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Terremoto in Abruzzo: c’era un borgo di nome Onna. Distrutto al 90%

Operazioni di soccorso a Onna

E adesso, là dove c’erano le case, solo una fila di bare: 22 feretri, messi uno dopo l’altro. Su una popolazione di 350 abitanti. Immagini che mettono i brividi e tolgono il respiro. Complici l’odore e la polvere che ristagnano nell’aria e avvolgono ogni cosa.
Onna non esiste più. Onna è un borgo intermante distrutto, spazzato via, questa notte, dal sisma.
Uno scenario apocalittico quello che si è presentato questa mattina ai primi soccorritori che sono arrivati al paese, a circa una decina di chilometri da L’Aquila, colpito gravemente dal sisma che nella notte del 6 aprile ha fatto tremare l’Abruzzo. “Non c’è più un edificio in piedi, è crollato tutto e ci sono molte persone sotto le macerie” raccontano alcuni testimoni che sono sopravvissuti. Tutti coloro che sono scampati alla furia del terremoto si trovano in strada con le poche cose che sono riuscite a portare fuori dalle abitazioni. E chi non è rimasto ferito sta scavando tra le macerie assieme ai soccorritori.
Tra i morti anche una bimba di otto mesi e pare anche un altro bambino. Non c’è neanche una abitazione che non abbia riportato gravi lesioni. All’ingresso del paese almeno tre gli edifici di cui ormai non si riconoscono più neanche i contorni. La gente del posto osserva in silenzio il lavoro dei vigili del fuoco e degli operatori della protezione civile, dei sanitari del 118 tutti impegnati a ricercare qualche segnale di vita anche flebile provenire dalle macerie.
Piangono le suore di Onna che alloggiano in un edificio scolastico. Raccontano di aver fatto proprio poco tempo fa un’esercitazione antisismica insieme ai bambini del posto. Piangono e cercano di dare conforto alla popolazione, ma l’unica cosa che potranno fare questo pomeriggio sarà una messa, celebrata dal parroco arrivato dalla vicina Monticchio nell’area verde che circonda il paese. Lì dove sono allineati i corpi sotto un albero. Sono appena arrivati intanto due elicotteri, uno della Protezione Civile e un altro dei Vigili del Fiuoco, e un plotone dell’esercito armato di picconi per aiutare negli scavi. Dal primo elicottero sono scese delle unità cinofile per la ricerca tra le macerie degli eventuali sopravvissuti.

Il mistero delle salme scomparse

Un cimitero romano
Quando le ruspe hanno iniziato a scavare, è spuntato un piede. Era di uno dei sei corpi saponificati abbandonati in un campo di 30 metri quadrati assieme ai resti di amputazioni ospedaliere, a feti abortiti per gravi malformazioni e a decine di sacchi di plastica neri che contenevano le ceneri di centinaia di persone cremate e mai riconsegnate ai familiari. Sembrava la scena di un film horror quella che si è presentata agli occhi dei carabinieri di Massa lo scorso 8 settembre, mentre stavano scavando nel cimitero di Mirteto, ai piedi delle Alpi Apuane, invece era solo l’ennesimo macabro ritrovamento di un’indagine iniziata nel 2007 e destinata ad allargarsi a Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte.
L’indagine era nata per seguire le tracce di un presunto traffico di ottoni delle maniglie e dei crocifissi che gli inquirenti sospettavano venissero smontati dalle bare e rivenduti. La realtà, invece, era ben peggiore: prima di scoprire l’enorme fossa comune, infatti, dai sotterranei del cimitero toscano erano spuntati anche cadaveri congelati che avrebbero dovuto essere cremati (così risultava dai documenti), neonati abbandonati nei loro feretri bianchi e corpi di bambini gettati nella spazzatura per essere smaltiti nella discarica assieme ai rifiuti organici. Così è finita nel mirino dei militari l’azienda appaltatrice dei servizi cimiteriali della città, la Euroservizi, che gestisce il cimitero toscano dal 2004. Sono bastati pochi giorni di accertamenti per accorgersi che la società ripuliva e rivendeva non solo gli ottoni, ma anche le bare e gli abiti dei cadaveri. Con le telecamere e le intercettazioni telefoniche, gli investigatori sono riusciti a ricostruire che cosa stava avvenendo realmente all’interno del cimitero degli orrori.

