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Riforma al nastro d’arrivo. E i parenti dei rettori avanzano di carriera

Un'immagine di repertorio del Rettore dell'Università La Sapienza di Roma, Luigi Frati (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Un'immagine di repertorio del Rettore dell'Università La Sapienza di Roma, Luigi Frati (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Coincidenze: oggi si vota la riforma Gelmini al Senato. È l’ultimo passaggio parlamentare. Ieri il consiglio di facoltà di Medicia all’Università Sapienza di Roma ha deliberato la chiamata di Giacomo Frati, figlio del rettore Luigi Frati, a professore ordinario nel dipartimento di Scienze e Bioteconologie. Nella stessa facoltà, tra l’altro, lavora l’altra figlia del Magnifico, Paola Frati, ordinario di Scienze anatomiche, e la moglie, Luciana Rita Angeletti, ordinario di Storia della medicina. Continua

Da Catania la sfida ai baroni universitari con zero titoli

Aula universitaria

Cari colleghi, volete soldi per le vostre ricerche? Allora pubblicate. Depurato dal burocratese, l’invito (qui la circolare in .pdf) è risuonato così tra le stanze dei 1.626 docenti dell’ateneo: un monito di significato rivoluzionario.

Perché continuare a dare i soldi in base ai feudi accademici?
Una classifica di merito per assegnare i finanziamenti dove s’è mai vista? E i meschini che non scrivono una riga da un decennio come faranno? E i poverini che verranno esposti al pubblico ludibrio? Il rettore dell’Università di Catania, Antonino Recca, 59 anni, capelli rossi e modi spicci, a tutte queste complicanze forse non pensava. L’aveva fatta facile lui: perché continuare a dare i soldi in base ai feudi accademici? Meglio una graduatoria, dunque: gli euro finiranno solo a chi li merita. Cioè a chi la ricerca la fa davvero. Prima ha praticamente obbligato tutti i docenti a inserire le loro pubblicazioni nel catalogo d’ateneo. Poi ha fatto mettere in fila i dati. E così, per la prima volta, parvenze di meritocrazia sono entrate in una delle più durevoli e impenitenti caste italiane. Purtroppo c’è stata una spiacevole conseguenza. Cosa hanno prodotto i professori negli ultimi cinque anni? Conta e riconta, è venuto fuori l’inevitabile: “L’acqua calda” sintetizza il rettore. Una sfilza di debolezze accademiche, punteggi modesti e un lungo elenco
di poco produttivi baroni.

Sono 255 i “non operativi”
I casi più eclatanti sono quelli che hanno un punteggio inferiore a 10. Tecnicamente li hanno definiti «non operativi». Vuol dire, in pratica, non aver pubblicato nulla, i pesi piuma della ricerca scientifica. Sono 255, di questi 187 vantano un poco decoroso 0.
Va bene, forse ci sarà pure qualche sbadato che da anni dimentica  sistematicamente di inserire nella banca dati le proprie fatiche. Ma la sostanza cambia poco. I punteggi più bassi sono soprattutto nella facoltà di medicina: su 402 docenti 110, secondo il catalogo dell’ateneo, non hanno vergato una riga degna di essere ripresa da riviste scientifiche di importanza internazionale. Tra questi ci sono uno stuolo di ricercatori (e mai termine fu meno appropriato) e tanti grossi nomi della medicina etnea. Come Pietro Petriglieri, decano di anatomia umana. Oppure Eugenio Aguglia, titolare della cattedra di psichiatria. O Santa Salvo, ordinario di igiene generale, che riconosce: “Sa, io lavoro tutti i giorni. Partecipo a congressi, anche di alto livello, ma poi alle riviste non mando niente. Non ho mai avuto questa smania. Del resto, non ci sarebbe neppure niente di alto livello”.
Isidoro Di Carlo, 48 anni, ricercatore dal 1998, un barone non è mai diventato.
Però in graduatoria ha 304 punti. Se si esclude un operoso collega, tutti gli ordinari e gli associati della sua branca hanno meno titoli e pubblicazioni. Peggio: la stragrande maggioranza ha un peso scientifico non superiore a 50 punti. “Si parla sempre e solo di nepotismo accademico ” dice Di Carlo. “Ma mi sembra più grave che in Italia non esista alcun controllo. Ci sono professori che da vent’anni non scrivono niente. Liberi di non fare nulla e premiati economicamente, dato che lo stipendio aumenta con l’anzianità”.

