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Bernardo-Provenzano

Dai pizzini al maxicitofono. Ecco come il capo dei Casalesi comunicava con gli altri boss

Il superlatitante della camorra, Michele Zagaria, arrestato dalla polizia a Casapesenna  viene portato dai poliziotti fuori dalla Questura di Caserta, in Piazza Vanvitelli. ANSA/ FELICE DE MARTINO/AG. FRATTARI

Il superlatitante della camorra, Michele Zagaria, arrestato dalla polizia a Casapesenna viene portato dai poliziotti fuori dalla Questura di Caserta, in Piazza Vanvitelli. ANSA/ FELICE DE MARTINO/AG. FRATTARI

Come riescono i boss ad impartire gli ordini dai loro rifugi? Davanti alle storie di capi mafia latitanti per decenni è   un interrogativo ricorrente, uno di quelli che non è possibile non farsi. Bernardo Provenzano utilizzava gli ormai famosi “pizzini” che scriveva di suo pugno dal cascinale nel quale si nascondeva nelle campagne palermitane. Lui comunicava così con la moglie e con il resto del clan: pezzettini di carta, talvolta minuscoli e ripiegati più e più volte, dove annotava tutto dal cibo agli omicidi, dai saluti agli appalti da aggiudicarsi. Ma questo metodo che pur sempre gli ha permesso una latitanza lunghissima, a confronto di quello utilizzato da Capastorta - questo il nomignolo di Michele Zagaria - fa quasi sorridere. Il boss dei Casalesi  aveva infatti studiato e progettato un metodo molto più sofisticato: i citofoni. Anzi. Un maxi citofono. Continua

Le “verità” di Ciancimino jr - Le foto dal processo Mori

Massimo Ciancimino al processo per favoreggiamento alla mafia a carico del generale dell'Arma Mario Mori

(ANSA/MIKE PALAZZOTTO)

(ANSA) - Vito Ciancimino pensava da politico e, preoccupato del calo di consensi subito nel ‘92 dal suo partito, la Dc, sognava la nascita di un grande movimento in grado di ereditare l’enorme patrimonio elettorale democristiano in cui, per anni, erano confluiti pure i voti della mafia.
Un’ambizione che il vecchio sindaco del sacco edilizio di Palermo avrebbe messo sul piatto della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia e che avrebbe avuto nella costituzione di Forza Italia la sua concretizzazione.

Continua

Nella rete di Massimo: il mondo secondo Ciancimino jr

Massimo Ciancimino in tribunale | (Ansa/Daniel Dal Zennaro)

Massimo Ciancimino in tribunale | (Ansa/Daniel Dal Zennaro)

“Che questo rimanga fra noi, ma è una preoccupazione di fratello maggiore… Io sono preoccupato, professore! Lo sa per cosa? Di mio fratello! Perché io vedo barche da un miliardo e mezzo… macchine da milioni di euro… Io, io, io faccio l’impiegato di banca e ho il vespone 150 e la Smart… stop! E un gommoncino lì… Mio fratello Roberto pure, che è notaio. Lui mi dice che fa affari, ma affari… Non sono soldi, non è che sono soldi ufficiali…”.
Giovanni Ciancimino se ne era reso conto già nel 2004, in una conversazione col tributarista Gianni Lapis, intercettata, trascritta e depositata solo di recente. Prima di andare a confermare le parole del fratello Massimo, sostenendo davanti ai giudici del processo Mori di avere visto pure lui il famoso “papello” in mano al padre, il maggiore dei figli di Vito Ciancimino aveva chiaramente espresso tutti i dubbi sul “pericolo” rappresentato, per il patrimonio di famiglia, dall’ostentazione senza freni del lusso da parte di “Massimuccio”. Continua

Parla il cacciatore di mafiosi: Cosa nostra è diventata cosa mia

L'arresto del boss mafioso Domenico Raccuglia

L'arresto del boss mafioso Domenico Raccuglia

“Se il ministro Renato Brunetta volesse dare un’occhiata alla produttività della Squadra catturandi di Palermo, non avrebbe nulla da ridire, anzi. Tutti i latitanti che ci hanno assegnato li abbiamo presi. Siamo forse l’ufficio pubblico con la più alta produttività del Paese”.
Al sovrintendente di polizia I.M.D. piace molto scherzare. Soprattutto da quando, il 15 novembre, insieme con i 55 colleghi della sua squadra ha messo le mani su Domenico Raccuglia, detto “il Veterinario”, latitante da quasi 15 anni. Leggi l’intervista esclusiva