Le 15 persone coinvolte in questa vicenda, arrestate il 13 agosto, da anni scambiavano e cremavano (anche senza fatturare) migliaia di cadaveri provenienti da numerose città d’Italia. Per abbattere i costi del forno, e per evitare di pagare le tasse all’amministrazione comunale, li bruciavano anche due o tre alla volta. Spesso non ultimavano il processo di cremazione, ma spegnevano il forno in anticipo, aspettando che la cremazione si ultimasse lentamente con il calore residuo. Poi raccoglievano le ceneri e le suddividevano nelle urne che consegnavano ai parenti assieme a un certificato di avvenuta cremazione. Le ceneri non erano quelle, o almeno non solo quelle, del defunto. Gli agenti del nucleo investigativo, assieme a quelli del Nas e del Noe, hanno trovato accatastati in una cella frigorifera del cimitero 12 cadaveri di uomini e donne risultati formalmente già cremati e consegnati ai familiari e 600 chilogrammi di cenere corrispondenti a circa 500 persone, abbandonati in sacchi dell’immondizia, assieme con i resti delle esumazioni.

Un’indagine estesa nel Centro e Nord Italia. L’orrore, però, non si ferma dietro i cancelli del cimitero di Mirteto. Con il primo arresto, quello dell’addetto al forno crematorio, sono cominciate anche le prime ammissioni davanti ai magistrati. Così che l’indagine si è ampliata fino a coinvolgere nove città e altrettanti cimiteri del Centro e del Nord Italia. Negli ultimi 4 anni la stessa società aveva gestito i servizi cimiteriali a Prato, Collecchio, Roccastrada, Vignola, Fornovo, Parma, Piacenza, Segrate e Fidenza. E, secondo i primi ritrovamenti, il modus operandi dell’azienda era sempre lo stesso. Nei locali del cimitero di Fidenza, il primo dove i carabinieri hanno cominciato le ricerche a fine agosto, la Euroservizi aveva nascosto in 60 sacchi dell’immondizia ceneri che secondo una stima potrebbero appartenere a circa 2 mila corpi cremati. Nei sotterranei c’erano 39 cassette zincate con le ossa delle esumazioni. Tra i rifiuti, invece, un tronco umano saponificato e una bara bianca con un bambino al quale era stato tolto il nome. Nel cimitero di Segrate, alle porte di Milano, non è andata meglio: 80 casse zincate raccoglievano resti ossei di centinaia di corpi ormai senza identità. Otto, invece, le casse che contenevano ceneri. Altre con ossa e teschi. Numerosi cadaveri erano incompleti e le parti mancanti erano state gettate nella spazzatura in mezzo ai rifiuti.

A far rabbrividire gli investigatori e i magistrati sono state anche alcune intercettazioni telefoniche tra dipendenti e dirigenti della società. Una, in particolare, riguardava il cadavere di una bambina di 7 anni. “È arrivato questa mattina il corpo di una bambina, che ne facciamo… deve essere cremata” domanda il dipendente al telefono. “Mah, niente cremazione, buttala via, nell’immondizia, tanto è poca roba” risponde uno dei titolari. Senza pietà e rispetto verso i defunti e i loro familiari, hanno occultato tanti corpi ai quali adesso è impossibile riuscire a dare un nome. L’esame del dna non si può effettuare sulle ceneri e non sarebbe comunque possibile considerando la grande quantità ritrovata. “Non saprò mai se è mio marito quello nell’urna” si sfoga Natalina Menchelli, vedova da 2 anni, straziata dal dubbio che le ceneri che le hanno consegnato non appartengano al marito. Il suo è diventato ormai lo stesso dubbio di migliaia di famiglie toscane, lombarde, emiliane e liguri che hanno aderito all’Associazione dei familiari dei defunti, costituita subito dopo il primo arresto. E lo scempio sembra non avere fine. In attesa che la magistratura di Milano firmi per il via libera all’acquisizione della documentazione della società e le procure delle altre città per i sopralluoghi negli altri cimiteri, a Fidenza i carabinieri hanno ritrovato a fianco di cadaveri anche carcasse di animali. Un cane, in particolare, che la proprietaria aveva regolarmente soppresso, secondo le disposizioni di legge, perché gravemente malato. Gli investigatori non escludono che la società insieme con i cadaveri abbia cremato animali morti.