Graduatoria epocale
Di Carlo quest’anno per i suoi studi ha avuto più di 5 mila euro, il doppio dell’anno scorso. “Questa graduatoria è un fatto epocale, soprattutto per un ateneo abituato a gestire in sordina ogni questione di meritocrazia ” dice Di Carlo. Ricercatore da una vita è pure Giovanni Li Destri, 52 anni, 256 punti. Quattro anni fa presentò un ricorso al tar contro una collega, vincitrice di un concorso a cui aveva partecipato anche lui. L’istanza sintetizza: Li Destri era ricercatore da 12 anni, insegnava da 13 all’università e aveva 12 pubblicazioni su riviste internazionali. La collega, scrive l’avvocato Lucia Marino, non era ricercatrice, faceva lezione da un anno e contava su un’unica pubblicazione di rilievo. A chi e andata la cattedra di associato? A lei. E che punteggio ha nella graduatoria stilata quattro anni dopo? Sessantasei, un quarto del suo ex contendente.

Paragone tra prof.  e presidi
I paragoni tra colleghi del resto sono inevitabili. “Ci sono persone che su quei dati ci hanno fatto pure gli istogrammi” ride Luigi Fortuna, preside da quattro anni di ingegneria, invidiatissimo con i suoi 1.078 punti. Verso i colleghi pero si mostra clemente: “Penso che una valutazione dignitosa non possa essere inferiore a 100. La ricerca e la nostra missione”. Vocazione che pero non sembrano avere i suoi colleghi a capo di altre facolta: oberati dagli impegni organizzativi, arrancano vistosamente.
Il preside di economia, Carmelo Butta, e fermo a 38. Quello di lingue, Nunzio Famoso, ha un 18. A scienze della formazione Febronia Elia racimola 17,50. La scarsita di pubblicazioni non impedisce dunque le scalate accademiche. Anche alle ultime elezioni per il rettorato, lo scorso aprile, alcuni candidati presentavano numeri non entusiasmanti. Zaira Dato, straordinario di composizione architettonica e urbana: 8 punti. O il neurochirurgo Vincenzo Albanese: 42. Alla fine, pero, e stato riconfermato Recca.
Che, all’inizio del secondo mandato, si e dato da fare per distribuire con maggior giudizio 5 milioni di fondi per la ricerca: “Prima non esisteva alcuno strumento di valutazione” spiega il rettore. “Ora, oltre alla qualita del progetto, pesano anche le pubblicazioni. La graduatoria e un fatto innovativo, su cui continueremo a lavorare. Abbiamo dato un segnale. Ma di certo non volevamo fare l’elenco dei piu bravi”.

Negli atenei manca ogni tipo di verifica
Il calcolo dei pesi scientifici ha avuto pero anche questo effetto collaterale. A scienze politiche sono 33 su 113 ad avere un punteggio inferiore a 10: quasi un terzo di tutti i professori. A giurisprudenza sono un quarto. A quota 0, per esempio, ci sono due ordinari di fama come Lucio Ricca e Salvatore Sambataro.
Ma anche uscendo dal limbo dei non classificati il quadro non migliora molto. Su 88 docenti solo otto hanno un punteggio superiore a 100. Scenario molto simile a quello di economia, dove solo 28 su 84 superano quota 50. Qui pero bisogna essere chiari: non e che altrove le cose vadano meglio. Negli atenei manca ogni tipo di verifica. E, di conseguenza, abbondano i fautori del minimo indispensabile. Del resto, perche dannarsi l’anima se poi lo stipendio arriva lo stesso? Considerazione a cui molte altre categorie non sono estranee. Ma che nel caso dell’universita italiana, ancora preda di feudali baronati, diventa ulteriore sintomo di un sistema malridotto.

Come lo è la storia del trentaduenne Mattia Frasca, facolta di ingegneria. Lui in graduatoria non e nemmeno entrato. Digitando il suo nome nella banca dati vengono fuori pero 172 pubblicazioni. Fatti due calcoli, equivalgono a 537 punti. Sarebbe il settimo tra i professori dell’ateneo. Invece e solo un precario che si danna per diventare ricercatore.