C’è posta per il boss: Caro padrino ti scrivo…

Bernardo Provenzano

Leggi “don Bernardo” sulle buste e pensi al cappellano. Ma si chiama Luigi, don Gigi confessore degli ergastolani al 41bis nel carcere di massima sicurezza di Novara. Apri e saltano fuori l’immagine sbiadita di San Leoluca, patrono di Corleone, decine di fotocopie delle preghiere dei benedettini alla Madonna.
Spiegazzato, un cartoncino con Santa Rosalia di Palermo. Solo allora intuisci che Bernardo è proprio lui, Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra, destinatario di decine di giaculatorie che piovono da tutta Italia dal giorno dell’arresto, nell’aprile del 2006.
Scrivono i fan. Acclamano, sostengono, abbracciano. Invocano aiuti, preghiere, consigli. Persone con disturbi psichici viste le lettere deliranti, certo, ma anche gente comune, sacerdoti, galeotti, agenti di polizia, giovani. Tra questi, magari, chi nasconde messaggi criptati in preghiere concordate nel tempo, con lo sviluppo dei sistemi cifrati della Seconda guerra mondiale. Fantasie? “Mica tanto” taglia corto Piero Grasso, il procuratore nazionale antimafia. Intanto, nell’ipotetica gara a C’è posta per te dietro le sbarre, Provenzano supera Erika e Omar, forse persino Anna Maria Franzoni, e insidia chi riceve da sempre centinaia di lettere ogni anno, Salvatore (”Totò”) Riina, l’uomo delle stragi, il nemico dello Stato.
Al di là delle interpretazioni sociologiche, spiazza quel senso di deferenza, persino blasfemo, vista la volontà di beatizzazione che accomuna le missive di entrambi. “Don Bernardo” è l’esordio di Alessandro P. “sono tuo compagno di sventura essendo anch’io detenuto. Piango per la mia mamma gravemente malata. Le tue preghiere e la tua Bibbia sono più sacre di quelle del Papa. Ti prego, mandale dei fiori così morirà con l’onore delle tue sante parole”. Gli fa eco Franco, che si rivolge a Riina come potenziale padre: “Con rispetto sono con lei” inizia la lettera vergata a mano “non è giusto che lei non possa socializzare con gli altri detenuti. Io l’ammiro come uomo per quello che ha fatto e per la capacità di sopportare le cose di ogni giorno. Potrebbe essere mio padre e io ne sarei fiero. La saluto con rispetto sperando di non averla disturbata”. Altra lettera con firma femminile: “Caro Totò, non le scrivo per ammirazione ma perché convinta della sua innocenza. Le trasmetto la forza anche se ne ho poca… Immagino infatti quanta capacità, quanta forza sia necessaria per subire la privazione della libertà senza lasciarsi scoraggiare ma abbia fede: gli angeli la libereranno dalle ingiustizie, guarirai perché sei un essere speciale”. Tra i mittenti dell’epistolario ai due capimafia sono diversi gli affezionatissimi che seguono i boss negli spostamenti dalle diverse carceri che li ospitano. Persone che scrivono alle feste comandate, mandano auguri, immaginette e disegni ogni 31 gennaio per salutare con gioia il compleanno di “Binnu u tratturi”.
Incoraggiano con messaggi affettuosi Riina se ha la salute malferma. Come a marzo, quando la corrispondenza si intensificò appena divenne di dominio pubblico il suo trasferimento per esami dal carcere di Opera al reparto detenuti dell’ospedale San Paolo di Milano. Altri spediscono decine di missive nascondendosi dietro identità inesistenti. Come l’irreperibile Mario Colapesce che indica un inquietante domicilio sul retro della busta: “via del Silenzio 43, Palermo”, dopo aver scelto per cognome una leggenda siciliana amata da Italo Calvino. Di quel Cola capace di nuotare e di arrivare in ogni lido senza mai fermarsi. Sul mistero Colapesce, per capire se la corrispondenza nasconde un cifrario, indaga senza molte speranze la procura di Palermo con il sostituto Marzia Sabella.
Tutte le lettere sospette vengono infatti vagliate, il mittente identificato e sottoposto ad accertamenti. “Per anni abbiamo verificato gli intenti reali di un religioso” ricorda un investigatore “frate Celestino da Messina che aveva avviato un nutrito scambio epistolare con Riina su argomenti apparentemente religiosi fino a quando il boss decise di interrompere il dialogo “. Ma non è emerso nulla di rilevante. “Carissimo Salvatore ” si legge in una delle ultime missive del frate con allegata una preghiera sulla vita e la gioia “il Signore ti doni pace. Ti aspetto in paradiso e intanto cerca di renderti degno di quel luogo. Per andarci sai qual è la strada: Gesù Cristo e il suo Vangelo. Auguri di buon compleanno!”. Come non diede risultati l’indagine sulle cartoline raffiguranti lo stadio Meazza con lo stesso testo inviate ai due la scorsa estate: “La pax è finita, un saluto da John l’Americano”.
E anche qui in allegato la preghiera “Abbi fiducia in me”. Tra chi scrive sempre c’è anche una donna francese che non nasconde le simpatie per Riina: “Aiutare è difficile” si legge in un italiano stentato su una cartolina raffigurante un leone che ruggisce “criticare è facile. Lei merita riposo in Sicilia, spero che la salute le vada bene e sappia che per la gente lei è e rimane un uomo coraggioso, molto intelligente e determinato. Mi piacerebbe vederla… Se possibile anche venirla a trovare”. Riina e Provenzano queste lettere nemmeno le leggono. Le missive vengono non solo controllate per quanto concerne i mittenti, ma anche sottoposte a una stretta censura che le blocca in caso di minimo dubbio. Una prassi che porta taluni pubblici ministeri della procura di Palermo a escludere la possibilità che quest’antico strumento, la lettera, possa essere scelto per raggiungere addirittura i boss dei boss. Troppi rischi. Troppi controlli. Eppure, alcuni pizzini indirizzati a Provenzano e ritrovati nel covo di Riina fanno pensare che questi venga coinvolto nelle scelte strategiche rilevanti, seppure sottoposto a carcere duro. Riina e Provenzano usano pochissimi francobolli.
Le poche lettere che imbucano sono soprattutto o quasi esclusivamente destinate a parenti: mogli, figli, cugini ma anche nipoti e pronipoti. Queste missive sono all’apparenza molto semplici: auguri per le ricorrenze e le feste comandate, affetto se qualcuno non sta bene. Riina per esempio si dilunga spesso nelle lettere ai figli sul calcio e il campionato, tanto da avere insospettito gli inquirenti. Ma niente di più. “Quelle di Riina e Provenzano” racconta un investigatore “sono famiglie abituate alla latitanza, ai silenzi protratti per lunghi periodi. Nelle lettere di certo non si dilungano”. A differenza di chi ha messo nero su bianco e spedito sperticati complimenti subito dopo le fiction sui capi della mafia.