Rogo di Livorno: ai funerali dei piccoli rabbia, pianto e un po’ di indifferenza

Sono da poco passate le 10,30 a Livorno, quando un lungo applauso accompagna le piccole bare bianche di Eva, Danchiu, Lenuca e Dengi, i quattro bimbi morti nel rogo della notte tra il 10 e l'11 agosto sotto un cavalcavia alla periferia di Livorno. A portarle a braccia i volontari della pubblica assistenza di Livorno. Sulla bara di ognuno un unico fiore bianco. Le campane suonano a morto.<br />   All'interno della chiesa siedono vicini i tanti livornesi accorsi per l'ultimo saluto ai quattro bimbi insieme ai tanti Rom arrivati da tuta Italia
di Nadia Francalacci

Quattro piccole bare bianche con dentro i corpicini di Eva (11 anni), Danciu (8), Mengji (4) e Lenuca (sei), i piccoli rom morti nel rogo di via Pian di Rota a Livorno, lo scorso 10 agosto. Stanno lì, sul sagrato del Duomo di Livorno, immerse tra centinaia di rose bianche. Sono da poco passate le 10.30, quando un lungo applauso le accompagna in chiesa, portate dai volontari della pubblica assistenza della città toscana. Le campane suonano a morto, mentre tra le navate riecheggiano le urla strazianti dei genitori e della sorella più grande di tre delle quattro vittime, Maria di 15 anni, l’unica sopravvissuta al rogo del cavalcavia. Proprio per lei Maria, incinta di 3 mesi, la cerimonia, celebrata secondo il rito ortodosso e durata un’ora, si è fermata per qualche attimo. Dalla disperazione e dal dolore ha avuto un malore ed è stata soccorsa e portata in ospedale.
I primi posti, vicino alle bare, sono occupati dai parenti, circa un centinaio, arrivati dalla Francia, dalla Germania e da altre città d’Italia; dall’altro lato: il ministro per la famiglia Rosy Bindi, il Sottogretario di Stato rumeno, Gruia Bumbu, il sindaco di Livorno, Alessandro Cosimi, il presidente della Provincia, Giorgio Kutufà e rappresentanti di associazioni di politiche e di volontariato del territorio.
È passato più di un mese dalla tragedia: più di trenta giorni che sono serviti alla Procura della Repubblica di Livorno per avere risposte certe sulla paternità e la maternità di una delle bambine, Lenuca. Durante gli interrogatori i genitori avevano più volte negato che la piccola fosse la loro figlia. Ma gli esami del dna li hanno smentiti.
Ma proprio per l’uomo che non voleva riconoscere la sua piccola, al momento dell’ingresso in chiesa, è stato necessario l’intervento di un medico e dei volontari: urlava e si disperava, senza darsi pace.
Scene forse eccessive, di fronte alle quali stride la normalità con cui Livorno ha reagito al triste appuntamento: la vita ha continuato a scorrere e i negozi sono rimasti aperti, nonostante fosse stato proclamato il lutto cittadino.
Contraddizione sottolineata anche dal ministro Rosy Bindi, che ha voluto ricordare le responsabilità politiche e umane della tragedia: “Nessuno può non sentirsi responsabile di quanto è avvenuto” ha commentato al termine della funzione, “è necessario adesso una seria politica di integrazione che si rivolga in particolare ai bambini. Sono loro i primi che, attraverso la scuola, vanno inseriti nel nostro paese”, ha concluso, “nel rispetto delle loro usanze e delle loro tradizioni che sono e rimarranno lontane dalle nostre”.
Poco prima di mezzogiorno, i feretri hanno lasciato il Duomo, diretti al cimitero dei Lupi di Livorno e salutati dal lungo e commosso applauso dei livornesi presenti.
Per i familiari, invece, a eccezione dai due padri che sono stati riaccompagnati nella casa circondariale delle Sughere, è iniziato il pranzo funebre nell’area che il comune di Livorno ha allestito, alla periferia della città.
Quindici tende con oltre sessanta posti letto e una tensostruttura dove i parenti e gli amici delle famiglie si sono ritrovati per condividere il dolore e i pasti offerti dal comune.
Tutto intorno ora è silenzio, un misto di rispetto e indifferenza. Un vuoto riempito solo dal pianto dei parenti.

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