
Non è stata licenziata, ma la sua cattedra è rimasta vuota, dopo la sospensione in via precuazionale a opera di Ugo Panetta, direttore scolastico del Friuli Venezia Giulia. Eppure Madameweb, la pornoprof di Pordenone, al secolo Anna Ciriani, si sta prendendo una rivincita coi fiocchi: è diventata un caso mediatico internazionale. E già qualcuno sospetta che fosse quello il suo vero obiettivo: titoloni a nove colonne dei giornali del Friuli-Venezia Giulia (prevedibili); un presunto intresse da parte della Bbc per intervistarla (e sarebbe sorprendente); l’appello su Radio Deejay del Trio Medusa perché accetti di intervenire in una puntata de Le Iene.
E poi, loro: i fans, sfegatati, che la citano anche sui siti dalla Cina e dall’America. Gettata la maschera dell’anonimato, ora tutti cercano Madameweb. I reportage e video girati al festival a luci rosse berlinese Venus hanno sbancato la classifica mondiale dei siti web a forte contenuto erotico.
Il bilancio è ancora provvisorio ma significativo: in 30 giorni sono stati oltre 28mila i contatti sul forum dedicato alla pornoprof: 3mila 200 messaggi, 1.300 utenti, 32mila visite (di cui ha beneficiato anche il blog del professore “Fabioletterario”, un collega piuttosto critico con l’insegnante, che ha triplicato i contatti nelle ultime 24 ore).
In suo nome, insomma, il popolo del web è pronto alle barricate mediatiche. Ma i sindacati della scuola ci vanno cauti: “Era una situazione anomala”, ha detto al Messaggero Veneto di Udine il segretario provinciale della Flc-Cgil. “La signora ha dimostrato di svolgere un’altra attività , non compatibile con la docenza. Si creava un problema di relazione con l’utenza”.
Un falso problema per gli amici del forum di Madameweb. Che fanno muro, contro la sospensione, con migliaia di interventi postati on line. Dicono: “Massima solidarietà ” e anche “Siamo in pieno medioevo”, oppure “i video a luci rosse di Berlino sono girati fuori da scuola. Se ogni datore di lavoro dovesse valutare i dipendenti per quello che fanno fuori, che valore avrebbero competenza a impegno professionale?”. “Anna dovrebbe appellarsi contro la decisione, con un formale ricorso”. All’orizzonte perfino una colletta: “Sono disposto - è stata la mail di un fedelissimo delle gangbang - a offrire un contributo economico per sostenere eventuali spese legali e invito tutti a fare altrettanto”.
Dalla Sicilia al Piemonte ora tutti chiedono di tutto a Madameweb: ripetizioni di latino, appuntamenti in ostelli e autogrill o discoteche, dialogo non-stop, incontri a due e di gruppo.
Tutte richieste che la pornoprof ha mostrato di saper soddisfare.
Bicicletta e (grande) città sembrano quasi in alternativa. Almeno in Italia. Panorama.it ha chiesto un parere a Christian Novak, docente di Analisi della città e del territorio al Politecnico dei Milano.
Le città quanto sono a misura di bici?
Le città italiane non sono una categoria unitaria. Quella dell’uso della bicicletta è una cultura locale, una pratica comune nelle città piccole in cui non si è mai realizzato un forte conflitto tra pedoni, ciclisti e traffico automobilistico. Un esempio positivo è costituito da Ferrara, una città emblematica per cultura, tradizione e dimensioni.
L’ostacolo numero uno allora è la grandezza?
Esiste una soglia dimensionale oltre la quale la mobilità in bicicletta diventa strutturalmente difficile. Soprattutto in situazioni in cui il pendolarismo nell’area metropolitana è esasperato, come accade a Milano. In questo caso, la cosa più interessante è da sempre la possibilità di mixare mezzo pubblico e bici. A San Donato milanese, al capolinea della linea 3 della metropolitana è stata realizzata una stazione di assistenza per biciclette. Stazioni di noleggio o parcheggi per le bici nei punti di interscambio aiutano a rendere questo mezzo realmente utilizzabile.
Perché all’estero in città anche grandi, come Parigi, auto e bici sembrano in grado di coesistere?
Parigi è avvantaggiata per via del piano Haussman che alla fine dell’800 ha disegnato la grande città borghese, fatta di ampi boulevard, viali alberati. Milano ha scimmiottato questa realizzazione ma attuandola in misura molto minore. Però l’idea di dividere grandi marciapiedi tra pedoni e ciclisti è in parte realizzabile anche qui. È quello che sta cercando di fare in Comune il gruppo dei Verdi: individuare larghi marciapiedi in cui con poca spesa (basta una striscia colore), si possa distinguere la pista ciclabile dalla zona destinata ai pedoni. Negli ultimi anni si è fatta una politica opposta: ridurre i marciapiedi per far posto a parcheggi.
Che cosa si dovrebbe fare per dare spazio alle bici? Ridisegnare le città da capo?
Bisogna ricostruire una cultura della mobilità lenta e serve un trasporto pubblico più robusto e interconnesso all’uso della bici. Poi tutto è plasmabile, si possono trovare milioni di compromessi. Quasi tutte le città italiane, salvo casi di buona amministrazione che hanno riguardato per lo più città medio-piccole, hanno negli ultimi 10 anni perso la cultura di investimento sulla qualità del territorio. Non c’è stata la volontà politica di investire energie progettuali in opere che non abbiano un ritorno economico immediato. Insomma, lo spazio pubblico non è visto come una priorità .
Quanti dovrebbero essere i ciclisti per incidere sulle decisioni di un’amministrazione cittadina?
A Milano usa la bici solo il 6-7% della popolazione, mentre gli automobilisti sono quasi una classe politica: se metti una pista ciclabile e togli parcheggi il quartiere si ribella. Lo spazio conteso non è perciò solo quello destinato alla circolazione stradale, ma anche e forse soprattutto quello utile alla sosta.