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Bce

C’era una volta quella lettera della Bce

Il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, con il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet (ANSA/CLAUDIO ONORATI)

Il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, con il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet (ANSA/CLAUDIO ONORATI)

Il governatore di Bankitalia Mario Draghi, che a novembre lascerà Palazzo Koch per andare a sostituire Trichet alla guida della Bce, ha detto che “l’Italia deve salvarsi da sola” senza aiuti esterni: “Una nostra tentazione atavica, ricordata da Alessandro Manzoni, è di attendere che un esercito d’ Oltralpe risolva i nostri problemi” Continua

“Io tifo Marchionne e Bce”

I ministri Giulio Tremonti e Renato Brunetta

I ministri Giulio Tremonti e Renato Brunetta

Il ritorno alle urne potrebbe allentare la pressione sul nostro debito pubblico? Secondo il ministro per la Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, è difficile che un cambiamento di questo tipo possa avere successo, perché “i mercati sono intelligenti e sanno che è meglio questo governo che un futuro governo di questa opposizione indecisa su tutto”. Continua

Divisi su tutto, in scena sempre il solito Pd

Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani (Ansa)

Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani (Ansa)

Il maggiore partito dell’opposizione, il Pd, ricorda quegli adolescenti tormentati dalla paura di prendere la decisione sbagliata. Soprattutto in queste ultime settimane, con i dirigenti divisi sull’ipotesi di un governo di transizione, sulle ricette economiche dettate dalla Bce e dagli industriali e sull’appoggio al referendum che ha raccolto oltre un milione di firme. Continua

Le Cassandre e lo spettro del rischio Argentina

Nouriel Roubini, professore di Economia all New York University (MATTEO BAZZI / ANSA)

Nouriel Roubini, professore di Economia all New York University (MATTEO BAZZI / ANSA)

“Sfortunatamente, la mancanza di serie riforme fa crescere il rischio che l’Italia possa finire come l’Argentina. Non è inevitabile, ma se l’Italia non intraprende le riforme necessarie, non si può escludere una sua uscita dall’Unione monetaria nei prossimi cinque anni”. Queste cose le scriveva l’economista Nouriel Roubini nel 2005 (qui il suo intervento su Businessonline). Ma passati sei anni, pare che la situazione italiana non sia affatto migliorata. Continua

La crisi economica è finita? Sì, no, forse. Il dibattito tra banchieri ed economisti

commercio

“La crisi sta finendo, un anno se ne va”. Non fosse un tema serio e serioso si potrebbe dirla così, l’attuale congiuntura economica, parafrasando i Righeira, icone pop dell’Italia anni ‘80.
Il problema è che sulla crisi - se sia passata o no; se sia alle spalle o ci si debba aspettare un colpo di coda - le opinioni di esperti, economisti e politici si sprecano. E cozzano, le une contro le altre. E basta dare uno sguardo alla stampa (cartacea e digitale) di questi ultimi 10 giorni, per rendersene conto.

Ad Axel Weber, presidente della Bundesbank e consigliere della Bce, che sostiene in un’intervista a Sueddeutsche Zeitung, come - alla luce dei dati sul Pil tedesco in ripresa - sia troppo presto per dire che la crisi è finita (”Voglio mettere in guardia dalle affermazioni secondo le quali la crisi è finita. Sono affermazioni ora premature” ha detto Weber), fanno da contraltare proprio le ottimistiche previsioni dell’ultimo bollettino della solitamente abbottonatissima Banca centrale europea, che parla di “punto di svolta della recessione”, di una contrazione dell’economia che sta “chiaramente diminuendo”, lasciando intravvedere “tassi di crescita trimestrali di segno positivo” già a partire dal prossimo anno.