A processo il generale Mori: “Favorì Provenzano”

Il generale di brigata Mario Mori, ex capo del Sisde |foto Ansa

Restano troppe ombre sul mancato blitz che, nel 1995, avrebbe potuto portare alla cattura del padrino di Corleone, Bernardo Provenzano. Troppi i dubbi sui vertici del Ros dei carabinieri dell’epoca, che decisero di non entrare in azione, nonostante un confidente, ucciso pochi mesi dopo, avesse indicato il covo in cui il latitante si nascondeva. Sarà il tribunale di Palermo a far luce sui tanti misteri che circondano la vicenda. In particolare sul ruolo del prefetto Mario Mori, ex vicecomandante operativo del Ros ed ex capo del Sisde, e del colonnello Mauro Obinu, comandante del reparto criminalità organizzata del Raggruppamento, rinviati a giudizio dal gup Mario Conte per favoreggiamento aggravato dall’avere agevolato Cosa nostra.

Una decisione maturata dopo una breve camera di consiglio che segue, però, una complessa vicenda giudiziaria cominciata nel 2001 con le rivelazioni del colonnello dell’Arma Michele Riccio.
In una lettera l’ufficiale, che nel ‘95 era aggregato al reparto criminalità organizzata del Ros, chiede di essere sentito dal pm Nino Di Matteo su “gravi fatti riguardanti la mancata cattura di Provenzano e la morte di Luigi Ilardo”, un capomafia del nisseno che aveva cominciato a collaborare con la giustizia, facendo arrestare latitanti di rilievo e primo a mostrare agli investigatori i “pizzini” del boss di Corleone.