I NUMERI DELL’ATENEO
Le cifre più significative emerse dalla ricerca condotta dal rettore di Catania.
255 sono i professori dell’Università di Catania che, secondo la banca dati dell’ateneo, hanno pubblicato poco o niente gli ultimi 5 anni. 110 docenti su 402 a medicina hanno un punteggio inferiore a 10. Tra questi ci sono molti ordinari e associati. 8http://www.diees.unict.it/informazioni/persone/pagine_personali/index.php?prs=36. 33 docenti su 113, poco meno di un terzo, a scienze politiche hanno un punteggio inferiore a 10.

Università: quando sono i professori a prendere i voti

Corteo alla Sapienza contro i tagli alle universitÃ

Di Elena Porcelli

C’è chi dà i voti ai professori universitari. E i risultati sono su internet, consultabili da chiunque abbia voglia di sapere se sotto il tocco c’è un pozzo di scienza o solo un barone più dedito agli intrallazzi che alla ricerca. I siti più apprezzati a livello internazionale sono due: Isi Thomson, che fornisce i punteggi se si paga un abbonamento, e Harzing, che è gratuito e aperto a tutti.
Entrambi si basano sul cosiddetto impact factor. In pratica ad avere il punteggio più alto sono quei ricercatori le cui scoperte vengono citate molte volte negli articoli di altri studiosi. Questo vuol dire che si tratta di idee che hanno un forte impatto nel mondo scientifico e costituiscono il punto di partenza per i progressi successivi. Per dimostrare l’importanza dell’impact factor, Isi Thomson tira a indovinare i nomi dei possibili vincitori del premio Nobel prima che vengano annunciati ufficialmente e ci azzecca spesso: quest’anno ha fatto centro per la chimica, la medicina e l’economia.

Nei paesi anglosassoni gli indici di impatto, come quelli forniti da Harzing e Isi Thomson, sono tenuti in gran conto quando si assegna una cattedra universitaria, soprattutto nelle facoltà scientifiche. In Italia la situazione varia a seconda delle discipline. “Nei concorsi della mia materia” dice a Panorama Vincenzo Balzani, professore ordinario di chimica generale e inorganica all’Università di Bologna, “l’impact factor è la prima cosa che guardiamo per valutare un candidato”.
È più autorevole Isi Thomson o Harzing? “Lo sono tutti e due, in modo diverso” risponde il docente. “Il primo tiene conto solo delle pubblicazioni più recenti e segnala chi sta lavorando bene al momento, il secondo dà una visione più ampia dell’intera carriera, perché tiene conto di tutte le pubblicazioni presenti su Google Scholar, il motore di ricerca specializzato nelle pubblicazioni scientifiche”.
Balzani è fra gli 83 studiosi italiani presenti nel sito Isihighlycited.com, che è basato sui punteggi Isi Thomson ed elenca i ricercatori che si classificano tra i 250 a più alto impatto nella propria materia al mondo. La lista riserva alcune sorprese. Non ci sono, per esempio, l’oncologo Umberto Veronesi e il Nobel per la fisica Carlo Rubbia, ai quali Harzing attribuisce invece un h-index (punteggio che misura l’impact factor) ragguardevole: 62 al primo e 44 al secondo.
David Pendlebury, uno dei “citation analyst” di Thomson Reuters, cioè un professionista che si occupa di spulciare le riviste scientifiche e contare le citazioni, spiega così le assenze: “Nel caso di Rubbia si tratta di quel fenomeno che i sociologi della scienza chiamano obliterazione per incorporazione. La scoperta delle particelle W e Z da parte del fisico italiano è stata assorbita così rapidamente e profondamente dalla comunità scientifica che gli addetti ai lavori la danno per scontata. Del resto succede lo stesso con la teoria della relatività: gli scienziati la usano sempre ma nessuno cita Albert Einstein, tanto tutti sanno chi è”. Per Umberto Veronesi è diverso, ammette Pendlebury: “I suoi lavori più citati sul tumore al seno risalgono alla fine degli anni Novanta, ma la lista è stata preparata sulla base delle pubblicazioni tra il 1981 e il 1999, per cui il grosso delle sue citazioni non è stato contato. Ci stiamo aggiornando e presto avrà il posto che gli spetta”.

