e cooperazione firmato da Italia e Libia nei mesi scorsi.
Un tema delicato quello degli accordi bilaterali e della lotta all’immigrazione clandestina, che sarà al centro del G8 dei ministri dell’Interno e della Giustizia, in programma a Roma alla fine di maggio, e della conferenza dei paesi mediterranei che sempre l’Italia ospiterà entro la fine dell’anno.
Fra i tanti accordi degli ultimi anni quello con la Libia è certamente il più importante. Da anni, infatti, è noto che sulle coste libiche i trafficanti di esseri umani concentrano la moltitudine di disperati provenienti da tutta l’Africa e il 15 maggio è la data in cui finalmente cominceranno i pattugliamenti congiunti nelle acque libiche, un elemento che potrebbe rivelarsi decisivo.
Nell’agenda della Farnesina contatti con quei paesi sono all’ordine del giorno. Il ministro Franco Frattini è atteso il 12 maggio al vertice italo-egiziano a Sharm el-Sheikh e nei due giorni successivi, il 13 e il 14, visiterà Tunisia e Marocco.
Pur nella complessità dei rapporti bilaterali, spesso in atto da anni, che rende difficile avere un quadro esatto del costo sopportato dall’Italia, vediamo alcuni punti fermi. Sul fronte immigrazione va ricordato anzitutto che l’Italia è membro dell’Organizzazione internazionale migrazioni (Oim) dal 1952 e che ogni anno, in base a una legge del 1968, versa un contributo: nel 2007 è stato pari a 1,250 milioni di euro, l’anno scorso a 1,296 milioni e nel 2009 è prevista una quota di 1,315 milioni di euro, anche se l’erogazione non è stata ultimata. Ecco invece la situazione nei singoli paesi.
Marocco. La Cooperazione italiana ha in piedi oltre 20 iniziative che nel 2008 sono costate 50 milioni di euro. Riguardo ai cosiddetti progetti a dono, nel 2007 il contributo è stato di 6,9 milioni, destinati tra l’altro alla valorizzazione delle risorse umane, alla tutela del patrimonio culturale, al miglioramento dell’accesso all’acqua potabile e al tema della migrazione. Nel triennio 2008-2010 l’Italia aumenterà l’impegno nella lotta alla povertà, nello sviluppo del microcredito e nei servizi essenziali come l’accesso all’acqua potabile e i servizi sanitari. In particolare, un progetto dal costo di quasi 1,2 milioni di euro intende valorizzare il potenziale rappresentato dalla migrazione qualificata verso l’Italia. Tra le iniziative concluse, è costata 15,5 milioni di euro una linea di credito per le piccole e medie imprese per l’acquisto di beni in Italia.
Egitto. L’accordo sottoscritto al Cairo nel febbraio 2002 costa all’Italia 247,8 milioni di euro, cifra che però comprende la conversione del debito nei confronti del nostro Paese. Debito che all’epoca era pari a 149 milioni di dollari. La strategia della Cooperazione italiana punta a sostenere le piccole e medie imprese e i privati, oltre a interventi mirati in settori chiave per lo sviluppo sociale. In dettaglio, circa 1,2 milioni di euro vengono impiegati per guidare il Dipartimento per l’impiego all’estero a gestire i flussi migratori regolari, attraverso un sistema informatizzato.
Tunisia. Le principali iniziative in corso finanziate dal ministero degli Esteri costano quasi 88,5 milioni di euro. Le più importanti riguardano una linea di credito alle piccole e medie inprese che operano nei settori industria, agricoltura, pesca e servizi, pari a 36,9 milioni, e un programma integrato per la valorizzazione delle regioni del Sahara e del sud della Tunisia. Costo: 44 milioni. Tra gli aiuti avviati dal 1988 e oggi conclusi, spiccano sei linee di credito alle pmi che costarono 190 milioni di euro per 450 progetti imprenditoriali, in particolare nel settore agroalimentare e per materiali da costruzione.
Ghana e Senegal. Il programma Migration for development in Africa è un progetto pilota promosso dall’Oim e sostenuto dal governo italiano: punta a rilevare l’interesse e le potenzialità degli immigrati dell’Africa subsahariana in Italia che intendono contribuire allo sviluppo socioeconomico dei loro paesi di origine. Le comunità ghanesi in Italia si sono mobilitate e ciò ha permesso lo sviluppo di cooperative di emigrati. Nel caso del Senegal, invece, il progetto punta a canalizzare le rimesse verso le piccole e medie imprese, favorendo i contatti tra le comunità di origine e le associazioni di senegalesi in Italia. Il costo è stato di 600 mila euro per ciascuno dei due paesi.
Nel complesso, cifre impegnative e lavoro che dura molti anni a fronte di una situazione di quasi costante emergenza. Non a caso nei giorni scorsi il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha rilanciato il tema di un maggiore impegno da parte dell’Unione Europea. «Le intese bilaterali sono fondamentali e rappresentano la strada maestra per governare l’immigrazione, tanto che l’Italia ne ha sottoscritte 30 ottenendo risultati positivi» ha commentato Maroni. Il punto è che questa strategia «va superata e migliorata» perché rischia di essere insufficiente. E dunque, secondo il titolare del Viminale, le intese bilaterali vanno sostituite con «accordi che vedano la Commissione europea come protagonista».
Restano le aride cifre della lotta all’immigrazione clandestina. Dal 1° gennaio al 27 aprile scorso sono transitati nei Cie (centri di identificazione ed espulsione) 4.474 clandestini dei quali sono stati rimpatriati solo 1.640 per la difficoltà di identificarli. Resta infatti irrisolta la questione della permanenza nei Cie che per dissensi politici rimane di 2 mesi invece dei 6 voluti dal Viminale e dei 18 autorizzati dall’Europa. E sebbene il capo della polizia, Antonio Manganelli, abbia più volte sottolineato l’impossibilità di identificare tutti i clandestini in due mesi.

LEGGI ANCHE: La Chiesa contro il rimpatrio dei migranti: “Lesi i diritti umani” Ue, perché non funziona la lotta all’immigrazione clandestina - Clandestini riportati in Libia, la levata di scudi delle Ong - Osservatorio sulle politiche dell’immigrazione

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