L'arresto '11 aprile del 2006 di Bernardo Provenzano

Riccio racconta al pm che il 29 ottobre del 1995 aveva comunicato a Mori e Obinu l’imminente incontro tra Ilardo e Provenzano in un casolare nelle campagne di Mezzojuso, a quaranta chilometri da Palermo. Il summit si sarebbe dovuto tenere dopo due giorni. I carabinieri, però, decidono di non intervenire, si appostano, assistono da lontano e fotografano Ilardo, mentre dopo essere stato prelevato da due mafiosi vicini a Provenzano, va verso il covo. Il blitz non scatta. “Dissero che non eravamo certi che Provenzano fosse lì e che non volevano bruciare la fonte”, racconta Riccio.

Un’occasione unica sfumata. Ilardo, infatti, rientra dall’appuntamento, conferma di avere incontrato il latitante e indica ai carabinieri i nomi degli uomini che l’hanno accompagnato al covo. Ma per un anno, fino ad ottobre del 1996, nessuno terrà d’occhio il casolare, né i favoreggiatori del super latitante. Omissioni inaccettabili, secondo la procura. Decisione imposta dai luoghi, per il Ros: il nascondiglio era in aperta campagna ed eventuali telecamere potevano essere scoperte dai mafiosi.

La procura è costretta a chiedere l’archiviazione dell’indagine. Ma il gip la rigetta e sollecita altri accertamenti. Saranno proprio le nuove investigazioni a ribaltare le conclusioni di Di Matteo che incarica un perito di esaminare i luoghi del mancato blitz. Viene fuori così che dalla caserma dei carabinieri di Campofelice di Fitalia, paese poco distante, il covo era visibilissimo: sarebbe dunque bastato piazzare lì delle telecamere per controllarlo. La perizia non è l’unica attività disposta da Di Matteo che, sentendo l’allora procuratore di Palermo Giancarlo Caselli e altri magistrati, accerta che nonostante le chiare indicazioni del pool antimafia, il Ros fino al 1996 non parlò della vicenda alla Procura.

Il nuovo materiale probatorio e le dichiarazioni di Riccio secondo il gup, che accoglie la richiesta questa volta di rinvio a giudizio del pm, meritano un approfondimento processuale. Dura la reazione dei legali degli imputati, che parlano di “accuse inconsistenti” e che si dicono certi di potere provare in dibattimento l’innocenza dei due ufficiali. Per Mori è già successo. Il prefetto è stato assolto due anni fa dall’accusa di favoreggiamento aggravato per non aver perquisito il covo della latitanza di Riina.

Con lui fu assolto dalla stessa accusa il capitano Ultimo, che poi catturò Riina. E che ieri a Studio Aperto ha commentato il rinvio a giudizio di Mori: “Lottare contro la mafia con il generale è stato un grande onore. È stato - ed è - un comandante onesto, leale e coraggioso. Un esempio per tutti noi, certamente un nemico di Cosa Nostra e dei corleonesi”.

150 milioni di euro in ville, terreni e cave. Ecco il tesoro dei boss

L'arresto di Salvatore Lo Piccolo | Ansa
Si nasconde fra le ville al mare del trapanese, in grandi appezzamenti di terreno del palermitano e in diverse aziende edili il “tesoretto” dei boss Bernardo Provenzano e Salvatore Lo Piccolo. Un patrimonio del valore di di circa 150 milioni di euro, intestato a prestanome e riconducibile al capo di Cosa nostra, sequestrato ieri dagli agenti della sezione misure di prevenzione della polizia di Palermo.
Il provvedimento è stato disposto dai giudici del tribunale del capoluogo che hanno dato seguito alla richiesta del procuratore aggiunto Roberto Scarpinato e del sostituto Gaetano Guardì.
I beni sequestrati sono riconducibili ad Andrea Impastato, 60 anni, indicato come affiliato alla cosca mafiosa di Cinisi, un comune nel Palermitano. L’uomo sarebbe stato un prestanome di Provenzano e Lo Piccolo. Tra i beni immobili vi sono lussuose abitazioni estive, una cava, complessi industriali, conti correnti bancari.
Andrea Impastato, figlio di Giacomo detto “u sinnacheddù, esponente mafioso di spicco della famiglia di Cinisi, è stato arrestato il 2 ottobre 2002 per associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta su Giuseppe “Pino” Lipari, il “cassiere” di Provenzano. Dall’esame del materiale informatico sequestrato a casa di Lipari è emerso che Impastato era stato indicato da Provenzano come uno dei principali referenti attraverso il quale il cassiere del boss avrebbe potuto ottenere appoggio nell’attività di amministrazione e gestione dei beni. Le successive indagini hanno fatto emergere una serie di contatti, sia personali che economici, di Impastato con numerosi personaggi di spicco di Cosa nostra, come Provenzano e Lo Piccolo.
L’operazione, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, fa emergere però alcuni problemi “burocratici” denunciati dai magistrati che parlano senza mezzi termini di ostacoli nella lotta a Cosa nostra. A puntare il dito è il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato. “Da circa due mesi il ministero della Giustizia - afferma - ha deciso di sospendere le password d’accesso che consentivano all’ufficio della procura, in tempo reale, di localizzare i beni di mafiosi e prestanome, i conti bancari, la disponibilità di automezzi e tutto ciò che riguarda i patrimoni sottoposti alle nostre indagini”.
Scarpinato lancia l’allarme e sottolinea che quanto sta accadendo “è preoccupante”. “In questo modo - aggiunge - le indagini sulle misure di prevenzione hanno subito un forte rallentamento perché si deve materialmente andare all’ufficio registro per consultare la documentazione relativa ai beni immobili o al registro automobilistico per acquisire informazioni sulla proprietà di autoveicoli”.