È il linguaggio della speranza ritrovata. Lo stesso usato una decina di giorni fa da Barack Obama quando parlava di “inizio della fine” della crisi e poi ripreso dal riconfermato numero uno della Federal Reserve, Ben Bernanke: “Dopo la pesante contrazione degli ultimi anni, l’attività economica sembra migliorare, sia negli Stati Uniti sia all’estero; e le prospettive di un ritorno alla crescita nel breve termine sono buone”. Parole che hanno impresso una robusta spinta ai mercati finanziari, in particolare a Wall Street, che ha toccato i record del 2009. Anche se il recupero non sarà rapido, spiegava Bernanke davanti al “gotha” dei banchieri centrali, economisti e uomini di mercato riuniti nel simposio organizzato dalla Fed di Kansas City, e coordinato dal governatore di Bankitalia Mario Draghi. Anzi, nella fase iniziale sarà “relativamente lento, con un tasso di disoccupazione che calerà solo gradualmente rispetto ai livelli attuali”.

Già Mario Draghi, governatore di Bakitalia. Lui al Meeting di Rimini mercoledì 26 ha sfoggiato il suo ottimismo sulla ripresa che verrà (già nel 2010); mentre Nouriel Roubini - l’economista che, per primo e “in solitaria” aveva previsto la crisi economica globale - invece teme la cosiddetta “W”, ovvero un nuovo avvitamento dell’economia, malgrado i timidi segnali positivi all’orizzonte. Per l’economista dell’Università di New York, come riportato da un articolo del Financila Times, il mondo è spaccato in due: in Australia, Francia, Germania, Giappone, Cina, Brasile, India e in altri paesi asiatici e dell’America latina, “la ripresa è già iniziata”. In altri, quali Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna e Italia e nei paesi emergenti dell’Europa è di là da venire. Per Roubini si prospetta un periodo di crescita globale “anemica”, il rimbalzo del Pil in alcuni paesi è in gran parte legato “alla ricostituzione delle scorte” che erano scese a livelli minimi a causa della caduta della produzione industriale. Ma è difficile immaginare una ripresa duratura in presenza “del calo dell’occupazione, una cattiva notizia per la domanda”.
Oggi le previsioni di questo studioso sono naturalmente analizzate al microscopio, ed è per questo che il suo ultimo intervento non è passato inosservato: “Una volta superato l’effetto benefico innescato dai piani di rilamcio”, sostiene Roubini, “i governi non avranno altra scelta che indebolire la ripresa, tagliando le spese, oppure lasciando crescere il debito pubblico”. Roubini prevede inoltre una fiammata del prezzo del petrolio che taglierà le gambe ad ogni attività e quindi “la caduta”, dice, “sarà inevitabile”.

Anche per il governatore Draghi, c’è ancora qualche rischio da superare. Ma la crisi economica e finanziaria che ha colpito l’economia mondiale negli scorsi due anni “sta gradualmente rientrando, ma sulla tenuta dei segnali congiunturali pesano tuttavia ancora forti incertezze”. Secondo il numero uno di via Nazionale quindi “i rischi di implosione del sistema finanziario mondiale sono scongiurati e la sensazione prevalente a livello internazionale è che il peggio sia passato”. Per Draghi “Secondo stime largamente condivise, nella media del 2009 la caduta del pil rispetto all’anno precedente, risulterà in Italia intorno al 5%. Nel prossimo anno, il graduale recupero della domanda mondiale potrebbe consentire all’economia italiana di tornare a crescere sia pure di poco” analizza Draghi nel suo intervento al convegno “Una strada per l’Italia” organizzato al meeting di Comunione e Liberazione. Draghi ha poi osservato come “a frenare la recessione in Italia hanno contribuito, oltre che l’intonazione fortemente espansiva della politica monetaria e le altre misure apportate dalla Bce, gli interventi del governo in favore delle imprese e dei lavoratori. Sono state sbloccate e meglio allocate risorse per circa 25 miliardi nel 2009-2011“.