Questo dimostra che gli indici di impact factor basati sulle citazioni non sono affidabili al 100 per cento. Anne-Wil Harzing, docente di management interculturale e internazionale all’Università di Melbourne e ideatrice del programma Publish or perish (Pubblica o muori), liberamente scaricabile dal suo sito www. harzing.com, confessa a Panorama: “Uno studioso che ha un punteggio alto è sicuramente molto bravo. Ma non vale l’inverso. Chi, per esempio, studia un argomento molto ristretto o scrive in lingue diverse dall’inglese può avere poche citazioni malgrado il valore dei suoi lavori”.
Molti studiosi anglosassoni hanno il provincialismo di leggere e citare quasi solo le ricerche scritte nella loro lingua (spesso non ne conoscono altre). “Per questo noi scienziati pubblichiamo solo in inglese” commenta Balzani “ma non si può certo pretendere lo stesso dagli umanisti”.
Questo provoca strane differenze tra studiosi. Umberto Eco, ordinario di semiotica a Bologna, ha un rispettabile h-index di 27, Tullio De Mauro, autore del celebre dizionario e docente ordinario di linguistica italiana alla Sapienza, un misero 3. “Penso che dipenda dal fatto che le ricerche di Eco sono state tradotte in inglese mentre De Mauro ha pubblicato quasi solo in italiano, e che pochi dei suoi lavori sono su internet” spiega Harzing. “Publish or perish, infatti, non cerca le citazioni, si limita a elaborare quelle trovate da Google Scholar, che, a differenza di Isi Thomson, tiene conto di più riviste e anche dei libri, ma non è affatto perfetto”.

Piergiorgio Odifreddi

Il matematico impertinente Piergiorgio Odifreddi sconta con un 5 la scelta di dedicarsi più alla propaganda antireligiosa che ai numeri. I filosofi Giulio Giorello e Massimo Cacciari rimediano un 2. E lo psicoanalista Umberto Galimberti li eguaglia tristemente.
Nelle facoltà umanistiche italiane, per questo motivo, gli indici non sono tenuti in grande considerazione. E per le materie giuridiche non ne esistono, né di internazionali, anche perché avrebbero poco senso, visto che ogni paese ha il proprio sistema giuridico, né di nazionali. Per valutare un docente bisogna affidarsi ad altri strumenti. “In ogni caso” sostiene Harzing “secondo me il giudizio deve sempre essere olistico. Ci sono studiosi poco citati nelle riviste scientifiche che hanno un impatto importantissimo sulla vita delle persone. Per esempio, in Australia abbiamo sociologi che hanno cambiato il modo in cui le aziende trattano le donne e gli immigrati. Non sempre il contributo di un docente al progresso si può misurare con un numero”.

Le idee di un filosofo o di un economista, pubblicate su un giornale a larga diffusione, possono cambiare la politica e la società di una nazione, eppure questo non fa salire il suo h-index o l’Isi Thompson.
L’impact factor, infatti, è misurato esclusivamente sulla base delle citazioni nelle riviste “peer reviewed”, cioè quelle pubblicazioni scientifiche specializzate che accettano solo articoli approvati da due o più autorevoli esperti della materia, ufficialmente ignari dell’identità dell’autore.
Tenuto conto di questi limiti, sarebbe utile introdurre per legge la valutazione dell’impact factor nei concorsi per le discipline scientifiche e tecniche? “Certo” risponde il prorettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone “perché introdurrebbe un elemento di trasparenza. Tuttavia non può essere l’unico fattore. Noi preferiamo valutare i dipartimenti del Politecnico chiedendo ai massimi esperti mondiali di ciascuna materia di esaminare le pubblicazioni dei nostri ricercatori. E in base ai loro giudizi assegniamo i finanziamenti per gli anni successivi. Secondo me anche lo Stato dovrebbe fare così: invece di tagliare i fondi per la ricerca indiscriminatamente, potrebbe assegnare i soldi solo alle università con i risultati migliori. Allora le altre sarebbero spinte davvero a darsi da fare”.

Gli indici di impact factor valutano la ricerca ma c’è qualcuno che verifica che i docenti sappiano anche insegnare? A livello individuale il controllo in Italia avviene una volta sola: il concorso da professore associato prevede anche una prova didattica, durante la quale il candidato deve tenere una lezione davanti alla commissione, che gli dà il voto. Poi basta. Alcune facoltà distribuiscono questionari anonimi sui professori agli studenti, però i risultati non hanno effetti concreti sulla carriera di quelli che risultano noiosi, assenteisti o eccessivamente esigenti.
Gli unici punteggi internazionali che tengono conto della didattica vengono dati alle università, non ai singoli docenti. Per esempio dai siti www.arwu.org e www.timeshighereducation.co.uk. Tra i fattori considerati nella valutazione dell’ateneo, oltre ai risultati delle ricerche, c’è il numero di ex studenti che sono diventati alti funzionari o top manager, oppure l’opinione dei direttori del personale delle più importanti aziende del mondo.