Il VIDEO servizio:

Morto il boss Michele Greco, “il Papa” di Cosa Nostra


Stroncato, da quanto si apprende, da un tumore ai polmoni, è morto mercoledì in una clinica romana, dove era ricoverato da alcune settimane il boss mafioso Michele Greco, 83 anni, detto “il Papa” della mafia. Il capomafia di Ciaculli, prima del ricovero in ospedale, era detenuto a Rebibbia dove stava scontando alcuni ergastoli definitivi. Greco era una figura storica di Cosa nostra ed era ritenuto fra i mandanti di alcuni delitti eccellenti.
Lo chiamavano “Papa” perché sapeva mediare tra le famiglie di Cosa Nostra. Ieratico, sempre incravattato e in ordine, sembrava lo “zio”, quegli “zii” di Sicilia ritratti da Leonardo Sciascia cui chiedere un consiglio, giustizia o ponderata vendetta secondo i casi. Fu “Papa” in tempi difficili, quei primo Ottanta in cui i Corleonesi stavano prendendo in mano Cosa Nostra e lui, il padrino di Croceverde-Giardini riceveva politici e potentame vario nella sua tenuta di Ciaculli, “La Favarella”.
Greco divenne una figura nota a tutti gli italiani grazie alle immagini del Maxiprocesso di Palermo, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Dalle gabbie in cui i maggiori capimafia facevano sfoggio di sé, lui parlava solo a proposito e, a differenza di Luciano Liggio e il suo enorme sigaro cubano agitato polemicamente come un bastone, interveniva solo per stretta necessità. Da vero padrino disse ai giudici che lo interrogavano: “Se mi fossi chiamato Michele Roccapinnuzza oggi forse non sarei qui”, poi si lanciò in una filippica contro la pornografia e i film violenti che a suo dire avevano rovinato il mondo. Disse infatti che se il pentito Salvatore Contorno avesse visto I dieci comandamenti, anziché Il Padrino, non avrebbe calunniato alcune persone. Greco fu arrestato il 26 febbraio dell’86 dopo quattro anni di latitanza in un casolare nelle campagne di Caccamo, a una cinquantina di Km da Palermo, dove si nascondeva sotto falso nome.
Nominato nel 1978 capo della commissione di Cosa Nostra, dopo l’espulsione di Tano Badalamenti, non ostacolò l’avanzata dei corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, dei quali divenne anzi alleato. Insieme al fratello Salvatore (detto “il senatore”, per i suoi rapporti con politici e banchieri), fu il mandante dell’omicidio del giudice Rocco Chinnici.
Con undici ergastoli sulle spalle (tra cui quello del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa), il “Papa” sarebbe potuto tornare in libertà nel 2010, a 86 anni. Per i magistrati, infatti, non aveva più legami con la mafia. Coerente con le scelte che ha fatto, è morto dopo una lunga malattia senza mai rivelare quello che sapeva sugli anni passati dentro Cosa Nostra. Nemmeno sul significato di quell’augurio di pace che rivolse ai giudici prima della camera di consiglio del Maxiprocesso e che nessuno è stato mai capace di interpretare: “Auguro a tutti voi la pace, perché la pace è la tranquillità dello spirito e della coscienza, perché per il compito che vi aspetta la serenità è la base per giudicare. Non sono parole mie, ma le parole che nostro signore disse a Mosè, le auguro ancora che questa pace vi accompagni per il resto della vostra vita”.

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