Lavoratori occupati che invece, per Pier Carlo Padoan, economista e vicesegretario generale dell’Ocse di Parigi, intervistato da L’Unità, continueranno a diminuire di numero. L’ultimo rapporto Ocse sul nostro Paese risale a un paio di mesi fa: molte le ombre, ma anche qualche luce. Per esempio la possibilità di uscire dal tunnel grazie a un sistema bancario più al riparo degli altri dal grande tsunami dei subprime. Eppure “Siamo preoccupati per l’Italia, come per tutti i Paesi dell’area Ocse, del fatto che gli effetti negativi della crisi sulla disoccupazione si debbano ancora manifestare in pieno“, dice Padoan, perché “L’esperienza storica dimostra che, quando ci sono delle recessioni, anche se il reddito riprende a crescere, la disoccupazione continua ad aumentare. È un dato costante. Per questo ci aspettiamo un aumento della disoccupazione l’anno prossimo”.

Appunto, l’anno prossimo. È la data a cui si aggrappa Jean-Paul Fitoussi, il più noto economista di Francia, presidente dell’Osservatorio francese delle Congiunture economiche. Al Messaggero dice di sperare nel 2010, ma non per annunciare la ripresa, bensì per poter approcciare una prima analisi su “questa crisi, che è la peggiore che abbiamo mai conosciuto. Non mi vergogno ad affermare che probabilmente ci capiremo davvero qualcosa tra una decina d’anni. Attenzione dunque a non abbassare la guardia troppo presto”.

Sgominata la holding del falso. Duplicavano anche monete da un euro

euro falsi

Falsificavano monete e banconote di euro su larga scala. Almeno 109 persone, appartenenti a diverse organizzazioni malavitose, sono state arrestate dai carabinieri in una vasta operazione anti-crimine. Circa 700 militari dell’Arma hanno setacciato diverse regioni. Le organizzazioni erano collegate tra loro formando una “rete” operante su tutto il territorio nazionale e con diramazioni in Germania, Spagna e Lituania.

Le persone arrestate avevano costituito una vera e propria “holding” del falso. Secondo l’accusa le varie organizzazioni si erano associate in “rete” per lo smercio di euro falsi di vario taglio, dai 200 alla moneta da 1 euro. L’operazione giunge al termine di una complessa e prolungata indagine coordinata dalla Dda di Reggio Calabria e condotta congiuntamente dai carabinieri del Comando provinciale e del Comando antifalsificazione monetaria, l’organo centrale dell’Arma specializzato nel settore della prevenzione e del contrasto al falso di banconote (posto alle dipendenze del Comando Carabinieri Banca d’Italia). Non pare ci sia stato un coinvolgimento diretto della ‘ndrangheta, che però avrebbe svolto un ruolo parallelo nello spaccio delle banconote contraffatte.
Ad avviare le inchieste, cominciate nel 2005, erano stati i carabinieri della Compagnia di Melito Porto Salvo che, nell’ambito di una indagine antimafia, colsero i primi riscontri di un contesto criminoso finalizzato alla pratica del falso. A confermare le tesi investigative giunse l’arresto, operato in provincia di Napoli, di un indagato trovato in possesso di circa 100 mila euro falsi.
Il profilarsi dello scenario di una ramificata rete di falsari estesa in ambito nazionale, portò la Dda reggina ad avviare una inchiesta distinta affidando le indagini al reparto operativo provinciale ed al Comando antifalsificazione monetaria di Roma, l’organo centrale dell’Arma specializzato nel settore della prevenzione e del contrasto al falso a livello nazionale ed internazionale.

Nel percorso investigativo le forze dell’ordine hanno anche scoperto, nelle provincie di Napoli, Caserta e Reggio Calabria, quattro “laboratori” clandestini per la produzione di banconote, monete e marche da bollo false, all’arresto in flagranza di 50 persone (due delle quali in Spagna) ed al sequestro di banconote false (da 20, 50 e 100 €) per un valore nominale complessivo di oltre 1.242.000 euro.

Nel corso delle indagini sono stati avviati anche una cooperazione internazionale, sia con forze di polizia estere, tramite l’Ufficio centrale nazionale del falso monetario della Direzione centrale della polizia criminale del Ministero dell’Interno, sia con organismi comunitari, l’European technical and scientific centre dell’Olaf - Ufficio per la Lotta antifrode della Commissione europea - di Bruxelles ed il Central analysis centre della Banca centrale europea di Francoforte, dai quali sono venuti supporti di approfondimento tecnico specialistico.

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