Università, dal Senato sì al dl Gelmini. Dagli studenti ancora proteste

gli studenti invadono La Sapienza

Oggi a Roma e in diverse città italiane studenti di nuovo in piazza anche per denunciare i fatti di Rivoli e lo stato di degrado degli edifici scolastici in Italia. L’episodio di protesta più clamoroso a Roma dove il rettore dell’Università La Sapienza (ateneo che solo 24 fa ha visto trionfare i ragazzi di “Azione universitaria” su quelli della sinistra, nelle elezioni per il Senato accademico e il CdA) Luigi Frati è stato costretto ad abbandonare la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico (GUARDA la Gallery) dopo che gli studenti dell’Onda hanno interrotto la celebrazione.
Intanto, il Senato ha dato il primo via libera al decreto Gelmini sull’università che ora dovrà affrontare l’esame della Camera. Il provvedimento contiene norme considerate urgenti sul diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario, salutato dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini come “il primo passo verso la rivoluzione di un sistema paralizzato”.
Il voto finale, per alzata di mano, ha registrato il sì di Lega Nord e Pdl, il voto contrario di Idv e Pd mentre l’Udc, per protesta, non ha partecipato. Il testo introduce norme per la trasparenza dei bilanci degli Atenei, una stretta sui cosiddetti baroni che vedranno stipendi e carriera legati alla produttività, nuove regole per assunzioni, concorsi e misure per il rientro dei cervelli.
Ecco in dettaglio le principali misure del decreto:
Assunzioni. Blocco delle assunzioni nelle università che, al 31 dicembre di ciascun anno, sono in deficit. Gli atenei indebitati sono esclusi per il 2008-2009 dai fondi straordinari per il reclutamento dei ricercatori. Gli atenei virtuosi, invece, avranno lo sblocco parziale del turn over (che passa dal 20% al 50%) a patto che il 60% dei soldi sia speso per reclutare i giovani.
Concorsi. Cambiano le regole per la composizione delle commissioni. Per la selezione dei docenti sono previsti un ordinario nominato dalla facoltà che bandisce il posto e quattro professori ordinari sorteggiati su una lista di dodici persone da cui sono esclusi i docenti dell’università che assume. Per i ricercatori la commissione è così composta: un ordinario e un associato scelti dalla facoltà che bandisce il posto e due ordinari sorteggiati in una lista che contiene il triplo dei candidati necessari, esclusi sempre i docenti dell’ateneo che assume. Un emendamento prevede una commissione nazionale designata dal Cun (Consiglio universitario nazionale) per supervisionare le operazioni di sorteggio che saranno pubbliche.
Riaperti termini concorsi. Le nuove commissioni valgono anche per i concorsi già banditi ma sono stati riaperti i termini per partecipare ai concorsi in atto. C’è tempo fino al 31 gennaio 2009 per la presentazione delle domande.
Norme antibaroni e antifannulloni. Un emendamento approvato prevede la costituzione di una “Anagrafe nazionale dei professori ordinari, associati e dei ricercatori” aggiornata annualmente che contiene per ciascun nome l’elenco delle pubblicazioni scientifiche. Per ottenere gli scatti biennali di stipendio i docenti dovranno provare di aver fatto ricerca e ottenuto pubblicazioni. Se per due anni non ce n’è traccia lo scatto di stipendio è dimezzato e i docenti non possono far parte delle commissioni che assumono nuovo personale. Professori e ricercatori che non pubblicano per tre anni restano esclusi anche dai bandi Prin (programmi di ricerca di rilevante interesse nazionale). Per il ministro “salta il meccanismo degli automatismi di anzianità slegato dalla produzione scientifica”.
Trasparenza. Gli atenei dovranno anche garantire trasparenza nei bilanci e far sapere agli studenti come vengono spesi i finanziamenti pubblici. I rettori in sede di approvazione del bilancio consuntivo dovranno anche pubblicare i risultati delle attività oltre che i finanziamenti ottenuti da soggetti pubblici e privati. Altrimenti si rischiano penalità nell’assegnazione dei fondi.
Università virtuose. Almeno il 7% del Fondo di finanziamento ordinario sarà distribuito, già dal 2009 alle università virtuose per migliorare la qualità della ricerca e dell’offerta formativa. Il ministro Gelmini ha spiegato in Aula che i fondi sono legati al merito e che intende “portare in futuro la quota fino al 30%”.
Diritto allo studio. Nel decreto ci sono 65 milioni di euro per nuovi alloggi e 135 milioni per le borse di studio destinate ai meritevoli.
Rientro dei cervelli. Le università potranno coprire i posti da ordinario e associato o da ricercatore chiamando studiosi “stabilmente impegnati all’estero”, anche quelli già impegnati nel Programma ministeriale di rientro dei cervelli. Si potranno anche chiamare “studiosi di chiara fama”.

Università: Gelmini taglia gli stipendi ai professori fannulloni

lezione organizzata sotto i portici di piazza Mercanti a Milano

Più qualità, cominciando con premiare l’impegno e i risultati ma, al tempo stesso, dando un segnale forte disincentivando chi preferisce starsene con le mani in mano. Ecco, in estrema sintesi, il nucleo centrale del decreto legge sull’università messo a punto dal ministro Mariastella Gelmini. La commissione Istruzione ha dato il via libera al dl, ora il provvedimento approda nell’aula di Palazzo Madama.
Le modifiche più importanti sono state apportate dal relatore, Giuseppe Valditara: si tratta di una vera e propria stretta sui “baroni” che prevede, tra l’altro, l’obbligo di ricerca (certificata in un’anagrafe ad hoc) per gli avanzamenti di carriera e l’accesso ai finanziamenti. D’ora in poi, se il decreto diventerà legge, sarà possibile per le università procedere alla copertura di posti di professore ordinario e associato o di ricercatore tramite la “chiamata diretta” di studiosi impegnati all’estero: una sorta di argine alla fuga dei cervelli italiani.
Il primo emendamento stabilisce che ogni anno il rettore deve presentare una relazione sull’attività, sulla ricerca, sulla formazione e sull’innovazione prodotta dal suo ateneo, in assenza di questa relazione è previsto un taglio sui trasferimenti statali. Il secondo emendamento stabilisce la craezione di un’anagrafe nazionale dei docenti e dei ricercatori, che deve essere aggiornata annualmente con le ricerche e le pubblicazioni realizzate da ogni membro dell’università. Il terzo e ultimo emendamento prevede che a partire dal 2011, gli scatti biennali di stipendio previsti per tutti i docenti, siano subordinati alle pubblicazioni scientifiche effettuate. Chi non ne ha realizzate, vedrà l’aumento dimezzato e non potrà far parte delle commissioni per i concorsi.
Lo dice convinta il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini: “Il decreto (qui il testo integrale, ndr) approvato dal governo e gli emendamenti approvati dalla Commissione cultura del Senato sono una vera e propria svolta nel sistema accademico”. Il ministro sottolinea come da vent’anni si stesse parlando di come legare il merito alla carriera dei professori e di come vincolare i finanziamenti all’università in base a parametri che ne valutassero la qualità. “Per la prima volta le carriere dei docenti non saranno legate a scatti automatici ma, come previsto dagli emendamenti approvati in commissione, al merito ed alla ricerca effettivamente svolta”. “In base agli emendamenti approvati dalla Commissione, se i docenti non procederanno nell’attività di ricerca saranno esclusi dagli scatti biennali, dalle ripartizioni dei fondi Prin per la ricerca, dalle commissioni per il reclutamento delle strutture accademiche”.
“Il decreto” prosegue la Gelmini “impongono poi tolleranza zero verso le università con i conti in rosso e prevedono l’obbligo per i rettori, in sede di approvazione del bilancio, di pubblicare i risultati dell’attività di ricerca, della formazione e del trasferimento tecnologico dell’università. I fondi” conclude il ministro “saranno destinati agli atenei in base ai meriti ed alla qualità della ricerca e della didattica”.
La reazione dei rettori? Non scontata. Vincenzo Milanesi, rettore dell’università di Padova, si dice “D’accordo sull’introduzione di criteri rigorosi di valutazione e sulla meritocrazia” commenta. “Aggiungerei addirittura un elemento in più: non basta aver fatto delle pubblicazioni, occorre averne fatte di qualità”. D’accordo solo in parte il rettore dell’Università Tor Vergata, Renato Lauro: “Condivido la valutazione come criterio per la ripartizione dei fondi, ma sarei molto più cauto sui singoli docenti e ricercatori, i cui comportamenti professionali non dipendono solo dalla loro iniziativa”.

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